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La parola ai poeti. Giuseppe Ligresti

La poesia cos’è se non l’atto perpetrato su un polmone; un carcinoma terminale – diagnosticato pressoché a natale – che riporta all’origine la parola.
Non stiamo qui a disquisire sull’Io, sul Tempo perduto o ritrovato (ci ha pensato già Proust, per tutto questo), sugli inganni dell’editoria, delle gare senza vincitori, affrontate senza bombe e senza cannoni, dei concorsi dei vinti.
Non saranno le rime, la brutta copia di un Leopardi, nemmeno il vernacolo da osteria, ad accorciare le distanze, a resettare il vuoto generazionale; e per dirla tutta nemmeno l’ossessione per questo sempiterno “amore” che impregna migliaia di pagine, di libri mai letti, che poi, in fondo, ci chiediamo:

C’è ancora l’Amore?
Cristo è Amore?
Ragazza, tu sei l’Amore?
e l’alcol?
Prendimi, esaltami ed io sarò morto, o meglio, risorto.
Ed io sarò l’Io pensante, onnisciente,
diverrò la Parabola nuova
per la bocca di mia madre
o per la tua bocca sempre uguale, per me, per tutti,
per chiunque voglia amarti.
Credimi, scopami,
ed io sarò te in un momento di privata agonia.
Scava con dolci graffi il cuore
e poi di eiaculazione sarà la stanza piena.

Una poesia editoriale, a volte eucaristica, più spesso sensuale, quando avremmo voluto solamente la leggerezza di un verso sdentato, sessuale, un foglio che non mostri culi e tantomeno falli, una rima morta. È già abbastanza fallica questa vita senza poesia, abbastanza anale questa poesia senza vita. Riaggiorniamo il penultimo passaggio, con le viscere che tendono ad urlare, con i versi che tendono a boccheggiare, con i martiri che credono ancora di leggere domani la nuova raccolta di Salvatore Toma o di Dario Bellezza.
Evadiamo dall’attimo finale con la messinscena del significato quando basterebbe appena il significante, basterebbe contorcerci la mano, amputare quella “stella a cinque raggi”.
Questa poesia ingrata agli occhi del passante, derisa, sbeffeggiata, trovi sempre all’angolo del bar o un po’ più in là, sulla linea trascendentale che porta al cesso, qualcuno che ti dice: ” be’ sì, la poesia, però, perché non scrivi romanzi? Caro Hopper avresti dovuto recitare Recine con la Berma, così come tu Jebeleanu, anziché raccontarci del “Sorriso di Hiroshima” avresti dovuto marcare a vista Gerd Muller.
I ragazzetti che studiano ancora a memoria Ungaretti mi fanno pena, come pena mi facevo io studiando a memoria “Breus”. Questa poesia italiana così poco navigatrice e assai santa mi relega ad un cantuccio, in compagnia dei ragazzetti e delle ragazzette che non studieranno certo Boccaccio, solo quel Dante “maledetto”.
All’unisono, battiamo il “gong” e riportiamo al paese la Parola, l’ostentazione per il piacere di un verso spezzato, la viltà di riconoscersi uomo.

La parola ai poeti. Stefano Bottero

(John Cheever)
che sia la convalescenza o l’alcol o le luci di questa
stanza, il suo isolamento, il calore dei suoi
termosifoni, mi sembra –

la poesia come voce di animali investiti.

movimento egressivo del respiro, ultimo – in cui convergono in maniera paradossale l’essere definitivo e, ancora, seriale. tutto questo significa fondare l’atto estetico come un gesto ritmico, rimico, del tutto simile alla dipendenza eppure dato una volta soltanto. unico gesto – libero dall’essere «persona», dall’avere un peso, traiettoria, modo di camminare.
significato che accade nel corpo, che si «attesta» dentro come l’idea che il gas sia rimasto aperto, quando già la metropolitana è nel punto in cui la rete non prende e il buio intorno spalanca il vuoto mentale.

non sto parlando di ascesa. una distanza che si abbrevia – venire meno, qui, delle dita, verso il nero. latrato che si spegne dopo l’incidente –

dopo, ricordo.

Filippo D’Eliso, “Lì un tempo fioriva il mio cuore”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Filippo D’Eliso, Lì un tempo fioriva il mio cuore (RP Libri, 2020)

Conosco Filippo D’Eliso come musicista, poeta e uomo di cultura, e posso dire che raramente ho trovato un autore che sapesse esprimere con altrettanta intensità e direi quasi compresenza molteplici sfaccettature di una stessa sostanza artistica. I versi raccolti nella silloge Lì un tempo fioriva il mio cuore lo dimostrano. Qui il vissuto dell’autore si riversa mediato dal filtro della sua vocazione umanistica e della sua competenza di compositore, accompagnandosi a risonanze cosmiche che echeggiano la sua passione per la fisica.

Leggiamo ad esempio i primi versi di Miserabili pellegrini:

Miserabili pellegrini
di un universo ignoto
vaganti nel buio
della notte amica
in cerca di verità
nel cosmo dissanguato
dalla cieca cupidigia
di mani insensibili
ai dolori
delle umane genti
occhi selvaggi
bagnano
l’asfalto grigio
strade vuote.

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La parola ai poeti. Angelo Airò Farulla

Forse mi sbaglierò, ma avendo ormai perduto lo scranno dell’arte letteraria per eccellenza, credo che si riaprirebbe oggi, per la poesia, la possibilità della famigerata “torre d’avorio”, ovvero l’occasione di sottrarsi alle smanie di condivisione con un qualsivoglia lettore, per farsi pura pratica conoscitiva individuale, ascesi tutta rivolta verso i più estremi lidi. 
Il nostro pubblico è Dio, ho già scritto altrove, per sottolineare l’irresistibile tendenza che mi conduce verso il mio stesso naufragio letterario.
La torre d’avorio è sempre anche cella di spleen, in effetti.
Perché, nonostante tutto, non ci è dato balzare fuori dal tempo e raggiungere l’assoluto con un paio di versi, anche se all’origine della scrittura vi è, certamente, come un’inespressa preghiera: vincere la morte.
Ma tutto il percorso si gioca pur sempre nel tempo mortale; per quanto mi riguarda, nell’approfondimento eretico di una certa frase di San Paolo che recita: ora vediamo come in uno specchio offuscato, ma allora vedremo direttamente.
Il richiamo dell’assoluto mi porta ad amare il relativo.
A un dato livello si tratta infatti, per me, di non rinunciare all’abbagliante mondo dei segni e delle figure, e di disobbedire quindi a quella “somma sapienza” che vorrebbe liquidare la realtà della vita come vana illusione; al contrario, senza speranza né timore, affermare la potenza irrefragabile delle apparenze, il loro influsso costante, la necessità della loro esistenza così come l’indelebile segno lasciato nel tutto dal tutto, e sigillare quindi la tragica fragilità di creature, cose, eventi e pensieri alla muta indifferenza dell’eterno.
In ogni caso, avendo come prospettiva ultima la saldatura dell’incondizionato col condizionato, o della trascendenza con l’immanenza (ecce crucem), vi è in tutto questo la promessa stessa del fallimento: scrittura quindi essenzialmente asintotica, la mia, tendente a un punto che non potrà mai raggiungere. 
E questo sarebbe forse già sufficiente.
Perché un poeta vuole scrivere ancora e ancora e ancora, pur avendo in mente un unico luogo finale, l’Africa di Rimbaud, laddove più non si scrive.
Per il momento, la scrittura resta un oscuro avvicinamento al nulla eterno, che si rivolge segretamente a quell’unico lettore analfabeta il cui nome resta celato da sempre alle generazioni della Terra.

Angelo Airò Farulla
20 gennaio 2024
(il Sole entra in Acquario)

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La parola ai poeti. Luca Vaglio

La poesia, in fondo, in tutte le forme in cui è stata, e può essere, concepita, è un modo di orientare il linguaggio e, parallelamente, un modo di pensare, di vedere le cose. E, ancora, è un’occasione per esprimere, o per ricreare, un’esperienza del mondo. La mia prima presa di contatto con questa forma di scrittura avvenne molto presto, a scuola, durante le lezioni di seconda elementare. Si trattò di un’esperienza assai significativa e già capace di agire in profondità, di formare e di trasformare la mia idea relativa alle possibilità di espressione. La mia maestra, Eda Vanni, che si merita, pur a distanza di parecchi anni, un grande grazie, dopo averci insegnato le basi della grammatica, della scrittura e della lettura, l’anno successivo, in seconda elementare, ci fece leggere diverse poesie di Giuseppe Ungaretti, di Salvatore Quasimodo, di Giovanni Pascoli e di altri poeti del ‘900. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Francesco Terracciano

I.
Per quanto sia cosa difficile, e rappresenti anche un pericoloso tranello, potremmo dire che la poesia è il tentativo di dire l’indicibile attraverso l’elaborazione del linguaggio che usiamo, ogni giorno, per dire altre cose.
Dal mio punto di vista, dopo tanti anni, questa sembra ancora l’approssimazione meno ingenua a qualcosa che, per sua natura, è (fortunatamente) indefinibile.
Ungaretti sosteneva: “direi, con modestia, che la poesia è una combinazione di vocali e consonanti, una combinazione, però, nella quale è entrata una luce. È dal grado di questa luce che si riconosce la verità della poesia: quando la poesia è poesia, raggiunge l’irraggiungibile, mette a contatto le parvenze con la sola realtà, che è la realtà eterna”. (1)

II.
“La realtà eterna”. I necessari inciampi, il passo spedito e la corsa lungo la strada bella. Ho ripreso il passaggio di Ungaretti non per cercare una comoda sponda, ma per i concetti di “luce”, “irraggiungibile” e “verità della poesia” che mi sembrano ancora importanti.
Quelle definizioni però, per quanto care, sono legate a un mondo ancora classico -nonostante la complessità degli eventi che l’hanno attraversato- quale poteva essere il Novecento dal suo inizio alla fine; nella società contemporanea, invece, l’individuo vede ridimensionata -se non annullata- la sua partecipazione alla vita collettiva, al punto che l’interiorità sembra essere l’unico luogo confortevole da abitare, anche se implica i corollari dell’isolamento e del cinismo: nulla sembra più adatto dell’interiorità moltiplicata ed esibita, tradita a ogni pensiero, malintesa nell’agire, e i social media ne rappresentano un pericoloso canale di divulgazione anche in poesia.
Oggi assistiamo all’esposizione del soggetto senza più la significazione della soggettività, alla moltiplicazione della poesia dell’io senza che quest’ultimo (e quest’ultima) sussista.
Manca, in altre parole, la possibilità per la parola di essere dimora, di scegliere il suo significato, di aderire al proprio tempo; manca la capacità, per la poesia, di essere sovversiva.
A quel tentativo di definizione che facevo all’inizio, va quindi aggiunto uno spazio del possibile, un luogo dove assumere il conflitto e le scelte che il nostro tempo ci pone davanti. Assunzione di conflitto -o di responsabilità, se si preferisce- sono anche la resistenza e l’opposizione, l’elaborazione, il tentativo di sottrarsi ai meccanismi che immiseriscono l’uomo e lo riducono a una copia, a una griglia standardizzata e obbligante.
Si tratta di atteggiamenti che potrebbero rappresentare una via di uscita dal pensiero dominante e dalla sua prassi, così come da una poesia che ha perduto significato e capacità di evocare. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Laura Boscardin

Seduta nel divano grigio di casa, mi guardo attorno: vedo scaffali pieni di libri, la pianta di aloe che si allunga sopra il tavolo, ascolto le voci delle persone che passeggiano per strada e quando un filo di luce entra timido dalla finestra, mi dico che la poesia è in tutte le cose di questo mondo. Rispondere alla domanda Cos’è la poesia? è una grande sfida. So di essere solo un’umile servitrice, un canale attraverso cui l’energia poetica si innesta e fluisce, è qualcosa di superiore, non nel senso gerarchico del termine, ma in quello spirituale. Credo che la poesia vera si scriva quando si viene chiamati, e quando succede dobbiamo essere pronti ad usare il sangue delle nostre ferite per svelare ciò che vibra e ferve dentro di noi, perché la poesia è luce ed illumina gli abissi interiori più oscuri. La poesia viene da questa necessità che è insieme salvezza e amore. Continua a leggere→

Utopie… e altro ancora, di Vincenzo MURA. Nota di Giovanni Nuscis

 

Descrizioni precise e originali e una forte tensione etica si apprezzano immediatamente nelle poesie dell’ultimo libro di Vincenzo Mura Utopie… e altro ancora; e, non marginalmente, anche la weltanschauung dell’autore, nei cui versi affiora la sua storia personale e quella collettiva, e quel sentimento di finitezza che con l’avanzare degli anni sferra la sfida più cruenta. A non sfuggire è anche il legame forte dell’autore con la sua Isola, in particolare, col villaggio natio, Pattada. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Matteo Pelliti

Rispondo al gentile invito ricevuto da Fabrizio Centofanti di partecipare alla serie di interventi “La parola ai poeti” e, subito dopo aver accettato e aver letto un po’ dei contributi già pubblicati, precipito nel baratro della domanda: “E ora cosa scrivo?”. Quale sia la mia idea di poesia? Forse riproporre le mie poesie scritte nell’infanzia? Oppure le cose ultime a cui sto lavorando? Magari pubblicizzare la collana di poesia giocosa “Frisbee” che ho immaginato e che sta per uscire nei prossimi mesi presso Industria&Letteratura? Dare “la parola ai poeti”, fuori dal perimetro del loro fare poesia, ma anche, spesso, dentro quel perimetro, comporta sempre qualche rischio. Se non altro di tenuta da parte del lettore che si accosti a queste porzioni di autobiografia, o di auto-commento. Quindi? Intanto un’osservazione preliminare: nel novero. Mai come adesso, ma forse è sempre stato così, se già Giovanni Giudici lo osservava in suo intervento sull’Unità degli anni Novanta[1], una delle principali preoccupazioni dei poeti contemporanei pare quello di essere compresi “nel novero” dei poeti contemporanei. Ecco, io vorrei confessare che ho cercato il più possibile di sottrarmi da questa ansia di essere dentro un elenco, un numero, un indice, un’antologia, un albo di abilitati e abili, un gruppo, una corrente, una scuola, una cordata, un cenacolo. Preferisco cercare di captare quel che mi interessa scrivere e come mi interessa scriverlo, con estrema libertà: il foglio bianco è un luogo di libertà, vigilata dai vincoli che mi do scrivendo. Si potrebbe dire che all’aumentare di vincoli aumenta la libertà espressiva. Forse è questo atteggiamento che mi ha portato, alla fine, ad essere incluso tra gli autori dell’OPLEPO, l’omologo italiano dell’OULIPO francese. Il quale dato contraddice, in parte, proprio quello che ho scritto poco sopra (il disinteresse circa l’appartenere a un gruppo, formalizzato o meno che sia). Ecco, la poesia per me è anche il luogo dove sperimentare proficuamente la contraddizione, forse. Continua a leggere→

Mauro Ferrari, Seracchi e morene

a cura di Luca Pizzolitto

Mauro Ferrari, Seracchi e morene (Passigli, 2024, prefazione di Giancarlo Pontiggia).

L’uomo che in fuga dalle raffiche
copre gli occhi al figlio,
la donna che tocca la sponda
pensando d’essere infine,
dopo la traversata
del deserto e del dolore,

salva; i mutilati dal dolore
nel buio in stanze bianche,
il condannato che non sa;
e qui vicino a te l’amico in giardino,
la madre che scende le scale
e il bimbo col suo canto d’innocenza:

contro lo sbriciolarsi insensato
innalzano preghiere
e implorano misericordia
per colpe e peccati incomprensibili.
Ma nulla ferma il martellare cieco.

Allora – e non è poco, forse è tutto –
dobbiamo resistere
amando la bellezza,
crearla se possiamo,
proteggere la sua fragilità
e il vero e il giusto
– gli altri suoi nomi –
tenendo l’asse in equilibrio
mentre tutto vacilla.

(In questo buio e in questo freddo
ho contemplato e serbo in me il tuo corpo
nudo che entrava in acqua sorridente
sotto sguardi inconsapevoli:
perché il segreto è ben riposto
fra gli occhi, che accolgono la vista,
la mente, che comprende,
e il cuore che gioisce: e mai saprai
se la battaglia è vinta o persa,
se l’attimo di luce è un accendersi o uno spegnersi).

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La parola ai poeti. Sonia Caporossi

La poesia è un essudato dolente di sensazioni, che si riversa verso l’alto dalla gabbia dello sterno attraverso i filamenti neuronali dell’intelletto per dare senso al senso e materia all’informe. Per ottenere un tale risultato, un poeta deve studiare, arrabbiarsi, dannarsi con sé stesso e fallire tante volte, definendo, alla fine del percorso, una propria poetica differenziale che possa dirsi autonoma, che insomma risulti propositiva e non sterile.

In tutto questo, lo stile è fondamentale, ma ritengo che incaponirsi su una tecnica specifica generi, in poesia come nelle altre arti, una ridondanza che si riverbera su temi, argomenti e contenuti, instradandoli inevitabilmente verso un unicum a rischio della ripetitività. Questo perché, nella mia personale visione, la poesia è essenzialmente forma e il contenuto, di conseguenza, vi si adatta permeandola come un guanto. Non che sia minoritario o meno importante rispetto alla forma: dico solo che il linguaggio poetico, il quale per sua natura possiede intrinsecamente uno statuto differenziale rispetto alla prosa, si alimenta del principio dell’analogia, che ha bisogno di uno specifico adeguamento tra stile e contenuto per commutarsi in un messaggio comunicabile. Continua a leggere→

20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immane raccolta di merci. È l’incipit de Il capitale di Carlo Marx. E anche le informazioni sono merci. E le informazioni sono parole. Questo è lo scenario nel quale si inserisce l’esordio poetico di Luca Baratta, Hanno ragione i poeti (Eretica Edizioni, 2023). Per sua dichiarazione indica anche il proscenio della sua orazione civile. Il titolo esprime la sua precisa risoluzione.  Il proverbio Navajo in esergo, infine, ne svela lo statuto naturale. I poeti sono nella nostra epoca pari agli uomini “contrario” nella cultura dei nativi americani, gli Heyoka, uomini che erano pervasi dalla presenza del Grande Spirito. A loro, e solo a loro, di fatto dei matti, era permesso tutto. Capovolgendo la realtà ne indicavano l’anima. Come i poeti, appunto. Solo che oggi sono tutt’alto che intoccabili.

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Poesie di Tolentino de Mendonca

[foto di Edward Dalton]

A cura di Luca Pizzolitto

Una poesia è un esercizio di dissidenza, una professione di incredulità nell’onnipotenza di ciò che è visibile, stabile, appreso. Una poesia è una forma di apostasia. Non c’è vera poesia che non faccia del soggetto un fuorilegge. Una poesia obbliga a pernottare nella solitudine dei boschi, in campi innevati, in rive incontaminate. Che altra verità esiste nel mondo se non quella che non appartiene a questo mondo? Una poesia non cerca l’inesprimibile: non c’è uomo pio che, nella concitazione della sua pietà, non lo cerchi. Una poesia restituisce l’inesprimibile. Una poesia non conquista la purezza che affascina il mondo. Una poesia abbraccia precisamente l’impurezza che il mondo ripudia.

(Josè Tolentino de Mendonça)

Da “Estranei alla terra” di José Tolentino de Mendonça (Crocetti, 2023, traduzione di Teresa Bartolomei) Continua a leggere→

La parola ai poeti. Filomena Ciavarella

La parola poetica è stata fin da quando ero piccola l’arma per scavare in profondità nell’esistenza, per dare a me stessa delle risposte alle domande metafisiche alle quali non riuscivo a dare un senso. Mi ricordo che la domenica a sera mio padre mi portava al cinema. Andammo una volta a vedere il film “La Bibbia”, gli chiesi chi fosse dio, perché esiste il male e la morte. Lui mi teneva per mano, mentre camminavano lungo viale Vittorio Veneto del mio paese, mi diceva che non sapeva rispondermi e che ci sono dei misteri inspiegabili nella vita.
Mi ricordo che passavo le ore a voler disegnare in aperta campagna la primavera sul prato, ma il disegno che facevo non era mai perfetto per me e puntualmente  lo strappavo.
Con la scrittura mi sentivo più  a casa, il mio mondo si popolava di anima, il dolore, l’ inquietudine che sentivo cominciava ad avere un senso. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Giacomo Cerrai

L’arte è l’idea che ci facciamo delle cose, dice Michelangelo Pistoletto in un’intervista. Penso che potremmo dire lo stesso per la poesia, per quanto le definizioni di essa siano infinite e per lo più inutili. Ma “farsi un’idea” mi piace, mi piace la costruzione “per sé”, personale, che questa espressione implica. Ed è appunto una questione di pói?sis, il “fare dal nulla” di cui parla Platone nel Simposio. E questo nulla cos’è? Forse quelle “cose” a cui fa riferimento Pistoletto, oggetti, impressioni, sentimenti, dolori, piaceri, azioni, materiali, elementi della natura o dello stesso linguaggio, che in qualche maniera la poesia ricostituisce in un’idea nuova, o in un concetto significativo. O in una, diciamo, possibilità di vedere. E lo fa per connessioni, legami, meccanismi cognitivi, saperi artigianali e magari un po’ di quel talento individuale di cui parlava Eliot. Continua a leggere→

Annarita Zacchi, Poesia e lutto

a cura di Leonardo Gandi

Di Annarita Zacchi (Castelnuovo di Garfagnana 1959-Firenze 2022) sono uscite tre raccolte, Rotte terrestri, Teseo 2013, Voi e lo sparso, Chipiùneart 2015, Utopie del corpo, Arcipelago Itaca 2020. Alcune poesie sono apparse in riviste e volumi collettivi. Del 2012 è la plaquette Lavoro e antilavoro, di cui sono state allestite letture sceniche. Un primo gruppo di inediti, col titolo Papaveri e lattine, è stato pubblicato nel 2022 dalle edizioni Diddo. Quest’ultimo volumetto è il solo ora reperibile sui principali store digitali. Per gli altri si può scrivere a [email protected]. Notizie, immagini e filmati, testi inediti sono contenuti nel sito [email protected]. 

Il testo qui presentato, del 2013, nasce all’interno di una discussione su “poesia e lutto” svolta nel gruppo di autori raccolto intorno a Elisa Biagini, a Firenze. Annarita prende le mosse da un contributo di Andrea Gigli che riflette sul particolare lutto da cui è nata, a suo avviso, la poesia moderna e contemporanea, «quello originato dalla perdita di quasi tutto l’apparato tecnico e formale che l’ha definita per secoli. La funzione catartica non può più essere veicolata da una parola che ha perso il suo essere “canto”, che non è più assunta nei suoi valori fonici, in quel “risuonare nel corpo”, in quella possessione magica necessaria perché tale funzione abbia luogo. Perdita e lutto si associano a un dolore che per ciò stesso appare irredimibile. Il poeta “semantizzato” è integralmente solo, solo nella foresta pietrificata dei significati, e la dimensione della “gioia” omerica (eufrosùne) abbandona pressoché per intero le scritture poetiche della contemporaneità. L’ebbrezza vitale e quella erotica, il dionisiaco, lo stesso stupore estatico di fronte alla morte, cantata perché indispensabile per aprire le porte della memoria, dimensioni tutte ben rappresentate nella poesia antica, sono difficilmente reperibili in quella contemporanea». Continua a leggere→

La parola ai poeti. Prisco De Vivo

[foto di Irene Petrella]

Dare la parola ai poeti

Poeti animali parlanti
sciagurano in bellezza versi
profumati – nessuno li legge,
nessuno li ascolta. Gridano
nel deserto la loro legge di gravità.
Dario Bellezza

«Dare la parola ai poeti è come darla ai vagabondi, ai santi, ai profeti, ai pazzi, ai fragili, ai dissidenti, ai santi». Me lo disse un anziano poeta del Nord Italia, di cui adesso non ricordo più il nome, tempo fa, in una stazione ferroviaria desolata, fuori una nebbia fitta. 
Più recentemente, mi è capitato di scrivere un testo, Dello scrivere di me stesso e dei poeti:

I poeti feriscono e sono feriti, quindi sono in pericolo. Essi sono chiamati
alla salvezza solo quando fanno poesia. La poesia in fondo non esiste,
esistono solo i poeti: quindi salviamo i poeti. Ma da chi e da che cosa?

Ancora non so da chi… o da che cosa. Ma a ragione, William Blake diceva che «eterno corpo dell’uomo è l’immaginazione», e poeta è chi si eterna attraverso la propria immaginazione. Anche a me, sin da bambino, compagna e sorella, di cui ne ho amorosamente coltivato la radice. Perché radice delle cose è l’immaginazione. Continua a leggere→

La parola ai poeti. Alfonso Maria Petrosino

Ars poetica, I

La Musa entra senza bussare
e ti amputa il cuore
e al posto del cuore
trapianta una corda vocale.

Ars poetica, II

La poesia perfetta:
la Musa
ti usa
e ti getta.

Ars poetica, III

La Musa ti seduce
con dei sottili incanti
e ti riduce a sé
(e il sesso, oh sì, è sublime);
fate al più presto il test
(o forse, meglio, il testo)
di gravidanza e se
lei è rimasta incinta
e poi viene alla luce
la prole di parole
(fantastico anche questo),
di immagini e di rime,
non datevene vanto:
mater semper certa est,
il padre mica tanto.