Dicembre è il mese che culmina con il Natale: la nascita di Gesù, che si fa uomo per la nuova alleanza con gli uomini, nei giorni che superano il solstizio d’inverno per aprirsi alla speranza della ciclica rinascita della natura. Anche il Natale, come le altre festività dell’anno, può essere pensato, organizzato, vissuto in modi diversi – e in molte situazioni differenti: personali, familiari, sociali, storiche. Benché in Italia il Natale sia per molti una festa di gioia familiare, non bisogna mai dimenticarsi di chi non lo può, o non l’ha potuto, vivere con le nostre opportunità.
Voglio citare e ricordare qui un film e una poesia. Il film è Joyeux Noël (2005) di Christian Carion, e racconta un evento dimenticato dalla storia ufficiale: una tregua natalizia spontanea in uno dei fronti della prima guerra mondiale, dove soldati tedeschi, francesi e scozzesi fraternizzarono tra di loro, celebrando insieme – lume d’amore nella tragedia – la nascita di Cristo.
La poesia è invece Natale di Giuseppe Ungaretti, datata 1916 e inclusa nella sua maggiore raccolta, Allegria di naufragi. Sono i versi dolorosi del poeta-soldato che porta sulle spalle il macigno della “grande guerra”: versi essenziali e nitidi, con cui Ungaretti squarciò definitivamente il velo della greve eredità petrarchesca che ancora gravava sulla nostra poesia (prima che lo stesso poeta, da fine anni Venti, ne imponesse una nuova, parimenti greve e reazionaria).
Leggiamo insieme: “Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade”. // Ho tanta stanchezza / sulle spalle. // Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata. // Qui / non si sente / altro / che il caldo buono. // Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare”. Ospite a Napoli dell’amico letterato Gherardo Marone, Ungaretti visse quel Natale nello sciogliersi dell’intimità domestica, nel silenzio che lo portava a ritrovarsi. E a rivivere il calore della vita.
Novità
Ritratti in/versi, di Silvana Leonardi
Ritratti in/versi di Silvana Leonardi è una raccolta di calligrammi dedicati a 29 figure femminili della storia letteraria e artistica internazionale e a un uomo, nel suo eteronimo femminile.
I calligrammi sono componimenti poetici che si sviluppano su un testo che prende, nella sua struttura dei versi, anche la forma di un disegno, di un’immagine stilizzata, non necessariamente in relazione, per ciò che rappresenta visivamente, con il tema del testo poetico.
Ebbero inizio nella cultura ellenistica, nel IV e III secolo avanti Cristo, e nella lingua greca presero il nome di “technopegnie”. Si diffusero poi anche nella poesia latina prendendo il nome di “Carmina figurata”.
Questo particolare tipo di poesia, pur essendo sempre stato praticato nelle diverse storie letterarie, anche le più antiche, è stato poi ripreso in tempi più recenti dall’avanguardia, nella cosiddetta poesia visuale e concreta. Continua a leggere
Simone Weil
Aprite la porta, dunque, e vedremo i verzieri,
Berremo la loro acqua fredda che la luna ha traversato.
Il lungo cammino arde ostile agli stranieri.
Erriamo senza sapere e non troviamo luogo.
Vogliamo vedere i fiori. Qui la sete ci sovrasta.
Sofferenti, in attesa, eccoci davanti alla porta.
Se occorre l’abbatteremo coi nostri colpi.
Incalziamo e spingiamo, ma la barriera è troppo forte.
Bisogna attendere, sfiniti, guardare invano.
Guardiamo la porta; è chiusa, intransitabile.
Vi fissiamo lo sguardo; nel tormento piangiamo;
Noi la vediamo sempre, gravati dal peso del tempo.
La porta è davanti a noi; a che serve desiderare?
Meglio sarebbe andare senza più speranza.
Non entreremo mai. Siamo stanchi di vederla.
La porta aprendosi liberò tanto silenzio
Che nessun fiore apparve, né i verzieri;
Solo lo spazio immenso nel vuoto e nella luce
Apparve d’improvviso da parte a parte, colmò il cuore,
Lavo gli occhi quasi ciechi sotto la polvere.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Portatori di fioriture insperate
[Is 35,1-6a.8a.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11]
(G.Klimt, Speranza)
«In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». [Mt 11,2-11] Continua a leggere
Semplici abbandoni, di Alberto Bertoni
Alberto Bertoni, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna, nella cattedra del suo illustre maestro Ezio Raimondi, si sa è critico militante, nel senso più ampio del termine, generoso con la comunità poetica, impegnato nella saggistica letteraria con una applicazione totale, dati i numerosissimi studi effettuati; è però poeta. Nella seconda parte del Novecento, la distinzione tra i due ambiti, quello del critico e del poeta, è stata giustamente messa da parte, tanto che poi alcuni poeti sono risultati ottimi critici (tre nomi per tutti: Bigongiari, Fortini e Zanzotto), così come alcuni critici si sono espressi ottimamente in poesia, e uno di questi è appunto il nostro poeta. Bertoni ha pubblicato vari libri, tra i quali spicca la raccolta Ricordi di Alzheimer (poi Il libro dell’ansia), in cui scrive della terribile malattia contratta dal padre, poesia che ha avuto molti riconoscimenti. Ora, facciamo un passo indietro rispetto al libro di cui vogliamo parlare, cioè Semplici abbandoni, appena uscito presso Einaudi (pag. 140, euro 12), e torniamo al volume precedente del poeta, sempre pubblicato da Einaudi, nel 2021, dal titolo insidioso L’isola dei topi. Ebbene in quelle pagine, il malefico roditore, diveniva minaccia e figura del declino di una società, la nostra, che, tra guerre, covid, perdita dei valori ideali e spirituali e eventi climatici, si pone sulla soglia della fine, o comunque in uno stato di evidente putrefazione. Il roditore ci accompagnava così in un baratro, in un tragico vortice melmoso. Vettore e protagonista della storia. Continua a leggere
Andrea Zanzotto
Elegia pasquale
Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti
E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane
Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio:
é mia questa inquieta
gerusalemme di residue nevi.
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate.
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.
Crocifissa ai raggi ultimi e l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.
Bollettino n. 2
20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
La poesia di Antonio Petrocelli è una retrocessione allo stato di natura attraverso la memoria. Il risultato, tuttavia, non è, come ci potremmo aspettare, di nostalgia. È un rinvenimento della dura materia del presente. Il medium è la figura del padre, ma, in realtà, tutto l’universo infantile e geografico dal quale l’autore tra origine. Il ritorno a questa sorgente porta con sé le paure della discesa all’inferno. Per mezzo della poesia, in realtà, la memoria si sublima. Non aleggia fantasmatica a intralciare le cose della vita di tutti i giorni. C’è un doppio passo. Subito segue un sbrinamento che arricchisce la scrittura di questa raccolta di oggetti e elementi naturali che hanno lo spessore di presenze vive ed eloquenti. A partire dal titolo Peraspina e perapoma (Treditre Editori, 2019), che traccia il confine tra il mondo familiare e domestico che l’autore rianima e la realtà esterna di cui egli è stato interprete e viandante sulla strada, perché solo la strada è di tutti. Questo legame tra passato e presente, interno ed esterno, personale e universale è teso come una pelle di tamburo. Sono un contadino/ in fuga dai contadini./ Per dare senso/ al giorno fatto/ scorteccio un ramo/ e mi abbevero al fiume di tuoi silenzi. Scandita in quattro stanze, la poesia-canzone di Petrocelli raggiunge la nota più alta con Vola vola, pascoliana e metafisica insieme, liberazione finale dell’anima e dei sensi dagli abbracci della memoria fino a farsi pura armonia. Le mosche ronzano in tormento/ sulla corda che si tende./ Vola vola sull’aia la giumenta/ inseguendo in tondo il vento.
Primo Levi
Polvere
Quanta è la polvere che si posa
Sul tessuto nervoso di una vita?
La polvere non ha peso né suono
Né colore né scopo: vela e nega,
Oblitera, nasconde e paralizza;
Non uccide ma spegne,
Non è morta ma dorme.
Alberga spore vecchie di millenni
Pregne di danno a venire,
Crisalidi minuscole in attesa
Di scindere, scomporre, degradare:
Puro agguato confuso e indefinito
Pronto per l’assalto futuro,
Impotenze che diverranno potenze
Allo scoccare di un segnale muto.
Ma alberga pure germi diversi,
Semi assopiti che cresceranno in idee,
Ognuno denso di un universo
Impreveduto, nuovo, bello e strano.
Perciò rispetta e temi
Questo mantello grigio e senza forma:
Contiene il male e il bene,
Il pericolo, e molte cose scritte.
29 settembre 1984
La goccia
L’arte dell scrivere, di Gualberto Alvino. 52
Ermanno Krumm
Reginella
Finché sollevando gli occhi
ho chiuso con l’idea
che qualcosa possa essere rimasto
in ch? ci ha visto:
la signora della vecchia
friggitoria, il ciclista più caro d’Italia.
Neanche le fotografie servono.
Lo so, non resta proprio nulla
di ciò ch’eravamo uno per l’altra,
solo talvolta qualcosa torna,
ma anonimo, con la didascalia scambiata e lo strano effetto del vento
sul pioppo che faceva autunno
proprio dentro l’estate.
Stagione
Roberto Carifi
L’amore
L’amante vede nell’amato ciò che l’amore gli fa vedere. L’amore è uno sguardo che chiede di essere guardato, la schiusura che nell’ombra dell’uno e dell’altro lascia entrare la luce dei loro sguardi. La neutralità dell’amore, come ci viene descritta da Plotino, è l’Altro che chiama l’amante verso l’amato, che li rende aperti l’uno per l’altro. Non si riceve il dono che abbandonandosi al movimento che l’avvicina, nel vuoto misterioso ancora colmabile dall’amore. L’amato partecipa della neutralità dell’amore, è per questa sua appartenenza che lo mantiene al di là di ogni misura che può avvicinarsi con i tratti dell’amato, entrare in quell’apertura a cui l’amante è sospeso nella sua attesa. Nessuna ferita verrà risanata, nessun vuoto verrà colmato se non per riaprire di nuovo il vuoto e la ferita che irradiano sopra il volto dell’altro una penombra, l’ombra di una carezza che lo tiene nella luce segreta dell’amore. L’amore è una pienezza che reinventa il vuoto, un fiume che scorre verso la povertà della sorgente.
Luigi Maria Corsanico legge Salvatore Quasimodo. 10
Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Cristiana Buccarelli

In questo brano c’è una connessione tra la parola e l’assenza indicibile, c’è la volontà di rompere la cospirazione del silenzio.
La parola diventa un ponte, un anello di congiunzione, un ascolto di simboli e segni che restano nella memoria dei vivi e che congiungono con l’invisibile.
Dal libro di prosa e poesia Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025)
Cristiana Buccarelli
A mio padre
Ti ascolto in giardino
nel fruscio delle foglie
nei movimenti dei gatti di notte sulle foglie secche,
ti ascolto nei rumori delle porte di casa,
nel loro aprirsi e chiudersi,
nelle ombre notturne delle stanze,
nelle foto di te bambino
nei quadri degli avi.
Ti ascolto e ti respiro tra le mura,
sei tu la casa stessa,
tu che continui ad esserci,
presenza radicata e familiare,
rifugio e riparo nei giorni,
tu che mi accompagni attraverso il tempo.
POESIA POLITICA.36. Giovanni Nuscis

Questa mattina grigia di silenzio
e di aria fresca e ferma
calata tra i palazzi e sui cortili;
che muove dentro cose
che non sappiamo. Continua a leggere
Rinascita come armonia tra essere e divenire. Claudio Damiani
Lasciarsi coinvolgere appieno nella lettura dell’ultimo libro di Claudio Damiani (Rinascita, Fazi, 2025) vuol dire vivere un’avventura estetica e di senso in qualche misura onirica. Ciò è in gran parte dovuto al linguaggio impiegato nonché al sovrapporsi dei piani temporali narrati.
La letteratura contemporanea si confronta spesso con il problema della frammentazione del tempo e l’autore lo fa tramite una poesia che affonda nella rimembranza dell’infanzia e nella concretezza della natura, con il proposito di recuperare le radici dell’esperienza.
Analizzare questo testo permette, dunque, di riflettere sul ruolo della scrittura come strumento di conoscenza e di riappropriazione di sé di fronte al senso di disgregazione proprio del mondo contemporaneo e sul tentativo, peraltro riuscito, di restituire l’unità attraverso la semplicità luminosa della visione. Continua a leggere
Sergio Corazzini
L’anima
a Guido W. Sbordoni
Tu sai: l’anima invano si martòra
di sogni; al mar non più le fragorose
acque dei fiumi giungon desiose
di confondere lor voce sonora
con quella che si forte le innamora
da farle di ogni immagine obliose,
ma van per l’onda petali di rose
come se Ofelia vi dormisse ancora.
Tu sai: l’anima ben vide cadere
tutte le foglie e in ogni foglia un puro
desiderio, fin che, in suo tormento,
le parve dolce figurarsi in nere
vesti, per sempre crocifissa al muro
di un lontano antichissimo convento.














