Lo stato dell’arte. Caterina Davinio

Per rispondere alle tue domande bisognerebbe prima mettersi d’accordo su cosa sono per noi l’arte e la poesia. Posso solo dire che, per molti della mia generazione di “boomer”, la scelta di fare “arte” significava, così ci siamo illusi, fare la scelta di non integrarsi, di non essere funzionali a un “sistema” che si voleva distruggere o almeno cambiare profondamente. Da qui anche i contenuti, i materiali alternativi, le modalità aperte, l’inclusività di tante esperienze artistiche. Questa fase si è chiusa negli anni Novanta. Qualche eco ha allungato le sue propaggini fino al 2010, poi è come se un mondo intero fosse tramontato e tutto ciò oggi appare alquanto ingenuo.
Artisti e poeti nascono in larga misura integratissimi, sono ambiziosi e competitivi, non sono critici nei confronti del sistema editoriale e dell’arte, ma disposti a ogni sorta di compromessi pur di entrarvi. L’entourage di alcuni editor di successo farebbe invidia a una cena di Arcore.
Che riescano o meno, carriere che fanno di te qualcun altro, qualcosa che deve piacere ad altri, ma per te invece è brutto, sono comunque una sconfitta.
Il problema sono la professionalizzazione della poesia e l’evoluzione del gusto del pubblico.
La platea di consumatori si è allargata: da appassionato e in certa misura esperto, il pubblico si è trasformato in consumatore generico. Continua a leggere

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Massimo Morasso su “Gli spostamenti del desiderio” di Raffaela Fazio – tre poesie scelte 

Nel leggere “Gli spostamenti del desiderio” (Moretti&Vitali, 2023) di Raffaela Fazio, la radice del piacere consiste nel fatto che quasi tutto in questo libro dà conto di un’intensità. 
Mentre lo leggiamo, sezione dopo sezione, capiamo sempre di più, e con sempre maggior consenso, che c’è, in atto, una tensione spasmodica fra il desiderio di spoliazione e la desiderante tensione fisica, incarnativa, della parola-viatico della “enorme materia del vivere” (come Giancarlo Pontiggia dice bene in bandella).
Ricaviamo così il senso drammatico e febbrile, che direi inevitabilmente fraterno, che ci sanno dare i libri nei quali lo stile riesce a farsi testimonianza credibile di una vicissitudine interiore.

 

Il regno doloroso, di Paolo Valesio

di Graziella Sidoli

Nota introduttiva a Il regno doloroso, di Paolo Valesio (Viareggio, Diaforia, 2024; edizione originale: Milano, Spirali, 1983).

 

Condensare in poche parole il panorama polimorfo di questo ampio testo non fa giustizia alla sua complessità. Si apre, questa nuova edizione, con un’avvertenza editoriale nella quale si dice che il libro “viene riproposto nella sua integrità e forza linguistica e in toto come romanzo ‘disallineato’ per forma e contenuti.” Cosa che in effetti osserva anche Valesio nelle sue note diaristiche in fondo al libro: non c’era un tentativo di allinearsi a movimenti o scuole. Il “disallineamento” è per questa lettrice, l’originalità di quel romanzo di cui mi sono innamorata nel 1983. Continua a leggere

Lo Stato dell’arte. Giuseppe Vetromile

Parlare di arte, di creatività e quindi di poesia, oggi, potrebbe sembrare ridicolo se non addirittura anacronistico, nel senso che la maggior parte della gente si meraviglierebbe non poco, considerati i problemi più “seri” che attualmente la coinvolgono (lavoro, precarietà, sicurezza, salute, ecc…). La società attuale è molto cambiata, forse peggiorata (anzi, sicuramente, senza il “forse”) per quanto concerne la libertà di pensiero, la qualità della vita, sia singola che di coppia, l’ambito lavorativo che non offre più né certezze né stabilità, e per tanti altri aspetti troppo numerosi per poterli elencare qui. Un generale appiattimento, dunque, una sostanziale declassificazione dei valori fondamentali, unita anche ad un impoverimento culturale abbastanza diffuso, ha contagiato, anzi inquinato, la cultura in generale, relegandola in meri ambiti commerciali o di facciata, perdendo linfa vitale, qualità, originalità, capacità di indagine e di studi approfonditi sul senso della realtà e della vita. Questo accade anche in poesia, dove accanto ad una proliferazione di produzioni poetiche senza filtri critici opportuni, si assiste ad una banalizzazione della materia poetica (fatte naturalmente le dovute eccezioni!…). Nonostante tutto ciò, la Poesia non muore e non morirà. Come tutte le altre espressioni artistiche, se perseguita e attuata con serietà e competenza, la poesia costituirà sempre una delle poche opportunità, per l’uomo, di dichiararsi tale: uomo che cerca di comprendere il creato, di capire sé stesso e il suo ruolo in seno alla natura, tentare di dare un senso alla propria esistenza. E indicare, con la poesia e l’arte, la via giusta per la redenzione, la libertà, la pace, l’amore. Non fa niente che questi siano ormai dei concetti utopistici: l’importante è il tentativo asintotico di avvicinarsi quanto più possibile a questi: la Poesia è questa tangente all’infinito.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 9

Per evitare la ripetizione di due che o di due perché i nostri narratori ricorrono spesso a il quale e a giacché, nella convinzione di soddisfare così il bisogno di variatio.
Pia illusione: anche che e il quale, anche perché e giacché sono ripetizioni.
Bisogna variare la struttura della frase evitando filze di relative e di causali, non cercare scampo nella sinonimia, con esiti ineluttabilmente goffi e ingenui.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

«Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove»

 

« In quel tempo, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».[Mc 4,35-41]

« …se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove»  [2Cor 5,17]

Fino a quando si resta in prossimità della riva, non si corrono grandi rischi. Tutto è garantito dalla vicinanza della terraferma, su cui è facile poggiare i piedi e sentirsi al sicuro. I problemi nascono quando si passa “all’altra riva”. Continua a leggere

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Il re travestito, di Claudio Magris

di Antonio Sparzani

Sopron, Ungheria occidentale, città vecchia


Nel 1986 Claudio Magris pubblica, con Garzanti, Danubio, la cronaca di un suo viaggio con amici, lungo e articolato lungo il grande fiume, dalle sue sorgenti (un po’ misteriose) alla foce nel Mar Nero. Forse molti l’avranno letto, io l’avevo letto a pezzi e ora lo sto rileggendo con più calma e ne apprezzo assai di più tutti i multiformi contenuti, che toccano tutta la letteratura mitteleuropea, fatta di nomi assai noti e di altri assai meno noti, ancorché, a dire di Magris, molto validi.
Il libro è organizzato in nove grosse sezioni, ognuna delle quali suddivisa in più o meno brevi capitoletti. Non voglio recensire il libro, che sarà appunto ormai assai noto, e che rivela una conoscenza vera della cultura, della storia e delle letteratura della Mitteleuropa del tutto eccezionali. Voglio semplicemente copiare qui per voi uno di questi brevi capitoletti (una pagina e mezza a stampa) che mi ha colpito particolarmente e che mi pare adatto a un blog come il nostro glorioso LPELS. Siamo nella sezione Pannonia, che significa poi Ungheria e la cittadina di Sopron, in cui si svolge la vicenda narrata, è vicinissima al confine con l’Austria e alla cittadina famosa austriaca di Eisenstadt. Sopron dista vari chilometri dal Danubio, ma poco importa. Ecco il testo:

Il re travestito

La malinconica e simmetrica dignità degli edifici absburgici
di Sopron fornisce una cornice di decoro e di stabilità a
quella lieve incertezza da autostoppisti in jeans. Al numero
11 di Templom Utca entro in un cortile, oltre il cancello che
reca una corona di ferro, e salgo qualche rampa di scale. Continua a leggere

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 3

Duemila. La tribù delle storie

Il Silenzio 3.   Quel tasto invisibile, muto

 

   Quando la cura e la malattia coincidono. Quando per esprimersi non ci si accomoda nel territorio ufficiale della conoscenza, non si individua una nicchia prestigiosa da esplorare fino in fondo e da cui emettere argute sentenze; quando invece, rimanendo in bilico tra arte e vita, si sceglie di rappresentare il proprio Io, di confessare il proprio essere al mondo misurandosi di continuo con l’indicibile, senza pretendere vittorie definitive, ben sapendo che comunque, sfrontato o di soppiatto, lentissimo o fulmineo, “fra poco arriverà il silenzio”.  Continua a leggere

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Lo stato dell’arte. Paolo Pistoletti

Sono molto grato per l’opportunità concessami su questo spazio, soprattutto perché la questione posta mi sembra davvero fondamentale. Infatti credo che l’arte, e segnatamente la poesia, sia il luogo ideale per l’incontro con l’Altro-in-sé. 

E in ordine a ciò, spesso, mi ritrovo a pensare a quanto sarebbe bello se tutta la poesia fosse davvero e sempre “poesia di ricerca”. Ma non una ricerca esclusivamente formale, così come oggi, invece, purtroppo, la si intende. Ma una ricerca, continua, di vita

E mi torna alla mente, a questo proposito, l’insegnamento che Eduardo de Filippo rivolgeva ogni volta ai suoi allievi: “Chi cerca la vita trova la forma, chi cerca la forma [invece] trova la morte”.  E poi, ancora, l’altissimo monito di Marina Cvetaeva: Come posso io, poeta, e cioè creatura dell’essenza, farmi lusingare dalla forma? Mi lascerò lusingare dall’essenza, e la forma verrà da sola. E viene. E non dubito che verrà” (da Il poeta e il tempo, p. 44).  Continua a leggere

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Frammenti di Cinema # 77

di Pasquale Vitagliano

Il prof.  Hunham (Paul Giamatti) in The Holdovers – Lezioni di vita (2023) di Alexander Payne rinnova una figura carismatica del cinema. “Bisogna cambiare il punto di vista per comprendere davvero il mondo”, questa è la lezione di un altro insegnante, il prof. Keating (Robin Williams) de L’attimo fuggente (Dead Poets Society) diretto nel 1989 da Peter Weir. A differenza di Robin Williams, Paul Giamatti non ha bisogno di salire sul banco per indicare ai suoi alunni una visione diversa da quella che diamo per scontato. Il prof. Hunman, infatti, è strabico e involontariamente ci suggerisce che per capire il mondo ci vuole uno sguardo obliquo. Il carattere catartico del rapporto con il docente, tuttavia, era stato messo già in discussione da Richard Brooks con Il seme della violenza. Inaugura la linea del conflitto docente-alunni dagli esiti (quasi) sempre edificanti che ritroviamo in Pensieri pericolosi (1996) di John N. Smith, che racconta la storia vera di LouAnne Johnson, ex marine e insegnante in una classe californiana molto complicata. In Italia questa classe viene collocata in un carcere minorile nel film di Marco Risi Mery per sempre del 1989.

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Ospite

Dio non si occupa solo delle grandi cose, ma anche delle minime. Dimentichiamo spesso di ringraziarlo per il tempo, per una coincidenza inaspettata, per un senso di pace che ci invade all’improvviso. Ospite dolce dell’anima, ci visita.

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Lo stato dell’arte. Maurizio Soldini

La poesia oggi

Nella prima metà degli anni venti del XXI secolo

Oggi, superate le secche della svolta di Secolo, in qualche modo segnata dalla sciagura dell’attentato alle Torri Gemelle, avvenuta l’11 settembre del 2001, in questa prima metà del Ventennio del XXI Secolo iniziata con una tremenda epidemia che ha comportato milioni di morti nel mondo e ora devastata da una crisi mondiale legata ai conflitti russo-ucraino e israelo-palestinese, che rischiano di portarci sull’abisso della terza guerra mondiale con lo spettro di una guerra nucleare, da una parte, e col pericolo, dall’altra parte, che si ripeta ben altro Olocausto, tra l’altro provocato proprio da chi lo aveva subito nel Secolo passato, dovremmo chiederci a maggior ragione, ripetendo quello che aveva avuto modo di dire il filosofo Adorno dopo Auschwitz, se oggi, dopo quanto sta accadendo, «Scrivere una poesia sia un atto di barbarie». Allo stesso modo, anche Salvatore Quasimodo, nel 1947, nell’immediato dopoguerra, scriveva questi versi, presenti nella raccolta Giorno dopo giorno, versi successivamente divenuti di dominio popolare, ispirati dal Salmo 137 della Bibbia («Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre»): Continua a leggere

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