a cura di Giorgio Stella
Madre
Come una ferita porto te
sulla fronte, che non si rimargina.
Non sempre fa male. E il cuore
non se ne sbocca via fino a morire.
Solo talvolta d’un tratto son cieco e sento
sangue nella bocca.
Le tristezze e le angosce
(M. Rothko e Giotto)
«Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo». [Mt 26,36-46]
La coccarda può essere nera e tarda ma le tende ne nascondono il futuro della medaglia – al sicuro – la betoniera è una ceramica nel museo delle cere, un camice di cocco nei punti della miralanza… Per il quarzo del marmo il peso dell’arco di macello nel poligono del golf. Chi diresse il faro nella rosa dei venti? Il calco rosa di vento giù di allora, io sono la corazza nell’elmo della conchiglia. ———————————————–*
di Luca Pizzolitto
1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?
Direi che è nata con mio figlio, nel senso che è stato lui a fare da spartiacque fra la vita di prima e la mia nuova sedentarietà. Sono passati circa dodici anni dalla pubblicazione della raccolta precedente, e durante questo tempo mi sono allontanato dalla letteratura, ultimo periodo a parte. Devo dire che neanche pensavo di tornare a scrivere, ma il tempo ha creato nuove circostanze e stimoli. Continua a leggere
Versi tratti dal libro di Floriana Porta in uscita a settembre dal titolo Nel giardino dei tuoi passi (Pecore Nere Editorial)
È da molto tempo
che manca il tuo pane ancora caldo
sul tavolo della cucina.
Sono assenti
le tue vesti bianche,
le tue mani ignote
e i tuoi occhi beati.
Ma la tua poesia
miracolosamente resta,
si ripete.
Si riapre
come una ferita di luce.
E ribolle tuttora
come il magma
di un vulcano spento
che torna a ruggire
a schiumare, ad accendersi. Continua a leggere
(Cocchiere) – cocchiere, quale è strada per la betoniera? Nel museo delle cere, ovviamente. E la ceramica? La veste antica è un’ombra di riflesso della corazza nell’armatura stata elmo di razza pura… Chi ha vinto il labirinto? Gli angeli che portano alle madri preghiere dei figli assenti dai padri. —————————————————–
FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Massimiliano Bardotti
Per Massimiliano Bardotti la poesia deve saper gettare uno sguardo nuovo sul mondo. Non si tratta di donare luce, ma di levare “le travi dagli occhi” per poter osservare la bellezza che circonda gli esseri umani. Dunque, la poesia è modo per abitare l’esistenza, una vocazione di bellezza alla quale affidarsi con speranza.
Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita? Continua a leggere
a cura di Giorgio Stella
Flash back
In macchina fumo Grigio sopra Elmira
La grande fabbrica di mattoni riformatorio maschile
Nella valle sotto colline nebbiose 25 anni fa
Stavo in visita con Joe Army e mormoravo Erba verde.
Jack non è più qui, ceneri di Neal
La solitudine fa gemere i vecchi, solitudine di Dio,
O donne tacete, urlanti per altra carne di bimbo.
10 Novembre 1969
di Kika Bohr
Ecco il seguito dell’intervista con Rita Vitali Rosati (la cui prima parte potete vedere qui)
Kika: – Ricordo ” Per fortuna ci sono anch’io ” una performance…
Rita: – Ricordo concretamente anch’io e non è solo un ricordo proustiano, così com’è indicato nella domanda, ma il tempo di questa performance si connota come una realtà che oggi è essenziale nella storia del mio curriculum. Per fortuna ci sono anch’io , ha visualizzato in uno slogan il progetto di accelerare l’urgenza di riconsegnare alla memoria un passaggio fondamentale che è stato quello del futurismo di Marinetti e del dadaismo del giovane Evola. Facendo della provocazione un segno che come quello di Zorro, indica che dove c’è sfida, c’è anche una belligeranza perché partendo dalla constatazione che da sempre “c’est l’argent qui fait la guerre” le grandi mostre istituzionalizzate si fanno con i grandi forzieri di Stato. Si è trattato di riformulare un evento avendo come obiettivo quello di duplicare, clonare la mega-mostra “Gentile da Fabriano” e company e l’altro Rinascimento, affrontando un improbabile braccio di ferro con l’ignaro Francesco Merloni. Utilizzando il linguaggio e la struttura di una campagna pubblicitaria virtuale, con poster, locandine, comunicati stampa, volantini, intervallati e accompagnati da una serie di azioni diversificate, occupando spazi non usuali dell’arte (per esempio l’aereo che vola trascinando il mio slogan preferito “Per fortuna ci sono anch’io” vero tormentone come ogni carosello che si rispetti).

Rita Vitali Rosati, 2006
La traccia
(M. Rothko)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Continua a leggere
Se per caso, in questo
catrame, a naso fiutando
in questa pece calda
che appiccica e non coagula
raso tra i piedi un topazio,
come dire: il bello che spunta
imprevisto, il bello antico
eterno che fa capolino:
una frase solida, lustra
di razionalista seicentesco
o il pugnale col manico d’osso
cesellato dove i cani
divorano il cinghiale
o i festoni anomali, l’intreccio
di fronde, conchiglie, satiri
di qualche grottesca di palazzo
se dunque salta fuori
ancora come nuovo il bello
aperto da ambo i lati
disteso di fronte
in misurata simmetria
non lesinare martello
tacco, nocche, cranio,
saliva. Schiaccia
il bubbone, pesta
rintuzza a fondo
nel fondo la magra
chimera, il placebo.
(da Prove d’inconsistenza)