Quello che si può dire di Revolutionary Road, il film, in rapporto a Revolutionary Road, il romanzo da cui è tratto, è già tutto nella seguente frase, profetica in qualche misura, di Tommaso Pincio.
A proposito del tragico fallimento del progetto di riscatto esistenziale della coppia protagonista della storia, costituito dal salvifico, ingenuo Viaggio A Parigi, Pincio, nel 2003 scrive:
La brillante idea, che inizialmente sembra restituire una parvenza di armonia e ottimismo, non farà che esasperare i problemi e condurre la coppia verso un finale da tragedia in piena in regola, un finale che anticipa di quasi mezzo secolo cose diventate oggi materia comune di prodotti hollywodiani, genere American Beauty.
E infatti. Sei anni dopo queste parole, Sam Mendes, proprio il regista di American Beauty, firma la versione cinematografica del romanzo di Richard Yates.
Ma commette un errore.

Propongo in lettura un breve racconto, tra realtà e finzione, nel quale può riconoscersi una discreta fetta di lavoratori alla prese con l’attuale crisi. Una crisi le cui ragioni affondano in un passato da favola neanche troppo remoto.


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Questa volta Francesca Mazzucato è andata a Budapest, dove ha conosciuto i libri di Imre Kertèsz. La scrittrice bolognese è sempre alla ricerca di luoghi che la ispirino, la riscaldino, le diano il la per continuare l’avventura della sua vita, la scrittura. Francesca l’ho conosciuta di persona una sola volta ma conosco bene la narratrice. Essa ama raccontare, anche soltanto di se stessa, di quello che la sua persona proietta dovunque la vita la porti. E forse non per narcisismo ma perché a un certo punto la Mazzucato ha capito che per soddisfare la sua passione per la scrittura doveva soprattutto fare leva su se stessa, sul proprio personaggio, reale o immaginario che fosse. Questo la calma, la fa stare bene, e allora le bastano carta e penna, il tavolino di un bar, e il piacere è assicurato.
La neoscienza di cui Franco Arminio è inventore e scienziato, profeta e studioso, scriba ed esegeta, adepto e praticante si chiama Paesologia: “ essa consiste essenzialmente in una forma d’attenzione. È uno sguardo lento e dilatato, verso queste creature che per secoli sono rimaste identiche a se stesse e ora sono in fuga dalla loro forma”. 