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I LIBRI DEGLI ALTRI n.15: Storia di un ghostwriter. Remo Bassini, “Vicolo del Precipizio”

Storia di un ghostwriter. Remo Bassini, Vicolo del Precipizio, Bologna, Perdisa Pop, 2011
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di Giuseppe Panella*

Cortona è una cittadina toscana di origine etrusca di straordinario fascino e incantevole bellezza per i turisti che spesso ne rimangono talmente attratti che decidono di andarci ad abitare o trovano casa nelle sue vicinanze (a Camucia, ad esempio, come era accaduto al compianto Guido Almansi giunto al suo secondo matrimonio e alla prima figlia). Questo avviene spesso per i turisti, in particolar modo per quelli di origine anglosassone. Non è certo la stessa cosa per i suoi abitanti “indigeni” e autoctoni che, invece, la tentazione di fuggirne la provano spesso e volentieri.
In Che sarà, una canzone scritta da Franco Migliacci e composta da Jimmy Fontana nel 1971 perché fosse presentata al Festival di Sanremo di quell’anno, poi portata a un successo imperituro da José Feliciano nel corso del tempo, infatti, si può sentir cantare esplicitamente:
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Maria Di Lorenzo – Non lasciarmi andare via. Recensione di Narda Fattori

Si legge d’un fiato questo romanzo di Maria Di Lorenzo, che pure conserva l’unicità della voce narrante  e del punto di vista. Non è una storia che ha colpi di scena,  escamotage  drammatici o linguistici per affascinare il lettore ed avvincerlo alla pagina e al prosieguo della lettura .

Sono pochi , a mio parere , gli scrittori che hanno saputo avvincere il lettore con la narrazione di una vita “ qualunque”, normale, di quotidianità quasi convissute ( Baricco, la prima Tamaro, la prima Morante,…, sono nomi consacrati che hanno conosciuto il successo senza usare scorciatoie, colpi di scena, con un linguaggio monologante ma mai noioso).  Qui la scrittrice ha vinto sfoderando grandi abilità narrative. Esaminiamo alcune delle strategie compositive usate. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.43: La pagina e lo schermo. Vito Santoro, “Calvino e il cinema”

La pagina e lo schermo. Vito Santoro, Calvino e il cinema, Macerata, Quodlibet, 2011

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di Giuseppe Panella*

 

“Non so niente di cinema” si intitola il primo capitolo di questo bel libro di Vito Santoro dedicato ai rapporti tra Italo Calvino e l’ottava musa. Ma, ovviamente, non è vero. Dalle sue molte opere, in particolare da quelle saggistiche, è possibile ricostruire un suo rapporto privilegiato con alcuni aspetti del cinema italiano (in particolare, con la produzione di Michelangelo Antonioni) e con l’estetica del cinema nello specifico della sua scrittura.

Nelle tre sezioni in cui è composto il libro, Santoro esamina in prima istanza Calvino come “spettatore” e la sua autobiografia dal punto di vista dell’importanza del cinema nella sua formazione di uomo o di scrittore, poi passa a esaminare la sua produzione di critico cinematografico e di Presidente della Giuria del Festival di Venezia nel 1981, infine in Dalla pagina allo schermo ricostruisce dettagliatamente tutte le trascrizioni sul grande e piccolo schermo di opere letterarie dello scrittore. A che conclusioni arriva il saggio di Santoro?

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DANIELE PUGLIESE RIVISITA UN CELEBRE RACCONTO DI ARTHUR SCHNITZLER

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Daniele Pugliese, giornalista, storico e scrittore, è autore di un libro molto interessante, Io la salvero, signorina Else (ed. Portaparole), nel quale rivisita liberamente la vicenda del noto racconto dello scrittore austriaco Arthur Schnitzler (1862-1931) La signorina Else, nel quale si racconta la vicenda di una giovane che, pur di non cedere alle lusinghe sessuali di un uomo, disposto a darle i soldi di cui suo padre ha urgente bisogno, a patto di vederla  nuda, preferisce il suicidio. Ripercorro qui le linee dell’opera in un’intervista gentilmente concessami dall’autore a margine della recente presentazione fiorentina.

– “Io la salverò, signorina Else” è un’opera letteraria in cui convergono diversi livelli di scrittura (e dunque di lettura), narrativi, psicologici e filosofici. Quanta parte di lei, come autore e come uomo, è presente nelle sue pagine?

Come autore direi che ci sono al cento per cento in ognuna delle pagine, anche se, prendendo spunto da un capolavoro dell’autore austriaco, la presenza di Schnitzler è ingombrante: l’editore però ha detto che i diritti di autore li pagherà a me, non ai suoi eredi, e sono dispiaciuto di non poter chiedere una percentuale su quelli che dovessero derivare da una indiretta pubblicità da parte mia al libro originale che, garantisco, è da leggere. Come uomo solo un pezzo. Ovviamente ci ho portato dentro qualcosa di me, di quello che so o di quello che sento e ho sentito, ma un’altra grande fetta è rimasta fuori per lasciar spazio alla signorina Else. È quella ragazza di diciannove anni che si toglie la vita nel 1924 in quel crogiuolo di culture e idee che è stata la Felix Austria che merita spazio, ascolto, comprensione, anche perché sono convinto che dica qualcosa a tutti noi: maschi o femmine, giovani o vecchi, ricchi o poveri. Continua a leggere

Le prefazioni disperse di Giovanni Nencioni

Giovanni Nencioni, Prefazioni disperse, a cura di Luciana Salibra, Firenze, Accademia della Crusca, 2011, pp. xxxvi-298.

Nato l’11 settembre 1911 a Firenze, dove si spense il 3 maggio 2008, Giovanni Nencioni è stato uno dei maggiori teorici della linguistica greca, latina e italiana, nonché il più amato presidente dell’Accademia della Crusca (da lui amministrata con passione e rara perizia nell’arco d’un trentennio: 1972-2000), che ora ne celebra degnamente il centenario della nascita con un volume a cura di Luciana Salibra contenente le prefazioni autoriali e allografe (scil. d’opere altrui, specie di giovani autori) prodotte dal grande linguista in più di mezzo secolo d’attività scientifica e professionale (1944-2002), la maggior parte delle quali — nota la curatrice — «erano reperibili solo nella collocazione primitiva, di prefazione appunto, e dunque in stato di frammentazione e per così dire di ‘penombra’» (p. iv): materiali, quindi, quasi-inediti e perciò d’estremo interesse storico e documentario. Continua a leggere

Rasulanne, di Marcello Marciani

Poesia che nessuno può mangiarla più dolce e più furiosa
Appunti di Anna Elisa De Gregorio su Rasulanne di Marcello Marciani, edizioni Cofine 2012, premio Città di Ischitella-Pietro Giannone 2012.

È una maledetta sorpresa quella che per prima ci arriva, come una rasoiata sulla faccia, durante la lettura di Rasulanne (rasoiate), raccolta poetica di Marcello Mariani nella lingua “rasposa” e ben poco accattivante di Lanciano. Per la forza realistica, erotica, carnale, e allo stesso tempo visionaria (al limite dello sragionare) dei versi, la novità dei temi, l’originalità selvaggia dell’uso della lingua. In questo caso il dialetto rappresenta una marcia in più, che apre strapiombi e cieli. Senza limiti. Ci vengono scaraventati addosso suoni di arancio, di rosa, angustie e sangue. Continua a leggere

Roberto Caracci su “La ballata delle parole vane”

La zattera danzante delle passioni
di Roberto Caracci

La ballata delle parole vane è la ballata delle parole che non restano. In particolare quelle dell’amore. Resta la ballata, sì, resta il canto, la danza, il ritmo della vita, che anche e soprattutto di amore è fatta. E del resto qui non si parla di amore, ma di amori. Di amore al plurale. Di passione in cui una donna può credere, ma nelle sue mille sfaccettature, tante quanti sono ad esempio gli uomini. Continua a leggere

Vico ultimo alla Sorgente

A proposito di…
Vico ultimo alla Sorgente di Floriana Coppola

di Gloria Gaetano

Ci vogliono veramente doti narrative fuori dal comune per scrivere di un fatto di cronaca, non in uno stile di crudo realismo, ma in maniera densa, asciutta, compatta, forte, che dà voce a un silenzio domestico omertoso, ai maltrattamenti subiti nella rassegnazione accettata, di un amore molesto feroce, impietoso del maschio predatore.
Tutto viene visto e raccontato come vicenda “consueta” in una comunità che rispetta i canoni patriarcali e che si rassegna facilmente a una sopravvivenza abituata alle asprezze, alle paure e all’aggressività maschile.
E’ questo il tema dell’ultimo romanzo, Vico Ultimo alla Sorgente, edito a Napoli da Homo scrivens di Floriana Coppola, scrittrice, poetessa, collagista napoletana che va a fondo, nell’animo della sua città, di cui conosce il ventre, il buio dei vicoli, le improvvise apparizioni di chiese stupende, di palazzo Filomarino, e di tutto lo splendore oggi un po’ degradato di vie palazzi e chiese.
Con Anna, la protagonista del romanzo, si corre per Spaccanapoli, con i suoi figli, si corre senza meta, per la città oscura che si aggroviglia in strettoie, bottegucce artigiane, si tenta di fuggire dalle angosce, dalle paure, in cerca di una liberazione che vive nella sua fantasia, disposta a correre ogni rischio. Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.14: Infanzia e ricordo. Leonora Sartori, “La forma incerta dei sogni”

Infanzia e ricordo. Leonora Sartori, La forma incerta dei sogni, Milano, Edizioni Piemme, 2010

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di Giuseppe Panella*

 

I ricordi hanno sempre una forma – quelli di Leonora detta Leo in famiglia sono presenti alla sua mente sotto forma di adesivi che sintetizzano in un’immagine vicende storiche di lotte civili, di battaglie morali vinte con la forza della volontà e della solidarietà, di momenti entusiasmanti poi trasformatisi in cocenti delusioni.

L’adesivo che fa scattare la molla dei ricordi di Leo riguarda la vicenda dei “sei di Sharpeville”, una cittadina del Sudafrica in cui nel corso di tumulti per l’ingiustificato aumento del prezzo degli affitti il consigliere comunale nero Dlimini fu ucciso nel 1984 da una persona rimasta non identificata e di cui furono accusati sei partecipanti innocenti alla manifestazione.

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Saran pure bamboccioni tq, ma è con loro che abbiamo a che fare

 

 

di: Guido Tedoldi

 

Dopo la lettura di «Bamboccioni Voodoo», antologia di racconti di Marco Candida, Historica Edizioni, 2012, pp. 182, € 14,00

 

Il libro è composto da 14 racconti, alcuni già pubblicati su siti web e riviste cartacee. Ogni racconto è indipendente, a cominciare dai nomi dei protagonisti che sono ogni volta diversi. L’atmosfera in cui sono inseriti, però, è comune. È il nostro presente. E comune è anche la categoria di persone che per la gran parte vivono a muovono le vicende narrate. È la generazione dei bamboccioni (come li definì nel 2007 l’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa) anche se alcuni di loro, quelli magari che stanno avendo più successo professionale, preferiscono definirsi tq, visto che hanno 30 o 40 anni.

Un’altra caratteristica comune ai racconti è il genere horror. Ciò non significa che l’autore, Marco Candida, sia rinchiuso in uno stilema – basta vedere la sua produzione letteraria e saggistica precedente (qui il link al suo sito web) per rendersene conto. La scelta dell’horror, qui, mi è parsa una sorta di avviso: guardate che i bamboccioni potranno pure sembrare sfigati, ma invece occorre tener conto di loro. Conoscono il voodoo.

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Winterreise. La traversata occidentale, di Manuel Cohen

Nota al testo poetico Winterreise. La traversata occidentale, di Manuel Cohen edizioni CFR, vincitore del Premio Nazionale di Poesia Franco Fortini.

di Rosa Salvia

Dopo quello che si è sofferto dal Novecento in poi nel nostro mondo occidentale non c’è quasi più nulla da soffrire. Questa riflessione mi è venuta spontanea leggendo il poemetto in ottave decisamente fedele alla rima e all’endecasillabo WINTERREISE La traversata occidentale, di Manuel Cohen, il quale guida noialtri lettori a prendere coscienza fino in fondo, per poi liberarcene, delle storture dolorose legate al tramonto dell’Occidente, così come il filo di Arianna guida Teseo ad uscire dal labirinto. Continua a leggere

AMELIA ROSSELLI E IL “RUMORE” PRIMORDIALE

di Saverio Bafaro

(da Postpopuli.it)

Amelia Rosselli (da correnteimprovvisa.blogspot.com)

C’ è stato un periodo in cui Amelia Rosselli non aveva ancora eletto una lingua per il suo pensiero. Una fase in cui forse brancolava nel buio, e di sicuro sentiva forte in lei confliggere più sistemi tra loro. Ma prima della fisiologica elezione della nostra cultura e, di conseguenza, dell’italiano, con la messa da parte (mai definitiva) del francese e dell’inglese, deve esser successo qualcosa: forse vivendo il limbo, forse in maniera panoramica, ha avuto modo di estrarre quello che Ferdinand de Saussure chiamò ‘significante’, slacciandolo virtualmente dalla sua parte mentale per poter accedere sempre più alla sua natura di atto acustico puro, e per considerarlo infine “rumore” primordiale.

Questo rumore costituisce la materia, il substrato di ogni lingua. Solo secondariamente, infatti, è stato sottoposto a spezzettamenti, cadenze, diversificazioni. Solo secondariamente sono state considerate le sue frequenze e attribuite a questo delle coloriture. In un passo ancora successivo, e solo alla fine di quel viaggio pre-razionale, si è potuto ricongiungere con il regno delle immagini, delle idee, delle compiutezze di significato, delle rappresentazioni condivise. Continua a leggere

“NOMEN OMEN” DI FABRIZIO CENTOFANTI. LE FACCENDE DELL’ANIMA

di Augusto Benemeglio

1.Le faccende dell’anima .

 Per Fabrizio Centofanti l’impulso alla ricerca della verità non ammette frontiere di fatica . Ogni rivo del proprio sangue, ogni energia , ogni atomo chiuso   nel suo corpo e nella sua mente che vive in lui  è come una porta aperta in cui  entra  ogni storia , ogni angoscia , ogni ferita , ogni dramma che  si fa ora canto , preghiera o disperata allucinazione d’amore, sacro o profano che sia . Il ruolo essenzialmente umano, primordiale dell’arte, costituisce il tessuto connettivo del suo lavorio interno ,  e poi c’è l’orma , il marchio indelebile della sua fede cristiana , la sua passione nel viverla , la sua ossessione, la sua speranza , anche quando sei in crisi nera e hai davanti a te  “muri d’ombra e altri fallimenti” ,  il “cuore butta sangue”  e temi di non farcela : …ti sembra a volte di non avere /più nulla dalla vita. Ti guardi dentro/e vedi solo polvere . Allora cerchi un volto/ qualcuno che t’assolva nei giorni in cui non credi (pag.72), oppure t’avventuri nella “Selva dei suicidi  e  cerchi “ scampo anche nelle tenebre/ quando il cerchio  è un baratro che s’apre /sotto un ponte leggero .(e)  non basta l’innocente varco nel cuore (pag. 35)  

Per uno come lui,  abituato a indagare nelle faccende dell’anima e  nello scandalo dei sentimenti , oggi, in relazione allo squallore dei tempi , alla miseria e  alla violenza  dei  giorni , “quando i nomi delle cose sono lampi,/coltelli che s’imbrattano di sangue (pag50) , tutto si fa attualità , cronaca viva, pioggia densa scura come il sangue//tra le rovine intrise di catrame(pag.83).  Ed ecco la morte di Vittorio Arrigoni, l’utopia della pace , e i cecchini israeliani, il fora di ball  leghista per i sepolti dentro l’acqua senza un nome, i trecento migranti  annegati in un sogno di accoglienza ( pag.106), lo Tsunami giapponese,  la morte di Simoncelli , il ragazzo dai riccioli di stelle , gli eroi di Fukushima .Ma di fronte alle avversità bisogna battersi con fede e coraggio  (Il coraggio è una virtù scaduta/Ma è il coraggio che serve//io non m’arrendo: anche se il tempo/infierisse, lo guarderò negli occhi, /gli tenderò la mano, pronuncerò/- con l’ultimo respiro -/una parola inascoltata di perdono –pag.109), battersi anche con “Il vomito , la febbre, la solitudine appesa/all’attaccapanni dei ricordi (pag.114) ela mia solitudine infinita”, che è quella di un’anima che ha una sensibilità da orchestra di violini , di un  prete che è sempre e comunque solo col suo  Dio, che l’ha chiamato  per custodire intatta la “sua parola” e darla a tutti, ma in particolare ai poveri, con tenerezza, con spirito di servizio, fraternità, ma anche con fierezza. Seguire lui significa  darsi un bacio che oltrepassi il muro // e giunga dalle stazioni della memoria // all’ultima stazione.  Noi lo sappiamo bene che ricadremo  mille  volte,  “ istante dopo istante, nella corsa buia dell’abitudine ” , che resteremo attaccati al nostro io , e che tarderemo molto a fare un falò di tutti gli ignoti desideri e le  nostalgie smarrite . E’ sempre difficile fugare l’ombra triste del ricordo/ferito e rifugiato dentro il cuore// le mille strade aperte  e poi sbarrate/ da forze oscure ed  eventi senza nome (pagg.75-76). Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.42: Le parole del tempo e la letteratura. Gualberto Alvino. “La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino”

Le parole del tempo e la letteratura. Gualberto Alvino. La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino, con una prefazione di Pietro Trifone, Napoli, Loffredo, 2012

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di Giuseppe Panella*

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La poesia e la letteratura è composta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e gli stati d’animo. Ma, a parte l’aspetto affettivo e dei sentimenti espressi in ragione di essi, è intrinsecamente costituita di parole. Nell’analisi della scrittura letteraria non si può fare a meno di soffermarsi su di esse, sulla loro natura, sulla loro vita, sulla loro origine, sulla loro specificità. Di conseguenza, i poeti e gli scrittori possono usarle attingendole al parlato quotidiano, all’usuale composto utilizzato per comunicare ogni giorno con gli altri in tutte le situazioni concrete del vivere associato oppure attingere al grande patrimonio lessicale della tradizione culturale cui tutti partecipiamo ma di cui molto spesso ci dimentichiamo invece di usarlo. Gualberto Alvino ha deciso di dedicare la sua operosità erudita e la sua sapienza di studioso alla ricerca delle occorrenze linguistiche presente nelle opere di tre grandi autori meridionali (tutti siciliani, per l’esattezza) e di verificarne la puntualità, l’invenzione e, come dice il titolo della sua raccolta di saggi, la “verticalità”. Ma Alvino non solo ha portato a termine questa sua ricerca nella modalità sua propria di filologo (e cioè di “lettore lento” – come scrive Nietzsche nella sua Prefazione a La nascita della tragedia) ma l’ha anche arricchita con un saggio, un Dialogo tra lo Scettico e il Fautore, in cui giustifica more teoretico l’assunto della sua prospettiva di studi.

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Lucetta FRISA – L’emozione dell’aria. Nota di Narda Fattori

Meeres Stille

(Franz Schubert)

la meditazione è una luce bianca

in un punto della tenda di questa camera

la stessa che c’è al mare quando

mi costringe ad abbassare gli occhi.

il bianco non è la verità ma invita

a perdersi e ritrovarsi in un punto solo

infanzia vecchiaia parola e foglio

naturali come una goccia di pioggia.

ma la misura è difficile:

dopo iniziamo a dissiparci

a invocare Dio per un mal di testa.

hai il cuore pigro – mi dici.

sono sempre stata così?

e metti su un vecchio disco

di Fischer-Dieskau che canta

Tiefe Stille herrscht im Wasser

Ohne Regung ruht das Meer

Und bekummert sicht der Schiffer

Glatte Flache ringsumher…

una melodia sotterrata

una tenda appena mossa

la calda vita non c’è mai stata ma domani

mi vestirò di rosso

balleremo il flamenco

abbaieremo alla luna insieme ai cani Continua a leggere

Franco Casadei, Il bianco delle vele – Recensione di Narda Fattori

Il poeta è sempre innamorato: della parola, della visione. La poesia è il farsi oggetto fruibile della complessità di questo incontro-innamoramento. La parola suona “altra” anche quando è usuale e la visione coglie un barlume appena di quanto abbiamo sotto gli occhi abitualmente oppure ci spalanca frange di memorie e anche assoluti. In Pronto Soccorso: “ (…..)  respira a fatica…/ieri sera tranquilla, nel suo letto,/ ora sembra sfollata/ sfrattata dalle cose consuete/ noi tutti, come lei saremo presi/ nel cuore di una notte,  ribaltati e presi.”

La poesia non può prescindere dall’esperienza, dal vissuto, dal passato ; anzi la poesia gioca con il tempo: ciò che è stato diventa ciò che è  perché nel momento che lo afferra lo porge presente, palpitante, perlaceo come un ritrovamento antropologico, dopo che è stato ben ripulito.

Perché il poeta usa il materiale spurio che fu per esibirlo nel suo nitore, nella sua innocenza significante. “ Di tanto…. questo resta”; e ciò che resta è ciò che ci ha plasmati e identificati. Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.13: Alchimie del tempo. Alessandra Fiori, “Le conseguenze del caso”

Alchimie del tempo. Alessandra Fiori, Le conseguenze del caso, Milano, Edizioni Piemme, 2010

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di Giuseppe Panella*

 

Tutto quello che ci accade quasi mai è puramente casuale (come ammoniscono romanzieri, sceneggiatori e registi in conclusione delle loro opere) ma tutto risulta il frutto di una accurata combinazione della necessità e del relativo scivolare delle opportunità nel bussolotto concavo della vita. La vicenda che vede protagonisti Chiara, Marcello e Valeria non ha molto a che vedere con le pure casualità dell’esistenza; sono semmai la conseguenza diretta delle scelte fatte in passato e degli errori consumati nel presente.

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Anna Rosa Balducci, La casa color grigioperla – Recensione di Narda Fattori

 

“C’era una volta…”: no, non inizia così il bel romanzo di Anna Rosa Balducci; c’è stato, c’è ancora, un barcone di naufraghi in fuga da fame e guerra che ha affrontato il mare inconosciuto e periglioso per sfuggire ad un destino che non ha storie, ma finali.

Dal barcone  quattordici personaggi sbarcano su un lido ignoto ma inconsueto: non siamo a Lampedusa, a Mazara del Vallo, a Otranto; qui c’è un Adriatico quasi lagunare, qui c’è un Adriatico che non reagisce alla loro intrusione, un po’ perché da sempre accogliente, un po’ perché distratto e poco interessato a chi non ha denari da versare. Si capisce abbastanza presto , specie per chi abita questi territori, che siamo a Rimini, in autunno. Dopo un giorno smarrito sugli scogli, appare un rifugio: una casa lì a due passi, abbandonata e vuota, quasi in attesa della piccola comunità di rifugiati di colore: due vecchie, due vecchi, due giovani donne, due giovani maschi e cinque bambini, tre orfani e due figli “regolari”; anche i bambini sono differenziati per carattere e sesso, due femmine e tre maschi , un microcosmo che riflette il macrocosmo. Continua a leggere

“Il Cristo ricaricabile” di Guglielmo Pispisa

Un romanzo magnificamente ambizioso, che gestisce con coraggio materia a dir poco rovente a partire dal suo incipit: un uomo – narratore quasi onnisciente della storia – viene resuscitato da suo nipote, un ragazzetto come tanti, di poco più di vent’anni, surfista e introverso, che si sveglia un giorno con le stimmate, senza avere idea di perché, senza una fede in Dio o un afflato religioso, senza averne il desiderio o il physique du rôle psicologico o mentale. Intorno a loro, narratore e protagonista, una serie di personaggi (molti dei quali membri della stessa famiglia), a rendere questo romanzo più che “corale” quasi “sinfonico”: caratteri diversissimi tra loro esprimono pensieri, stili di vita, emozioni e sentimenti spesso antitetici e in conflitto ma che nell’insieme riescono a dare una spinta verticale alla storia, creando un movimento un po’ vertiginoso, come un Tondo Doni michelangiolesco.

La nuova prova di Pispisa dopo i suoi convincenti esordi con Einaudi e Mondadori (a firma dell’ensemble Kai Zen) mantiene i pregi narrativi che conosciamo nella delineazione perfetta e quasi materiale di ogni singolo personaggio, Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.100: La scienza e la vita. Mario Lena, “Attrattore strano”

La scienza e la vita. Mario Lena, Attrattore strano, Lucca, Pacini Fazzi Editore, 2012

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di Giuseppe Panella*

 

Attrattore strano è il ventesimo libro di poesie di Mario Lena e rappresenta il suo congedo dall’attività letteraria. In esso, tutta la prima parte è contrassegnata da testi che recano il titolo delle sue opere precedentemente pubblicate e vogliono rappresentare una sorta di bilancio della sua lunga esistenza spesa operosamente al servizio della comunità (Lena è stato lungamente sindaco della città natale di Bagni di Lucca) e intenta a conciliare la vita quotidiana con l’apprezzamento e l’amore per la sua Musa (terrena e tutta umana, intrisa di stupori e di slanci e di una struggente curiosità nei confronti della natura e del cosmo).

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