Archivio mensile:Aprile 2007

Inventario poetico del nostro tempo – di Nicola Vacca

Inventario poetico del nostro tempo
di Nicola Vacca

“Ora sono seduta e aspetto che venga/la voce a parlarmi a suggerirmi la soluzione/dell’enigma lo scioglimento/difficile se non si trova un capo/ma posso usare le mie parole/e contorcerle a piacimento”. Inizia così il viaggio poetico di Antonella Pizzo nella materia e nell’antimateria del vivente. La poetessa siciliana in Catasto e altra specie(Fara editore, pagine 60. ) decide di inventariare la propria esistenza, catalogandone passato, presente, futuro, affetti e stati d’animo.
Il risultato è un affascinante minimalismo interiore che scava dentro le cose ordinarie di un quotidiano. La Pizzo con grande pazienza cataloga il tempo presente, prestando attenzione all’invenzione che scaturisce dai suoi attimi, piuttosto che alla descrizione dei momenti vissuti. Il minimalismo che troviamo nella sua poesia lascia spazio ad una fertile immaginazione. Alla poetessa non interessa la realtà, ma le sue percezioni. Continua a leggere→

LINGUA E LINGUAGGIO

La novità di Braci fu nella lingua. Parola e concetto allora inusati, e tuttora credo da spiegare e chiarire. Ciò che univa i poeti di Braci (e ciò che unisce ancor più quelli che, chiusa la rivista, hanno continuato con rinnovata fede e rigore nel cammino intrapreso) era non una poetica comune (che sarebbe come dire un’ideologia), ma una lingua.

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La cornice che scompare due volte

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Voglio presentarvi questa pagina di Ernst Bloch (da Tracce, trad. Grazia Boella, Garzanti, Milano 1994). Nella vita è spesso questione di sliding doors. Vi sono poi porte da non aprire che fatalmente ci attirano, ed altre che lasciamo chiuse, di cui ignoriamo i tesori che custodiscono. Se sia più tragico passare accanto alla felicità ignorandola o entrare in una infelicità di tutta la vita non è chiaro. Ma è certo che la vera vita è sempre altrove. E spesso questo altrove è, come qui in Bloch, fiabesco. L’altrove di Rudolf è massimamente vicino e massimamente lontano. Continua a leggere→

Bloc notes. Se la casa è in fiamme. 9

di Giorgio Morale

Mi piacciono i primi caldi.

Per un attimo mi attirano i colori brillanti di un insetto. Il gesto spavaldo di una ragazza che, quando la moto parte, allarga le braccia come per un volo. Lo sguardo che chiede comprensione di una signora in auto che fa una manovra azzardata.

Un ticchettio per strada. Un operaio sospende il lavoro e costruisce un triangolo di sguardi tra lui, me e una ragazza.
“Noi uomini siamo così. Sentiamo un rumore di tacchi e ci voltiamo”. Continua a leggere→

Andrea Leone

Andrea Leone, L’ORDINE – La vita felice, Niebo 2006

«Ci sono soltanto due trascendenze verbali: i teoremi matematici e la parola come arte» (Gottfried Benn, Futuro e presente). L’ordine di Andrea Leone muove da queste due trascendenze per costringerle ad una collisione violenta. Trascendenza del teorema che esibisce il tragico come insuperabile tratto destinale, trascendenza della prosa come arte che brucia il finito nell’astrazione più inflessibile. Sono queste forme di un giudizio inappellabile che investe l’esistenza, illuminandola di una luce livida e insieme aurorale. Giudizio di chi? Non di un io. Andrea Leone è un lirico, ma è forse necessario tentare di definire in che senso lo si afferma. In Andrea Leone il lirismo non è infatti assimilabile alla tradizione che ne ha definito il concetto. I versi de L’ordine non credono al soggetto, al singolo, alla storia. Continua a leggere→

Sentieri dell’anima?

di Pasquale Giannino

Salomè di Franz von Stuck

In quella bolgia di ritmi assordanti e rumori convulsi, i nostri occhi si sono scontrati per pochi attimi eterni di selvaggia seduzione. Ci siamo estraniati dalla moltitudine di pazzi, così, senza parlare. Ci siamo appartati… e hai raccolto il mio calore. Poi ho chiesto il mio whisky, e ti cercavo tra i ruggiti malinconici di quella giungla metropolitana. Ti ho vista dimenarti come una Salomè, in mezzo alla rissosa torma di indemoniati. E io guardavo al mio bicchiere, pensando di esorcizzare quel senso di solitudine che mi squarciava il cuore.

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Il Dottor Divago # 1 Comencini – Morricone

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In primo piano la copertina originale dell’LP della colonna sonora del film Senza sapere niente di lei, di Luigi Comencini, 1969. L’ho rivisto l’altra notte, quel vecchio romanzetto in motion picture, in piena crisi d’insonnia. “In onore di Luigi Comencini”, recitava la didascalia di Canale 5. In piena notte fonda, quando anche l’ora dei vampiri del Dracula cha cha cha di Brunomartiniana antichissima memoria era scoccata da lunga e nera pezza, quando il primo pendolare guaiolante sbadigli cavernosi accendeva il gas per il primo caffè-ricco-mi-ci-ficco, ecco fatto a buonissimo mercato l’onore al vecchio e glorioso regista scomparso, nato a Salò nel 1916 anno di Grazia e ovviamente del Signore, ben dopo le 120 giornate di De Sade e ben prima di quelle del PPP più cinematograficamente insostenibile. Continua a leggere→

SULLA POESIA DI ANDREA ZANZOTTO – di Luigi Metropoli

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SULLA POESIA DI ANDREA ZANZOTTO – di Luigi Metropoli
Il nulla maiestatico e i senhal. Parte I

La ricerca che Zanzotto ha intrapreso con la sua poesia riguarda, nello stesso tempo, la genesi del linguaggio e dell’individuo. L’investigazione si svolge su due piani accomunati dalla loro prossimità all’abisso, al nulla. Il linguaggio si sviluppa dal nulla dando luogo alla separazione delle cose, al principio d’individuazione e in questo separarsi dal caos conserva qualche traccia della realtà originaria. Il cammino verso un ordine simbolico, verso la germinazione della parola, si ottiene solo al prezzo di una inesorabile disseminazione. Si tratta di un’emanazione plotiniana di segno opposto: l’uno iniziale non ha caratteristiche divine, ma si presenta sotto forma di un caos-nulla che perde la propria unitarietà nell’atto dell’irraggiamento. Read the rest of this entry

Un’indiscutibile sensazione di felicità di Lisa Sammarco

(All’Isola)

Piume

Nelle città nuove
si arriva da sconosciuti
bambini implumi
nudi in una promessa di volo.
A sera il quadrato giallo di un lampione
si sfrangia negli ulivi
e fra le crepe dei vecchi muri.
Poi, nella bava di silenzio
S’ incide un segno largo sulla pelle.
Suoni. Voci.
Piume.

Sto camminando in una città che non è la mia. Accade spesso che in questa situazione io mi senta addosso un senso di leggerezza. È un soffio che spinge verso l’alto e sembra sollevarmi per riportarmi ad un altro inizio. Il corpo prende un’altra forma, ridiventa un embrione a cui viene offerta l’opportunità di un’altra nascita. È come se la mia vecchia crosta si crepasse e dalla fenditura si liberasse una creatura alata. Continua a leggere→

L’anima sversa, di Marina Pizzi

*
L’anima sversa

L’anima sversa, l’anima
bastione al convitto di un aquilone
di roccia ossidiana. Là la sillaba
alba di nero in braccio allo scontro
di un comignolo campale senza
proprio nessuna fabbrica nessuna
coccola di rimedio.
*
[da Pecca di espianto, 2007-]

Mezzo lepre

di Emanuele Kraushaar

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L’altro giorno sono sceso di fuori. C’era un cielo bianco quasi nucleare. Ho comprato il giornale e c’era scritto di uno strano essere mezzo lepre e mezzo cavalletta che si aggirava dalle parti del mio quartiere. Sono subito tornato a casa e mi sono chiuso dentro.

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Poesie di Daniele Mencarelli

Pranziamo alla nostra ora,
il caffè di corsa perché è tardi
si sa che gli appuntamenti non aspettano
e se arrivi secondo hai da perderci,
solo un attimo sulla poltrona
su quei cuscini a tue sembianze,
cinque minuti dici al massimo,
sorseggiando dalla tazzina bollente ancora;
io so come andrà a finire
questa scena vista dal principio,
la mano parte a reggere la fronte
il capo lentamente appassire
infine le palpebre distendersi,
ecco, il torpore ti ha vinto
e non ricordo che abbia perso mai,
perché tu sei rimasto quello che eri,
un bambino amante del suo riposo.

(mio Padre) Continua a leggere→

Margherita Guidacci (1921-1992)

a Fabrizio

II

Eppure ogni anno voi tornate,
Santi, pel cuore che vi sa distinguere
contro lo sfondo delle vite che cadono
come questa pioggia dirotta, rovesciandosi
sulla terra che avida la beve,
diluvio dall’inizio del mondo alla sua fine,
attraversando oblique il cielo, linea
incolore di lacrime
fino all’erba del loro riposo.
In questo giorno che pei vivi è solo
la vigilia del giorno successivo
(la pietà della carne, la pietà della polvere
e i crisantemi in attesa
d’essere collocati sulle tombe)
voi tornate col vostro passo certo
e luminoso di pianeti
a rischiarar la pioggia delle nostre
esistenze che cadono
dentro la pietà ma fuori della gloria.
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IL SEME CHE RIMANE – di Francesco Marotta

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IL SEME CHE RIMANE – di Francesco Marotta

(Da Hairesis, 2004 – 2005)

*

Dalla dimora del tempo sospeso. Lettera al figlio

1. Dalla dimora del tempo sospeso

all’estremità delle pupille
dove la stanza sfuma in una mobile nebbia senza fondo
un bambino scruta pensieroso il velo d’ombre
che ricompone il mio volto
in lineamenti febbrili di spina –
sento i suoi occhi ricucire squarci d’orizzonte
e la mia voce che sussurra flebili accenti di saluto
ritornare al suo stupore senza pianto
come una cadenza di gemiti, un groviglio di suoni
che impietosi si arenano nel guado
della sua età breve di giorni – Continua a leggere→

Il gatto

di Luca Tassinari

Uscire dal salotto, e poi dalla casa, mi procura come al solito una piccola vertigine, che accolgo anche questa volta quale indizio della mia esistenza, al pari delle numerose esperienze sensibili che mi connotano: brividi, sussulti, tremori, fitte dolorose, accessi di panico, angosce e terrori di varia natura costituiscono la marca invalicabile di me stesso. Al di qua ci sono io, al di là il resto del mondo, ovvero ciò che non sussulta e non rabbrividisce in me, ciò che con infinita saggezza è ignaro di me. Che io non sia del tutto ignaro di ciò che mi ignora è la prova di quanto poco io sia saggio. Continua a leggere→

Boia di me, di Marina Pizzi

portami il cianuro monastero di ebetudine
il fa al nero rotta io ne muoia
boia di me
meridione dio mignolo
Pollicino nomade di favole
ciancia per dopo per chi mi volle
leggio di gioco coma di amore.

[da Pecca di espianto]

Viaggi di dentro

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di Fabrizio Centofanti

la polvere e i colpi, michelino.
il padre, ancora, davanti a quella porta lo strisciare
dei serpenti, il terrore di un gruppo di bambini
tra cui io, nel bosco,
l’uscita con riflesso di un paterno
sorriso, ed il silenzio:
ginocchioni spingevo le biglie dei ciclisti
e il disco luglio, col bene che ti voglio
nell’acre odore della stanza buona
cassetti lignei di arcane cioccolate,
Manzetti e il vialetto di Pasteur
i sogni di bambino.
il nulla, ancora,
l’alba: a capo chino.

Cattafi Day

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Poesie di Bartolo Cattafi scelte da Luca Ariano & Franz Krauspenhaar

Me ne vado

Un bel giorno me ne vado
sono stanco e stufo
lascio le stanze
i gradini della scala
briciole e cenere
e tutto il resto avanzato
in pacchi e pacchetti
che qualcun altro aprirà.
Sull’uscio una luce
rade il cielo
lo fa calvo concavo orrendo
mi chiudo nel guscio delle palpebre
cammino e incespico
in un pacco in un braccio teso
in un lamento che dice
Non pestarmi col piede
dammi la mano.

(da La discesa al trono) Continua a leggere→