«Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
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Lo stato dell’arte. Rosaria Lo Russo
Quel che si usa chiamare poesia per me è un’operazione prettamente linguistica il cui senso – in fondo è quello che dice Roman Jakobson in Linguistica e poesia, un saggio fondamentale per inquadrare questa modalità artistica che chiamiamo poesia – il cui senso, dicevo, è non comunicativo ma espressivo. E’ cioè un uso del linguaggio, anzi una produzione linguistica il cui senso non ha un valore referenziale immediato. In poesia A non è uguale a A, o almeno non necessariamente. Il linguaggio poetico tuttavia agisce – come ha ribadito per tutta la sua lunga carriera Nanni Balestrini. La sua azione è linguistica ma se la lingua è innovativa, se cioè sorprende quanto a forme lessicali, sintattiche eccetera, allora mette in moto il gran meccanismo dell’immaginazione umana, ovvero ciò che crea la realtà umana. La realtà, materiale, spirituale, biologica, tra qualche tempo anche quella dell’intelligenza artificiale (o forse è già così come accadeva nel film di Kubrik?) esiste a prescindere da noi, prima, durante e dopo di noi (presto non lo sperimenteremo). Ma la realtà degli esseri umani è fondata sulla percezione la quale è tradotta in immaginazione, immaginazione che può essere anche solo visiva (la scrittura, poesia e altro è una immaginazione anche visiva) ma più specie-specificamente è linguistica. Ciò che chiamiamo pensiero è lingua in azione e le azioni linguistiche possono essere logiche, illogiche, vere, false eccetera eccetera, ma soprattutto lingua in azione si traduce in voce. L’essere umano produce linguaggio tramite un organo fonatorio, che se è malato può essere in qualche modo sostituito da marchingegni che mimano la funzione organica della produzione della voce. Quindi – è sempre una reminescenza jakobsoniana – se ciò che chiamiamo poesia è un atto, o meglio un gesto, linguistico che si differenzia (anche per tratti minimi) dal linguaggio utilitario-comunicativo per una disposizione fonica accentuatamente ritmica ecco che ciò che antropologicamente diciamo poesia è un atto affine al rito liturgico, qualsiasi liturgia si tratti, dalla preghiera allo slogan politico. Dalla supplica alla rivolta, dall’inno gioioso al pianto funebre delle madri uccello del popolo kaluli, la lingua ritualizzata dal ritmo e il suo uso non solamente comunicativo e principalmente estetico-espressivo parallelo all’espressione musicale inventa una percezione aumentata e diversa della realtà. Mettendo a fuoco particolari inauditi, sorprendendo con analogie, metafore e tutto l’armamentario, che siamo soliti pensare scolasticamente invece che visceralmente, della metrica e della retorica, l’azione poetica fa la realtà umana, immaginandola. Questa è una grande responsabilità, etica e politica. Dell’estetica non mi importa granché. Il bello non inventa il mondo, lo decora. Del vero invece mi importa moltissimo. Il vero, o meglio la ricerca del vero, inventa un nuovo mondo, fonda utopie che certamente prima o poi si avvereranno – le profezie. Non c’è nulla di trascendente nella poesia, la scrittura mistica è quanto di più aderente alla materia del mondo io abbia esperito mai, la poesia è profetante per mestiere perché appunto inventa il mondo presente passato e anche futuro. Tramite il lavoro fonoritmico il senso si fa da sé, ma è l’intelligenza poetante (inconscia o conscia) che ricorda i suoni arcani delle connessioni neurovegetative. Tutto esiste da sempre contemporaneamente: si tratta di sentire e di vedere questi stati-strati, questi gangli, questi snodi, o catene microbiche di esistenza percependoli attraverso il gesto delle mani che digitano e dei suoni che si srotolano nella mente poetante e che se sono dotati di carica euristica risuoneranno a casa loro nell’apparato fonatorio di chi leggerà quella poesia, non solo ad alta voce, poiché, come la preghiera, anche se la voce non è alta risuona eccome nella lettura muta. E quanto lavora il silenzio! Quante cose accadono nel silenzio fra strofe, nei baratri dei capoversi. In questo silenzio che si sporge verso ogni ignoto si accende la connessione fra il sistema neurovegetativo di chi ha scritto quella poesia e quello di chi la sta leggendo. E anche se il senso andrà in direzioni sempre diverse, da autore a se stesso e da lettore a lettore, sempre si tratterà di immaginazione del mondo, di invenzione della realtà. Ed è un gesto oltre che coraggioso, sempre erotico. La realtà che la poesia inventa si modifica in due, o in massa, un’orgia!, fra poetante e poetato, se così posso dire. Se non c’è questa scossa elettrica sinaptica la cosa che stai leggendo e che si dice poesia è un inutile e narcisistico vaniloquio. Continua a leggere
Mentecatto
20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
La poesia di Gianni Antonio Palumbo non la trovi dentro i cioccolatini. Avresti bisogno di un’intera biblioteca di letture e di link culturali e sentimentali. Sui suoi versi, tuttavia, non trovi la polvere di libri mai aperti, ma lo sfavillio di un’ape che salta insaziabile di fiore in fiore. Si sente che è Il tempo della carestia, questo è il titolo della sua raccolta edita da Tabula Fati (2023). Nel pieno dell’epoca postumana, abbiamo fame di umanità, pura e semplice, senza altra qualificazione. Questa è la più terribile delle carestie. E cosa sarebbe l’umanità senza cultura? Sarebbe ridotta al suo stato naturale, un gradino appena sopra la bestia.
Charles Peguy e la bambina da nulla
“solo i timidi si perdono“
Se il percorso è nel segno della disputa, tra noi e la bellezza, tra noi e la tentazione nella disperante impazienza di uno sguardo che si pensa finito, pure è là, sotto la spinta dei timori e degli affanni la chiave di volta di uno Spirito, che a sapersi rimettere come abbiamo visto con Hopkins, non fa retrocedere.
Grazia di una tensione nelle cui aperture il futuro è sempre disposto, e libero nelle incarnate aspirazioni del presente, di una creazione che, esposto alle illusioni, esposto ai fantasmi, chiama l’uomo a dirsi nella speranza che non lo fa solo. Continua a leggere
Una faccenda
Luigi Maria Corsanico legge Francesco Petrarca. 4
Destino
Narratori del Nuovo Millennio – Demetrio Paolin
Nell’appuntamento di oggi incontriamo Demetrio Paolin, un narratore che con generosità rivela la sua esperienza di scrittura come luogo di incertezza e di prova tra mestiere e necessità espressiva.
… inizio con una ammissione, quando Monica mi ha chiesto di scrivere il pezzo, che spero leggerete adesso, ovvero il pezzo che sto scrivendo ora, ho accettato di buon grado,
ma infine sono arrivato a ridurmi a scriverlo molti mesi dopo, rispetto a quello che avevo promesso a lei, Scusami!, ma da un lato questa parentesi temporale tra il sì, wow, che bello e la consegna del pezzo in sé potrebbe essere interessante per capire il mio percorso di scrittore e il mio percorso di scritture, perché insomma ho durato tanto tempo, accampato impegni, inventato improbabili influenze, distruzioni del pc prima di scrivere questo pezzo?, perché dovrei ammettere che il motivo principale della mia scrittura avviene sotto il segno della vergogna: provo a spiegare. Spiego: parto da una faccenda che mi è accaduta proprio qualche giorno fa, che quando mi è accaduta mi son detto Ecco questa la scrivo, la sto scrivendo ora; ero a fare una lezione, in una classe non mia a scuola, la collega mi aveva invitato per parlare di Primo Levi, Continua a leggere
Letture per e con i ragazzi: Cronache dell’Ade di Mattia Corrente
Ho letto Cronache dell’Ade (Salani, 2024, 304 pagine, euro 15,90), il secondo libro di Mattia Corrente, con illustrazioni di Chiara di Vivona; lo scrittore siciliano ha esordito nel 2022 con lo splendido La fuga di Anna (Sellerio editore) e ha sperimentato, con grande successo, la letteratura per ragazzi.
Leggo. Rido tantissimo, perdo la cognizione del tempo e dello spazio, e ogni tanto mi commuovo.
Mia figlia tredicenne: Ma’, certo che sei strana, ma che c’è in questo libro oh?
Tutto Nico, c’è tutto. Una trama avvincente, dialoghi divertenti, riflessioni profonde ed è scritto benissimo. E poi ci sono degli elementi riconoscibili, che aiutano nella lettura e ti immettono sul sentiero che percorrerai insieme con l’autore.
Cioè?
Hai presente Pollon? (Sì, l’ho fatto vedere anche a Nicoletta e Riccardo). Ecco, ci sono tantissimi personaggi che abbiamo studiato a scuola, letto, incontrato, rivisti in chiave fantastica.
Ossia bella?
No. Cioè sì, Mattia Corrente ha creato personaggi stupendi, con una profondità unica, verosimili, solidi. Fantastici nel senso di fantasy, miti, scenari sovrannaturali (stanno nell’Ade, gli Inferi, l’Inferno). Continua a leggere
Veramente
Francesco Marotta, “Da un’eternità passeggera”
Francesco Marotta, Da un’eternità passeggera, Novi Ligure, Joker Edizioni, “I libri dell’Arca“, 2024, pp.99, € 14,00
così risalgono parole
dove fa luce la pena
di sostanze in tacita
pelle d’ombra –
è luce
il non detto che lontana
in disperate finzioni,
allegorie di veglia,
fragili tracce
immiserite
sopra margini di fiamma,
in tutto simili
a un ritrarsi d’ala
davanti al picco
che domina
franate radure del linguaggio
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 4
Duemila. La tribù delle storie
Il Silenzio 4. Ti guardo. E ti sento
La domanda parte da una dichiarazione di poetica, concentrata in un’azione e in un rigo: “Lei ha definito così l’arte del teatro: un uomo attraversa silenziosamente uno spazio vuoto mentre un altro lo guarda. Può raccontarci qualcosa dei suoi incontri con gli artisti e il pubblico?”.
La domanda è posta ad un regista, Peter Brook, che ha segnato in profondità la storia del teatro (con incursioni anche nel cinema) dalla seconda metà del ‘900 fino ai nostri giorni; e che di fronte ad una platea studentesca racconta le sue esperienze senza sussiego, senza offrire oscure ricette, senza proclamare verità definitive. Ascolta e parla; e nel dialogo, si entusiasma o si raffredda a seconda dell’interesse suscitato dai quesiti o dall’interlocutore. Quattordici ore di conversazione, su svariati argomenti legati al mondo dello spettacolo, raccolte e sintetizzate in un libro, Tra due silenzi, la cui struttura, pur organizzata in capitoli, sostanzialmente – ed è un merito – rincorre la parola, le riflessioni, i racconti di Brook, segue la scia dei suoi ricordi e dei suoi insegnamenti, restituendo per quanto possibile la libertà di confronto fra il regista britannico e gli studenti dell’università americana di cui è ospite. Continua a leggere
Il battito
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 10
Capiremo
Lo stato dell’arte. Matteo Veronesi


Forse la poesia italiana non è mai stata come oggi (neppure in periodi di grande fermento e mutamento, come negli anni Sessanta) nettamente divisa, fra un lirismo di ascendenza mitica ed orfica (invero sempre più minoritario o rimosso, in accordo con una secolarizzazione che peraltro è forse inevitabile nella società odierna), uno sperimentalismo che forse non è mai stato altrettanto criptico, cerebrale, a volte incline ad un narcisismo formale un po’ vacuo (come in certi esiti della poesia neometrica) e, infine, una “poesia del quotidiano”, del vissuto, del reale, della “vita vera” nei suoi aspetti più minuti, che può ricordare il diarismo e il prosaismo dell’ultimo Montale senza per questo averne l’ironia desolata ed aspra.
Ma se intendiamo quell’”arte” nel suo senso autentico, forse esso deve essere ripensato recuperandone l’accezione più vivida e originaria, quella del Rinascimento di Bruno e di Bacone che vedeva una continuità e un complemento fra la Natura che «tractat materiam propriam» e l’Arte, appunto, che «tractat materiam alienam», così che il poeta è artifex additus naturae e naturae interpres.
Il ritorno alla Natura, il bisogno (legittimo) di autenticità, discorso, dialogo, comunicazione, di una poesia che torni a contaminarsi in certo modo con la prosa, a confrontarsi non meno del romanzo con quella che Hegel chiamava la prosa della vita, non dovrebbe risolversi in una sorta di “superstizione del dicibile”; la fuga dalle sottigliezze e dalle rarefazioni dell’ineffabile, o dalla presunta evasività di un analogismo simbolista o ermetico non dovrebbe risolversi né, da un lato, in uno sfrenato e autoreferenziale funambolismo verbale, né, per converso, in una cieca fiducia nella vitalità e nella forza comunicativa che il linguaggio comune – a volte quasi reificato in una concretezza e una quotidianità ai limiti del burocratico e del giornalistico – dovrebbe per intrinseca e nativa magia possedere.
Se l’artista (come dicevano i Decadenti italiani guardando a Leonardo ma prefigurando Rilke) deve “continuare la natura”, trasfondere l’assiduo brusio inarticolato, per quanto denso di significati, della natura – vento animali mare nubi foglie, «fior’, frondi, herbe, ombre, antri, onde, aure soavi», dice Petrarca agglutinando il fertile brulichio della natura con la sapienza dell’artificio verbale – nel linguaggio articolato ed autocosciente, nella coscienza riflessa della parola, allora la poesia (che del linguaggio umano nella sua autocoscienza rappresenta, accanto al linguaggio filosofico – che del resto nel Novecento ha così spesso attinto a quello poetico come sorgente e disvelamento –, il proprio vertice di complessità e di autoconsapevolezza) troverà paradossalmente la massima intensione della propria natura, della propria naturalità, proprio se tornerà ad essere, con limpidezza ancor più traslucida e pura, lo specchio assoluto di se stessa.
Come un piano non euclideo, o un nastro di Möbius che proiettandosi su se stesso non evoca chiusura e tautologia ma piuttosto innesca l’immagine dell’infinito, un vortice di spire intorte e ritorte in cui l’esterno coincide con l’interno e può riversarsi in esso continuando ad aderire a se stesso (il dantesco lume che splende “parendo inchiuso da quel ch’elli inchiude”, prefigurando la “sfera quadridimensionale” della Relatività) – in se stessa, nel proprio occhio che vede se stesso (e il mondo riflesso in se stesso e se stesso riflesso nel mondo), la poesia troverà davvero un “punto all’infinito” che potrà dischiuderle nuovi – ed antichi – cammini.
Il tempo
Flutto ebbro, di Gottfried Benn
Flutto ebbro,
macchiato di trance e di sogno, o Assoluto
che mi copre la fronte,
per cui mi cimento,
da cui ho il premio
delle profonde cose
che l’anima sa.
In febbre di stelle
che occhio mai misurò,
in notti, o caro,
che ci scordammo la morte, nell’uno dei tempi,
nel grido della creazione
viene l’unificazione
e porta via passato.
Poi tu da solo
dopo una grande notte,
grano e vino
già offerti,
giù per i boschi,
con i corni vuoti,
torna ai sepolcri
Demetra,
ancor nelle tue spalle
e dentro le tue ossa,
e poi è un’estasi,
un golfo d’azzurro,
di lacrime antico,
da infermità e miseria
un creatore nasce
che ci fa vivere,
che molto sofferse,
che molto vide,
sempre in cammino
lungo le rive
del flutto ebbro
che copre l’anima,
vasto come la digitale
che macchia d’estate i monti.













