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Lirico terapia. Attilio Bertolucci


La neve


Come pesa la neve su questi rami

come pesano gli anni sulle spalle che ami.

L’inverno è la stagione più cara,

nelle sue luci mi sei venuta incontro

da un sonno pomeridiano, un’amara

ciocca di capelli sugli occhi.

Gli anni della giovinezza sono anni lontani.

Che relazione c’è tra la neve, l’amore e il tempo? Attilio Bertolucci  ci lascia una domanda che non può non coinvolgerci.

Lirico terapia. Luciano Erba


Gli anni quaranta

Sembrava tutto possibile

lasciarsi dietro le curve

con un supremo colpo di freno

galoppare in piedi sulla sella

altre superbe cose

più nobili prospere cose

apparivano all’altezza degli occhi.

Ora gli anni volgono veloci

per cieli senza presagi

ti svegli da azzurre trapunte

in una stanza di mobili a specchiera

studi le coincidenze dei treni

passi una soglia fiorita di salvia rossa

leggi “Salve” sullo zerbino

poi esci in maniche di camicia

ad agitare l’insalata nel tovagliolo.

La linea della vita

deriva tace s’impunta

scavalca sfila

tra i pallidi monti degli dei.

Lo scarto tra speranze e realtà può essere minimo o massimo. Luciano Erba riesce a renderne, più che la quantità, la qualità, come sempre la poesia.

Lirico terapia. Umberto Bellintani


Fratelli

I poveri morti sono i miei fratelli,

passeggio con loro per il cimitero,

non vi è nessuno che abbia il cuore felice.

Chi ha ucciso, rubato, o disprezzato

in questa vita così fatta per gli uomini;

chi è penetrato nottetempo nel campo del vicino

e ha distrutto le colture, e chi la donna

dell’amico ha condotta a perdizione.

Ma non per questo nessuno v’è che peni;

ognuno soffre la montagna della morte

che gl’impedisce di vedere il proprio figlio

e la sua donna, la casa, il campo amato,

un volto amico, un arnese, umili cose.

I poveri morti sono i miei fratelli,

passeggio con loro per il cimitero,

non vi è nessuno che abbia il cuore felice.

La compassione è uno dei sentimenti più nobili. In questa lirica di Bellintani si tocca con mano il suo spessore.

Lirico terapia. Alfonso Gatto


Torneranno le sere

Torneranno le sere a intepidire

nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri

la luna in alto s’alzerà dal mare

e nella piena dei giardini il vento

fitto di case, d’alberi, di stelle

passerà per la grande aria serena.

Torneranno nel sogno anche le voci

delle famiglie illuminate a cena,

la rapida ebrietà del loro riso.

 

O finestrelle, pozzi, logge, vetri

attaccati alla vita, allo spiraglio

delle fresche delizie e dei rimpianti,

o luna nuova sulla mia memoria,

tornate ad albeggiare con quel canto

di parole perdute, con quei suoni

struggenti, con quei baci morsi al buio.

Siate la polpa rossa dell’anguria

spaccata in mezzo alla tovaglia bianca.

Tra nostalgia e realtà, certezza e invocazione, “la polpa rossa dell’anguria” è lo scatto di reni della speranza, che già gusta il desiderio appagato.

Lirico terapia. Franco Fortini


 


L’animale

Stanotte un qualche animale

ha ucciso una bestiola sottocasa. Sulle piastrelle

che illumina un bel sole

ha lasciato uno sgorbio sanguinoso

un mucchietto di visceri viola

e del fiele la vescica tutta d’oro.

Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna

di mordere e fulmineo eliminare

dal ventre della vittima le parti

fetide, amare.

Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.

E non è vero.

Il piccolo animale sanguinario

ha morso nel veleno

e ora cieco di luce

stride e combatte e implora dagli spini pietà.

La morale è chiara, ma la poesia dice di più. Siamo lì, anche noi alle prese col dolore e la violenza, con gli opposti di una vita che ci provoca a ogni istante.

Lirico terapia. Elena Clementelli


Da “La breve luce”

XXIII

Scorre nel sangue mio senza memoria

l’estate, arido tempo.

Tutto ha bruciato il cielo

che l’umido riso di marzo apriva a un abbraccio sereno.

Non ricordo la fiorita dei mandorli,

il ritorno della gioia alata sul mondo spento,

il ridesto tumulto delle acque,

il verde inizio della lieve festa.

Torna dal breve esilio la morte eterna,

torna a regnare dal suo trono di terra sulle cose finite.

Tempo di fede e giovinezza non è piú.

Rapido corse amore alla meta bugiarda,

il vento che ingannò le ultime rose

svelò al traguardo il suo artiglio di fuoco.

Lo spegnersi di un amore è un sentimento universale. Il poeta non solo lo prova, ma lo esprime. Come Elena Clementelli riesce a fare in questi versi.

Lirico terapia. Aleksej Stepanovic Chomjakov


Al crepuscolo

Nelle aeree sommità, fra notte e giorno

Ti pose Iddio, quale confine eterno,

Ti ammantò di fuoco porporino

E l’aurora ti dette per compagna.

Quando nell’azzurro cielo splendi

Consumando in silenzio la tua fiamma,

Un pensiero mi assale nel guardarti:

Crepuscolo! Simili a te noi siamo,

Connubio d’ardore e di freddezza,

Lega d’abissi celesti ed infernali,

Fusione di tenebre e di raggi.

Siamo fatti di luce e d’ombra, lo sappiamo. Ma il poeta lo dice meglio.

Lirico terapia. Rafael Alberti


Quando me ne andrò da Roma

                                              a Ignazio Delogu

Quando me ne andrò da Roma,

chi si ricorderà di me?

Lo si chieda al gatto,

lo si chieda al cane

e alla scarpa rotta.

Al fanale perduto,

al cavallo morto

e al balcone ferito.

Al vento che passa,

al portone oscuro

che non ha casa.

E all’acqua corrente

che scrive il mio nome

sotto il ponte.

Quando me ne andrò da Roma,

si chieda ad essi di me.

Solo il poeta sa ascoltare e parlare alle cose, che si ricordano di lui. Rafael Alberti ci lascia un esempio memorabile di questa verità.

Lirico terapia. Adolfo Casais Monteiro


La parola impossibile

Mi hanno dato il silenzio per serbare dentro di me

la vita che non si scambia con parole.

Me l’hanno dato per serbare dentro di me

le voci che solo in me sono vere.

Me l’hanno dato per serbare dentro di me

l’impossibile parola della verità.

Mi hanno dato il silenzio come una parola impossibile,

nuda e chiara come il fulgore di una lama invincibile,

per serbare dentro di me,

per ignorare dentro di me

l’unica parola senza travestimento –

la Parola che mai si proferisce.

Chi non si riconosce, in qualche modo, in questa ricerca della “Parola che mai si proferisce”? Siamo fatti per scoprire la profondità di ciò che siamo, al di là del rumore, nel silenzio.

Lirico terapia. Giovanni Testori


Vita e morte

[…] Un giorno qualcuno sarà profeta di vita;

a me non è stato possibile.

A me è stato possibile solo dirvi questo:

riunite la morte alla vita,

riunitele

o su di voi scenderà solo e per sempre lei,

la morte fattasi oggetto,

la morte fattasi cosa…

Riunitele,

ve lo chiedo dalla mia fine

e dal mio inizio:

riunitele.

Allora il cerchio si ricomporrà

e con il cerchio il senso,

l’infinita pazienza dell’essere,

la sua giustizia, il suo significato.

Riunitele così, vita e morte,

com’è accaduto a lei,

come sta accadendo a me,

in un bacio,

nel bacio che vi do.

Pietà per la mia insipienza,

pietà per il mio povero, incapace amore.

Pietà, popolo che m’ascolti,

pietà di me, di voi,

e poi luce, infinita giustizia, carità, perdono…

Testori ci ricorda che solo l’unione degli opposti rende ragione dell’umano. Un mondo che rimuove la morte avrà sempre il fiato corto. Una provocazione anche per noi.

Lirico terapia. Bartolo Cattafi


Inquilini

Sbatter di porte

girare di chiavi nella toppa

morti nel vostro letto

dietro le vostre porte

e morte intermittente

entrare e uscire

mani irose impazienti

al pomo delle porte

passi

i nuovi arrivati

con valigie e fagotti

con otri di vento

inquieti portatori

di mistero nelle stanze

a voi morti a voi vivi

con filo ritorto appunto

speranza e fiducia

chiedo clemenza

creature del mio piano

a metà o del tutto

interrato.

Cosa succede in un condominio? Quali stratificazioni di eventi, anche drammatici, la storia registra, magari a nostra insaputa? Solo il poeta può restituire spessore a un’umanità dimenticata.

Lirico terapia. Nelo Risi


Da “Pensieri elementari”

Il contromemoriale

VI

Il coro dice “lo prevedevo”.

Tutto facile, sì, tutto scritto

ben chiaro ma con il sangue

con il mio seme

con le mie lacrime

e con l’aiuto dell’altro

anche nel bene.

Quello che si dice “il senno del poi”. Ma il poi si costruisce con il prima, spesso con dolore, faticosamente. Nelo Risi ce lo ricorda con questo “pensiero elementare”, ma non troppo.

Lirico terapia. Alessandro Parronchi


A quel filo di luce

A quel filo di luce

che filtra nella camera fugando

i fantasmi notturni


a quel filo di luce

che rivela a chi giudica il tormento

d’una realtà più vasta

 

a quel filo di luce

che non trova più cuori in cui specchiarsi

né in tanti volti un solo sguardo vero

 

a quel filo di luce

che vagola in riflessi tra le molte

costruzioni dell’ombra

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Lirico terapia. Mario Luzi


Questa felicità

Questa felicità promessa o data

m’è dolore, dolore senza causa

o la causa se esiste è questo brivido

che sommuove il molteplice nell’unico

come il liquido scosso nella sfera

di vetro che interpreta il fachiro.

Eppure dico: salva anche per oggi.

Torno torno le fanno guerra cose

e immagini su cui cala o si leva

o la notte o la neve

uniforme del ricordo.

Perché è così difficile la felicità? Perché è così esposta al fallimento, in modi a volte incomprensibili, sottili? Come, dove cercare la salvezza? E esiste una salvezza? La poesia domanda, il lettore cerca di rispondere, talvolta per tutta una vita.

Lirico terapia. Rocco Scotellaro


La luna piena

La luna piena riempie i nostri letti,

camminano i muli a dolci ferri

e i cani rosicchiano gli ossi.

Si sente l’asina nel sottoscala,

i suoi brividi, il suo raschiare.

In un altro sottoscala

dorme mia madre da sessant’anni.

Morto d’infarto a trent’anni, Rocco Scotellaro è stato pubblicato postumo. Le sue poesie, nate da un impegno civile intenso e tormentato, portano con sé un incanto che tocca corde intime nei lettori sensibili. Lasciamoci raggiungere dalla sua voce.

Lirico terapia. Vittorio Sereni


Di passaggio

Un solo giorno, nemmeno. Poche ore.

Una luce mai vista.

Fiori che in agosto nemmeno te li sogni.

Sangue a chiazze sui prati,

non ancora oleandri dalla parte del mare.

Caldo, ma poca voglia di bagnarsi.

Ventilata domenica tirrena.

Sono già morto e qui torno?

O sono il solo vivo nella vivida e ferma

nullità d’un ricordo?

Qual è il confine tra la vita e la morte? Cos’è che ci fa sentire vivi e cosa, invece, ci spegne? Sereni, come sempre, coinvolge il lettore nelle sue domande.

Lirico terapia. Margherita Guidacci


Tre campanule bianche ad Annarosa

Poiché il fiore era falso ma la pietra era vera

ci concentrammo sulla pietra:

spigoli scheggie macchie asperità.

Ad essa ci aggrappammo, la stringemmo

negando ogni altro scampo.

Pure, nel fondo della mente, ancora

ritornava un effluvio, un tremolio

di petali leggero – tre campanule bianche

nel cantuccio d’un quadro di Klee.

Noi cercavamo disperatamente

di non badarvi, e sapevamo bene

che ne saremmo morti.

Cosa conta di più, nella vita, la pietra o il fiore? Dobbiamo fare delle scelte, come sempre, ma lasciare fuori la bellezza è un rischio, spesso mortale.

Lirico terapia. Federico Garcia Lorca.

Questo è il prologo

Vorrei lasciare in questo libro
tutto il mio cuore.
Questo libro che ha visto
con me i paesaggi
e vissuto ore sante.

Che pena quei libri
che ci riempiono le mani
di rose e di stelle
e lentamente passano!
Che tristezza profonda
lasciare i pannelli
di pene e dolori
che un cuore porta! Continua a leggere→

Lirico terapia. Salvatore Quasimodo

Forse il cuore

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
Nella notte di pioggia. Sarà vano
Il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo di un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore.

Non è questa la vocazione della poesia? Una parola che resta, dopo l’ennesimo fallimento, dopo ogni sconfitta.

Lirico terapia. Nazim Hikmet


Prima che bruci Parigi 

Finché ancora tempo,mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti sulla bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

È possibile essere, nello stesso tempo, semplici e profondi? In queste immagini di Hikmet sembra non esserci nulla di complesso: perché, allora, l’esito è così palesemente suggestivo? Qual è il segreto dei versi, di tutti i versi che riescono a risuonare nella nostra anima, a toccare le corde del cuore?