Angelo Andreotti, da “L’attenzione”

Foto di Branislav Rodman

a cura di Luca Pizzolitto

Da L’attenzione (Puntoacapo, 2019)

L’indifferenza 

E se per un istante tu guardassi
quegli occhi che nei tuoi cercano indugio,
l’incandescenza di un contatto, breve
indizio del sentirsi a te presente.

Se per davvero ne guardassi il volto
senza saperlo una cosa già vista
coglieresti quella curva, quello spigolo,
quel pianto mite e muto che ha il dolore
quando invisibile muove dal cuore
mostrando il buio, e nel buio il perdersi…

Se soltanto sfiorassi quella vita
certo non per distratta consuetudine,
forse sarebbe tardi, ma nel farlo
l’avresti vista, non abbandonata. Continua a leggere

La stessa persona, di Antonio FIORI. Recensione di Giovanni Nuscis

Antonio FIORI

La stessa persona

peQuod 2024

Collana Portosepolto

Volume a cura di Luca Pizzolitto

 

Ci sono, nella poesia di Antonio Fiori, delle caratteristiche che ricorrono raccolta dopo raccolta; come il raccontarsi intimamente, il disvelarsi senza infingimenti. Non parliamo naturalmente di temerarietà, di coraggio, ma di altro, di qualcosa di complesso che pertiene alla sua etica, alla sua idea di civiltà, di rapporti umani, di umiltà senza compiacimento; ciò è indubbiamente legato alla sua fede religiosa, e dunque alla consapevolezza di un giudizio finale per il quale dovremo giocoforza spogliarci di tutto, mostrandoci per ciò che realmente siamo. Continua a leggere

SCIENZA E FEDE: UN DIALOGO POSSIBILE

di Fabiano D’Arrigo


Il 25 gennaio 2018 sulla rivista “Journal for the Scientific Study of Religion” viene pubblicato l’articolo “Perceptions of Religions Discrimination Among U. S. Scientists” dove si dimostra che negli Stati Uniti gli scienziati che manifestano un sentimento religioso sono esposti a discriminazioni rispetto ai loro colleghi che prudentemente si astengono dal manifestarli.

Eppure non c’è una scienza “cattolica” o “protestante”; “socialista”, “nazista” o “laica”; c’è la scienza e basta. Giustamente la scienza rifiuta ogni qualificazione confessionale o ideologica. L’accettazione o meno di una tesi, che aspira alla scientificità, dipende solo dalle prove razionali e dalle corrispondenze tra le implicazioni della teoria con la realtà osservabile.

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Bibbia e poesia, di Valentina Calista. David Maria Turoldo: tra poesia e liturgia

David Maria Turoldo: tra poesia e liturgia

di Valentina Calista

(Il testo è tratto dallo libro monografico di prossima pubblicazione Valentina Calista, La salmodia di David Maria Turoldo: uno studio interdisciplinare, Delta3Edizioni, 2024)

David MariaTuroldo è stato molto devoto al genere innico, ma per comprendere la complessità della sua produzione letteraria bisognerà fare una distinzione tra ciò che è una composizione poetica ispirata ai Salmi biblici e ciò che è un inno vero e proprio destinato all’uso e al rinnovamento liturgico. Per questo, bisognerà affrontare l’analisi letteraria dei testi turoldiani sempre alla luce di specifici modelli di riferimento della tradizione biblica, tenendo conto della moltitudine di riferimenti ai testi sacri e delle relative sfumature interpretative dei testi poetici di Turoldo. La produzione poetica di padre Turoldo si può definire una costante lode a Dio e dunque una perenne salmodia. Nella produzione letteraria turoldiana, ricca di impegno sociale e liturgico, il mondo dei Salmi e quello degli inni si intersecano, si intrecciano, si sovrappongono, si uniscono all’universo poetico dell’autore e spesso combaciano: un genere letterario dentro l’altro. Tuttavia, la produzione editoriale degli inni turoldiani sembra separarsi da quella di salmodica, intraprendendo una strada simile ma “altra”. Infatti, le date editoriali delle traduzioni dei Salmi (1973 – 1987) e quelle della produzione innica (1975 – 1989), sono la traccia di questo lavoro che Turoldo ha svolto parallelamente durante agli anni di cambiamento post-conciliari. La produzione innica turoldiana è raccolta nei seguenti volumi: La nostra preghiera. Liturgia dei giorni (Bologna: EDB, 1976; Gorle (BG), Servitium, 2001), tuttora in uso al Priorato di Sant’Egidio a Sotto il Monte, e scritta in collaborazione con i compagni della Comunità del Priorato di Sant’Egidio; Chiesa che canta. Inni sacri e cantici della liturgia delle Ore (Bologna: EDB, 1975); Chiesa che canta: contributo alla liturgia domenicale e festiva: per contemplare e cantare la parola (Bologna: EDB, 1981-1982) e Opere e giorni del Signore. Commento alle letture liturgiche (Cinisello Balsamo: Edizioni Paoline, 1989), in collaborazione con l’amico esegeta Gianfranco Ravasi. Continua a leggere

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Il contrario


Qualunque cosa facciamo, possiamo vederla in un’altra prospettiva. Se mangiamo, possiamo chiedere di nutrirci della grazia; se passeggiamo, di entrare nel Giardino in cui Dio conversa con noi. La vita può essere una cosa e il suo opposto: il giusto, quasi sempre, è nel contrario.

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Carlo Michelstaedter

a cura di Giorgio Stella

 

Le cose ch’io vidi nel fondo del mare,

i baratri oscuri, le luci lontane

e grovigli d’alghe e creature strane,

Senia, a te sola lo voglio narrare.

Ché a brevi fiate nel tempo passato

nel fondo del mare mi sono tuffato.

A dare or la patria all’esule sirena,

la patria a me stesso e all’uomo abbattuto

svelare la via del suo regno perduto,

mi voglio tuffare con più forte lena,

ché ogni uom manifeste le tenebre arcane

conosca e vicine le cose lontane.

Ma quel che già vidi nel fondo del mare,

i baratri oscuri, le luci lontane

e grovigli d’alghe e creature strane,

Senia, a te sola lo voglio narrare.

Monologo di re Salomone, di Francesco Macciò

https://www.youtube.com/watch?v=pwclYoMZOaU&t=23s

da qui

Marcantonio Franceschini, Salomone adora gli idoli (?1697), Genova, Palazzo Spinola

Al tempo della vecchiaia di Salomone, le sue mogli gli

fecero volgere il cuore verso altri dèi; e il suo cuore

non appartenne interamente al Signore suo Dio.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Sulle labbra del mare

«In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”. Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
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Getsemani, di Luca Pizzolitto

La notte dell’uomo nella notte di Dio
nota di lettura a cura di Emilia Barbato

 

La notte dalla quale scrive nel suo ultimo libro, Getsemani edito da PeQuod, Luca Pizzolitto, ribadisce la più antica pena dell’uomo perché “solo i nostri occhi sono/ come volti all’indietro. […] La morte la vediamo noi soli. Il libero animale/ha sempre la sua fine dietro a sé, /e Dio davanti. E quando va, va in eterno/ come le fonti. /Noi non abbiamo mai, /nemmeno per un giorno, lo spazio puro/ (1)

Ciascuno, e prima di ognuno, l’Uno ha conosciuto la vulnerabilità. La perdita, dal Monte degli Ulivi ai nostri giorni, continua a piegarci, a farci provare la gravità di un peso invisibile, la mancanza, quell’atroce sofferenza che non colpisce il corpo ma l’anima. La nostra, quella di Gesù lasciato solo nell’oliveto.  Continua a leggere

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Dal nuovo romanzo


L’amore è un mistero, pensavo. Soprattutto l’amore divino, così distante, a volte, dai sentimenti umani, belli e inaffidabili. Il criterio di discernimento era ancora la salvezza, l’istante in cui si prova qualcosa che ti cambia, quando comprendi, senza paura di sbagliare -: ecco, è questo che cercavo. Finché non accade, inseguiamo dettagli secondari, incapaci di riempire il cuore. Cominciavo ad afferrare meglio ciò che i Padri ci raccomandavano: il ricordo di Dio, la memoria dell’amore. Mi tornavano in mente le sensazioni delle mie passeggiate con don Mario, gli scenari che si aprivano una volta per tutte, i colori e i sapori che s’incidevano nell’anima, per formare una riserva di confidenza e intimità a cui attingere non solo nei momenti più difficili. Pensavo: è questa l’arma con cui affrontare l’armagheddon, lo scontro che richiede la forza invincibile di Dio.

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The Dark Figure – una domanda

(The Dark Figure, 1938, di Federico Castellòn)

di Raffaela Fazio

Una domanda che mi pongo: perché accettiamo cose che non dovremmo accettare? Tutti sappiamo che ci sono situazioni/persone che, se entrano nella nostra vita, mettono a repentaglio aspetti percepiti universalmente come “costruttivi” (ad esempio ? senza menzionare quello necessario, di base, che è l’incolumità ?, la serenità, l’amor-proprio, la fiducia in sé e nel mondo) e alcuni valori rodati (tra cui la trasparenza e la coerenza).
Non parlo qui di un’accettazione “passiva”, dovuta a un atteggiamento di benevolenza (quasi “zen”) o a semplice abitudine/indolenza; mi riferisco all’accettazione di una realtà/persona che noi stessi abbiamo voluto se non addirittura cercato. Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Parto dalla fine.  E adesso di fronte a un fiore di pietra/ così ben fatto scolpito mille e mille anni fa/ non posso trattenere le lacrime,/ e questa è poesia. Sono gli ultimi versi di Viscera, la raccolta di Silvana Kuhtz (Collettiva, 2023). Mi ha fatto pensare ai morti e alle tombe senza fiori, solo con i sassi lasciati pietosamente. Gli ebrei rifuggono la natura che appassisce. I fiori muoiono. Le pietre, restano in eterno. Per altro verso, i fiori senza profumo, mi fanno pensare al piacere della scrittura affrancata dal lettore o che si fabbrica un lettore alla bisogna. Questo è il mistero della poesia che non comunica nulla e dice tutto. Scrivere è appoggiare l’orecchio/ alla morte rubare i discorsi/ che stanno sulla strada e nelle viscere.

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