Il safari della realtà

di Andrea Cortellessa

 

«Il genere umano non può sopportare troppa realtà». Non lo ha detto qualche oscuro sofista della derealizzazione postmoderna. Lo ha detto, e più d’una volta, un grande della modernità più «eroica», quella più esposta al vento della storia, Thomas Eliot (si veda Burnt Norton, primo dei Quattro quartetti). Ciò malgrado – e anzi proprio per questo, data la coazione al citazionismo di noi postmoderni – sembrano queste le parole perfette per dar corpo all’evasività superstiziosa, all’esorcismo terrorizzato che ci ha iscritto d’ufficio, come scrive Antonio Scurati a pagina 140, a un apprendistato all’irrealtà. L’oroscopo funesto di quel suo libro intelligente, La letteratura dell’inesperienza, non era troppo diverso da quello formulato da Walter Benjamin nel celebre saggio sul Narratore di Angelus Novus. Se il racconto per antonomasia, in tutta la storia umana, era quello del guerriero che una volta tornato cantava le gesta e le ambagi, il peregrinare e la nostalgia di casa, si accorgeva Benjamin che ora «la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile». Solo che l’ora di Benjamin era il 1936; e la guerra restata muta, sigillata in gola a quegli uomini tornati cogli occhi sbarrati, era la Prima guerra mondiale. La grande narrativa della modernità è stata il tentativo strenuo, eroico, di combattere quell’ammutolimento: di premere sulle mascelle, sulla glottide. Per forzare quel blocco. Cosa sono stati Musil e Kafka, Gadda e Céline, se non lo sforzo di alzare la voce (in tutti i sensi) per risvegliarsi e risvegliarci – come diceva un altro di loro, Joyce – dall’incubo della storia? La forza di quella narrativa si scatenava di fronte a interdetti tragici. Più si alzava il livello dello scontro, più quegli scrittori innalzavano se stessi. A fronte di quei veti, i nostri sono barzellette. Quel silenzio era tragico: spezzarlo faceva sanguinare lingua e orecchie. Il nostro è annoiato: interromperlo produce solo rumore di fondo. E allora l’inesperienza di cui parla Scurati è molto simile, ma è anche molto diversa, da quella diagnosticata da Benjamin.

Le assomiglia, certo: come assomiglia, a un padre guerriero, il fi glio che (per sua fortuna) non ha dovuto mai sparare un colpo. È vero, siamo una generazione di traumatizzati senza evento traumatico: l’unica esperienza che conosciamo a menadito, l’unico evento che ci ha penetrati in modo capillare, che sappiamo riconoscere – e, ammettiamolo, apprezzare – in tutte le sue sfumature, è proprio l’inesperienza. Per usare la metafora di Andrea Bajani, il dente che ci duole davvero è quello che ci hanno già tolto: l’arto fantasma. È per questo che sempre più di frequente, nei decenni seguiti a quel versante immenso e crudele, gli scrittori si sono trasformati in reporter. Apro Il poeta postumo di Franco Cordelli appena riedito, prima pagina: «Il reportage rappresenta l’irruzione del dogmatismo nel processo di organizzazione della realtà e del lessico della realtà». Pare oggi, e invece sono passati esattamente trent’anni: già allora a discutere di «dogmatica dell’iperrealismo ». Se «qui» non succede più niente, allo scrittore un mandato sociale resta, in effetti: quello di trasformarsi in bracconiere di atrocità, collezionista di disagi, sommelier di efferatezze.

Proprio come dice Daniele Giglioli: lo scrittore come qualcuno che va dove noi non andiamo, che ci va al posto nostro. In questo senso non cambia (non cambia qualitativamente) se va, questo scrittore, sulle montagne dell’Afghanistan durante l’invasione sovietica, tra i camorristi che gestiscono i traffi ci del porto di Napoli, o a seguire Joyce (Michael Joyce) nel tour tennistico ATP. A spartiacque si possono indicare due libri degli anni Sessanta, A sangue freddo di Truman Capote e Guerre politiche di Goffredo Parise (uscito nel ’76 ma in gran parte scritto e pubblicato in precedenza). Ma erano più meno gli stessi anni anche quando uscì quel film, Mondo cane, di Gualtiero Jacopetti: lì dentro, in fondo, c’erano già (al di là del valore specifico di ciascuno di loro) William Vollmann o Michel Houellebecq. Per non parlare di Jonathan Littell. Il punto è che tutto questo, in sé, non è né un bene né un male. Il punto è cosa succede quando quello scrittore torna, e ci proietta l’horror movie del suo safari nel Reale. Ci lascia indifferenti, ci trasforma in voyeur, ci fa invidia? È moralistico? È pornografico? È le due cose insieme? Oppure è davvero conoscitivo? Incide sulla nostra mente, come dice Laura Pugno? Ci scoperchia la testa, ci opera a cranio aperto? Sono risposte che può dare solo il singolo lettore, ogni volta che apre un libro.

È per questo che mi sento di dar ragione soprattutto a Gabriele Pedullà, che una volta avrebbe rischiato di apparire tautologico nel richiamare gli scrittori all’agone con lo stile, a confrontarsi con quell’Altro, quell’oggetto alieno e minaccioso che è vicino, vicinissimo a loro e che, se non stanno attenti, è capace di strozzarli (come capitò a Mallarmé): la loro stessa lingua. Mentre oggi tale richiamo, ai più, appare un vezzo rétro. Dice bene Tommaso Ottonieri: la letteratura sconta un handicap, rispetto ad altre arti. Meno immediata, difficilmente ci metterà di fronte all’astanza del Reale. Provate a dire, di fronte a un Sacco di Burri, che «non è realistico»: è lì. La letteratura quel Reale lo può bensì rappresentare, cioè stare in suo luogo. Simboleggiarlo, allegorizzarlo, emblematizzarlo. La storia della letteratura è la storia dei progressivi allontanamenti e dei repentini avvicinamenti, a quel Tremendo: senza mai toccarlo davvero. Il che non toglie, però, che le foto di alcuni di quei safari effettivamente ci tocchino. Ma se lo fanno, spiace dover ribadire simili ovvietà, è per la loro qualità. Sono assolutamente certo che fra trent’anni, quando ripenserò a Gomorra di Matteo Garrone, non mi indignerò – come non manco di fare ora, insieme a tutti – per le malefatte dei Casalesi, non solidarizzerò con le disgrazie di Saviano. Quello che ricorderò sarà la luce della scena in cui i ragazzi, seminudi nell’acqua, giocano coi mitra. È la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente ora, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti.

Ma insieme, e soprattutto, esserci domani, cioè idealmente sempre: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno, ci lasceranno di per sé indifferenti. Piuttosto che l’11 settembre 2001 – massimo inganno dell’iper-realtà, il suo convincerci di non essere tale – forse un giorno, e più modestamente, vedremo una data epocale, per la letteratura, nel 12 settembre 2008. Se ha dimostrato qualcosa la morte di David Foster Wallace è che, moderni o postmoderni che si sia, scrivere e leggere può lasciarci perfettamente indifferenti o, al contrario, fare un’enorme differenza. Mi sono riletto quel che DFW scrisse di David Lynch, il cui «vero e unico obiettivo», secondo lui, era «entrarti nella testa». DFW era uno che sapeva spiegare le cose, e spiega benissimo come Lynch in effetti ci entri in testa. Naturalmente, così facendo c’è entrato anche lui, DFW. Con le sue euforie e i suoi ripiegamenti, con la malinconia impaurita di chi è sempre in fuga dal silenzio, col bruciore degli occhi ipercinetici quando sono stanchi, la sera. Con la tentazione di chiuderli, una buona volta, e mandare tutto al diavolo. Scrittore postmoderno? Facciamo scrittore, e basta.

 

Anna Lauwaert, La via del drago

La via del drago – Anna Lauwaert – Cda & Vivalda Editori 2008 – Pagg. 354 – euro20,00.

Recensione di Alberto Pezzini

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Un storia umana, profondamente degli uomini. Anzi, di un uomo e di una donna. Soltanto. Perché soli.

Soli quando nasciamo, soli quando dobbiamo affrontare e risolvere le difficoltà della vita, soli quando soffriamo, soli quando capiamo quanto soffriamo, soli infine quando moriamo. Anche se circondati da tante persone. La montagna insegna a prendere coscienza della propria solitudine…La montagna è un grande implacabile maestro. La montagna, l’oceano, il deserto… Continua a leggere→

CONCORSO NAZIONALE DI POESIA “CITTA’ DI SANT’ANASTASIA”

VII EDIZIONE 2008/2009

Regolamento

Art. 1 – L’Associazione “IncontrArci” di Sant’Anastasia (Napoli), con il Patrocinio del Comune di Sant’Anastasia (Ass. alla Cultura), della Provincia di Napoli e dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, indice e organizza la VII Edizione del Concorso Nazionale di Poesia “Città di Sant’Anastasia”, al quale potranno partecipare tutti i cittadini residenti in Italia o all’estero (purché l’elaborato sia in lingua italiana). Continua a leggere→

America

Che strana sensazione tornare qui e trovare questa scena. Uno dei quartieri più eleganti di Roma, sempre ineccepibile, strade immacolate e prati all’inglese, ville straripanti di verde e auto di lusso parcheggiate in posti numerati. Guai a rubare uno spazio: ti ritrovavi con la fiancata distrutta; bastava un coltellino di quelli per le unghie ed erano mille euro sicuri al carrozziere. Funzionava così: tutto adorabile e aggraziato, ma se sgarravi di un niente, ti risvegliavi in galera o in ospedale. Che strana sensazione scoprire i cancelli divelti, le piante rovesciate, le colonne liberty sradicate e mutile, come reperti d’antiche civiltà. La storia cominciò nel settembre nero del 2008: tentarono di salvare il salvabile, ma la banda dei pescecani non poteva farla franca. Giocava col terrore della gente onesta, costretta a versare contributi per colmare i baratri prodotti. Ma la gente onesta insorse e scelse di affondare, pur di non non dargliela vinta a quei gaglioffi. Fu il tracollo totale. Si cominciò dalle banche americane, che fallirono una dopo l’altra. In Europa, miopi governanti si incaricarono di rassicurare le nazioni, per restare incollati alle poltrone; ma con l’ondata di debiti e finanze fantasma ci fu poco da ingegnarsi. Cominciò a scarseggiare il denaro, poi le merci, infine i semplici alimenti. Fu allora che si scatenò la furia del popolo affamato, travolgendo gli argini senza via di scampo. I primi obiettivi furono le ville straripanti di verde e di macchine lussuose dei più ricchi. Quartieri come questo si trasformarono in un deserto di macerie, come se una deflagrazione smisurata li avesse rasi al suolo. Ora che il tempo sembra essersi fermato, sono l’unico che batte queste vie, in cerca di un ricordo, di un’immagine, di un segno, per provare che qui, in un’epoca remota, ci fu qualcosa di simile alla vita.

Ripensare l’Islam attraverso l’umanesimo

di Guido Caldiron
«Come intellettuale musulmano i miei sforzi, la mia attitudine e i miei obiettivi non sono tanto il risultato della mia formazione accademica, quanto piuttosto della mia esperienza esistenziale. Ho fatto il liceo a Orano, poi l’università a Algeri. In Algeria si era in piena epoca coloniale e come il resto dei miei concittadini ero quotidianamente scosso dal confronto aspro e duro tra la cultura e la lingua francese, conquistatrici, e la mia cultura d’origine algerina (io parlo il berbero e l’arabo). All’inizio degli anni Cinquanta, frequentando i corsi sull’Islam all’Università di Algeri ero profondamente deluso dalla povertà intellettuale con cui venivano presentate la storia e la cultura musulmane. Il movimento di liberazione nazionale si opponeva alla pretesa dei colonizzatori francesi di incarnare la civiltà moderna, e insisteva all’opposto sull’identità arabo-musulmana dell’Algeria. In conseguenza di questo confronto brutale io feci allora una scelta che ha poi accompagnato il mio lavoro successivo: da un lato capire quali erano le caratteristiche di quell’identità arabo-musulmana che veniva proclamata dal movimento nazionalista, dall’altro indagare in quale misura la civiltà moderna, incarnata da chi aveva colonizzato l’Algeria, doveva essere considerata come una civiltà universale». Continua a leggere→

Connettivismo 3: intervista a Marco Milani

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Eccoci al terzo appuntamento con il Connettivismo. Oggi intervistiamo Marco Milani, scrittore, editore e webmaster di DOMIST.net – Letteratura e Pace – Progetto Letterario Internazionale (www.domist.net). Marco, intervenuto in compagnia di Sandro Battisti e Giovanni De Matteo al terzo appuntamento del “La penna del Magnifico”, è, con loro, tra i fondatori del Connettivismo e, insieme a Battisti, l’ideatore di NeXt, rivista che diffonde la creatività fantascientifica portata avanti da questo movimento. Continua a leggere→

Mare Verticale, di Cecilia Carreri

Mare Verticale – Cecilia Carreri – Mursia 2006 – pagg. 141 – Euro15,00.

Recensione di Alberto Pezzini

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Non è che mi sono fissato. Ma se leggete L’oceano di Mare Verticale vi conviene fare un passo prima – in libreria – e comprarvi Mare Verticale. Ossia il giro d’Italia a bordo di un Mumm 36, una barca da regata, anzi da corsa, senza fermarsi. Facendo una puntata a Corfù ed in Croazia. Anche questo è un libro per sognatori costruttivi, cioè per gente che dei propri sogni sa veramente cosa fare. Continua a leggere→

Poesie di Roberta CASTOLDI

                        Testi tratti da: Roberta Castoldi, Il bianco e la conversazione, Genova-Milano, Casa Editrice Marietti, 2007.

     senza figure

mi ricordo le cose, qui
sì, ma altre
con l’aria che passa a fianco
come intravedere

perché vedere è le quantità

se puoi portarmi via da lì
stendermi più in basso
che possa passare.

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Da quando sono entrato in politica

Da quando sono entrato in politica non credo più in niente. Ne ho viste troppe: la verità rovesciata in menzogna, la programmazione del falso, l’eliminazione violenta di ogni ostacolo, la ruberia elevata a comandamento. Non so perché continuo a stare qui; c’è una forza che mi attrae, ma non riesco a darle un nome. La sera, quando torno a casa, cerco invano di distendermi. Qualcosa mi consuma gli intestini, e lavora dentro, contro di me. Mi passano davanti le immagini di persone che credono in noi, che ci hanno messo la faccia, e in qualche modo la vita. Se c’è un Dio, ce la farà pagare. Ogni tanto leggo il vangelo: mi spaventa quella cosa che chiamano Geenna, dove sarà pianto e stridore di denti. Vedo gente disperarsi, mentre noi ridiamo per come siamo capaci di infinocchiare il mondo. Penso che Dio, se c’è, ci punirà  per questo: per non esserci commossi di fronte al debole che crolla, fra le nostre risate. Eppure Dio me lo immagino con la faccia di Rutger Hauer. Ecco, Dio è un santo bevitore, che ha bisogno di stordirsi per reggere ogni giorno il male del mondo. Vive sugli argini spogli del lungofiume, col vestito logoro e la camicia gualcita. Beve, mentre noi ridiamo. Non credo più in niente, da quando ho visto Dio dormire su una panchina, con la bottiglia che gli pendeva da una mano. Da quando sono entrato in politica, ho capito che lui dorme ogni notte sui giornali, con gli occhi azzurri pieni di lacrime, nell’eterna umidità del lungofiume.

versione audio

Libera nos a Cuneo (2)

A Paesana echeggia il grido schiavi di Roma mai!

La Stampa del 13 settembre 2008 dedica una pagina in nazionale e due in cronaca di Cuneo al rinnovarsi del Rito dell’Ampolla. Il giorno prima si è celebrata in alta Valle Po la tredicesima festa dei Popoli Padani.
C’era suspence sull’arrivo del Capo, si paventava il forfait, i rappresentanti dei Popoli Padani temevano di doversi accontentare del figlio del Capo. Continua a leggere→

La scrittura o il vaccino della follia

Non piacerebbe forse ad Agota Kristof sapere che per due volte, leggendo i suoi libri, ho pianto. E non ho pianto davanti agli esercizi di irrobustimento del fisico, dello spirito o della crudeltà che fanno i due gemelli ne Il grande quaderno (La trilogia della città di K., Einaudi, 1998): folli esercizi di abitudine al dolore e alle percosse, per imparare a sopportarle senza piangere, folli tentativi di abitudine agli insulti, all’esercizio della crudeltà sugli altri esseri viventi. I due fratelli, dotati di un’intelligenza preoccupante, irragionevole persino, fanno paura, ma non mi fanno piangere. Continua a leggere→

Misurazioni

di Emanuele Kraushaar

Prendono le misure,
stravolgono le mie giornate
che poi tu sparisci con una noce
cruda tra le mani (come il tuo cuore).
Passiva come la calma.
E io a caccia di moscerini
in questo stagno di fango
sono un cacciatore maestoso.
Come lo sarai tu a nord,
a mani nude a pescare anguille
nel ghiaccio duro e bianco.

Poesia festival ’08 con poeti, cantanti, attori in sette comuni modenesi

Da domani 25 fino al 28 settembre la poesia invade i borghi antichi di sette comuni modenesi. Grandi nomi declameranno versi che hanno fatto la storia della poesia: da Giuseppe Conte a Luciano Erba, da Neri Marcorè a Roberto Vecchioni, da Tiziano Rossi a John Giorno e Ed Sanders. Con la partecipazione di Suzanne Vega, Anna Bonaiuto, Carlo Cecchi, Kim Rossi Stuart, Alessandro Preziosi e molti altri artisti. Oltre 30 eventi in quattro giorni. Continua a leggere→

fluSSidiverSi – Poesia e poeti di Alpe Adria – Caorle, 19-21.09.2008

di Roberto Nassi

Per tre giorni la poesia è scesa in piazza, anzi in campo, a Caorle. Campo Negroni infatti è la piazzetta che da venerdì 19 a domenica 21 settembre ha ospitato decine di poeti italiani austriaci croati sloveni e ungheresi riempendosi di gente di ritmi e di luce.

Voluta dalla Regione Veneto e dalla Comunità di AlpeAdria la manifestazione battezzata “FluSSidiverSi” è stata baciata da un clima mite e limpido e ha avuto ospiti importanti a partire da Andrea Zanzotto, padrino della neonata e vero princeps inter pares: un suo haiku è stato scolpito sul lungomare della cittadina adriatica e svelato nella cerimonia finale di domenica.

Maturità dei venti che
spargono ovunque mille
e mille semi di fantasia
sanguinea conoscenza

In precedenza, l’abbrivio era stato dato venerdì mattina da un simposio sul tema “La poesia oggi nelle regioni di AlpeAdria” e dal vernissage della bella mostra di libri d’artista di poesia di Valeria Bertesina.

Ma di certo “FluSSidiverSi è stato soprattutto una magnifica occasione di incontro tra i poeti e tra i poeti e il pubblico. La mattina e il pomeriggio, nello spazio caldo e vivace come un interno di Campo Negroni, i poeti si sono avvicendati in gruppetti di 5 o 6 in una serie di reading apprezzatissimi dal pubblico via via più numeroso e attento, intervallati da pregevolissime esecuzioni musicali di volta in volta per flauto e arpa, pianoforte, clavicembalo a cura della Fondazione Musicale Santa Cecilia di Portogruaro.

Non è cosa consueta vedere e sentire insieme tanti poeti e di generazioni differenti (dai 34 agli ottantasette anni!). Voci note e celebrate e giovani dallo stile personale e deciso, dagli idiomi differenti e sempre avidi di senso. Citarli tutti sarebbe lungo ma un paio per area geografica e linguistica a simboleggiare questa mezzaluna di terra tra Alpi e Adriatico, dalla Lombardia alla contea di Vas in Ungheria, vale la pena ricordarli, mischiando vecchi e giovani come erano mischiati nel campo e nelle calli e nei ristoranti di Caorle: Tomaso Kemeny e Fabrizio Bernini allora, e si parte dalla Lombardia (con Kemeny che ha radici all’altro capo, in Ungheria), Fernando Bandini e Giovanni Turra, siamo in Veneto, Luciano Morandini e Alberto Princis (Friuli Venezia Giulia), Iztok Osojnik e Gasper Malej varcato già il confine sloveno; Gerhard Altmann e Hans Raimund ci riportano a nord, in Austria, in terra d’Istria e di Croazia Giacomo Scotti e Nikola Kralijc; tende un ponte tra Italia e Bosnia la voce profuga di Bozidar Stanisic e Miklos Molnar chiude l’ideale viaggio in Ungheria.

Sono stati in tanti, poeti e comuni spettatori, ad andarsene soddisfatti di quanto sentito: un vero e proprio fermentante spaccato della poesia contemporanea, interessante per il critico che intenda valutarne percorsi osmosi e prospettive ma soprattutto per gli amanti del bello della riflessione della poesia.

Non sono mancati durante i tre giorni spazi dedicati ai piccoli e tenaci editori di poesia e discussioni sulle possibilità di far entrare la poesia contemporanea nelle scuole e incentivare la traduzione dei poeti; così come momenti specifici per i bambini e i ragazzi (laboratori multimediali, cantastorie, letture poetiche e illustrazioni per i più piccoli), mentre le sere si facevano vibranti dei versi di Rebora e Zanzotto scanditi magistralmente da Patrizia Valduga o si avvolgevano intorno al dramma umano di Sylvia Plath interpretata dalla slovena Sonja Polanc nello spettacolo “Inseguimento”.

“FluSSidiverSi” è stata una nascita, e come tale ha sgambettato bene. Gli auguriamo di crescere in quel palpabile entusiasmo settembrino e lunga vita.

(locandina e annunci dal sito della Regione Veneto)

Viva la scuola. Gelmini a “Porta a porta”

di Donato Salzarulo

Invece di Gelmini in Collegio pare che abbia detto Gelmonti. Non so. Non ricordo. Però, se davvero è successo, il lapsus è perfetto.

La maestra a Porta a porta

L’avesse fatta parlare, gliele avrebbe dette e ridette di santa ragione, gliele avrebbe spiegate a
dovere con la pazienza di Giobbe. Mi riferisco alla maestra romana, in studio lunedì notte con la sua classe a Porta a porta.

Vespa, il chierico del governo in carica, l’ha tirata in ballo soltanto due volte e tutte e due è rimasto disorientato. S’aspettava risposte di conferma e, invece, tranquilla e sorridente, la maestra ha mandato in soffitta le propensioni ideologiche del conduttore.

La prima volta le ha chiesto se i suoi alunni, quando varca la soglia dell’aula, scattino in piedi.
«No», ha risposto con calma e sicura di sé la bella e brava maestra, «non lo fanno perché a scuola non è necessario rispettarsi in quel modo». Non è, infatti, una direttrice d’orchestra abituata al cerimoniale degli orchestrali che, dovendo dare spettacolo a teatro o in una pubblica piazza, s’alzano in piedi; né è caporale di una squadra. Continua a leggere→

PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 81

Assistito dal critico d’ordinanza, in una bella sala ahilui troppo vasta, uno dei nostri poeti assettatuzzi legge i suoi preziosi parti davanti a venticinque lettori… no, magari: davanti ai soliti quattro gatti.
Che questa volta sono cinque: in ultima fila, fra una selva di sedie vuote, siede un giovanissimo e arruffatissimo gatto nero che, senza perdersi una parola dell’assettatuzzo e del critico, sembra prendere appunti su una sua cartuccella o pizzino.
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La società della paura rinuncia alla libertà

Intervista a Zygmunt Bauman

di Benedetto Vecchi

La produzione di scarti umani è una delle industrie del capitalismo che non conosce crisi. E sono proprio quegli esclusi dalla società ad essere indicati come l’origine dell’insicurezza. Un’intervista con lo studioso polacco.

Lo sguardo mite di Zygmunt Bauman si accende ogni volta che si posa su un uomo o una donna che parla a voce alta con un telefono cellulare. E così lo guarda divertito, pensando forse che oltre alla paura e all’amore anche la privacy è diventata liquida. A Roma per partecipare ai lavori del World Social Summit sulle «Paure planetarie», lo studioso di origine polacca è curioso di capire cosa sta accadendo nel nostro paese. Paese che ha cominciato ad amare con la lettura, molti anni fa, dei romanzi di Italo Calvino e di Antonio Gramsci. Autore prolifico, a chi gli chiede come sta procedendo il suo affresco sulla globalizzazione Bauman risponde che procede, anche se è convinto che occorre modificare alcune parti del disegno, perché la globalizzazione sta cambiando pelle, senza però nessun ritorno al passato all’orizzonte. Teorico della modernità liquida, attualmente sta studiando come in un mondo dove tutto è diventato fluido e dove l’individualismo sembra essere l’alfa e l’omega delle società contemporanee, il bisogno di stare in società si stia facendo largo seppure con difficoltà. Continua a leggere→