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Cerco il tuo volto, poesie di Paola Meroni

Da Cerco il tuo volto, Signore, Prometheus, Milano 2023, di Paola Meroni
DONNE SULLA VIA DELLA CROCE
«Gesù, voltandosi verso le donne, disse:
“Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me,
ma piangete su voi stesse e sui vostri figli.”»
(Lc 23, 28)
Donne, tue compagne,
sorelle, amiche,
quante colpite nell’anima e nel corpo,
violate nei sogni più sacri.
Pietre, insulti,
disprezzo, macerie, abbandono,
deserto di solitudine
senza più oasi di preghiera.
Quante in fila ad attraversare
distese e montagne,
fardelli pesanti sulle spalle e sul cuore,
speranze appassite dal sole.
E Tu, Signore, che tardi
a interrogare ancora i farisei,
a fermare la loro mano
dal crimine atroce.
Posa il tuo sguardo sul loro viso,
attendi quei piedi sulla via del Calvario,
lascia la tua traccia sulla sabbia,
che riapra il futuro, curi i peccati.
*
La parola ai poeti. Marco Plebani
Che sappiamo noi oggi della morte nostra, privata, poeta? Poeta è una parola che non uso di solito, ma occorre questa volta perché respinti tutti i tipi di preti a consolarci non è ai poeti che tocca dichiararsi sulla nostra morte, ora, della morte illuminarci? (da E. Pagliarani "Oggetti e argomenti per una disperazione",1961)
Care lettrici e cari lettori del blog “La Poesia e lo Spirito”.
Mi chiamo Marco Plebani e ho pubblicato una silloge intitolata “DECIMO DAN” (Ed. La Gru) (2022).
Ho scelto questo incipit di Elio Pagliarani, ben noto ai contemporaneisti, ma per me, fino a poco fa, completamente sconosciuto e l’ho fatto per cercare di motivare ciò che penso accomuni diacronicamente le poesie, sia quelle antiche che quelle contemporanee.
Le poesia, secondo me, può essere figlia dei cataclismi storici e sociali, può includere la morte e può persino cantare le spesa del supermercato, essa annuncia il baratro del suicidio, dà corpo alle alienazioni, al vuoto che si ripete fantasmatico, ma rappresenta, più spesso, lo spero, una scaturigine di “luce orfica”. Un’opalescenza di rispecchiamento.
La poesia brilla, soprattutto quando le grandi narrazioni delle ideologie e della fede vacillano.
Che la poesia diventi quel viatico laico di comunanza perché i versi ci fanno percepire come assolutamente fratelli in ogni angolo del mondo.
Con un rinnovato saluto chiudo questa parentesi.
Ringrazio Fabrizio Centofanti per avermi concesso questo spazio di “riflessione”, è proprio il caso di dire…
Il lastrico di Wojtyla, Simone di Cirene e i suoi profili.
di Gian Piero Stefanoni
“se lo sguardo è un quieto abisso/recato sulla palma aperta”
“Piegarsi e poi lentamente salire/senza sentire in quel riflusso i gradini/sui quali è disceso tremando-/solo l’anima, l’anima dell’uomo immersa in una minuscola goccia,/l’anima rapita dalla corrente”. Così nel 1946 il giovane ma non più giovanissimo Karol Wojtyla a pochi mesi dall’ordinazione sacerdotale invocava in quel Canto del Dio nascosto che già nel titolo racchiudeva in sé nella sua ricerca il processo di uno sguardo appassionatamente rivolto a un divino attivamente presente nel quotidiano operare dell’uomo. Un Dio condividente e condiviso (finanche in poesia) tra gli operai delle cave di pietra di Zakrzowek e nella fabbrica di Solway ma anche un Dio come sappiamo in quegli anni restituito al silenzio nel contraccambio di un ascolto che non ha, non può più domande. Di quali gradini allora, di quale corrente e verso quale atrio (mai più nel giardino?) ci parlano questi versi? Forse dell’uomo (mai più nel giardino) la tentazione dei primi giorni nell’eterna primigenia solitudine, il pensarsi ancora soli, per sempre soli, nel flusso di un buio appunto dove luce non buca e vita non appare. Oppure, per quanto dato, sordi a questo, memori di un accordo che non è possibile sciogliere (“perch’io non vada errando in qua e in là/dietro a dei greggi che non sono tuoi” per dirla col “Cantico dei Cantici”), pur sfigurati o perché sfigurati, consapevoli- e vivi- nella libertà del vortice fino all’apparire, al pronunciare partecipato del nome. Quel nome nel cui Corpo si ha di nuovo corpo nella grata pienezza degli amati. Continua a leggere
La parola ai poeti. Riccardo Benzina

[…] perché infine ciò che la frase scrive è la propria lontananza dall’origine […]
Aldo Giorgio Gargani
Per sovvertire un pensiero bisogna sovvertire il linguaggio che lo ha generato. E la poesia mi sembra il mezzo più adatto a cogliere questa possibilità, cioè quella di portare avanti un lavoro sulla coscienza, in definitiva: che ha per ultimo oggetto la coscienza. E la parola è un dono di linguaggio e il linguaggio non è immateriale (Lacan), dunque il confronto con la parola non si risolve una lotta corpo a senza corpo, bensì in qualcosa di molto più cruento e brutale e feroce, che io conosco. Le parole altro non sono che una forma antichissima di tecnologia, che è tecnologia vivente e abita uno stato di mutevolezza proprio ineludibile, quel metamorfico esserci delle parole, continuamente morenti e nascenti, risuscitanti. Recalcitranti. Quasi incredibile che riescano a contenere un così vasto arsenale di possibilità così diverse l’una dall’altra, e che queste possibilità si facciano reali o rimangano quiescenti o si esauriscano – e tutto questo brilla e vibra così sensibilmente dentro le parole, attraverso le parole. Ora, è importantissimo conoscere una tecnologia perché funzioni, ma in questo caso ci vuole anche qualcosa di più: bisogna fare in modo che funzioni ancora. Non soltanto conoscere ma anche saper distruggere la parola, perché funzioni, ricomporla perché funzioni, e soprattutto immaginarla altra perché funzioni (perché funzioni ancora). Così l’intelligenza del poeta si adopera nella riproduzione di un attrito fra le parole, con la speranza di accendere una scintilla. Continua non soltanto a sfregare le sue pietre focaie, ma prova ad escogitare maniere nuove di accendere il fuoco. Questi meccanismi, a dire il vero, mi risultano alquanto misteriosi. È la parola stessa, a monte, a risultare misteriosa. Il suo gioco di scomporre il mondo in parti, di approssimarlo infinitamente. Il suo qui-pro-quo che si eleva a potenza, che assurge a sistema. La parola è un gioco di vertigine; la vertigine che danno le parole è qualcosa a cui forse ci siamo abituati. La loro valanga ci travolge da secoli, e quasi non ce ne accorgiamo più. Le parole, onnipresenti sin da prima della nascita, e noi esposti senza tregua a questo mondo altro, delle parole, a questo strano organismo che sopravvive e ci sopravvive e ci ferisce e ci illude e ci condanna e ci (tras)forma… non riesco a dire molto altro, se non che il loro fondamento irradia una luce, ma non si riesce bene a vederne la fonte – e ci si può provare certo – oppure l’origine si può perdere, può essere persa, anche. Continua a leggere
La parola ai poeti. Salvatore Ritrovato
«Così è; a meno che non si decidano, un giorno,
/ ad occuparsi solo dei canarini, o della luna,
ad abbandonare le leggi per la contemplazione, / ad
avere un amore disinteressato per il mondo; / ma
anche questo, diciamoci la verità, a cosa porta?» (Pasolini)
Uno dei migliori poeti della penultima generazione mi confidò un giorno che la poesia ormai non è che un fantasma, ma questo lo sanno in pochi, e quei pochi fanno finta di non saperlo. Qualcuno, addirittura, ritiene che la poesia sia l’ultimo rifugio della specie umana, o almeno di quella parte ancora in grado di adoperare il linguaggio coscientemente. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini
La parola ai poeti. Deborah Mega
La parola ai poeti. Deborah Mega
Ermes, io lungamente ti ho invocato.
In me è solitudine: tu aiutami,
despota, ché morte da sé non viene;
nulla m’allieta tanto che consoli.
Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada.
(Saffo, trad. di Salvatore Quasimodo)
Lessi questo frammento da adolescente, mi sembrò sublime e ne rimasi turbata. Lo trascrissi su un taccuino, lo memorizzai all’istante e nel corso degli anni mi è capitato spesso di ripeterlo a me stessa nei momenti di difficoltà e solitudine. Molto più tardi intrapresi gli studi umanistici, gli unici, oltre a quelli musicali, che avrei potuto perseguire con piacere e intima soddisfazione. Ricordo che fin da ragazza custodivo le antologie, i libri di letteratura e più tardi di critica, nel caso, un giorno, mi fossero tornati utili, se fossi riuscita a diventare un’insegnante. Ho raggiunto gli obiettivi che mi prefiggevo e devo dire che ancora oggi trasmettere ai miei ragazzi l’amore per la poesia e la letteratura ed educarli al bello, è qualcosa di gratificante e meraviglioso. Ogni giorno dunque sono a contatto con testi di grandi autori della letteratura italiana, esercito la memorizzazione e la declamazione di poesie sull’esempio di una zia paterna che conosce a memoria diversi canti della Divina Commedia, dell’Iliade e poesie di autori di tutti i tempi. Non ho avuto però la fortuna e il privilegio di imbattermi in docenti che amassero la poesia al punto da scriverne rispettando la metrica e trasmettendo tale passione a noi discenti. Molti anni dopo, l’incontro con i social mi ha dato modo di conoscere poeti veri, in carne e ossa, e ricordo che all’inizio, frequentare il mondo letterario, poter commentare e recensire testi altrui mi è sembrata un’opportunità straordinaria. Il poeta non era più lo studioso irraggiungibile che viveva nella sua torre d’avorio, la poesia non era più soltanto aulico appannaggio di pochi eletti. Continua a leggere
Intervista a Franca Alaimo
di Luca Pizzolitto
“100 poesie”, la tua raccolta poetica, di imminente pubblicazione, racchiude poesie intense nella loro brevità, a differenza della tua opera precedente, in cui ti sei confrontata, da un punto di vista formale, con il poemetto. Quale di queste due modalità di scrittura senti più affine?
I “Sette poemetti” (l’opera che precede “100 poesie”) non costituiscono un caso isolato all’interno della mia scrittura poetica. Mi sono cimentata altre due volte nella forma del poemetto (“Samâdhi”, Bastogi 2000; “Giorni d’Aprile”, Fondazione Thule, 2002) e molte altre raccolte, in quanto ruotanti su un solo tema, possono definirsi poematiche, anche se composte da un certo numero di testi più o meno lunghi.
In altre raccolte, invece, sperimento la quartina o la folgorante forma compositiva degli haiku e dei tanka.
Mi piace, insomma, fare esperienza della parola. Però, non saprei dire quale delle due modalità di scrittura mi sia più congeniale. A pensarci bene, direi che è il mio ritmo interiore a dettare, pressoché inconsapevolmente, il respiro, sintetico o effuso, dei versi che scrivo. Continua a leggere
“Il numero dei giorni” di Monica Mazzitelli
Il numero dei giorni
21757
il numero
di giorni
che tu hai vissuto,
madre.
59 anni
7 mesi
una manciata di giorni.
Anche per me
oggi
21757 giorni
io vivo,
madre.
Vincenzo Aveta
….dixitque Deus fiat lux et lux facta est (2023)
Per Fabrizio Centofanti
Tante volte o Vate mi dici che
Il Poeta vive l’esercizio del quotidiano
coi suoi miti profondi
ch’è sua proprio così
che egli è testimone di tutti i tempi
e di quelli ancora da venire,
ed io creerò la salvezza ed il mondo
così è ai poeti affidato
anche il canto della disfatta
e sarà risurrezione…..
e la poesia salverà il mondo !
Il nostro dharma è qui
fra i morti vivi e i nati morti
acchè io possa col Tuo potere
soccorrerli,sollevarli, sanarli, salvarli,servirli.
Ma per coloro morti due volte
osservo l’aria e vedo i colori
tesso le trame della nuova ontologia
respiro e serbo il dolore in ogni cuore
e così cammino ascoltando la Tua parola.
Luigi Maria Corsanico legge William Shakespeare. 3
L’ultima poesia di padre Elia (don Sergio Spezzano)

Alla mia morte (cuore Arbresh)
Io vorrei che non ci fosse silenzio
Alla mia morte, ma suono di flauti
Che sovrasta le grida delle donne
Con un tono acuto e struggente.
L’acqua e il sale delle lacrime,
Raccolti in piccoli recipienti,
Siano poi versate nel mare Ionio,
Mare della nostra separazione.
Seppellitemi in una foresta,
Sotto una quercia dalla cui cima
Si veda in dissolvenza col cielo
La patria lontana, cui appartengo.
E poi io sarò uno con la terra,
E le mie ossa terra nella terra,
E il mio cuore, il mio cuore Arbresh,
Pian piano si scioglierà nella terra.
Io non so se il cielo piange o ride
Di me e di questi miei desideri.
Ma so che veglia perché gli uomini
Siano uno in una sola patria.
*
Padre Elia (don Sergio, a destra nella foto, insieme con don Mario Torregrossa) ci ha lasciati oggi. Questo è l’ultimo testo che ha inviato nel gruppo “Il buongiorno in poesia”, che raggiungeva tanti di noi, come un segnale di vita intensa, la mattina. Non sto qui a fare l’elogio di un amico che ha vissuto col cuore in mano, in tempi di armi e di armature. Dico solo che è un uomo che ha amato, ha amato sempre e comunque. Il Signore lo ha voluto sacerdote e poi monaco, perché testimoniasse a tutti che solo Dio può riempire la vita. Abbiamo bisogno di Cielo: padre Elia-don Sergio ce lo ricordava ogni giorno, con una umanità da cui trasudava il divino. Che la gioia possa essere la tua ricompensa, amico mio.
La parola ai poeti. Marina Massenz

Scrivere poesie è stato il modo in cui, ancora ragazzina, ho scoperto la scrittura; era qualcosa di intimo e insieme rivolto ad altri, un linguaggio elettivo per la sua incisività ed essenzialità. Fu la lettura di alcune poesie di Leopardi che mi aprì questo mondo. Perduto per una certa parte della vita, è tornato poi ad essere necessario dal 1987 in poi; mi ricordo benissimo l’anno, perché coincise con la ripresa da parte mia non solo della scrittura ma anche di un processo di rielaborazione e di recupero di una parte di me, anch’essa in qualche modo perduta. Da allora il “laboratorio poesia” è stato sempre un cantiere aperto, una ricerca che è sfociata in diverse pubblicazioni. Continua a leggere
Arte, di Antonio Spagnuolo
Fra la grande luce e l’ombra profonda
l’arte è soltanto una frazione
della nostra memoria
per estrarre un coltello dal petto.
Dalla dolcezza, che si approssima
intorno al giro delle ore,
al gorgoglio degli ammiccamenti
il sogno si contorce in un ghigno
ed è concesso un rammarico
per ridare il silenzio.
Egli non conosceva il seguito
ingannato e goffamente previdente.
La parola ai poeti. Alessia Bronico
È sempre complicato per me dire della poesia, prima di ogni altra cosa per la lunga discussione sull’argomento che mi precede e che mi seguirà, ma soprattutto perché parliamo di trasformazione. Nel mio profilo in Alma Poesia dichiaro: «Quando mi chiedono cosa sia la poesia penso all’istante alla musica, all’azione, alla libertà e concludo che la poesia sia per me un atto di Resistenza. Ma dubito presto, mi ripeto che non riuscirò mai ad afferrarne interamente il significato e ne sono sollevata. La totale comprensione di un evento ne determina l’esaurimento e si spera sempre che i grandi amori siano interminabili. Perché l’amore non soddisfa desideri, li crea, come la Poesia». Lo scrivevo nel 2019 e mi riconosco ancora in queste parole anche se, oggi, dopo qualche anno so bene che il principio della mia scrittura sta tutto nella mancanza d’Amore. Scriveva Bertolucci: «Assenza,/ più acuta presenza». Sono stata una bambina cresciuta in assenza d’Amore e ho trascorso tutto il tempo dopo la mia nascita a cercare di capire di che si trattasse. Il mio vivere si è tradotto nel tentativo di imparare un affetto, un sentimento che non avevo appreso per imitazione o esempio. La scrittura è arrivata in soccorso, così come la musica e non esiste confine per me tra la parola e il suono. La poesia è, nella mia vita, il mezzo che trasforma l’amore in azione tramite le parole, è il suono che mi permette di conoscere l’Amore, attraverso le vibrazioni mi lascia esperire ciò che non sapevo e ora intra-vedo. Molto è cambiato da quando ero piccola, sono stata il minatore suggerito da Caproni, sono calata fino al buio profondo delle «gallerie dell’anima» ma sempre con l’intento di risalire a sciogliere i nodi in luce. Resistenza l’ho scritta qualche anno prima del 2019, eppure rimane la poesia che più mi somiglia, che più si avvicina al nucleo del mio dire, e questo nucleo si trasferisce anche nella mia produzione narrativa. Continua a leggere
La parola ai poeti. Anna Maria Farabbi

La poesia, per me, è biologicamente radicale: scaraventa la nostra esistenza fisica, psichica, spirituale, creativa, all’origine, cioè prima del nostro io, prima della nostra singolarità biografica, nel passato ancestrale primitivo, proprio del canto, nell’oralità preistorica. Atterro sul foglio con in mano una penna o una matita o un tasto del pc ma sono in connessione con quel buio materico e con il divenire di me.
La poesia è radicata dentro il mio corpo perché mi declina dal palmo dei piedi alla fontanella cranica, mi impone un processo di auscultazione del profondo (mi riferisco a quel buio prima citato), del mio profondo, del ritmo cardiaco che mi sonorizza quotidianamente nell’oscillazione pendolare del respiro.
Già in questa estrema sintesi, spalanco il significato dell’esperienza della poesia per me. Ben al di là del mondo letterario con tutte le sue giostre luccicanti e le relative posizioni di mercato. L’atto della scrittura è un ponte di transito il cui attraversamento è esperienza.
Nella mia vita ho intensificato vertiginosamente tutto questo, entrando con approccio poetico tra gli ultimi, come li definisce aldo capitini, gli irrecuperabili: sordi, ciechi, carcerati fine pena mai, ospiti di casa di cura, tossicodipendenti, persone con grave handicap psichico, persone affette da disturbi alimentari, malati oncologici.
Cantare è esperire. Ricevere e ridistribuire.
La parola ai poeti. Nino Iacovella
Nel mio caso la poesia ha rappresentato l’ultima fattiva possibilità di esprimermi creativamente: figlio di una famiglia d’arte non ho saputo educare le mie mani per creare opere materiali, e così la mia attitudine creativa non ha trovato che un’unica strada, la strada nella quale mi sentivo di tornare ogni volta a casa: la parola, la poesia, la potenza delle sue immagini e dei suoi suoni che rinascono dalle ceneri del buio e del silenzio.
Bene, questo è un modo di dire la poesia attraverso la poesia. Ma a essere più prosaici la poesia, la scrittura e la lettura (l’arte letteraria insomma) sicuramente per me rappresentano una delle più efficaci vie di fuga dallo scacco della finitudine esistenziale. Siamo mortali e l’artificio letterario ci dà la possibilità di poter vivere, attraverso la sospensione dell’incredulità, le vite degli altri o le vite che avremmo potuto vivere. Continua a leggere
Silvano TREVISANI, IL POETA SCOMPARSO E ALTRE STORIE. Nota di Giovanni Nuscis

Questo libro recentissimo di Silvano Trevisani, come scrive Mauro Ferrari nella sua postfazione “si impone all’attenzione critica per almeno due motivi: da un lato mantiene viva la memoria di un poeta autentico come fu il tarantino Pasquale Pinto, “uomo città” (p. 50), acclamato da grandi nomi (e definito forse riduttivamente “poeta-operaio”) ma caduto poi in un ingiusto oblio – e di cui Trevisani fu amico e sodale – ma dall’altro, innegabilmente, mostra interessanti caratteristiche espressive e spunti tematici di attualità.” Continua a leggere
La parola ai poeti. Nicola Vitale

Premetto che in genere non scrivo sulla poesia, ma solo poesie. Ma la schietta iniziativa e il gentile invito di Fabrizio Centofanti, mi hanno fatto venire la voglia, per cui lo ringrazio.
E’ un momento molto interessante, per la poesia e non solo. Si tratta di una grande metamorfosi della civiltà. Preferisco infatti vedere la poesia all’interno di questo cambiamento generale, in quanto solo in questo orizzonte più vasto si spiegano certe cose, e credo che, siccome le arti anticipano i tempi, occorre osservare la grande metamorfosi in atto proprio nei mondi dell’arte. La poesia come disciplina ha un modo tutto suo di vivere questa crisi e trasformazione. Ma la cosa più interessante è che questi capovolgimenti non avvengono per la volontà di qualcuno che pilota la cosa ideologicamente, anzi proprio il contrario, le varie volontà operano cercando di incrementare il vecchio clima o regime, ma così facendo, siccome non ci sono più i presupposti, ottengono l’effetto contrario. Per cui il cambiamento è repentino e inevitabile. Continua a leggere






