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Parliamoci chiaro: i sentimenti fanno acqua da tutte le parti. Siamo presi da dubbi e aridità, le budella si contorcono per una delusione, un fallimento, un inizio di scoraggiamento. La chiamano negatività: un territorio avvolto nella nebbia, con sabbie mobili e crateri imprevedibili, sempre pronti a ingoiare l’esistenza. È il lavoro ai fianchi del male, che produce sottobanco la sua azione corrosiva, distruttrice, sottraendo speranza ed energie.
È allora che Gesù ci propone qualcosa: prendere i suoi sentimenti, lasciarsi contagiare dal suo desiderio di vivere in eterno. Quando ne facciamo l’esperienza, ci guardiamo allo specchio e ci sembra impossibile non averci mai pensato.
Recensione di Giovanni Agnoloni
Giorgio Galli, La parte muta del canto. Vite ritrovate di musicisti, ed. Joker, 2016
Giorgio Galli è scrittore abituato al viaggio e all’osservazione dei luoghi e del tempo. Ne La parte muta del canto, raccolta di racconti-ritratto, declina tutte le possibili combinazioni di queste dimensioni. “Luoghi” significa scenari di mondo geografico ma anche dello spirito, principalmente filtrati attraverso le note di compositori, direttori d’orchestra e interpreti dalle vite difficili, perché segnate da fallimenti e frustranti rivalità. Il tempo, invece, è coinvolto, certo, in quanto le epoche osservate sono diverse, ma anche perché Galli si addentra nelle dinamiche più intime delle composizioni di (o eseguite da) questi artisti, scandagliandone lo stile, letto in controluce rispetto alle loro vicende biografiche. E si sa, la musica è quintessenzialmente “tempo”. Continua a leggere

Sparire, o quasi. Come il lievito nella pasta, o il sale nei cibi. Accettare d’essere nulla, perdendosi nella fiducia, come un mare in cui navighi ignorando la rotta, senza porti domande, fidandoti del capitano.
O Capitano, mio Capitano, ti sei impegnato molto perché imparassi l’arte di svanire, il gusto dello stare in disparte, in una grotta, in un pezzo di pane e un po’ di vino.
Prendete e mangiate: si diventa nutrienti acconsentendo a uscire, una volta per tutte, dallo scatolame dei sistemi difensivi.
O Capitano, mio Capitano, prendiamo il largo, per approdare insieme nella Terra dell’Esserci Per Sempre.
Dal testo introduttivo di ComicShow. Fumetti e spettacolo (2012) di Claudio Bertieri, revisionato dall’autore
Tutto è cominciato una sera della primavera 1964. Su una panchina di fronte al Palazzo del Parco di Bordighera, dove con alcuni amici/colleghi si tirava a far tardi. Eravamo stati invitati per prendere parte ad un convegno sulla “Commedia cinematografica” promosso dal Salone dell’Umorismo. Ragionando di vari argomenti saltò fuori che, seppure in misura diversa, eravamo un po’ tutti interessati ai fumetti.
Si trattava, in genere, di un rapporto vissuto più in passato che partecipato al presente, comunque non interamente appassito. Anzi, per certi versi, sollecitato di recente da alcuni incontri “festivalieri”. Delle isolate esperienze cinematografiche -dirette o indirette- che appunto sospingevano a riprendere in mano letture abbandonate da tempo. Non si viveva certo, in quei giorni, la stagione trionfante dei moviecomix, delle trascrizioni su pellicola di personaggi a lungo pedinati sui giornalini. Tuttavia, sembrava di capire che qualcosa si stava muovendo nella direzione di un recupero (tardivo) culturale di quella narrativa disegnata per converso messa all’indice dalle accademie. Continua a leggere

Spesso effondiamo poco i nostri sentimenti. Con Dio, poi, quasi per nulla. Eppure è vivo e vegeto, anzi, risorto. È come se un vecchio amico arrivasse da lontano, dopo tanto tempo, e lo salutassimo come diciamo buongiorno al giornalaio. Che poi il giornalaio si può salutare molto cordialmente, come capitava a me nei tempi andati.
Dio ha molta pazienza. Sta lì che aspetta, alla finestra, il figlio prodigo, il quale ritorna solo perché ha fame. Nonostante questo, il Padre gli corre incontro e gli si getta al collo: non per strozzarlo, ma per riempirlo di un amore che dovrebbe stupirci, commuoverci, in una parola, convertirci.
Ma noi siamo quelli dei saluti misurati, cuori in naftalina che aspettano, spesso, il treno successivo. Che non c’è.

(i redattori di La Poesia e lo Spirito hanno recentemente aderito alla proposta di descrivere in un post quella che potrebbe essere chiamata la loro educazione sentimentale, tipicamente un libro che li abbia molto colpiti e che abbia sensibilmente contribuito a formarli quali essi sono. Pubblico qui il primo contributo, dovuto al “nume tutelare” di questo splendido blog, Fabrizio Centofanti.
A. S.)
Mi è facile rispondere: i libri che mi hanno segnato sono soprattutto quelli di Calvino.
Detto così, sembra banale: letture scontate, logore perfino a scuola. Chi non si è mai sorbito Marcovaldo? Eppure, per me, è stato un incontro folgorante. Non ci crederete, ma quando morì, nel 1985, mi fecero le condoglianze.
Cosa mi piaceva di lui? Tutto, anche quei tratti che a molti sembrano la negazione della letteratura, chiamata a compromettersi, a perdersi, a rischiare fino a contraddirsi, per sondare il territorio infido e per certi versi inconoscibile che è l’altro. Continua a leggere

Il peccato è una questione seria. Produce un’azione devastante in più modalità. La prima è immediata, quasi incosciente riguardo agli effetti che determina. La seconda è la sua permanenza nel deposito della memoria: resta lì come un’accusa, una minaccia di disgregazione, di vergogna. Ecco perché il demonio è detto, anche, il grande accusatore: fa leva sulla paura, sul senso di colpa, ci fa chiudere in noi stessi, fino a estinguere del tutto la speranza.
Se il diavolo ci accusa, Dio è il Paraclito, l’avvocato difensore. Non ignora le nostre malefatte, anzi, ci mette a nudo, ma senza umiliarci: accresce, piuttosto, la conoscenza di noi stessi, le potenzialità di amare e farci amare. Ecco perché la salvezza consiste nel metterci davanti a Lui, senza difese, rientrando in contatto con la nostra identità.

Isabella Leardini, Una stagione d’aria – Donzelli, Roma 2017
di Alida Airaghi
Isabella Leardini, nata a Rimini nel 1978, presente in diverse antologie italiane e straniere, nel 2002 ha pubblicato il volume di poesie La coinquilina scalza, premiato e bene accolto da importanti critici. Con questa seconda prova si cimenta in un canzoniere amoroso che ambisce a mettere in scena non solo la sua tensione e sofferenza individuale, ma anche la condizione generazionale di tante giovani donne italiane, bloccate tra un’educazione tradizionale soffocante (fatta di aspirazioni limitate e di docile accettazione del proprio destino) e un desiderio di autonomia difficile da raggiungere. Continua a leggere

È importante capire dove andiamo. Se mi alzo la mattina e so che andrò da Dio, mi sento diverso: pieno di trepidazione, di gioia o di paura, ma diverso. Qualcuno ha definito Cristo il punto Omega: la meta, cioè, verso cui siamo attratti, l’approdo del viaggio, l’ultima fermata. Ma ciò può valere per ogni nostro movimento, interiore o esteriore, fisico o mentale.
Se la mia vita è protesa verso Dio, non è più uguale a prima, senza destinazione e senza scopo. Se fisso gli occhi in quelli di Gesù, che mi ama davvero, non ho più bisogno di nascondermi, di mettermi una maschera, di approntare difese di ogni tipo e per ogni possibile minaccia. Posso essere me stesso: c’è qualcosa di più bello?

La pittura di Normanno Soscia (Itri, 1938) rimanda, pur nella diversità dell’ispirazione e del canone, all’opera di Lucio Fontana. In entrambi gli artisti c’è il tentativo di andare oltre il già visto della pittura. Concettualmente il gesto pittorico è diverso: quest’ultimo taglia la tela; Soscia la raschia, la scrosta, quasi fosse un muro, solleva la parete metafisica della tradizione. Entrambi vogliono vedere, scrutare, (ri)scoprire ciò che sta dietro la rappresentazione visiva. Se Fontana propone un concetto spaziale, Soscia si muove dentro la categoria del tempo.

Sembra facile capire Dio. Uno studia, legge il catechismo, ascolta preti e suore e dice: ne so abbastanza. Ma poi i conti non tornano. Succede qualcosa di imprevisto, che lo spiazza. Ripassa il catechismo, cerca di ricordarsi le parole dei preti, delle suore. Niente, non basta. C’è un buio che non riesce a penetrare, qualcosa che è più grande di lui, che supera la sua comprensione. Bella forza, penserete, è Dio. Certo, ma è lì che si decide la partita, che il gioco si fa duro. E s’impone la scelta decisiva: con Lui o contro di Lui. Il di più viene dal maligno.

Che cosa rimane davvero di una persona che non c’è più? E che cosa rimane di coloro che sono rimasti?
Il libro di Helena Janeczek segue le tracce della breve vita della fotografa Gerda Taro, uccisa nel luglio 1937 a Brunete, nei pressi di Madrid, nel corso di una ritirata di contingenti repubblicani sotto attacco. Gerda fu sbalzata dal cassone di una camionetta per l’urto di un carro armato che seguiva e morì stritolata dai cingoli. Non aveva nemmeno ventisette anni.
Le venne dato un ultimo saluto in un lunghissimo corteo funebre imbandierato di rosso attraverso le strade di Parigi. Alla testa del corteo, la dirigenza del PCF, allora nella maggioranza di governo in Francia, e molte personalità, tra le quali Pablo Neruda, Tristan Tzara, Lucien Vogel, Louis Aragon con la moglie, Paul Nizan, l’affranto Robert Capa. Gerda tuttavia non era membro del PCF, l’unico legame era l’incarico da lei avuto dal periodico comunista Ce Soir, per cui era stata inviata in Spagna.
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Mai parlare di conversione come se ne bastasse una: ce ne vogliono tante. Pensi d’essere arrivato ed ecco l’ennesimo scalino, un passaggio da varcare con coraggio. Il bello della fede è che ti nasconde sempre le pantofole. Gesù non aveva dove posare il capo, e noi marciamo in un deserto inospitale, trovando ristoro soltanto in qualche oasi, dalla quale ripartire di buon’ora.
Quando, nella nota parabola, il padrone rimprovera il servo che ha sotterrato il suo talento, gli da’ del malvagio e del pigro. Chissà perché l’accidia, dei sette peccati capitali, è la più misconosciuta, ignorata, sottovalutata nei suoi effetti. Eppure è un tarlo che rischia di spedirci, senza tante storie, là dove è pianto e stridore di denti.
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La strana favola
Novembre 2017 / Marcello Comitini ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Immagine: Beth Moon
Novato, California, USA b. 1955. San Francisco Bay Area artist
http://photogrvphy.com/beth-moon-diam…
Beau Soir di Claude Debussy
Trascrizione per violoncello e piano di Nicholas Canellakis
Nicholas Canellakis, cello
Michael Brown, piano
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Ci distraiamo. Facciamo una cosa e ne pensiamo un’altra. Molti mi dicono, nella confessione, che mentre pregano sono disturbati da interferenze di varia natura.
Credo che si debba distinguere: ho cercato io la distrazione? L’ho assecondata, e alimentandola l’ho fatta crescere?
Non è una questione solo religiosa. Il laico ha lo stesso problema: la concentrazione è un atto morale, pensare ad altro è un torto che facciamo a chi ci parla e che, in ogni caso, se ne accorge.
È nota la gag di Totò: alla moglie che gli chiede a cosa stia pensando, risponde che sta pensando a cosa rispondere in caso lei chiedesse a cosa stia pensando.
Se ci distraiamo involontariamente, nessuno lo metterà sul nostro conto. L’attenzione è un gesto d’amore, di quelli che passano di là, unico bagaglio concesso nel viaggio verso il cielo.
Virgilio Moretti, Il vicinato e i campi. Elegie, Siena, Editrice Il mio amico, 2015
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C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per ridere e un tempo per piangere, un tempo per seminare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per parlare e un tempo per tacere – ammonisce Salomone il saggio nell’Ecclesiaste. Il tempo delle culture agrarie da sempre è scandito da eventi sempre uguali e mossi da moventi sempre simili nelle attese e nei risultati: la semina, la crescita delle piante, dei fiori e dei frutti, la raccolta, la vendemmia, la conservazione dei prodotti ottenuti, la programmazione sempre la stessa e sempre diversa del futuro prossimo.

Non siamo abituati a fare insieme. La società ci orienta all’individualismo: comprare questo e quello per dimostrare di essere il migliore, il più bravo, il più ricco. O il più potente, il più furbo, il più vincente. Per cui, anche se si lavora in squadra, resta una scia di autoaffermazione, un istinto a cercare il primo posto, a mietere successi personali.
È un motivo d’infelicitá, perché siamo fatti per vivere collaborando, entrando in sinergia, spendendoci per una causa che ci supera, ampliando gli orizzonti del nostro desiderio.
C’è un’icona famosa, la Trinità di Rublëv, che rappresenta il dinamismo di cui sopra: ogni personaggio guarda l’altro, in un essere e fare insieme che annulla qualsiasi tendenza solipsistica.
Gesù ci chiede questo: lavorare con lui, per il bene di tutti. Non è poi una proposta così strana.
di Marino Magliani
Le prefazioni e le postfazioni ai libri non servono; un critico italiano diceva che i libri dovrebbero giungere al lettore senza nulla, non una dedica, non un ringraziamento, non uno strillo, intonsa persino la copertina. Alla Landolfi. A meno che l’autore, dopo Ecce Deus (Impero Romano) e Ali (moderno western sideral-teologico), non scriva il suo non-western e Enzo G. Castellari non lo legga e si chieda: ma dove ti sei nascosto in questi trascorsi decenni? In effetti, ci sono libri di autori italiani che quando li leggiamo ci aprono paesaggi di praterie e vallate provenienti da un cinema che diventa sempre più insostituibile.
Il libro s’intitola Non c’è ombra in South Dakota (Robin Edizioni, 2017), l’autore è Andrea B. Nardi.
Un altro autore con la sua voce inconfondibile che sa raccontarmi spazi e cieli è Vincenzo Pardini. Mentre scrivo queste linee, penso proprio al suo Grande Secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017), che ho qui in libreria.
Forse per il gusto di capire cos’hanno in comune le due storie e non trovarne. Se in Grande secolo abbiamo un io narrante esterno, in Dakota è il protagonista stesso a raccontarci come arriva “involontariamente” a Calahorra, nella profonda prateria, e a partire da lì l’io narrante è quasi sempre presente, giusto tranne periodi come quello della Guerra Civile, di cui in effetti ha potuto solo sentire parlare. Continua a leggere

La cosa più difficile è identificarsi coi sentimenti altrui, considerarli tanto importanti quanto i propri. È un passaggio di stato, per cui non faccio più corpo unico con l’ego, escludendo l’esperienza che si sottrae al mio gusto, ai miei interessi, al vantaggio personale. Nessuno insegna a esercitarsi in questo, tranne il teatro, dove sentire ciò che sente l’altro è un ferro del mestiere.
Per il credente, quest’arte è ancora più importante: abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, dice San Paolo. Più sento come Lui, più voglio ciò che vuole, più la mia vita raggiunge il porto sospirato.
Quando le due volontà coincidono, sono praticamente in paradiso.