Frammenti di Cinema # 52

Dopo le lettere ci occupiamo delle telefonate. Abbiamo già visto in Frammenti n. 47 il legame tra telefono e claustrofobia. Ricordiamo due film, L’Amore (1948) di Roberto Rossellini e In linea con l’assassino (2002) di Joel Schumacher. L’idea di un film girato in tempo reale in una cabina telefonica era già venuta ad Alfred Hitchcock negli anni ’60, il quale, però, non la realizzò. È possibile che ne sia rimasta traccia nella scena de Gli Uccelli (1963) in cui Melania resta chiusa in una cabina telefonica per sfuggire all’attacco degli stormi in volo. Allo stesso tempo ci gira un messaggio inquietante sulla comunicazione: Melania ha a disposizione il telefono per chiedere aiuto. Ma non lo usa. Non servirebbe a nulla.

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Ascolto


Il segreto è sempre quello: ascoltare. Se trovassimo il coraggio, la forza, il desiderio di ascoltare, qualcosa cambierebbe. Il sole sorgerebbe veramente, e la notte porterebbe un riposo degno del suo nome.

Ma le donne esistono ancora

Nel Regno Unito si discute se la donna possa avere il pene e Michela Marzano riprende e rilancia su “La Repubblica”, sostenendo che “non è il sesso a fare la donna“. E’ una nuova tappa della discussione sul genere, che dai Paesi anglosassoni alcune e alcuni ripropongono in Italia. Propongo una risposta,  la cui tesi di fondo condivido, all’articolo di Marzano. L’ha scritta Marina Terragni (per Women’s Declaration International e per Rete per l’Inviolabilità del Corpo Femminile) e me l’ha segnalata l’amica Raffaella Molena, che così commenta: “Il genere è una vera e propria ideologia che mette sotto accusa (per eliminarlo) il femminismo radicale che si è sempre battuto per una espressione libera della differenza sessuale (sia maschile che femminile). La storia dell’Inghilterra è illuminante perché dopo aver adottato ogni norma e legge per il trionfo del genere neutro, oggi sta tornando indietro avendo toccato con mano gli effetti deleteri che ha provocato”.

Ma le donne esistono ancora
di Marina Terragni

Che cos’è una donna? È quella che ci ha messi al mondo, tutte e tutti. Su questo non può esserci alcun dubbio. Il che non significa affatto che una è donna solo se mette al mondo dei figli. Continua a leggere

Le magiche avventure di Ruggià, recensione di Carlangelo Mauro

Le magiche avventure di Ruggià, di Nino Velotti, Armando Curcio Editore, 2022

È stato pubblicato di recente presso Armando Curcio editore Le magiche avventure di Ruggià, un volume di fiabe in terza rima accompagnate da illustrazioni in stile manga di Marilena Imparato, un libro fantasy molto particolare opera del poeta e scrittore nolano Nino Velotti. Cultore di Leopardi, Nino Velotti ha esordito giovanissimo con la raccolta di versi Giardino di Pésah (Edizione Del Giano, testi scelti da Dario Bellezza, 1991, selezione Premio Montale 1992), e, dopo il libro d’arte Quadernetto d’amore (Il Laboratorio/Le Edizioni), ha pubblicato Pinocchio 2000 (Fabbri Editori, 1995), un rifacimento in chiave postmoderna del classico collodiano, seguito da La T-shirt bianca e altri racconti (Mondadori Education, 2003). Appassionato di musica e studioso della musicalità delle parole, con La Vita Felice nel 2017 ha pubblicato Sonetti per immagini, una raccolta di liriche nella struttura del sonetto classico accompagnate da immagini di vario tipo, frutto per la maggior parte della collaborazione con amici artisti. Continua a leggere

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La musica dell’adorazione è una ninna nanna che calma il pianto del bambino che è in noi, almeno in me, non so se in voi ci sia un bambino – oggi, in giro, c’è una gran confusione. Mia madre ha la faccia pallida delle malattie, la debolezza con tremore che colpisce più il parente del paziente, anche se cerco di dirle che è normale, che basta mangiare un po’ di yogurt e tutto passa, come per miracolo. La nostra vocazione di angeli di strada è dare rassicurazioni a buon mercato, che però finiscono col funzionare, perché la fede è gettare il cuore oltre l’ostacolo, l’andare verso se stessi come Abramo, quel giorno che il Signore gli disse lech lecha, e lui credette, perché ci sono uomini predisposti a guardare verso l’altro – come nell’icona delle icone, la Trinità di Rublev – a fidarsi, come ci fosse qualcosa di più grande dell’io, come se tutta la vita fosse un lungo viaggio, faticoso, doloroso, che tuttavia ha un approdo, al contrario delle vite che finiscono nel nulla. La musica insiste, mia madre beve l’acqua che le fa venire subito la tosse, è difficile guardare un malato, perché ricorda la tua malattia, e la tua morte, e nessuno ha intenzione di guardare in faccia la sua fine, anche se la vita, cara lettrice, anche se la vita, caro lettore, tutti lo sanno, si capisce dalla fine. Sono stanco anch’io, anch’io tremo un poco, almeno dentro, in questo giorno di funerali e confessioni, forse per questo un prete è così saggio, perché è sempre in contatto con la morte, così in contatto che non gli fa paura, ma quasi tenerezza, vorrebbe consolarla, sorella morte, fai un duro mestiere, quello di togliere, ma Gesù ci ha detto che il segreto della vita, sorella morte, è dare.

Tesori


Pensiamo che dare significhi perdere, ma è falso. Anzi, più diamo più otteniamo, per una legge dello spirito che prima o poi si apprende. Investire nel dono è accumulare tesori che nessuno potrà mai sottrarre.

Gino Scartaghiande, Cavallucci marini, recensione di Massimo Morasso

 

Gino Scartaghiande, Cavallucci marini, Il Labirinto, Roma 2022  

 «Ogni mimesi è miserabile/ come la natura vasta delle Indie/ o i campi sterminati di boschi/ che tu  vedi dall’alto entrando/ in un folto di luci» sono dei versi di Cavallucci marini, la nuova, scarna raccolta di  Gino Scartaghiande che ora dà anche il titolo a tutta la sua opera poetica, appena riunita per i tipi del  rinato Il Labirinto. Sono parole esemplari di uno dei modi più tipici di Scartaghiande, questo appartato  maestro di scarti linguistici e sensoriali, questo talento assoluto dell’inconciliabile armonico, nel canto  straniante del quale, fra libertà di sintassi, rudezze espressiviste e cabrate liriche sapide di sentori neo petrarcheschi, si avverte il reimpasto, perfettamente assimilato, di voci a un primo ascolto distantissime,  in un ventaglio timbrico aperto fra l’inconfondibile timbro-Rosselli a quello dell’ultimo Hölderlin in  versione vigoliana.  Continua a leggere

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Da questa curva del quartiere s’intravede la mia adolescenza, i giri in bicicletta che facevo quando le strade erano ancora strade e m’incantavo a contemplare le ville, i prati, gli oleandri che ricordavano quelli dei viaggi con don Mario verso Reggio, lo Stretto, il paradiso di Taormina. Era là che mi trovai a tu per tu col Carnaval di Schumann: Vladimir Ashkenazy volava sui tasti bianchi e neri dello stesso colore dell’Etna, sullo sfondo, del mare che già immaginavo solcato dalle navi, da Ulisse legato all’albero per non cedere alle lusinghe del canto, legato come me, dai miei ricordi, a un futuro che mai ero riuscito a decifrare, pur mandando segnali a ogni movimento delle mani che volavano, battevano come ali di gabbiano, e avrei voluto che fermassero il tempo, soprattutto in quegli istanti in cui la musica più mi travolgeva, come fosse lo spettacolo del mio futuro, l’attimo in cui ci stendevamo sui tappeti e si alzava la preghiera, e tutti aspettavamo che le mani di Wojtyla si posassero sulle teste chine, e incrociassimo gli occhi in cui leggere il mondo a venire, che sempre si specchia nello sguardo dei santi e delle sante. Così erano gli occhi di don Mario, pazienti come quelli di un animale da soma che scuote il capo per scacciare mosche, senza rabbia, rassegnato come Cristo sul calvario. Qui, nel quartiere, si sentono le voci dei bambini, il vento attenua un caldo mai visto in primavera, e la campana che suona, proprio adesso, mi ricorda che la vita può essere compresa sotto forma di note, di attimo sospeso sulle soglie di una terra-paradiso, di un Carnaval che mi sembra di sentire qui, come se il tempo non fosse mai passato, come non fosse esistito, e questa strada fosse un sogno. Come se il Cristo guardasse solo me, dalle falde dell’Etna, fuoco che accende il futuro dal di dentro, pianoforte d’acqua, d’aria, di cielo, sogno di un futuro già esistito, già vissuto, quando le strade ancora erano strade e io m’incantavo a contemplare il mondo.

Poesia italiana del XXI secolo

Adriana Libretti nasce a Milano, città in cui vive e lavora. Laureata in filosofia, studia mimo e teatro con il Metodo Lecoq. Affianca l’attività di attrice, doppiatrice e dialoghista a quella di scrittrice. Nel 2002 consegue il Master in drammaturgia presso la Scuola Nazionale di Drammaturgia Teatro di Gioia, diretta da Dacia Maraini. Oltre a essere presente in varie antologiche (Nuova Prosa n.19, Greco e Greco Editore; Crimine, Millelire, Stampa Alternativa; Nel vuoto arioso del mondo, Ellin Selae, Antologia della poesia erotica contemporanea, ATì Editore, 2006) ha pubblicato Incontri di stagione. Miniature, Zephyro Edizioni, 2004; Lettere a un cretino, ATì Editore, 2005; Un dolore senza fissa dimora, ATì Editore, 2008; LINFE. Romanzo vegetale, Vydia Editore, 2012. Per Le Mezzelane Casa Editrice ha pubblicato nel 2018 Parole Presenti e la silloge poetica Per quattro regni (almeno);  nel 2020 il testo teatrale Scambi. Di recente  pubblicazione è la raccolta poetica La conchiglia del tempo (marzo 2022). Continua a leggere

Il nuovo Magellano di Barbera. Torna la narrativa per ragazzi. Intervista di Guido Michelone a Gianluca  Barbera

Uscito da pochi giorni in libreria, Magellano e il tesoro delle Molucche (Rizzoli editore) è il nuovo romanzo dello scrittore cinquantenne reggiano (ma  senese  d’adozione), che per la prima volta si  confronta con la cosiddetta narrativa per ragazzi, riscrivendo la vicenda da lui già svolta nel romanzo per adulti Magellano (2018) con le motivazioni da egli  stesso proposte in quest’intervista esclusiva. Continua a leggere

Preghiera


La preghiera è fatta di gemiti e sospiri. Bisogna entrare in questa terra promessa, nello specchio di pace in cui troviamo la nostra identità. Solo guardando il Cristo vedo chi sono, decifro la mia supplica, il desiderio infinito di essere me stesso.

“Giovani ci siamo amati senza saperlo”, di Emanuele Pettener

Recensione di Viviana Viviani

Emanuele Pettener, Giovani ci siamo amati senza saperloArkadia Editore, 2022

“Ubriacami d’ironia e sensualità” diceva Carmen Consoli in Parole di burro, e non trovo espressione più adatta per descrivere la scrittura di Emanuele Pettener nell’ultimo romanzo edito da Arkadia, Giovani ci siamo amati senza saperlo. Se nel precedente Floridiana si affrontava, con eguale spirito, l’età matura, qui in primo piano è la giovinezza, pur se già venata di rimpianto. “Avevo compiuto vent’anni e cominciavo a sentirmi vecchio, la classica crisi di mezza età: mi piaceva prendermi in anticipo.”

C’è molta ironia, ma anche erotismo e passione giovanile in questa storia che vede protagonisti tre studenti fuori sede – Ema, alter ego dell’autore, Rodrigo, bello e studioso ma privo di senso dell’umorismo, e Feli, brava ragazza che nasconde un lato malizioso, concupita da entrambi – nella Venezia degli anni 90. Continua a leggere