Archivi autore: fabrizio centofanti

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Giorgio Stella. Una poesia

(Don Mario) – l’alce nel cappotto il carnevale stretto – l’orsa maggiore del candelabro sul lavandino perché: ‘qui si amaaaaaaaaa!!!!!!’ – Maiakovsky parlando, parlando in giro di ballo! Lontano dai padri del sud l’orologio fa’ cucù – qualsiasi dolore è somma e sottrazione di una divisione netta nel lordo del macello-bello – “Padre dove sono i lacci delle scarpe?” – ‘puoi camminare anche senza lacci’ – la campana grida alla folla il tocco zen dell’ amata notte di nord’ & il cancro non ha più valore nel canto sopravvissuto all’incanto. (Oggi, notte, Giorgio Stella).

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Principio di coscienza

(M. Chagall)

«Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.

Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.» [Mt 1,18-24] Continua a leggere→

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Isabella Bignozzi su Stefania Bortoli

Recensione di Isabella Bignozzi in L’ASTERO ROSSO

“Corpo _ Spazio _ Parola” di Stefania Bortoli

Arcipelago itaca Edizioni 2025

collana Mari Interni diretta da Danilo Mandolini
con un contributo di Francesca Foscarini e sei disegni di Francesca Raineri

Stefania Bortoli con Corpo _ Spazio _ Parola (Arcipelago itaca Edizioni 2025, collana Mari Interni, con un contributo di Francesca Foscarini e sei disegni di Francesca Raineri) dà alla luce un’opera d’impostazione interdisciplinare: nata da una pratica performativa – un laboratorio di danza contemporanea condotto da Chiara Bortoli, sorella dell’autrice, presso lo spazio artistico Voll di Vicenza – ma anche visiva, ritmica ed emozionale, interiorizzata e ripercorsa attraverso la parola. Tale iter creativo, che avviene precipuamente in notturna “nella camera della Torre”, quando l’anima che raccoglie la sua voce è avvolta nel silenzio e nella solitudine, è tuttavia il frutto dello “spazio di grazia” – come dichiara l’autrice – “che ha accolto tutto l’amore, l’intimità della fiducia e dell’amicizia”. Sorella biologica e sorelle d’elezione sono le compagne di un’immersione nell’ascolto limpido, che riporta a un’identità affettiva e relazionale preminente su ogni altra: “Siamo quello che amiamo, desideriamo e condividiamo”. Continua a leggere→

Nota critica per Urbana di Vincenza Salvatore

di Francesco De Girolamo

Urbana è un romanzo durissimo e atrocemente lineare, che segue senza vacui pietismi il percorso di due anime segnate dalla vita a tal punto da non potere nemmeno sperare di sfuggire al proprio destino di sofferenza e distruzione, intimamente collegato, ma di diversa natura.
Il primo, quello della donna il cui emblematico nome dà il titolo al romanzo, inizia da un’infanzia, in parte raccontata, in parte facilmente intuibile per i tratti che l’Autrice ci fornisce senza entrare in dettagli, di precocissima violenza e degrado, di tossicodipendenza, prostituzione e conseguente malattia, cui nessuno, assolutamente nessuno, non una famiglia, non un’istituzione ipoteticamente preposta a tutelare una simile realtà, tenterà nemmeno lontanamente di dare un sostegno, di progettare un possibile rimedio di recupero. Continua a leggere→

Un libro

C’è un libro che tutti dovrebbero leggere. Non è la Divina Commedia, è un libro sconosciuto ai più, diciamo quasi a tutti. Perché, allora, è importante? Proverò a spiegarmi.
Viviamo ai bordi di un tempo che ha fatto di tutto per perdere vita: nichilismo, edonismo, manipolazione delle menti, pubblicità che invade ogni angolo dell’esperienza quotidiana. La perdita d’identità è il salario di chi lavora in ogni istante contro sé stesso, di chi è costretto a pensare e ad agire attraverso emozioni primitive, a un livello subumano. Dire che ci si guarda in cagnesco è fare torto ai cani, che sono sicuramente più gentili. Come ci siamo ridotti in questo modo?

Abbiamo dentro un sogno: tornare a essere noi stessi, al senso della vita. No, il libro non è “Uno psicologo nei lager”, di Viktor Frankl, che resta un’opera che cambia. Sbocciare ad Auschwitz non può che definirsi un miracolo.

Ma qui tutto è più a portata di mano. È l’io che torna alle origini, che ricomincia a credere. Ad avere fiducia. Se non ritornerete come bambini. La felicità è la loro, è di chi ha appreso a tornare come loro. In questo tempo di disperazione la felicità è di chi spera. Di chi avvista un fiore che sboccia nel deserto. In questo tempo di odio e di violenza la felicità è di chi ama. Di chi va oltre il primo impulso di rifiuto. Il libro, dunque, non può essere che questo: “Credo, Amo, Spero”. Per chiunque desideri scoprire perché siamo al mondo.

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Ritorno

Scendono verso casa
piaghe che grondano campane
e lini insanguinati,
dopo l’esilio incontro alla pianura
un tempo abitata con i figli,
ora deserta nella neve,
scendono fino ai lazzeretti,
pregano in un sudario
per la pelle malata del fratello
dietro grandi finestre
nel vento che sbatte notte e giorno,
a questo inferno che l’anima capisce
nutriti da un lungo sentiero
nell’ombra inorridita e fredda,
loro lo sanno che stupore afferra
cuori rapiti a un Golgota improvviso.

*

I figli

Perché non durano le madri
e i figli sono un transito muto
ponti, contrade che hanno solo vento,
i figli durano fino alle madri
e poi trascorrono, si scolorisce
in loro questa parola semplice,
la vita, nella penombra
dove saranno allontanati.
Perché si perde il viso delle madri,
il viso dura fino al cuore dei figli
dopo non batte, non respirano
hanno quell’invisibile nel cuore,
i figli.
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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 52

Autofiction

Negli ultimi anni si contano ormai a dozzine gli autori italiani di varia statura che si cimentano col genere dell’autobiografia romanzata (da Antonio Moresco a Walter Siti, da Aldo Nove a Emanuele Trevi, da Eraldo Affinati a Edoardo Albinati), i più persuasi che la celebrazione e lo squadernamento dell’io anagrafico in tutta la sua voyeuristica oscenità possa di per sé conferire all’opera un plusvalore in termini di mordente e carica espressiva, quasiché la letteratura s’identificasse fatalmente con la deprecata letterarietà e dunque non si desse verità e autenticità fuori dalle coordinate del cosiddetto “vissuto”.
Nulla di più illusorio giacché
a) come dovrebbe esser noto, la letterarietà costituisce il proprium dell’arte della parola, ergo non è né evitabile né vitanda, ma buona o cattiva (qui si pare la nobiltà dell’artefice);
b) la coincidenza più o meno plenaria della voce narrante con la persona fisica dell’autore non muta il rapporto lettore-testo, essendo il patto che ne è all’origine sempre e comunque di natura finzionale;
c) non esiste conato o furore antiletterario che non si grammaticalizzi in letterarietà;
d) fino a nuovo ordine verità, immediatezza e sincerità non si ottengono per grazia celeste o di genere: si conquistano tramite calcoli e artifici tra sofisticati e sofisticatissimi, in difetto dei quali — autofiction o non autofiction — la pagina perde non solo verità, immediatezza e sincerità, ma spessore e ragion d’essere.

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 3

Il Cibo 3. Dolce da morire

Potremmo partire dalla sovracoperta, che riproduce un olio di Federico Zandomeneghi: una giovane signora della buona borghesia con un cagnetto in grembo, una bevanda sul tavolino accanto a lei – siamo tra Otto e Novecento –, impugna a due dita con estrema delicatezza una zolletta di zucchero, che forse finirà nella bevanda o forse tra le morbide fauci dell’animale domestico. Il sottotitolo del volume recita: “Come le cose dolci hanno trasformato la nostra salute e il pianeta”. Continua a leggere→

Dario Bellezza

a cura di Giorgio Stella

Non si vedrà per tutto l’inverno
il mio ragazzo venire dal lattaio
con la busta del latte da mezzo litro:
tutti penseranno che il radicato
nel mio cuore aspetta malato
che io arrivi con la busta in mano.

Non si vedrà per tutta la primavera
il suo ritorno; le lacrime invano
scivoleranno dalle mie guance:
tutti penseranno che mi ha lasciato
solo nella mia grande casa.

Non si vedrà per tutta l’estate
la sua abbronzatura cittadina,
ma al mare uguale ai più tranquilli
e solitari ragazzi lo immagineranno
silenziosamente disteso sulla sabbia.

Non si vedrà in autunno alcuno
bussare alla mia porta marroncina:
tutti mi guarderanno con tristezza
perché questa è la stagione dei morti.

*

Ma non saprai giammai perché sorrido.
Perché fui il pedante Amleto
della più consolatrice borghesia.
Perché non ho combattuto il Leviatano
Stato che vuole tutto inghiottire
nella macchinosa congerie
della sua burocrazia inesorabile.

Ora mi nascono le unghie come ai morti.

Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Letizia Dimartino

Pregare in solitudine: dolore e poesia

Se il poeta di oggi sceglie di uscire dalla solitudine, a me accade di immergermi in ció che la tempesta emotiva vuole fortemente, così che la tensione non mi fa sentire il senso di esclusione.?”L’apparire” non esiste nella mia vita, le rime nascono in un processo convulso, come unica e vera esigenza per esprimere sensazioni forti. Il defilarmi fa maturare lo scrivere, il gesto quotidiano, atto di autoaffermazione e rielaborazione, si fa spesso rituale del sentimento: è così che al corpo mi rivolgo, un corpo che comanda, nella sua geografia purtroppo realmente sofferta. Sento che il mio è un rapporto intenso tra poesia del corpo e poesia dell’anima, rapporto che si intreccia, di continuo, al vivere la casa e le cose che la abitano – creature della mia vita chiusa – in gesti abitudinari.?E se fuori la città vive e cambia, io, nella mia bolla intatta, scrivo ció che “vedo”, senza rapporti relazionali, in una assenza che mi procura desiderio della realtà da tradurre in versi. Un giorno dell’81 dissi che il mio vero desiderio era avere talento letterario. Ero in auto e il mio futuro marito mi ascoltava. Eravamo sotto i balconi barocchi della nostra città, decorati con maschere e facce a volte irriverenti. Era un pomeriggio sereno. E io ero battagliera. Ma sapevo anche che non avrei raggiunto niente. Che si trattava di un pensiero inutile. Poi tramontò sui palazzi grigi, in fondo alla via in salita. E mi scordai. O forse no Ed è in una notte di insonnia che scrivo. La prima poesia della mia vita. Con lo strazio necessario. Il mattino dopo continuo. Continua a leggere→

La luce nella stanza, di Luca Benassi

Luce necessaria

Abbiamo bisogno di luce. Si tratta di una necessità che coinvolge la Storia che sembra evolvere a una velocità alla quale non riusciamo a stare al passo e con esiti imprevedibili. Sono parole da luoghi comuni, si dirà, ma luoghi nei quali viviamo e sperimentiamo, ogni giorno e insieme, paura, affanno, buio. È inutile elencare (nuovamente) le pene di quest’epoca, le guerre, le tensioni sociali, le crisi climatiche, l’avvento misterioso e debordante dell’IA. Nulla di nuovo è sotto sole, quando le nuove paure sostituiscono quelle antiche per le epidemie, le carestie, le invasioni, le guerre (quest’ultime un classico intramontabile). Eppure, guardando al passato con le mani protese al futuro, non si può non pensare come la Storia (il progetto della Storia) volga a un bene anche quando questo passa attraverso la sofferenza, il mutamento, la morte. Per illuminare questo bene abbiamo bisogno della luce. Veniamo da un secolo (il XX) dove l’arte e la poesia hanno lucidato il dolore come l’argenteria di casa, hanno coltivato il culto del buio, hanno preferito la disgregazione, amato l’incomunicabilità, coccolato l’oscurità. Abbiamo percorso il primo quarto del XXI dove è esplosa una luminosità abbagliante e ingovernabile, attraverso la proliferazione di comunicazioni, social, feed, video, post, scroll, termini che indicano una bulimia di stimoli, immagini, suoni, parole, reali e irreali, artificiali, veri e falsi a un tempo in maniera indistinguibile. L’oscurità caleidoscopica e luminosa ci ha accecati. Abbiamo gli occhi chiusi.
La luce di cui abbiamo bisogno è quella lieve che svela pian piano il senso delle cose, mostra la natura, trasforma le ferite in feritoie dalle quali passa per mostrare i volti e il cuore.
In questo spazio proveremo a condividere questa luce e lo faremo in maniera multimediale, nella consapevolezza che la poesia e l’arte passano attraverso strumenti e condivisioni anche molto diverse fra loro.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “Natale” di Giuseppe Ungaretti

Dicembre è il mese che culmina con il Natale: la nascita di Gesù, che si fa uomo per la nuova alleanza con gli uomini, nei giorni che superano il solstizio d’inverno per aprirsi alla speranza della ciclica rinascita della natura. Anche il Natale, come le altre festività dell’anno, può essere pensato, organizzato, vissuto in modi diversi – e in molte situazioni differenti: personali, familiari, sociali, storiche. Benché in Italia il Natale sia per molti una festa di gioia familiare, non bisogna mai dimenticarsi di chi non lo può, o non l’ha potuto, vivere con le nostre opportunità.
Voglio citare e ricordare qui un film e una poesia. Il film è Joyeux Noël (2005) di Christian Carion, e racconta un evento dimenticato dalla storia ufficiale: una tregua natalizia spontanea in uno dei fronti della prima guerra mondiale, dove soldati tedeschi, francesi e scozzesi fraternizzarono tra di loro, celebrando insieme – lume d’amore nella tragedia – la nascita di Cristo.
La poesia è invece Natale di Giuseppe Ungaretti, datata 1916 e inclusa nella sua maggiore raccolta, Allegria di naufragi. Sono i versi dolorosi del poeta-soldato che porta sulle spalle il macigno della “grande guerra”: versi essenziali e nitidi, con cui Ungaretti squarciò definitivamente il velo della greve eredità petrarchesca che ancora gravava sulla nostra poesia (prima che lo stesso poeta, da fine anni Venti, ne imponesse una nuova, parimenti greve e reazionaria).
Leggiamo insieme: “Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade”. // Ho tanta stanchezza / sulle spalle. // Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata. // Qui / non si sente / altro / che il caldo buono. // Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare”. Ospite a Napoli dell’amico letterato Gherardo Marone, Ungaretti visse quel Natale nello sciogliersi dell’intimità domestica, nel silenzio che lo portava a ritrovarsi. E a rivivere il calore della vita.

Ritratti in/versi, di Silvana Leonardi

di Francesco De Girolamo

Ritratti in/versi di Silvana Leonardi è una raccolta di calligrammi dedicati a 29 figure femminili della storia letteraria e artistica internazionale e a un uomo, nel suo eteronimo femminile.
I calligrammi sono componimenti poetici che si sviluppano su un testo che prende, nella sua struttura dei versi, anche la forma di un disegno, di un’immagine stilizzata, non necessariamente in relazione, per ciò che rappresenta visivamente, con il tema del testo poetico.
Ebbero inizio nella cultura ellenistica, nel IV e III secolo avanti Cristo, e nella lingua greca presero il nome di “technopegnie”. Si diffusero poi anche nella poesia latina prendendo il nome di “Carmina figurata”.
Questo particolare tipo di poesia, pur essendo sempre stato praticato nelle diverse storie letterarie, anche le più antiche, è stato poi ripreso in tempi più recenti dall’avanguardia, nella cosiddetta poesia visuale e concreta. Continua a leggere→