Archivi categoria: Poesia

La parola ai poeti. Maria Elena Danelli

Non saprei da dove iniziare a raccontarmi, se non che la prima poesia che scrissi fu quando avevo 6 anni.
Nacque da un sogno o propriamente da un incubo e non trovai modo migliore per scrivere ciò che mi accadde nel mio sgomento di bambina, e questo fatto osmotico di realtà-sogno mi accompagna da allora, non solo nella poesia ma anche nelle mie espressioni artistiche (le mie visioni mi accompagnano lucide, dando allo sguardo l’aspetto finale di ciò che mi visita nell’intuizione). A volte mi sembra di aver già vissuto più volte.
Nel mio sentire non mi spaventa l’idea della Morte, perchè penso che essa ci accompagni costantemente legata al senso della Vita, che sento come un fermento pulviscolare inesauribile, in cui la fiducia e l’abbandono a qualcosa di più grande mi pervade.
Questo senso armonico mi concede di sentirmi uno strumento affinchè le parole mi visitino e diventino inchiostro, una forma di contemplazione.
L’idea che la Vita si sviluppi in tutte le sue molteplici sfaccettature, abitando forme e sensibilità insospettate, e che esista una poesia che cerca di avvicinarsi alla meraviglia, all’incanto, all’effimero e caduco, mi ammutolisce.
Come può l’essere umano scegliere costantemente i conflitti, la distruzione, quando basta un potente teleobiettivo per vedere i crateri della Luna, o gli anelli di Saturno?
Le orbite dei pianeti attorno al Sole – che viaggia nello Spazio – e che per forza di attrazione lo circondano seguendo la sua traiettoria, descrivono un ipotetico fiore gravitazionale, ciascuno secondo la propria natura, e l’inconsapevole bellezza della conchiglia che ripete la successione di Fibonacci o il canto degli alberi che nel loro mutismo – alle nostre orecchie – cantano il mistero del Tutto, a volte mi riempie di una sensazione indescrivibile che si traduce in una fitta al cuore.
Parte di questo sentire diventa la mia scrittura. Che affiora e si traduce anche nel dialetto dei miei genitori, il Milanese, uno scavare in ciò che si è sedimentato negli anni, dato che ormai mi sono madre e figlia.

Qui una piccola scelta tra i miei inediti. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Adriano Engelbrecht

Grato a Fabrizio Centofanti per l’invito e la sollecitazione rivoltami, provo una possibile riflessione sull’agire poetico afferente al mio percorso artistico.
Sappiamo: non esiste una risposta univoca alla domanda “cosa è la poesia”.

La “voce” che aggiungo – del tutto personale – è solo un breve contrappunto alla complessa polifonia dell’interrogazione contemporanea. La poesia è moto, scaturigine, è irruzione al mondo. È l’emergere da l’oscuro e, al contempo, il suo stesso dissiparsi. Perpetuo, ciclico. La poesia è respiro che si avvia al canto; parola vivente, parola corpo, parola che si dice, parola che si ascolta. Come la voce, si origina da un profondo di cavità ventre, umidore, fiato, sterno, battito, gola, varco. Dietro, all’indietro: misteriosa architettura di equilibri fonetici, il più delle volte enigmatici. In questa accezione è per me un atto fisico, in moto, vibrante e dunque ri-sonante. Il suo manifestarsi, rendersi udibile, o il suo scriversi, de-porsi, è sosta: un fermo temporaneo che si attua, si cristallizza, per poi riprendere la sua erranza, il suo cammino, nel suo mistero.
Non ho mai relegato la parola poetica al solo atto intimistico della lettura: per quanto fondamentale sia questo passaggio, ritengo di necessaria importanza l’ascolto dei versi, il loro sentirli e, di conseguenza, dirli, cantarli.
“Im spätrot schlafen die Namen” (Paul Celan).
Mi piace pensare che nel “rosso tardo” celaniano dormono i Nomi, in attesa della loro nominazione: una chiamata, forse un “far cantare l’appartato circostante”. Non tanto un invisibile, quanto piuttosto ciò che semplicemente non si rende sempre manifestamente visibile ai nostri occhi. O udibile. Nel frastuono dell’odierno, nell’abitudinarietà di un inquinamento acustico che ci sovrasta, bisogna acuminare l’orecchio e percepire ciò che molto spesso è sommerso, nascosto o distrattamente sfuggito. L’inascoltato. Prestare attenzione. E, ancora una volta, è il magistero di Celan che viene in soccorso quando afferma che la poesia è “un meridiano: una linea ad un tempo verissima e inesistente che indica una direzione attraverso molti territori. Su questa linea a ciascuno è data la possibilità di tracciare il proprio cammino verso quel sapere e quel sentire che appaiono sempre più lontani da chi è assediato dalla civiltà del rumore e del fatuo, e in essa si perde”.

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 1

Il luogo dell’invenzione letteraria è non già il macro, ossia il plot e la polpa del pensiero sotteso (se così fosse, La critica della ragion pura di Kant o L’origine delle specie di Darwin sarebbero oggetti estetici di gran lusso e, per converso, Murphy di Beckett o Dans le labyrinthe di Robbe-Grillet non più intensi e profondi d’un elenco telefonico), bensì il lessico, la sintassi, il ritmo, i nessi tra le parole e il loro ordine, la tessitura dell’immagine, la capacità di dar pathos e anima a un gesto, a un dato paesistico, alla descrizione d’un volto o d’un interno, in modo che tutto, tutto concorra alla globale connotazione.

La parola ai poeti. Eleonora Nitti Capone

Cos’è la poesia? 
La poesia è uno dei modi di far cantare all’anima ciò che di reale esiste nella vita. È il mio cuore  che dall’interno del petto s’affaccia, sente la vita più vera e si domanda: “che cos’è?”, e lui ne canta  ed io ne scrivo. E questo canto è figlio del silenzio, la poesia è il fiore del silenzio. Essa è sincero tentativo, attraverso una tessitura sapiente di parola scritta-parola letta,  parola pronunciata-parola ascoltata, di condividere con gli altri un livello più autentico  d’esistenza. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Nadia Chiaverini

Gent.mo Fabrizio

ti invio alcune  poesie dal mio ultimo libro “Sull’orlo della gioia” Terra d’ulivi edizioni 2022 ed un paio inedite.

Ho incontrato la poesia già da adulta,  nell’età di mezzo, (che è stato il titolo della mia prima silloge, pubblicata nel 2004) , mi ci sono affacciata  in punta di piedi,  poi tutto è stato una scoperta, uno studio, una necessità , trovare nel linguaggio poetico un altro sguardo su noi stessi e sul mondo. Una poesia “onesta”, che affronta un percorso  interiore in verticale,  profondo, sulla psiche, sull’ombra per arrivare ad una consapevolezza di sé, ma  anche un ponte di ascolto e incontro con l’altro. E’ una ricerca non priva di lacerazioni, di mancanze, in questo percorso labirintico intriso di memorie ancestrali, contaminazioni,  perché “il buio è necessario e il nulla non esiste”  Continua a leggere→

La parola ai poeti. Tommaso Meozzi

Cos’è la poesia, per me, ormai non lo so più. Ricordo però cos’era, o meglio, ricordo i primi versi che ho scritto: “meravigliosa assenza/ ecco, io ti prenderò per mano, e poi sarò ricordo./ Come un fiore non colto/ e il prodigio presso quel fiore”. Aveva dunque a che fare con un’assenza. Avevo sedici anni, e io sentivo questa assenza che apriva in me un vuoto, e anche un senso di infinito. Era lo stupore, di fronte all’infinito del desiderio che in me scoprivo? Era il tendere verso una mano paterna, rassicurante? Era la linea del viso di mia madre, come nelle scene iniziali di Persona di Bergman?
E insomma io scrivevo i miei versi su fogli bianchi, poi sul computer, e sognavo di distribuire questi fogli agli amici, ai vicini di casa – un po’ lo facevo anche – inondando tutti con la luce della mia “meravigliosa assenza”.>Mi sembrava che tutti dovessero ascoltarmi, che io fossi il profeta dell’assenza/essenza, mentre gli altri si affaccendavano con cose inutili perché non vedevano. Ricordo che una volta mia nonna aveva una badante che casualmente venne a sapere delle prime poesie che avevo pubblicato, probabilmente La superficie del giorno (2010). Le chiesi se lei scriveva mai poesie. Era una persona dolce, e allo stesso tempo composta, forte. Mi rispose: “No, sai, la vita ha più a che fare con la prosa.“ Questa frase allora mi sembrò l’ennesima conferma della mia superiorità emotiva e intellettuale, anche se in quella voce c’erano una forza e una tranquillità che toccarono qualcosa dentro di me. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Marina Gogu Grigorivna

[Il testo non è stato sottoposto a revisione]

idea di poesia per qualsivoglia giornale o intervista 

“All passports”: non so se avete mai indugiato di fronte a delle scritte doganali, ma ecco io certune li ho proprio interrogate; se dovessi dire qualcosa di fermo sulla mia poetica – ecco, ciò che succede in quel instante: “tutti passaporti alcuni passaporti…” la narrativa del incasellamento, l’ho si è dovuto subire é il numerare degli eventi e nell’ momenti instabili delle loro ipotetiche varianti; si direbbe elencare andandosene a capo piuttosto che viverle, cioè risolvere(?!); tuttavia nel mio caso l’insofferenza al designato ortografico- (e sintomatico del come esso) non ha resistito al reale, spiace ma le pressioni consumistiche/capitalistiche ha smashiato il tempo di dedica implicito. Vedere di conseguenza il riformista nei miei versi scritti in Italiano(?), e percepire come incomprensibili è normale e il classico atteggiamento di fronte all’ ibrido; poiché questo considerò sia il corpus linguistico che vengo ad adoperare.  Continua a leggere→

La parola ai poeti. Giulio Mazzali

“Cos’è la poesia, e come nasce un tuo testo?”. Mi è capitato spesso, durante incontri e presentazioni, di ascoltare domande simili. Risposta? Ammessa l’impossibilità di proporre una definizione univoca di cosa sia poesia, l’autore di turno chiarisce di poter parlare solo di “sé”, della sua esperienza compositiva, di cosa la poesia abbia rappresentato e continui a rappresentare per la sua storia personale. Dramma della “lirica” direbbero i più esperti, e certamente non nuovo. 

      “La poesia è poesia quando porta con sé un segreto”, confessa in un’intervista del 1961 Giuseppe Ungaretti, che messo alle strette sui meccanismi soliti di composizione, ammette sospirando che “si fa poesia non pensandoci, perché occorre farla”; un’idea giunta inaspettata ci tormenta, spinge a un lavoro di scrittura e riscrittura che varia da caso a caso in base a logiche ora di suono ora di significato. Ma anche Ungaretti sull’origine dell’atto poetico è chiaro: se la poesia (intesa come lirica) è sforzo compiuto dal soggetto per esprimere i propri sentimenti, essa dipende dalla “fantasia” e dal “momento storico” di composizione. Scrivere poesia è fare esperienza di sé, relazionarsi al mondo consapevoli che il rapporto con la realtà (fortemente connotata da eventi di diversa natura) non consente solo una conoscenza “oggettiva”, ma permette di scoprire qualcosa di più profondo e altrimenti sconosciuto.  Continua a leggere→

Ghiannis Ritsos, L’altra città

L’altra città

Esistono molte solitudini intersecate – dice – sopra e sotto ed altre in mezzo; diverse o simili, ineluttabili, imposte

o come scelte, come libere intersecate sempre.

Ma nel profondo, in centro, esiste l’unica solitudine – dice;

una città sorda, quasi sferica, senza alcuna

insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,

con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta

da bagliori di segnali sconosciuti. In questa città

da anni dimorano i poeti. Camminano senza far rumore, con le mani conserte,

ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,

questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati

dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle, inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Quintuplice ferita non rivendica/ il capo incastonato nel carminio/ d’un vivo, enfisematico suo vanto. Chi pensa che la poesia debba essere facile, stia lontano dall’ultima raccolta di Diego Riccobene, Larvae (Arcipelago Itaca, 2023). La deriva della poesia verso le diabetiche sorprese dei cioccolatini qui è del tutto arginata. Anzi, ci troviamo di fronte ad una convinta restaurazione della parola e della sua complessità. Ma subito mi domando, nella mia costante vigilanza dialettica, fino a quale limite questa difficoltà può spingersi? Ammesso che un limite alla difficoltà debba esserci. Rinsaldo con il malleo,/ incorporando a organici convogli/ le maschere deposte sugli avelli,/ contubernali a incàvo come falde/ di albugine divelta.

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La parola ai poeti. Claudio Pagelli

Brevissima riflessione sulla poesia

Cosa sia la Poesia rimane un mistero.

Scintilla divina? Insopprimibile istinto del cuore? Bellissima finzione?

Conosciamo l’etimologia, “Poesia” significa “creare” e già non è poco.

Conosciamo, bene o male, la storia della Poesia, dalle origini ai giorni nostri.

Conosciamo le strutture, le regole, i versi liberi, gli endecasillabi – in buona sostanza: la forma.

Poi c’è la polpa nuda, quello che conta davvero, insomma – la Poesia in gola, nel sangue, negli occhi di chi la legge, nelle mani di chi la scrive.

Molte definizioni sono state tentate – fra tutte scelgo di citare, facendola in qualche modo mia, quella di Wislawa Szymborska

La Poesia – ma cos’è mai la poesia? Più di una risposta incerta è stata già data in proposito. Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano.

Claudio Pagelli

La parola ai poeti. Antonio Francesco Perozzi

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A una definizione ontologica della poesia, che la stabilisce in essenza, platonicamente, una volta per tutte, preferisco una prospettiva intersoggettiva e pratica. Intersoggettiva: la poesia, la scrittura, esiste all’interno di un sistema di relazioni; i suoi codici, la sua tecnica, la sua pregnanza sono continuamente esposti e ridiscussi. Pratica: mi sento più a mio agio in una dimensione che non postula rigidamente le proprie possibilità e che cerca invece di scoprirsi mentre si fa, che agisce contro-intuitivamente e in una zona di interazione (anche conflitto) tra un progetto a priori (che è, o cerca di essere, anche intellettuale) e un’esplorazione in fieri, aperta. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Davide Galipò

Per una letteratura transmediale

Non è possibile separare i casi letterari dai contesti che li hanno prodotti: prendiamo Infinite Jest, di DFW, sarebbe stato impensabile prima dell’ascesa di internet. O anche Sulla strada di Kerouac, non sarebbe stato possibile scriverlo prima del boom economico. Stessa cosa per La vita agra di Bianciardi o Fratelli d’Italia di Arbasino. La grande letteratura è lo specchio del tempo che l’ha prodotta.

Quando un gruppo di ragazzi e ragazze decise, negli anni ’50, di prendere uno zaino e di fare l’autostop sulle strade del deserto statunitense, di bere il peyote e di provare la benzedrina, andando contro le leggi del pubblico decoro e fuggendo dalle proprie famiglie, realizzò, di fatto, uno stile di vita in controtendenza con quello imposto dalla società dei consumi. Quando DFW cominciò a ricevere l’attenzione del pubblico, scriveva racconti e reportage per diverse riviste già da diversi anni e – dopo il successo di critica e pubblico – nella famosa intervista per «Rolling Stone» a David Lipsy nel 1996 dichiarò: «Era la prima volta che la nostra generazione veniva bombardata da tutta quella roba» riferendosi alla grande quantità di stimoli a cui era stato sottoposto fin da ragazzino. Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Carla Saracino

Credo nella poesia come forma di imminenza ed esperienza di attesa. Uno dei suoi contatti, dei  più duraturi accordi, è con l’infanzia, che rende visibili i sensi e offre spessore alle apparizioni,  conferendo loro memoria di realtà. Alla prima parte della vita dobbiamo molto, perché in quel  precipuo tempo il linguaggio, con i suoi molteplici aspetti e funzioni, non ha ancora compromesso  l’integrità delle visioni, le quali sono pura vigilia sulla lancetta di ogni potenzialità. Nella vita adulta  questo stato di trepidazione va sfumando, il quotidiano s’insinua coi suoi continui assalti eppure  qualcosa di allora resta: nel guardare, nell’andare in fondo, nel non disattendere sé stessi. In quel rimanente, in quelle preziose macerie, va raffinandosi la vita. È da lì che ha inizio ogni  compimento.   Continua a leggere→

La parola ai poeti. Paolo Castronuovo

All’Industriale si studia poco italiano. Sono tutti numeri, formule, parentesi e radici quadrate. Leggi della fisica, condensatori, curve. Non c’era uno spazio per la poesia meno in qualche occhio assopito in treno o nel corridoio nascosto, dove cappe di fumo ci strangolavano in un abbraccio collettivo di amicizia. Fu così che cominciai a scrivere, agli inizi della scuola superiore dove ero il più grande di tutti. Non sapevo nulla della poesia, e dopo tanto tempo ancora meno. Scrissi due libri orrendi. Il secondo conteneva anche il primo. Retorica, sgrammaticatura, acerbità. Tanti punti di sospensione. Crebbi e rinnegai i due testi. Il terzo tutt’oggi continua ad essere una genialata rozza e cruda, lo tengo. E poi via di nuovo con la poesia: la protesta, il cannibalismo, l’ossessione dei dettagli. Dopo l’amore, il sesso, la follia, la malattia nascosta, l’illusione spacciata per illuminazione. Ciò che della poesia ho definito. Solo dopo tanto tempo la calma, la chirurgia della parola, la mano ferma. L’apertura totale, l’annullamento del “tu” imminente racchiuso in una trilogia da compattare. La dittatura del verbo e io sul trono di un eremo a cui nessuno bussa.

La parola ai poeti. Andrea Leone

Credo che la nota dominante dell’infanzia sia il sentimento di eccezionalità, la percezione dell’eccezionalità ovunque e costantemente. L’eccezionalità del mondo, di ogni cosa, l’eccezionalità di una canzone, l’eccezionalità di una persona, l’eccezionalità di un certo luogo, l’eccezionalità di una certa giornata, di un certo oggetto, di un certo gesto, di una certa atmosfera, di una certa parola, l’eccezionalità della propria stessa identità, e così di seguito, insomma l’eccezionalità in sé (si potrebbe sostituire la parola eccezionalità con molte altre).

Poi, però, a un certo punto, nell’età adulta, una simile visione (direi forse un simile dono) viene persa quasi completamente e tutto improvvisamente appare scontato, banale, normale, normativo, regolare e comune, per non dire squallidissimo e miserabilissimo. Si passa cioè dalla categoria dell’eccezionale a quella del naturale.  Continua a leggere→

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La parola ai poeti. Antonella Pizzo


Queste sono solo delle considerazioni personali riguardanti il mio rapporto passato e presente con la poesia. Alle superiori Foscolo mi attraeva. Leggendo il sonetto del suo autoritratto non faticavo a rappresentarmelo, riuscivo a immaginarlo come una persona reale e con precise caratteristiche fisiche. Nel sonetto si descriveva come un uomo non comune, ardito nell’aspetto, che vestiva semplice eletto, dal largo petto, schietto, con i suoi atti, passi ratti, vizioso e virtuoso, che correva appresso al suo cuore, con tutto il mondo avverso, un uomo inquieto, che credeva che solo la morte avrebbe potuto dargli riposo e fama. Per me scriveva dei sonetti magnifici, aveva scritto In morte del fratello Giovanni, il carme Dei sepolcri, si interrogava sul significato della morte, sul legame tra vivi e defunti, e nello stesso tempo era mondano, scriveva alla nobile amica caduta da cavallo e risanata. Non era uno sfigato come Leopardi. Mi pare abbastanza chiaro che per la poesia, a parte Foscolo, non avevo una grande predilezione. Tutte a memoria, odiavo quelle lunghissime e barbosissime piene di termini astrusi e desueti. In seguito sui banchi costretta a studiare Montale, Saba, Ungaretti, i soliti del programma scolastico. Amavo invece i romanzi e saccheggiavo la biblioteca civica della mia città. Come tutti amavo i cantautori, Guccini, De André che cantava Non al denaro non all’amore né al cielo ispirandosi all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master della quale sconoscevo l’esistenza. Insomma io e la poesia praticamente due sconosciuti. Continua a leggere→

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