Lo stato dell’arte. Lorenzo Mari

Sono domande difficili, molto difficili. Per questo motivo, funzionano molto meglio, per me, se restano in forma di domanda e non come spunto per un mio, inevitabilmente banale, tentativo di risposta. 

Provo comunque a svolgere un ragionamento che mi riporti, in chiusura, alle domande iniziali.

Parlare di stato dell’arte implica poter descrivere un intero campo letterario con le dovute accortezze critiche (ma anche: culturali, politiche, esistenziali, etc.), cosa che resta assai lontana dalle mie competenze. Qui e altrove, in ogni caso, leggo in vari termini di una certa stasi, di una frammentazione o polverizzazione e di un accomodamento conformistico che si fanno generalizzati.  Continua a leggere

Lo stato dell’arte. Anna Rita Merico

Lo stato dell’arte riguardante la poesia: non credo di poter dire cosa sia ma solo, rispetto ad esso, cosa ne sento e come mi si palesa nel mio percorso di vita. Parto, dunque, dalla mia parzialità.

Rifletto sullo spazio di indagine continua sull’essere. Spazio di apprendimento della possibilità di allontanamento dal giudizio. Spazio di autenticità all’interno del quale muovo lo sguardo  di una disciplina conquistata nel corso del tempo, la disciplina del possibile vederesentire il mondo e sé in relazione. Disciplina di forte tensione alla comunicazione, alla connessione con l’altro. Spazio non definitivamente circoscritto, spazio in continua evoluzione, spazio di mobili limiti. E’ lo spazio del nascere a sé. Spazio all’interno del quale vive il senso e la determinazione della propria spiritualità.  Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Riposatevi un po’

«In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.

Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.» [Mc 6,30-34] Continua a leggere

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 11

In un clima culturale caratterizzato dal più assoluto disinteresse per la dimensione formale del testo letterario e da un contenutismo altrettanto esasperato che anacronistico (il cui unico progetto parrebbe nientemeno quello di degradare la materialità dell’opera — cioè l’opera — a puro accidente, sostituendo le leggi delle cose alle leggi dei segni verbali che le esprimono) è quanto mai necessario ribadire un principio che dovrebbe esser noto e addirittura scontato: la poesia è una testura verbale, un atto di parola, un’opera di sofisticata ingegneria cui può accedere solo e soltanto chi possiede gl’indispensabili strumenti tecnici, storici e culturali per decodificarla (ma attenzione: chi asserisce l’assoluta identità di stile e cosa non decreta affatto la signoria del suono sul senso, divaricando inconciliabilmente i due termini: intende semplicemente che i contenuti-significati non possono non essere condizionati — ergo potenziati, se non perfino suscitati — dall’organizzazione formale del testo poetico).

 

Lo stato dell’arte. Nicola Vitale

Le domande e ipotesi poste come interrogazione collettiva sulla poesia, in un confronto che ritengo oggi fondamentale, aprono necessariamente a una domanda di senso, portando il discorso su un piano non solo letterario, ma esistenziale e filosofico.

A questo proposito Severino scriveva in Essenza del nichilismo:

“L’occidente è una nave che affonda dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione e non si vuole discutere che di problemi immediati, là dove sono presenti gli strumenti per soluzioni immediate.
Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?” (1)

Così è nella civiltà occidentale, nella cultura in genere, e in particolare nelle arti.

Da una parte si fa finta di nulla per incrementare il mercato, o quantomeno non alimentare nel pubblico il sospetto di una crisi, controproducente per chi vuole fare affari e per chi vuole emergere. Continua a leggere

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Decalogo 4. Onora il padre e la madre

 

di Alida Airaghi

Se c’è scritto “da leggere dopo la mia morte”
non si dovrebbe aprire la busta
di una lettera trovata per caso in un cassetto,
e lì nascosta chissà da quanto tempo.
Riconoscendo la calligrafia, la sua evidenza
fa tremare gli occhi, le dita impaurite
di fronte a una finzione insopportabile,
inaccettabile sentenza di vita.
Si teme solo quello che si sa:
cos’è la verità, se non maledizione? Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 78

di Pasquale Vitagliano

Il gaslighting è la manipolazione psicologica di una persona. La parola ha acquistato questo significato (meno in Italia, per la verità, visto che il film di George Cukor del 1944 prese il titolo di Angoscia) a seguito del successo di un film in cui Paula (Ingrid Bergman) viene portata alla follia dal marito. Si tratta di uno dei pochi casi in cui il remake ottiene più fortuna dell’originale che porta lo stesso titolo, Gaslight, uscito nel 1940 e diretto da Thorold Dickinson, film a sua volta derivato da un’opera teatrale. Consiglio di vedere entrambi i film e poi passare ad altri due altrettanto angoscianti. Il primo è il più famoso di tutti, Rebecca, la prima moglie (1940) di Alfred Hitchcock e l’altro è stato girato dal maestro dell’espressionismo tedesco, Fritz Lang, nel suo periodo americano, Dietro la porta chiusa del 1948. Con questi titoli si traccia un percorso completo di comprensione delle relazioni tossiche, alla base delle quali si scoprono i primi, sotterranei squilibri di genere, dove, però, le donne molto spesso sono le “peggiori nemiche si se stesse”.

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Lo stato dell’arte. Francesco Sassetto

La poesia oggi

 Credo che la temperie storica in cui vivo sia segnata da una decadenza epocale (penso a un artista come Ivano Fossati e al suo ultimo disco-concerto, La Decadenza), politica, civile, socio-culturale, artistica, un’epoca attraversata dall’indifferenza, l’abulìa, la solitudine. Anche la lingua italiana si è impoverita e “rattrappita” trasformandosi sempre più in una nuova terrificante koinè che impasta un italiano basico, anglicismi a iosa, espressioni gergali e gruppali. La civitas polverizzata in una miriade di monadi, di schegge distanti, egoiste e diffidenti e una “vecchia” società – in cui sono cresciuto – decisamente finita. Si respira un’atmosfera da “fine impero” che risente anche della gravissima assenza di punti di riferimento, di Guide e Padri ormai scomparsi insieme ai valori che incarnavano, dissolto ogni sentimento autentico di appartenenza, solidarietà e civiltà.  Continua a leggere

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Relatività, quante storie, di Antonio Sparzani

di Fabrizio Centofanti

Dopo aver letto “Relatività, quante storie”, di Antonio Sparzani, non posso dire di aver capito propriamente il contenuto del libro. Ma non posso dire, altresì, di non averlo capito. Questo, credo, sia il frutto migliore dell’assunto di fondo, che mette il punto di vista in primo piano. In qualità di sacerdote, ritengo di aver compreso la relatività dalla vita spirituale, dove tutto dipende, in effetti, da chi osserva. Oggi qualcuno mi ha fatto arrabbiare, ma è ovvio che ciò è relativo ad attese ed esigenze mie. Non lo dimostro in termini matematici, ma il criterio della scienza moderna è, come insegna Sparzani, l’approssimazione. Mettiamola così: sono doppiamente grato ad Antonello, perché mi ha dato la possibilità di leggere quello che lui stesso ha definito il suo libro più bello e, d’altra parte, perché mi ha fatto capire qualcosa d’importante non solo della scienza, ma dell’anima. In me, ora, c’è più “persuasione” che “retorica”, per dirla con Carlo Michelstaedter, citato da Sparzani in uno dei punti più alti e commoventi del suo saggio. Forse è qui che si gioca la partita: quando la scienza è capace di commuovere – e sono tante le pagine che suscitano lacrime o sorrisi – vuol dire che la distanza tra i due campi dell’umano si assottiglia. In fondo, Antonio Sparzani è l’esempio di come, nella stessa persona, possano coesistere fisica e poesia. Per questo ogni volta che lo vedo mi viene da abbracciarlo: perché in lui gli estremi si toccano, anzi – quante storie! – si abbracciano.

Antonio Sparzani, Relatività, quante storie, un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.

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Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 1. Valerio Mello

La poesia di Valerio Mello, poeta agrigentino con la sicilianità nell’anima e il sangue nelle vene proprio della discendenza dalla Magna Grecia, è assai preziosa. L’adorata Sicilia del poeta è spolverata dall’oro della parola classica, che lui riesce magistralmente ad orchestrare con una mirabile voce. Già nelle prove precedenti, come in Rive, egli aveva mostrato di essere originale e fuori dagli schemi del minimalismo poetico oggi imperante. Difatti, la raccolta Rive, pubblicata nel 2022 nelle Edizioni Ensemble, è un libro che mi convinse nella lettura sin dalle sue prime battute. Il dettato, ora come allora, sia in Rive sia in Hypsas è tipico della tradizione novecentista. Tradizione a me molto cara. Come sappiamo, oggi, molta della critica considera buona parte della letteratura del Novecento, a partire da quella ermetica, un capitolo da emarginare e addirittura da accantonare. Ma questo non mi trova assolutamente d’accordo, anche perché un libro di pregio, come questo di Mello, non meriterebbe assolutamente il trattamento che gli potrebbero riservare molti critici conformisti alla stregua dell’imperante mainstream minimalista, che a mio avviso ci può tranquillamente far dire, in contraltare, che ce ne corre tra una poesia minimalista che viaggia rasoterra e una poesia che invece guarda alla tradizione e agli stilemi classici, volando alta. Non ho mai creduto nella progressività dell’arte e soprattutto della letteratura. Per il motivo che la letteratura è ben diversa dalla scienza e dunque non è detto che quello che precede e appartiene al passato anche remoto non continui ad avere significato, anche perché la dimensione umanistica, a differenza di quella scientifica non si nutre solo di significato ma si nutre soprattutto di senso. Motivo per cui non guasta ogni tanto voltarsi indietro e seguire, a seconda della propria predisposizione poetica, i maestri di un tempo ormai lontano. L’importante è innovare nella tradizione attraverso una personale ricerca linguistica e stilistica, cosa che, nella fattispecie, Mello riesce a fare molto bene. L’accuratezza e la ricercatezza e compostezza linguistica e stilistica, oltre che contenutistica, con un’opera accurata di cesello, sono un tratto determinante di questo poeta e sia nel precedente come pure in questo libro, Hypsas, pubblicato anche questo nelle Edizioni Ensemble nel corrente 2024, ci troviamo tra le mani un volume assai convincente e originale. Hypsas è il nome d’un tratto del fiume San Leone, chiamato Drago, che si trova presso Agrigento (Akragas nell’epoca classica, al tempo della Magna Grecia) e che nell’Ottocento era conosciuto come il Fiume di Girgenti Continua a leggere

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