1348-2020

Solo ora comprendo l’inizio del Decameron. Solo ora comprendo il presente. (f.s.)


[…] Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata.

E in quella non valendo alcuno senno né umano provedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era manifesto segno di inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune più e alcun’ altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno.

Continua a leggere→

Nino Iacovella, “La parte arida della pianura”

Dall’inedito di Nino Iacovella “La parte arida della pianura”

LANDE

Ad occhi aperti dinanzi alla pianura
carezzi la sua lingua sconosciuta

Questa è una terra che ci segna:
il dito punta all’orizzonte che sfuma

La linea è continua, anche quando inciampa
sulla soglia del dirupo Continua a leggere→

Lirico terapia. Anna Achmatova, Ho appreso a vivere semplice e saggia.


Ho appreso a vivere semplice e saggia

Ho appreso a vivere semplice e saggia,

a guardare il cielo, a pregare Iddio,

e a vagare a lungo innanzi sera,

per fiaccare un’inutile angoscia.

 

Quando nel fosso freme la lappola 

e il sorbo giallo-rosso piega i grappoli,

compongo versi colmi di allegria

sulla vita caduca, caduca e bellissima.

 

Ritorno. Un gatto piumoso mi lecca

il palmo, fa le fusa più amoroso,

e un fuoco vivido divampa al lago

sulla torretta della segheria.

 

Solo di rado un grido di cicogna,

volata fino al tetto, squarcia il silenzio.

E se tu busserai alla mia porta,

mi sembra, non sentirò nemmeno.

Difficile che anche solo due lettori diano la stessa interpretazione di questi versi. Una pace inespugnabile? L’esclusione volontaria di una presenza? E la presenza di chi? La poesia è una discesa inevitabile nella profondità di noi stessi.

Per Franz Kafka ( 3.7.1883-3.6.1924)

Alles werden, alles sein

Kafkas letzter Winter 1923/24

Ich kann dich hören, Dora. Ich tue einfach, als
werde ich dich immer hören, als habe ich dich
immer gehört. Dieser Winter ist alle Winter und
du bist alle Frauen. Die Zeit gibt es nämlich gar
nicht. Es ist wahr, dass wir niemals frieren und
es ist wahr, dass wir immer frieren. Die Zeit gibt
es nämlich gar nicht und den Mann, den du
liebst nur vielleicht, vielleicht Continua a leggere→

Umili

Chi è umile non va all’inferno. È una notizia importante, perché infirma sul vero fallimento. Conviene verificarsi sulla virtù dell’umiltà. È un ritorno a se stessi, dopo essere partiti per un paese lontano, la terra dell’orgoglio.

Colpo su colpo di Riccardo Gazzaniga (Rizzoli 2019)

Un libro di quasi tre anni fa, di cui è sempre bene parlare, soprattutto adesso.

Bullismo, omofobia, violenza di genere. Quando avevo quattordici, quindici anni non se ne parlava tanto quanto se ne parla oggi, non avevano un nome mani addosso in ricreazione, penne e le matite spezzate ogni giorno, il branco che si coalizzava contro i più deboli. C’era tutto, non amplificato da smartphone, chat, social, ma c’era, e scavava ferite profonde che che bruciano a distanza di anni.
Da mamma di una figlia alle soglie dell’adolescenza, sono entrata con un tale carico di emozioni in questo libro che ancora, dopo tanto tempo, me lo sento addosso e penso che invitare sempre più persone (genitori soprattutto) a leggerlo possa portare a un cambio di rotta. 

Uno specchio dei nostri tempi, ecco cos’è Colpo su colpo, in poche parole, e un’occasione per aprire una finestra sul mondo dei ragazzi, che sembra sempre più lontano.
Da un lato c’è Giada, che a 16 anni ama un’altra ragazza (e vive con i sensi di colpa nei confronti di un padre poliziotto e una madre “dura e pura”, almeno sulla carta. E per esigenze professionali). Dall’altro, ragazzi come lei, frustrati, irrisolti, a cui sarebbe servita quella educazione ai sentimenti, quella “educazione emotiva” tanto assente da ogni programma scolastico e da tanti progetti familiari. I due mondi, inevitabilmente, si scontrano e sono i più forti (che in realtà sono i più deboli) a prevalere, sopraffare, bullizzare chi va contro i loro (indotti, falsi, di facciata) principi. Nell’epoca del bullismo 2.0, delle foto costruite ad arte con gli smartphone, dei ricatti, della violenza domestica, la sopraffazione, ci troviamo di fronte a diversi modi di agire e reagire. Continua a leggere→

Scadenze

Quando finisce, è allora che comincia. La vita in Cristo è così: si nasce morendo; la fine del viaggio è l’approdo alla meta; l’esaurimento è la ricarica definitiva; la rinuncia è l’acquisto del Tutto, senza più scadenza.

Lirico terapia. Gonzalo Rojas, Al silenzio.


Al silenzio

Oh voce, unica voce: tutto il vuoto del mare,

tutto il vuoto del mare non mi basta,

tutto il vuoto del cielo,

tutta la cavità della bellezza

non basta a contenerti,

e anche se l’uomo tace e questo mondo crolla

oh maestà, tu mai,

tu mai potresti smettere di stare dappertutto,

perché ti avanza il tempo e l’essere, voce unica,

perché ci sei e manchi, e sei quasi il mio Dio,

e sei quasi mio padre quando sono più oscuro.

Tra il silenzio e Dio c’è parentela stretta. Nella Bibbia la presenza del divino si identifica in una voce di silenzio sottile. È qui che si genera lo spirito, non bisogna sprecare le occasioni.

Lirico terapia. Fina García Marruz, Ormai anch’io sono insieme agli altri.


Ormai anch’io sono insieme agli altri

Ormai anch’io sono insieme agli altri

che dicevano guardandoci, con aria

di sì tenue tristezza «Su, giocate>>

per allontanarci. E nella penombra bella

delle panchine serali del parco

di che parlavano, di’, e chi erano?

Superiori, come dei, facevan pena.

Si somigliavano molto quando lenti

ci guardavano distanti, come un gruppo

di alberi uniti da un giorno d’autunno.

 

Ormai anch’io sono insieme agli altri

di cui ci prendevamo gioco a volte,

lì come dei tonti, così stanchi.

Noi, i piccoli, noialtri che nulla

possedevamo, guardavamo, senza vederli,

quel loro modo d’essere tutti d’accordo.

 

Ed ora

che ho camminato lenta fino alle panchine

per riunirmi con loro lì per sempre,

ormai anch’io sono insieme agli altri,

i più grandi d’età, i malinconici,

e come sembra strano, non è vero?

 

Il passaggio dall’infanzia alla vecchiaia è descritto dalla Marruz in modo magistrale: nel volgere di pochi versi, si consuma una vita.

Fausta Genziana Le Piane e la terra promessa

di Augusto Benemeglio

 

1.Le mille e una notte 

Narrare è – all’origine – , (scrive Pietro Citati) ,  – un dono femminile, una parola che una donna rivolge a un’altra donna, o a un bambino, o ad un uomo potente che l’ascolta e pesa la sua anima, la sua vita. E’ una parola magica, parole smarrite, perdute, sepolte, ma che “torneranno… // E saranno come biglie colorate/spinte/dalle agili dita/ di bambini…// Rotoleranno impazzite/ frettolose alla meta/ nel solco sinuoso della sabbia/ che porta all’entrata di un/ castello sognato./ Entreranno trionfanti/ fino alla stanza del re/ e regaleranno una collana/ scintillante alla regina. (pag. 128)   Continua a leggere→

Grazia

In stato di grazia il Signore è con te. Lo avverti come il rumore del mare dentro la conchiglia, come i passi nel corridoio di casa, in cui subito riconosci tuo padre, tua madre, tuo fratello. Tenere sgombro il cuore è la migliore accoglienza.

Piccolo Magnificat. 3


di Giampaolo Centofanti 

Abramo, che sperò contro ogni speranza

Niente.

Non vedo ancora niente lì sul monte.

Forse le stelle alpine sono le sole

a credere ancora ad un tempo che viene,

loro hanno in dono petali di lana per il vento e la neve.

Lì sulle cime calve battute dalla tramontana

vi è tanto turbinare che non alza in volo niente.

Ma una felicità insensata ancora pervade l’aria,

su per la mulattiera, ancora è come lana. Continua a leggere→