Il sangue di Gesù non mi ha mai tradito (Jesus’ Blood Never Failed Me Yet)

di Gavin Bryars

Nel 1971 mentre vivevo a Londra, stavo lavorando con un amico, Alan Power, intorno a un film sulla gente che viveva sulla strada nella zona attorno a Elephant and Castle e la stazione Waterloo. Quando erano ripresi, alcuni si mettevano a cantare canzoni da ubriachi – qualche volta pezzi di opere, qualche volta ballate sentimentali – e uno di loro, uno che in realtà non beveva, cantò una canzone religiosa, “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet”. Questo pezzo alla fine non fu usato nel film e tutte le parti inutilizzate del nastro mi furono consegnate, compresa questa.

Quando la suonai a casa, scoprii che il canto di quell’uomo era in tono col mio piano, e improvvisai un breve acccompagnamento. Notai anche che la prima sezione della canzone – 13 battute in lunghezza – formava un efficace loop che si ripeteva in modo sottilmente imprevedibile. Portai il nastro a Leicester, dove lavoravo nella Facoltà di Belle Arti, e copiai il loop in una bobina continua, pensando di aggiungerci magari un accompagnamento orchestrale. La porta della sala di registrazione dava su una dei grandi laboratori di pittura e lasciai il nastro a copiare con la porta aperta mentre uscivo per un caffè. Tornando trovai la sala, che normalmente è molto animata, calma in modo innaturale. La gente si muoveva molto più lentamente del solito e alcuni stavano seduti da soli, piangevano in silenzio.

Mi stupii, e poi mi accorsi che il nastro stava ancora suonando, e che tutti si erano commossi a sentire quell’uomo cantare. Questo mi convinse del potere emotivo della musica e delle possibilità aperte con l’aggiunta di un semplice, anche se gradualmente in crescendo, accompagnamento orchestrale che rispetti la nobiltà e la fede semplice del vagabondo. Sebbene sia morto prima di poter ascoltare quello che avevo composto con il suo canto, il pezzo rimane un’eloquente, anche se contenuta, testimonianza del suo spirito e del suo ottimismo.

Il pezzo fu inciso in origine per la Obscure label di Brian Eno nel 1975, e per Point Records nel 1993 in una versione profondamente rivista ed estesa. La versione fatta dal mio gruppo fu composta per l’occasione nel 1993 nell’ultima incisione.

(traduzione dall’inglese di yours truly)
testo in inglese

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=byAGDVu4sC4]

(il CD Point Record è segnalato da Luca Sofri qui nel suo blog)

O Roma o morte

Arriviamo di sera, stanchi e accaldati. Ci sediamo su una panchina vicino al Colosseo, che ci guarda sornione con cento occhi neri e incavati. Tiro fuori una lattina di birra, e gli altri due un panino col formaggio. Finalmente un po’ di riposo, pensiamo. In quel momento, dall’altro lato della strada, due figure in divisa ci vengono incontro. Uno di loro mi scruta attentamente e mi dice: Qui non si bivacca. Gli replico che non stiamo bivaccando, stiamo solo mangiando, ma lui insiste: Qui non ci potete stare. Non credo ci sia molto da discutere. Guardo i compagni e faccio loro segno di alzarsi. Gli uomini in divisa sono soddisfatti, controllano i nostri movimenti con un sorriso di sbieco. Il Colosseo, intanto, ci sbircia con le sue porte aperte, accoglienti. Penso: Le case, in paradiso, devono essere così. Bevo birra camminando con gli amici, che mangiano con gusto il loro panino. A un tratto, si avvicina un gruppo di ragazzi, teste rasate e abiti neri. Avete una sigaretta? Noi non fumiamo: gli offriamo la birra e un pezzo di panino, ma non sembrano gradire. Uno dei miei amici viene afferrato per il bavero: Stronzo, chi ti credi di essere, zingaro di merda. Lui risponde che non crede di essere qualcuno, ma il ragazzo dalla testa rasata non lo molla. Anzi, all’improvviso, gli sferra un calcio al basso ventre. Il mio amico si accascia con un grido soffocato. La gente che ci passa accanto non si ferma: ha fretta, o non si vuole immischiare. Un altro ragazzo vestito di nero mi sferra un pugno in pieno volto. Io penso al mio campo, a mia moglie che mi ha detto: dove vai, torna presto, lo sai che ho bisogno di te. Sento un calcio che mi colpisce al fegato, e un altro alla testa. La lattina di birra sta colando lentamente davanti alla mia faccia, sul selciato. Alzo la testa, vedo il Colosseo con le porte spalancate. E’ il paradiso, penso. Ora viene san Pietro, con le sue chiavi pesanti. No, san Pietro non ha chiavi, dovevo immaginarlo. Non servono chiavi in una casa senza porte.

versione audio

Goffredo FOFI “Da pochi a pochi”. Appunti di sopravvivenza

Riabilitazione del presente e nuova alfabetizzazione

Sono dei compiti dai quali non si può prescindere, quelli dai quali può nascere la nostra piccola forza. Un’ostinata presenza nella società, nei modi in cui ci è possibile esserci e in cui ogni personale vocazione può mettersi in campo. Da “sollecitatori” che aiutano altri a crescere, a scegliere, a fare. Continua a leggere→

Notturno settembrino

 

sono arrivato al muro.
il paese di settembre
mi ha dato il suo verdetto:
devi dimettere quest’ansia
di trovare compagnia
l’ardore della tua ansia
è solo tuo
non lo puoi chiedere
agli altri
non li puoi sempre avvisare
che chi non muore adesso
non potrà morire
mai più. Continua a leggere→

Un incontro bellissimo

Qualche giorno fa ho fatto un giro per la città a distribuire i volantini del festareading, che come sapete è anche la prima iniziativa dell’Associazione Le Belle Bandiere: ho battuto soprattutto le librerie, e fra queste come prima volta ho preferito quelle piccole, a misura d’uomo, dove la gente si ferma anche volentieri a scambiare un saluto e qualche opinione col libraio, di solito gentile e competente. Ero appunto intenta ad attaccare un volantino sulla vetrina, trafficavo a staccare lo scotch coi denti, quando ho percepito una presenza al mio fianco. Continua a leggere→

Intervista a Valentino Zeichen

Valentino Zeichen, uno dei più raffinati poeti contemporanei italiani, racconta la sua “pagina di storia”. Era ancora bambino quando alla fine della Seconda guerra mondiale con l’esodo massiccio degli Italiani d’Istria lasciò Fiume, la città dove è nato, per trasferirsi con la famiglia a Roma, dove tuttora vive.

 

Nel 1986 a Ortona incontrai per la prima volta la poesia dall’ironia tagliente di Valentino Zeichen. La poesia era ‘Crimini’: “Se gli assassini del sentimento/avessero la mira infallibile/gli amanti sorpresi patirebbero/anche nell’aldilà un/perpetuo e inconoscibile affanno;/ma essendo errato il puntamento,/i colpi destinati al cuore/deviano in fortuita traettoria/colpendo l’elevato osservatorio della testa./Lì i proiettili producono dei fori/non dissimili da piccoli oblò/attraverso cui penetra la luce,/sorella al lume della ragione:/che diffonde ponderati dubbi/e dirada i fumi della passione.” Continua a leggere→

Silvana Ghiazza e Marisa Napoli, Le figure retoriche

Silvana Ghiazza e Marisa Napoli, Le figure retoriche. Parola e immagine, Zanichelli, Bologna, 2007

di Pietro Pancamo

Malalingua, certo. Ma non già nel senso, seppur nefando, di megera pettegola pronta ad esibirsi in calunnie sistematiche e torrenziali. Bensì in quello (molto più drammatico, se vogliamo) di idioma ormai corrotto, debosciato e marcio che – smarrita la retta via per colpa di giornalisti ignoranti o intellettuali fasulli – cerca, dannoso e nocivo, di svilire senz’appello (sia di smantellare vigliaccamente) la buona grammatica di un tempo (e la ricchezza lessicale di una volta). Continua a leggere→

Gli stranieri

di Mauro Baldrati

Leggendo Lo Straniero di Camus riflettevo su questo aspetto della condizione umana, il senso di estraneità che separa l’uomo dal mondo. Si può essere stranieri in terra straniera, ma anche nella propria terra, nella propria casa. Recentemente ho letto due libri che esprimono in chiave moderna questa tematica, e hanno molti punti in comune, pur con stili di scrittura diversi.

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Caro vecchio neon

Caro Vecchio Neon

Una tre giorni di letture e presentazioni dedicate a

David Foster Wallace

martedì 28, mercoledì 29

giovedì 30 ottobre 2008 – Firenze

Libreria Feltrinelli, Melbookstore,

La Cité Firenze, Tan-Gram

ed altri soggetti del territorio (in via di definizione)

“La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompareuna volta che capite quanto di rado pensano a voi.”“Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’artemi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazionebocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancorasopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi.” Continua a leggere→

Leopardi, l’io morente, e la voce del nuovo giorno

 

Noi viviamo in una fase storica che ha perduto il filo del proprio discorso. Anzi che si sta convincendo che non sussista alcun filo, alcuna trama, alcun racconto sensato da narrare, per cui ognuno vaneggia e delira per conto proprio. Ci diciamo in tal senso “post-moderni”, in quanto avremmo superato le illusioni sette- e otto- e novecentesche di poter conoscere e addirittura costruire il senso della storia. In realtà lo stesso concetto di post-modernità è contraddittorio in se stesso, in quanto afferma che saremmo entrati in un’epoca successiva alla modernità, e quindi continua a definire una precisa filosofia della storia, e cioè a fare proprio ciò che ci dovrebbe essere ormai del tutto interdetto. Continua a leggere→

Cani, camosci, cuculi ( e un corvo)

di Alberto Pezzini

Mauro Corona, Cani, camosci, cuculi ( e un corvo) “, Mondadori 2007 ,pagg. 275, euro 17,50.
** * **
Per me è stata un’esperienza a tutto tondo. O, meglio, è stata finalmente un’emozione che mi fa battere il cuore ogni volta in maniera diversa.
Come una di quelle belle donne metà streghe e metà di coscia scoperta – e Corona sa descriverle bene anche perché è uomo che vive e soffre anche nella carne -, questo libro sa prendermi al laccio.
Sono anni che vorrei incontrare Corona. E’ l’ultimo poeta incantato dei boschi. Deve avere avuto, forse da bambino, sopra la sua testa ricciuta, un incantesimo silvano. Qualche creatura notturna deve sussurrargli all’orecchio parole di alberi, rugiada, ambra e vipere gentili. Continua a leggere→

Io sono Obama

Non accadrà, forse, perché sono nero. Eppure la ritengo una fortuna. Sono il nuovo, e la gente ne ha bisogno. Io sono Obama: è quanto basta per cambiare l’America, perché è l’America che vuole trasformarsi, uscire dalla pelle di una diafana guerra per ritrovarsi nera, come una notte in cerca di riposo. Non mi chiedete perché sono vincente: è l’America che sogna di vincere dopo tanti fallimenti, e se un soldato non è più un eroe è perchè i pompieri hanno fatto di meglio, e le loro anime ancora si affannano a spegnere le fiamme di Ground Zero. Sono uscito dalla crisalide del tempo per volare su parole che gremirono le piazze e accesero i cuori di gente d’ogni razza. Sono giunto nel momento in cui l’ansia era all’apice, cosicchè il mio viso, il mio corpo, la mia voce, furono la proiezione di un intero paese. Non chiedetemi come ho fatto a salire sul palco, io, giovane e nero: ho solo preso tra le mani il cuore dell’America e l’ho issato sul ponte della nave, ora che il vento ha riattaccato la sua corsa e tutto è come sempre è stato, come la brina all’alba di Manhattan – hevel hevelin –, come la candida scia sul fiume Hudson.

versione audio

Yeats Country. Viaggio nello spirito dell’Irlanda

A volte i blog sono un mezzo per mettere in contatto persone accomunate dalle stesse passioni.
È quello che è accaduto a me, quando ho ricevuto una mail dalle Edizioni Saecula (una giovanissima casa editrice di cui vi invito a visitare il sito) che, avendo notato la mia passione per l’Irlanda e l’indirizzo dei miei studi, mi proponevano la lettura di un libro pubblicato da poco: Yeats Country. Viaggio nello spirito dell’Irlanda. L’autore è Andrea Lessona, giornalista e scrittore innamorato dell’Isola di Smeraldo e profondo conoscitore della sua storia e delle sue leggende.
«Non si sa se Maeve, il cui nome viene pronunciato anche Medb che significa “inebriata”, fossse una donna mortale innalzata al ruolo di dea oppure una dea fattasi mortale. Gli antichi irlandesi pensavano comunque che avesse poteri particolari: poteva correre più veloce di un cavallo e la sua presenza alla testa dei battaglioni li rendeva invincibili. I soldati nemici cadevano ai suoi piedi, bramando una notte con lei».
Lessona ha descritto in Yeats Country il suo viaggio alla scoperta della contea di Sligo – dove per l’appunto nacque il grande poeta William Butler Yeats – che quasi più nessuno chiama con il suo nome ma con l’espressione che meglio la identifica: la terra di Yeats, per l’appunto.
Metà di questo libro è composto da fotografie assolutamente mozzafiato: per chi, come me, è andato innumerevoli volte in Irlanda, Yeats Country ha rappresentato una sorta di ritorno a casa. Per chi non ci è mai andato sarà un viaggio indimenticabile. Continua a leggere→

Fenomenologia di un buco nero

di Alessandro Ansuini

 

“La poesia tiene in un pugno
Quello che la narrativa custodisce
In un grattacielo.”

Anonimo

“La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.”
William Burroughs

Una polaroid. La giri con la mano. C’è una data. Guardi di nuovo la fotografia. Non hai mai scelto nulla di tutto ciò. Fuori piove. La temperatura si è abbassata. L’inverno. Metti su un disco di John Cage. Appoggi la polaroid dove l’hai trovata. Sopra una pila di cose poco umane. Continua a leggere→

Libera nos a Cuneo [1]


Sacrilegio, saccheggiare Meneghello, ma non c’è altro termine per lo spaesamento, letteralmente sentirsi senza paese. Può capitare a chi fa il pendolo tra la città e la provincia, e quando si trova in una rimpiange l’altra. E prova con rimedi inutili, come rifugiarsi nelle pagine di cronaca locale, dove si allestisce una realtà di cartapesta, per il mantenimento del mito della Buona Provincia. Continua a leggere→

PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 80

Stamattina entrando in ufficio mi sono subito reso conto che c’era qualcosa di diverso. Guardando meglio ho notato che un angolo della scrivania era tutto sbocconcellato, e che, dalla medesima parte, quasi metà della mia poltroncina in finta pelle, dopo più di trent’anni di tacito e apprezzato servizio, mi aveva lasciato senza dare preavviso.
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La mano tronca – Ferruccio MASINI

(Da: Ferruccio Masini, La mano tronca, Bari, Dedalo Libri, “Collana Bianca”, I ed., 1975)

Mio giorno
che ti disseti nell’ombra tagliente del pietrisco
nella vertigine delle più alte torri
sei quel poco che mi fu concesso
per elevarmi fino alla mia statura
e scavare la terra e far crescere il grano
Gli anni che si distillano nei tuoi silenzi
sono un filo impalpabile a cui si sostiene il mare
la forma del vento la conchiglia sonora della tua piccola
eternità Continua a leggere→

Massimo Sannelli, da Prometeo

 

[*pausa: stanchezza e crollo di Prometeo*]

—

quanto è grande la luce
del cielo, io la supplico.
quanto è veloce l’aria
sulle ali, io la supplico.
e supplico anche il mare
e la terra, che è madre
di ogni vita, e invoco
il sole il sole l’occhio
che vede tutto il mondo.
sole, terra, cielo, mare
guardate cosa soffro
per mano degli dèi:
eppure [*pausa*] sono un dio. Continua a leggere→