Archivio mensile:Luglio 2024

Charles Peguy e la bambina da nulla

di Gian Piero Stefanoni

“solo i timidi si perdono“

Se il percorso è nel segno della disputa, tra noi e la bellezza, tra noi e la tentazione nella disperante impazienza di uno sguardo che si pensa finito, pure è là, sotto la spinta dei timori e degli affanni la chiave di volta di uno Spirito, che a sapersi rimettere come abbiamo visto con Hopkins, non fa retrocedere.  

Grazia di una tensione nelle cui aperture il futuro è sempre disposto, e libero nelle incarnate aspirazioni del presente, di una creazione che, esposto alle illusioni, esposto ai fantasmi, chiama l’uomo a dirsi nella speranza che non lo fa solo.  Continua a leggere→

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Narratori del Nuovo Millennio – Demetrio Paolin

Nell’appuntamento di oggi incontriamo Demetrio Paolin, un narratore che con generosità rivela la sua esperienza di scrittura come luogo di incertezza e di prova tra mestiere e necessità espressiva.

… inizio con una ammissione, quando Monica mi ha chiesto di scrivere il pezzo, che spero leggerete adesso, ovvero il pezzo che sto scrivendo ora, ho accettato di buon grado, ma infine sono arrivato a ridurmi a scriverlo molti mesi dopo, rispetto a quello che avevo promesso a lei, Scusami!, ma da un lato questa parentesi temporale tra il sì, wow, che bello e la consegna del pezzo in sé potrebbe essere interessante per capire il mio percorso di scrittore e il mio percorso di scritture, perché insomma ho durato tanto tempo, accampato impegni, inventato improbabili influenze, distruzioni del pc prima di scrivere questo pezzo?, perché dovrei ammettere che il motivo principale della mia scrittura avviene sotto il segno della vergogna: provo a spiegare. Spiego: parto da una faccenda che mi è accaduta proprio qualche giorno fa, che quando mi è accaduta mi son detto Ecco questa la scrivo, la sto scrivendo ora; ero a fare una lezione, in una classe non mia a scuola, la collega mi aveva invitato per parlare di Primo Levi, Continua a leggere→

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Letture per e con i ragazzi: Cronache dell’Ade di Mattia Corrente

Ho letto Cronache dell’Ade (Salani, 2024, 304 pagine, euro 15,90), il secondo libro di Mattia Corrente, con illustrazioni di Chiara di Vivona; lo scrittore siciliano ha esordito nel 2022 con lo splendido La fuga di Anna (Sellerio editore) e ha sperimentato, con grande successo, la letteratura per ragazzi.

Leggo. Rido tantissimo, perdo la cognizione del tempo e dello spazio, e ogni tanto mi commuovo.
Mia figlia tredicenne: Ma’, certo che sei strana, ma che c’è in questo libro oh?
Tutto Nico, c’è tutto. Una trama avvincente, dialoghi divertenti, riflessioni profonde ed è scritto benissimo. E poi ci sono degli elementi riconoscibili, che aiutano nella lettura e ti immettono sul sentiero che percorrerai insieme con l’autore.

Cioè?
Hai presente Pollon? (Sì, l’ho fatto vedere anche a Nicoletta e Riccardo). Ecco, ci sono tantissimi personaggi che abbiamo studiato a scuola, letto, incontrato, rivisti in chiave fantastica.

Ossia bella?
No. Cioè sì, Mattia Corrente ha creato personaggi stupendi, con una profondità unica, verosimili, solidi. Fantastici nel senso di fantasy, miti, scenari sovrannaturali (stanno nell’Ade, gli Inferi, l’Inferno). Continua a leggere→

Francesco Marotta, “Da un’eternità passeggera”

Francesco Marotta, Da un’eternità passeggera, Novi Ligure, Joker Edizioni, “I libri dell’Arca“, 2024, pp.99, € 14,00


così risalgono parole
dove fa luce la pena
di sostanze in tacita
pelle d’ombra –

è luce
il non detto che lontana
in disperate finzioni,
allegorie di veglia,
fragili tracce
immiserite
sopra margini di fiamma,
in tutto simili
a un ritrarsi d’ala
davanti al picco
che domina
franate radure del linguaggio

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 4

Duemila. La tribù delle storie

Il Silenzio 4.   Ti guardo. E ti sento

 

    La domanda parte da una dichiarazione di poetica, concentrata in un’azione e in un rigo: “Lei ha definito così l’arte del teatro: un uomo attraversa silenziosamente uno spazio vuoto mentre un altro lo guarda. Può raccontarci qualcosa dei suoi incontri con gli artisti e il pubblico?”. 

   La domanda è posta ad un regista, Peter Brook, che ha segnato in profondità la storia del teatro (con incursioni anche nel cinema) dalla seconda metà del ‘900 fino ai nostri giorni; e che di fronte ad una platea studentesca racconta le sue esperienze senza sussiego, senza offrire oscure ricette, senza proclamare verità definitive. Ascolta e parla; e nel dialogo, si entusiasma o si raffredda a seconda dell’interesse suscitato dai quesiti o dall’interlocutore. Quattordici ore di conversazione, su svariati argomenti legati al mondo dello spettacolo, raccolte e sintetizzate in un libro, Tra due silenzi, la cui struttura, pur organizzata in capitoli, sostanzialmente – ed è un merito – rincorre la parola, le riflessioni, i racconti di Brook, segue la scia dei suoi ricordi e dei suoi insegnamenti, restituendo per quanto possibile la libertà di confronto fra il regista britannico e gli studenti dell’università americana di cui è ospite. Continua a leggere→

Capiremo


Abbiamo spesso l’impressione di perderci: la storia, dentro e fuori, assume facilmente l’aspetto di un caos. Eppure il Signore ci conduce, come una guida esperta in territori impraticabili. Solo alla fine capiremo che , senza di Lui, non saremmo mai arrivati.

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Lo stato dell’arte. Matteo Veronesi

Forse la poesia italiana non è mai stata come oggi (neppure in periodi di grande fermento e mutamento, come negli anni Sessanta) nettamente divisa, fra un lirismo di ascendenza mitica ed orfica (invero sempre più minoritario o rimosso, in accordo con una secolarizzazione che peraltro è forse inevitabile nella società odierna), uno sperimentalismo che forse non è mai stato altrettanto criptico, cerebrale, a volte incline ad un narcisismo formale un po’ vacuo (come in certi esiti della poesia neometrica) e, infine, una “poesia del quotidiano”, del vissuto, del reale, della “vita vera” nei suoi aspetti più minuti, che può ricordare il diarismo e il prosaismo dell’ultimo Montale senza per questo averne l’ironia desolata ed aspra.
Ma se intendiamo quell’”arte” nel suo senso autentico, forse esso deve essere ripensato recuperandone l’accezione più vivida e originaria, quella del Rinascimento di Bruno e di Bacone  che vedeva una continuità e un complemento fra la Natura che «tractat materiam propriam» e l’Arte, appunto, che «tractat materiam alienam», così che il poeta è artifex additus naturae e naturae interpres.
Il ritorno alla Natura, il bisogno (legittimo) di autenticità, discorso, dialogo, comunicazione, di una poesia che torni a contaminarsi in certo modo con la prosa, a confrontarsi non meno del romanzo con quella che Hegel chiamava la prosa della vita, non dovrebbe risolversi in una sorta di “superstizione del dicibile”; la fuga dalle sottigliezze e dalle rarefazioni dell’ineffabile, o dalla presunta evasività di un analogismo simbolista o ermetico non dovrebbe risolversi né, da un lato, in uno sfrenato e autoreferenziale funambolismo verbale, né, per converso, in una cieca fiducia nella vitalità e nella forza comunicativa che il linguaggio comune – a volte quasi reificato in una concretezza e una quotidianità ai limiti del burocratico e del giornalistico – dovrebbe per intrinseca e nativa magia possedere.
Se l’artista (come dicevano i Decadenti italiani guardando a Leonardo ma prefigurando Rilke) deve “continuare la natura”, trasfondere l’assiduo brusio inarticolato, per quanto denso di significati, della natura – vento animali mare nubi foglie, «fior’, frondi, herbe, ombre, antri, onde, aure soavi», dice Petrarca agglutinando il fertile brulichio della natura con la sapienza dell’artificio verbale – nel linguaggio articolato ed autocosciente, nella coscienza riflessa della parola, allora la poesia (che del linguaggio umano nella sua autocoscienza rappresenta, accanto al linguaggio filosofico – che del resto nel Novecento ha così spesso attinto a quello poetico come sorgente e disvelamento –, il proprio vertice di complessità e di autoconsapevolezza) troverà paradossalmente la massima intensione della propria natura, della propria naturalità, proprio se tornerà ad essere, con limpidezza ancor più traslucida e pura, lo specchio assoluto di se stessa.
Come un piano non euclideo, o un nastro di Möbius che proiettandosi su se stesso non evoca chiusura e tautologia ma piuttosto innesca l’immagine dell’infinito, un vortice di spire intorte e ritorte in cui l’esterno coincide con l’interno e può riversarsi in esso continuando ad aderire a se stesso (il dantesco lume che splende “parendo inchiuso da quel ch’elli inchiude”, prefigurando la “sfera quadridimensionale” della Relatività) – in se stessa, nel proprio occhio che vede se stesso (e il mondo riflesso in se stesso e se stesso riflesso nel mondo), la poesia troverà davvero un “punto all’infinito” che potrà dischiuderle nuovi – ed antichi – cammini.

http://sites.google.com/site/criticaepoesia

Flutto ebbro, di Gottfried Benn

a cura di Giorgio Stella

Flutto ebbro,
macchiato di trance e di sogno, o Assoluto
che mi copre la fronte,
per cui mi cimento,
da cui ho il premio
delle profonde cose
che l’anima sa.

In febbre di stelle
che occhio mai misurò,
in notti, o caro,
che ci scordammo la morte, nell’uno dei tempi,
nel grido della creazione
viene l’unificazione
e porta via passato.

Poi tu da solo
dopo una grande notte,
grano e vino
già offerti,
giù per i boschi,
con i corni vuoti,
torna ai sepolcri
Demetra,

ancor nelle tue spalle
e dentro le tue ossa,
e poi è un’estasi,
un golfo d’azzurro,
di lacrime antico,
da infermità e miseria
un creatore nasce
che ci fa vivere,

che molto sofferse,
che molto vide,
sempre in cammino
lungo le rive
del flutto ebbro
che copre l’anima,
vasto come la digitale
che macchia d’estate i monti.

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Angelo Andreotti, da “L’attenzione”

Foto di Branislav Rodman

a cura di Luca Pizzolitto

Da L’attenzione (Puntoacapo, 2019)

L’indifferenza 

E se per un istante tu guardassi
quegli occhi che nei tuoi cercano indugio,
l’incandescenza di un contatto, breve
indizio del sentirsi a te presente.

Se per davvero ne guardassi il volto
senza saperlo una cosa già vista
coglieresti quella curva, quello spigolo,
quel pianto mite e muto che ha il dolore
quando invisibile muove dal cuore
mostrando il buio, e nel buio il perdersi…

Se soltanto sfiorassi quella vita
certo non per distratta consuetudine,
forse sarebbe tardi, ma nel farlo
l’avresti vista, non abbandonata. Continua a leggere→

La stessa persona, di Antonio FIORI. Recensione di Giovanni Nuscis

Antonio FIORI

La stessa persona

peQuod 2024

Collana Portosepolto

Volume a cura di Luca Pizzolitto

 

Ci sono, nella poesia di Antonio Fiori, delle caratteristiche che ricorrono raccolta dopo raccolta; come il raccontarsi intimamente, il disvelarsi senza infingimenti. Non parliamo naturalmente di temerarietà, di coraggio, ma di altro, di qualcosa di complesso che pertiene alla sua etica, alla sua idea di civiltà, di rapporti umani, di umiltà senza compiacimento; ciò è indubbiamente legato alla sua fede religiosa, e dunque alla consapevolezza di un giudizio finale per il quale dovremo giocoforza spogliarci di tutto, mostrandoci per ciò che realmente siamo. Continua a leggere→

SCIENZA E FEDE: UN DIALOGO POSSIBILE

di Fabiano D’Arrigo


Il 25 gennaio 2018 sulla rivista “Journal for the Scientific Study of Religion” viene pubblicato l’articolo “Perceptions of Religions Discrimination Among U. S. Scientists” dove si dimostra che negli Stati Uniti gli scienziati che manifestano un sentimento religioso sono esposti a discriminazioni rispetto ai loro colleghi che prudentemente si astengono dal manifestarli.

Eppure non c’è una scienza “cattolica” o “protestante”; “socialista”, “nazista” o “laica”; c’è la scienza e basta. Giustamente la scienza rifiuta ogni qualificazione confessionale o ideologica. L’accettazione o meno di una tesi, che aspira alla scientificità, dipende solo dalle prove razionali e dalle corrispondenze tra le implicazioni della teoria con la realtà osservabile.

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