
Dovremmo manifestare il fascino del Cristo, portare le persone a innamorarsi di Lui, perché solo qualcosa di più bello del peccato permette di respingere il peccato. Potrà questa bellezza rovesciare il mondo? É la scommessa più importante.
Lirico terapia. Sergio Solmi
Una volta
era il getto sfrangiato
dal vento, screziato da tutti i colori
dell’arcobaleno. Era
l’albero che rinverdiva alla pioggia
di primavera, sotto il cielo volta
a volta rannuvolato e sereno,
azzurro o grigio secondo
calma o procella.
Ora il getto
si è spento, il ramo
è secco, sono cadute
tutte le foglie. Sul devastato
giardino spira
il gelo dell’inverno, e la punta
della spada sta toccando il cuore.
Dalla più alta
vetta del nero pino la nera
rauca cornacchia sguaiata ironica sghignazza
sul disastro.
Sergio Solmi lancia un tema comune che però sempre c’interpella, il cambiamento.
La gloria
Lirico terapia. Giovanni Nuscis
Gonfie delle attese dei preganti,
immote su un fondale di tempo
stanno le fedi.
Non la profondità che aumenta
offusca il verbo dei profeti.
Né l’apnea sofferta
che a galla riporta
a malapena
qualche scarna parola.
Sono i popoli giusti
ed eletti
a essersi mangiati l’eden.
Non resterà una sola mela
a tentare un redivivo Adamo.
Gerarchie per nulla sante
hanno preso il largo dai vangeli.
Alla larga, allora
da colonie di batteri,
da punteruoli rossi
che il cuore della palma,
con orrido appetito,
si son mangiati.
Questa poesia è tratta da Il grande tempo è ora, il libro di Giovanni Nuscis appena edito da Arcipelago Itaca, con Postfazione di Antonio Fiori. Sono versi che esprimono bene l’anima del volume, sospeso tra passione civile e risonanze di un’intimità sempre esposta alle incursioni della vita condivisa. Qui la provocazione è scoperta: sembra di vederlo, lo sguardo lungimirante di Nuscis, che non teme i potentati del mondo, a qualunque casta appartengano e a qualunque fonte si ispirino. La poesia è sempre profezia, e come tale è scomoda (aggettivo) e scomoda (verbo): chi pensa che la bellezza dell’arte sia estranea alla battaglia, leggerà con profitto quest’ultima opera del poeta sardo, ritrovandovi uno sguardo acuto e unificato; una voce, al tempo stesso, dolce e potente, mai sazia delle sfide che il “grande tempo” lancia, soprattutto “ora”.
Straordinario
Poesia italiana del XXI secolo

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo. Vive a Rignano Flaminio, nei pressi di Roma. Ha pubblicato varie raccolte poetiche, tra cui Fraturno, Abete, 1987, La miniera, Fazi, 1997, Eroi, Fazi, 2000, Attorno al fuoco, Avagliano, 2006, Poesie, Fazi, 2010, Il fico sulla fortezza, Fazi, 2012, Cieli celesti, Fazi, 2016, La vita comune. Poesie e commenti (con Arnaldo Colasanti), Melville, 2018, Endimione (Interno Poesia, 2019. È stato tra i fondatori della rivista letteraria Braci (1980-84) e, nel 2013, di Viva, una rivista in carne e ossa. Nel 2016 ha pubblicato il saggio La difficile facilità. Appunti per un laboratorio di poesia (Lantana). Ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui i premi Bellezza (1994), Metauro (1997), Montale (2001), Frascati (2001), Luzi (2007), Lerici Pea (2009), Laurentum (2011), Camaiore (2013), Brancati (2013), Carducci (2020). Suoi testi sono stati interpretati da Nanni Moretti, Piera Degli Esposti, Roberto Herlitzka e altri.
L’arte dell’inizio
Tito Barbini, “Il fabbricante di giocattoli”
Recensione di Giovanni Agnoloni
Tito Barbini, Il fabbricante di giocattoli, Arkadia Editore, 2021
Il fabbricante di giocattoli è qualcosa di più e di diverso da una biografia e da un romanzo. È sì, in parte, entrambe le cose, ma non la loro semplice sommatoria. Semmai, una combinazione, o un amalgama, che affonda nei territori della storia per estrarne un succo di verità privata – ma quintessenzialmente universale.
Tratta della vita dell’anarchico russo (in seguito divenuto cittadino argentino) Simón Radowitzky e del percorso che lo condusse, a causa dell’omicidio del capo della polizia di Buenos Aires, avvenuto nel 1909, a essere imprigionato nella colonia penale di Ushuaia, nella Terra del Fuoco, dove avrebbe patito condizioni terribili, e quindi a evaderne avventurosamente per riparare in Spagna. Qui avrebbe partecipato alla Guerra civile, e infine si sarebbe nuovamente rifugiato al di là dell’Atlantico, fabbricando giocattoli per bambini a Città del Messico, nei pressi della casa dove viveva e fu assassinato Lev Trockij. Continua a leggere
Successo
Luigi Maria Corsanico legge Trilussa. 4
Pazienza
Due inediti di Rosa Salvia
Due poesie inedite di Rosa Salvia
Preghiera a Maria
Sono la curva stanca della luna –
anno per anno, entro di me, mutai
volto e sostanza, il palmo segnato
da tutte le mie morti.
Ma la neve copre le cesoie del
tempo, il tintinnio del dubbio,
e le tracce chissà dove nel nulla.
Bisogna che io impari a vivere
di nuovo, svolgendo avvolgendo
la fascia bianca della preghiera
a nostra Madre eterna
per rimanere come un’età che
non ha nome, umana fra le umane
debolezze, e pur vivente di Maria
soltanto e solo in lei bambina.
So poco del Cristo
So poco del Cristo, troppo grande
il mistero, ma Lui sembra sapere di me,
mi guida come una scia sull’acqua
quando i suoni diventano parole,
in quella linea labile del giorno,
transito impercettibile fra la vita e la morte,
tra una fine e un principio:
un punto di partenza o di ritorno?
Sul legno della croce trasmigrano le rondini,
innamorate di eterne piume più leggere,
bruciano gli sterpi, maturano silenzi,
si riannodano echi che assolvono e
perpetuano i rimorsi e le assenze,
calano le maschere,
ombre prive di forma, consistenza.
Ospite
“Una terrazza sull’Albania” racconto di Beatrice Fiaschi
Ringraziamo Beatrice Fiaschi per averci concesso di pubblicare il suo racconto, con cui ha vinto il premio speciale della giuria al “Concorso internazionale città di Latina”, il premio speciale al concorso letterario nazionale “San Lorenzo 2021 poesie e racconti” e si è classificata seconda al premio letterario “Antica Pyrgos – profumi di poesia”. Beatrice Fiaschi è scrittrice, giornalista pubblicista, editor, insegnante di scrittura creativa e ricercatrice spirituale.
UNA TERRAZZA SULL’ALBANIA
“Dalla terrazza di casa, nelle giornate serene, si vedevano le coste dell’Albania”.
Lo dicevi col grigio tra i capelli, ma io fantasticavo fossero ancora neri: magicamente ti visualizzavo nel passato. Il tuo sguardo oltre, sempre severo. Le rughe d’espressione in mezzo alla fronte e la tua pelle, un tizzone sotto il sole del Salento. Continua a leggere
Una sfida
Edgar Allan Poe. Nevermore. Poesie di un Altrove, a cura di Raffaela Fazio
“Edgar Allan Poe. Nevermore. Poesie di un Altrove, a cura di Raffaela Fazio” (Marco Saya Edizioni, 2021)
Dall’introduzione di Raffaela Fazio
Nel presente volume mi sono occupata della traduzione di una poesia che – lo dico chiaramente – andrebbe letta, ancora più di altre, in lingua originale. Il motivo è semplice: la musicalità del verso. Per Edgar Allan Poe (Boston 1809 – Baltimora 1849) la musica è l’arte che più efficacemente eccita ed eleva l’anima, permettendole di accedere al regno etereo della bellezza. […] Attraverso la sonorità e il ritmo del verso, che spesso assomiglia a una ballata e non di rado presenta una lunghezza variabile, l’autore vuole produrre un effetto immediato, incantatorio, vuole coinvolgere il lettore emotivamente, più che indurlo alla riflessione/ elaborazione concettuale. La sua poesia non si basa infatti su una molteplicità di livelli “stratigrafici” da indagare in profondità con il pensiero, ma sulla capacità di creare atmosfere suggestive, da un punto di vista tanto scenografico quanto psicologico. Continua a leggere
L’Atteso che attende
Lirico terapia. Pedro Salinas
È stato, accadde, è verità.
Fu un giorno, una data
che il tempo segna al tempo.
Fu in un luogo ch’io vedo.
I piedi di lei calpestavano
questo suolo che tutti calpestiamo.
Il suo vestito
somigliava a quegli altri
che portano altre donne.
Il suo orologio
sgranava calendari
senza scordarsi un’ora,
come contano gli altri.
E ciò che lei mi disse
fu in un idioma del mondo,
con grammatica e storia.
Così vero
che sembrava menzogna.
No.
Bisogna che me lo viva dentro,
debbo sognarmelo.
Togliere il colore, il numero,
il fiato di fuoco
con cui nel dirmelo mi bruciò.
Convertire tutto in caso,
in puro azzardo, sognandolo.
Così, quando si disdica
di ciò che allora mi disse,
non mi morderà il dolore
d’aver perduto una felicità
ch’io tenni fra le mie braccia
come si tiene un corpo.
Crederò che fu un sogno.
Che ciò che fu così vero,
non ebbe corpo né nome.
Che perdo
un’ombra, un sogno di più.
C’è poco da aggiungere all’effetto straniante dei versi di Salinas: a chi non è accaduto di temere di perdere? E di trovare sistemi di difesa più o meno improvvisati? È stato, accadde…
Il tempo
Vorremmo tirare i remi in barca, riposarci, fare una sosta che ritempri dalla fatica del cammino. Poi ricordiamo le parole di Gesù: il Padre e Io operiamo sempre, e siamo certi che il riposo verrà, ma non adesso. Ora ci si spende, si fa del tempo un’offerta generosa, come il Maestro ci ha insegnato.
“Le stagioni del viaggio”, di Maria Pia Romano
Recensione di Francesco Improta
Maria Pia Romano, Le stagioni del viaggio, Besa Muci Editore, 2021
Placida notte, e verecondo raggio // della cadente luna; e tu che spunti // fra la tacita selva in su la rupe //nunzio del giorno…
È questo l’incipit bellissimo dell’Ultimo canto di Saffo di Giacomo Leopardi che fa da cerniera tra le Canzoni della sua prima giovinezza e gli Idilli della maturità. Leopardi in questo canto accoglie la leggenda di Saffo più facilmente assimilabile alla sua condizione fisica e psicologica, in quanto anche egli non diversamente dalla poetessa di Lesbo per la veste corporea non molto gradevole si sente escluso dall’amore e dalla comunione con la natura. E Saffo ha un posto significativo nell’ultimo romanzo di Maria Pia Romano, Le stagioni del viaggio, che è ambientato non a caso nell’isola di Leucade dove, secondo la leggenda menzionata in precedenza, Saffo pose fine ai suoi giorni, lanciandosi giù da una rupe. Se mi spingessi oltre nel cogliere corrispondenze, analogie o semplici suggestioni letterarie non renderei un buon servizio ai lettori, scoprendo le carte prima che inizi il gioco, per rimanere nell’ambito della metafora. Continua a leggere













