Cristina Leti, “Terza remigante”

 

 

SALA-MACCHINE

 

Alla fine del terzo giorno,

il fuochista

mi fasciò stretti i polsi,

con larghe corregge di cuoio.

Anche quando il corpo duro

riposa sulla panca,

io sento la tensione

e la pressione

dell’infiammazione sulla slogatura.

Ma è così, m’ha detto, che si diventa elettricisti.

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China

di Maria Grazia Calandrone

L’ITALIA DEGLI ANNI SETTANTA. UNA PENISOLA ANCORA TRIDIMENSIONALE
su il manifesto, 2 giugno 2011

Maria Pia Quintavalla, China, effigie 2010

Tutti quelli che scrivono lo fanno perché hanno qualcosa o qualcuno da salvare, qualcuno al quale dare voce o da risarcire. Nel caso di Maria Pia Quintavalla si tratta della propria madre, Gina, dunque lei tratta insieme dono e lutto – e lo dice così bene: e per una sola di queste parole / sarete perdonati. Continua a leggere→

38. Promessa

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da qui

E’ bello vedere i palazzi illuminati dalle torce e i festoni, fotogrammi di un sogno in cui non si sa dove si stia né cosa ci aspetti dietro l’angolo. Camminano a lungo, osservando la città abbracciata dalla notte, tempestata di luci come un gioiello raffinato, il cielo capovolto con i grumi di stelle, dal blu-azzurro di Lacertae al bianco-azzurro di Regolo, dal bianco di Altair al rosso della Stella di Barnard fino all’arancione di Alfa Centauri; il minareto è un menhir che indica la via a chi volesse atterrare quaggiù, anche solo col pensiero; il Muro è la pagina bianca di un bambino con le macchie d’inchiostro delle erbacce. Yoh’anan, Yaacov e Andreas sanno che Yehochoua ha cercato di distrarli, di allargare l’orizzonte angusto del terrore con i ricami d’oro dei lampioni, la lava abbagliante del traffico stradale, i riverberi frastagliati e insieme compatti della cupola.
– Abbiamo paura. Continua a leggere→

Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

di
Roberto Plevano

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Il tema campeggia ripetuto nelle insegne al neon nelle grandi sale dell’Arsenale, L’Arte non è cosa nostra, motivo conduttore del Padiglione Italia all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. È un doppio senso che non impressiona per sottigliezza.

Quest’anno l’allestimento del Padiglione italiano coincide con le celebrazioni del centocinquantenario dell’unità nazionale. Ghiotta occasione per un bilancio, un check-up, un rendiconto, una qualche riflessione sulle esperienze artistiche italiane del nuovo millennio. Con qualche ambizione e coraggio intellettuale, la curatela del padiglione nazionale potrebbe stimolare una proposta di sintesi, individuare delle linee di indirizzo, suggerire percorsi, avvicinare il futuro… in soldoni, definire un’estetica attuale tra individuo e società, tra pratica dell’arte e realtà. E contribuire così all’interpretazione dell’elusiva identità nazionale.

Bene, nulla di tutto questo si offre tra le sale e il giardino del Padiglione Italia.
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37. Resistere

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Sono sulla riva occidentale del Mar Morto, la catena montuosa si specchia nell’acqua formando un muso di serpente o di balena, o l’immagine orizzontale di una donna, è incredibile questa prospettiva, con un mantello scuro e una tunica più chiara, come se la terra cercasse protezione, uno sguardo premuroso; l’acqua è un vetro da cui apparirà un paesaggio, o un animale, raccontami Chochana, Continua a leggere→

Mangia la zuppa, amore e altre storie – Intervista a Boris Virani e Gordiano Lupi

Recensione e interviste di Marino Magliani

La rete serve a questo, a fare cose che altrove non troverebbero sbocchi. Quando ho letto, dunque, Mangia la zuppa, amore (Edizioni Il Foglio, 2011, euro 12), di Boris Virani, ho deciso che oltre al porre qualche domanda all’autore avrei chiesto volentieri anche un paio di cose a Gordiano Lupi, che è il suo editore.
Di Virani non so nulla. Leggo che è di Pistoia, ed è molto giovane. Pistoia è una città a cui sono affezionato, ci ho presentato i miei libri, a Pistoia ci vive il mio amico Paolo Tesi, è lui di solito che mi organizza le letture. Poi, la mattina dopo, prima di andarmene faccio un salto in una bella libreria di cui non ricordo il nome e là incontro Roberto Carifi, il grande poeta. La gente a Pistoia ha qualcosa di diverso, e quando ho letto Mangia la zuppa, amore, ho capito che lì dentro c’era la passione per l’affabulazione, che secondo me è la caratteristica di Pistoia. La zuppa non solo è ottima ma diverte moltissimo, ci giunge attraverso una scrittura in prima persona, infilzata qua e là da testi che assomigliano a testi teatrali. Il protagonista è uno studente la cui visionarietà (a tratti ci si trova la straordinarietà di certa scuola emiliana) sembra alimentarsi attraverso… la zuppa. Continua a leggere→

Provocazione in forma d’apologo 199

Abbiamo tutti un vicino ombroso, o che cerca di nascondere i suoi problemi sotto la strafottenza.
Il mio è specializzato nei saluti ad eco. Ad esempio, quando incontrandolo gli dico “Salve”, invariabilmente risponde “Regina”. La volta in cui, conoscendo un po’ la sua storia, aggiunsi “Mater misericordiae”, accusò il colpo e si allontanò bofonchiando.
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36. Quando il bambino

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da qui

Chlomo si aggira nella piazza dove la gente prega, chiacchiera, impreca, avvolta nei mantelli a righe o stretta in camicine bianche e gonne grigie, persa nella massa informe che gira gira, come una colonia di formiche impazzite intorno al Muro che è l’estrema propaggine del cielo, a metà strada tra un punto d’appoggio e una barriera che divide dal destino imprevedibile, inquietante. Passa tra la folla come Mosè tra le acque del Yam Suf, il Mar dei Giunchi, che ingoia i fantasmi del passato e salva i desideri più profondi, quelli infilati sotto forma di biglietto nelle fessure che vomitano erbaccia. Continua a leggere→

IL TERZO SGUARDO n.31: La bellezza alla rovescia. Le piazze d’Italia di Stefano Bottini

Milano riflesso su semisfera, di Stefano Bottini

La bellezza alla rovescia. Le piazze d’Italia di Stefano Bottini

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di Giuseppe Panella*

«…l’occhio non può vedere se stesso che per riflesso, per mezzo di qualche altra cosa»
(William Shakespeare, Giulio Cesare, atto I, scena II)

1. A partire da un film di Stanley Kubrick

In una delle più straordinarie sequenze di 2001: A Space Odyssey di Stanley Kubrick (1968) [1], quella cioè che dovrebbe mostrare la vita quotidiana come viene vissuta nello spazio sia nella sua semplicità di gesti e di modi che nella sua ripetizione di momenti che dovrebbero essere simili ad essi anche nella loro dimensione terrestre, si vede una hostess della Compagnia interplanetaria di viaggi entrare in una cabina popolata di passeggeri per portare ad uno di essi una bevanda che gli è stata richiesta. Si tratta, quindi, di un gesto apparentemente del tutto banale, di una vicenda che non dovrebbe essere degna di indugi e di presentazioni. Ma quello che accade nella sequenza è del tutto sbalorditivo agli occhi di un uomo che vive ancora nella gravità terrestre: la hostess, entrando nella cabina dei passeggeri, fa un giro completo su stessa, bottiglia e bicchiere la seguono nella sua traiettoria e, alla fine di esso, la donna giunge vicino al viaggiatore per porgergli ciò che gli è stato richiesto predentemente come consumazione.

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Vivalascuola. 2010-2011: bilancio di un anno bifronte

Questa è l’ultima puntata di vivalascuola dell’anno scolastico 2010-2011, a meno di urgenze impreviste. Un grazie di cuore a collaboratori e lettori e l’augurio di una buona estate a tutti.

2010-2011: i due volti dell’ultimo anno scolastico
di Tullio Carapella

Premesse
Descrivere con una formula sintetica l’anno scolastico che si sta chiudendo è cosa ardua se non impossibile. Il volto del 2008-2009, pure ricco di “momenti”, è in fondo facile da definire: è stato l’anno del feroce attacco alla scuola pubblica, che ha visto, almeno sino a tutto l’autunno, una rabbiosa reazione realmente di massa. Lo scorso anno la resistenza, pur importantissima, è apparsa più “di nicchia”, la cosiddetta riforma ha continuato a mietere vittime, passando anche alle Superiori, cioè laddove si era arrestata in un primo tempo. Continua a leggere→

Mi diceva un tempo mia nonna (e altre rischiose considerazioni d’inizio estate)

Questo articolo/riflessione nasce da un post di Simone Brambilla uscito su Nazione Indiana (qui). Il pezzo di Simone è molto intenso ed elaborato, e ne condivido appieno i punti. Tuttavia le sue parole mi hanno fatto sorgere con maggior urgenza un dubbio (una domanda) che già da tempo mi circolava nella testa e che ho avuto modo di riconoscere anche in molti dei miei coetanei durante interminabili discussioni sulla produzione letteraria italiana, sulle case editrici, sugli editor, sugli agenti, sul numero di persone che comprano e leggono libri, e sulla generale ignoranza del Paese.
È qualcosa che credo valga la pena condividere.
Negli ultimi tempi numerose sono state a questo proposito le iniziative, le riflessioni, le proposte, le analisi e le prese di posizione. Qualcuno dei miei interlocutori, in accordo con quanto viene sostenuto da molti, soprattutto in rete, suggeriva occorresse penetrare maggiormente nella società italiana e innalzarne la sensibilità letteraria, proponendo ad esempio testi di maggiore qualità. Continua a leggere→

C’era una volta il grande cinema italiano #4 – Riso amaro


Su questa pellicola del 1949 sono stati versati fiumi d’inchiostro e torrenti di polemiche. Come Miracolo a Milano, fu attaccata sia da destra che da sinistra. Da un lato le voci catto-padronali la censuravano per aver sollevato i temi dell’emancipazione femminile e dell’aborto, dall’altro personaggi come Davide Lajolo, al tempo direttore de L’Unità, la accusavano di aver falsato il mondo contadino. Pensare che era stato proprio Lajolo a presentare al regista De Santis un certo Raf Vallone, cronista di terza pagina e autore di un dossier sulle condizioni lavorative delle mondine. Evidentemente le sirene del mondo del cinema agirono sul buon Raf Vallone più potentemente del giornalismo d’inchiesta. Continua a leggere→

Ludovico Antonio Muratori

Una voce profetica di civiltà

L’illuminismo illuminato in Ludovico Antonio Muratori (1672 Vignola ,1750 Modena)

di Adelio Valsecchi

Oggi nella disamina dei problemi della collettività, del suo dinamismo psicosociale, si paventa una recrudescenza delle contrapposizioni fra due principi che sono attigui alla legge di non contraddizione di aristotelica memoria e abitano la conoscenza e la ragione umana : il vero e il falso; o se vogliamo stare nell’ambito squisitamente sociale : la verità e la menzogna. Tra loro vivere in empatia è agire contro natura. In mano agli uomini poi creano giochi capricciosi che generano divisioni e suscitano acrimonie sin dall’antichità. Continua a leggere→

35. Mattonelle

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da qui

Sta cercando di chiarire la dinamica convulsa che lo ha attirato qui, sequestrato da due uomini in divisa, berretto e cinturone con pistola d’ordinanza, occhiali scuri su barbe rade e nere, muscoli nervosi che sente abbattersi con forza sulla schiena, sul capo, calci sferrati con gli anfibi, sangue che cola dalla bocca, odore di terra, lo vedi come ti riducono? Continua a leggere→

Pietro TAMBURELLO di Marco Scalabrino

Il 20 Giugno del 2001 si è spento a Palermo – dove era nato nel 1910 – Pietro Tamburello.
“Pietro Tamburello – scrive Salvatore Di Marco nel numero di Luglio-Agosto 1998 di ARTE E FOLKLORE DI SICILIA, edito in Catania (Alfredo Danese direttore) – la cui storia di poeta comincia negli anni Venti del Secolo, esattamente nel 1926 con la nascita a Palermo di quel notissimo e controverso foglio dialettale che fu il PO’ T’Ù CUNTU … nonostante avesse avuto un ruolo determinante tra i protagonisti della nuova poesia siciliana (se nel 1929 era stato il segretario generale dell’Accademia di Poesia Siciliana “G. Meli” presieduta da Giuseppe Ganci Battaglia, nel 1945 sarà il referente di Federico Di Maria nell’ambito della Società Scrittori e Artisti – il vero animatore di quel gruppo sottolineò Salvatore Camilleri nel numero di Gennaio-Febbraio 1993 della medesima rivista – e poi fonderà il Gruppo Alessio Di Giovanni e ancora nel 1956 sarà il direttore di ARIU DI SICILIA) pubblicò poco e tardi in volume i suoi versi dialettali. Continua a leggere→

“Sangue del suo sangue”, il nuovo romanzo di Gaja Cenciarelli

Quando qualcuno non ti insegna ad amare il tuo corpo perché non lo cura, non lo accudisce, lo tratterai male. Ma se qualcuno il tuo corpo lo abusa, quello che fai è cercare di eliminarlo, fare finta che non esista. Che non abbia bisogni, che non possa provare piacere, che non viva. A volte è impossibile risvegliarlo, anche se grida. Puoi farlo se dentro di te è rimasta una scintilla di desiderio e illusione, illusione che potrà essere ancora amato. Se c’è una scintilla di vita che rifiuta di abbattersi. “Sangue del suo sangue” è la storia di Margherita Scarabosio, una donna che riesce a conservare una fiammella in sé, una luce molto piccola che la guida nel suo ribellarsi, che con grande lentezza la sostiene e le fa ritrovare il suo corpo, da sola. Senza l’amore di un uomo, ma attraverso l’amore che è riuscita a conservare per se stessa. Mentre intanto il suo fratello carnefice la cerca per abusarla ancora, l’uomo che l’ha ingannata la riempie di odio, e tutti gli altri di indifferenza, cercando di usarla, ancora. In primo luogo come testimonial per una campagna pubblicitaria di Bruno Chialastri, un imprenditore-padrone candidato della destra (“una specie di Berlusconi in miniatura”) che la utilizza come immagine per la sua promozione elettorale: Margherita è la figlia di un generale ammazzato in un agguato delle BR. E tutta la campagna si fonda sull’anticomunismo. Margherita sembra piegarsi al volere di tutti, resiliente e persino stolida, mentre dentro di sé conquista il suo corpo, il centro della sua vita e di se stessa, millimetro dopo millimetro.
Gaja Cenciarelli ha un talento espressivo per la crudeltà che ha pochi pari nel panorama della letteratura italiana attuale; la sa declinare in tutti i suoi aspetti: vista dal carnefice, quelli della cattiveria efferata pura e semplice, e quella dalla vittima. E quasi sempre la crudeltà è un atto di odio perpetrato sulla donna e sul suo corpo, un tentativo di annientamento della sua essenza, della sua bellezza. Un calpestio per non dover più ascoltare, sentirsi in colpa, sentirsi deboli, e impotenti. Continua a leggere→

34. Bar

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Il bar ha una sala interna dove ci si può appartare e parlare senza essere ascoltati, poi magari ti mettono la cimice nella zuccheriera, le pareti sono verdi; nei quadri appesi, suonatori e danzatrici d’altri tempi, ci vorrebbe una vacanza a Parigi, al Crazy Horse, il soffitto è a travi in legno scuro, un lampadario pende dal centro come una corona d’oro, abat-jours e plafoniere sono sparsi nel locale creando punti luce ben armonizzati, sembra la sala d’aspetto di un casino, due o tre piante stazionano in posti strategici, un ficus? una yucca? un filodendro?  il tappeto è a fiori, dello stesso colore delle poltroncine.
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Dialogo di Marco Cavallo e il Drago con gli internati di Montelupo

Era il gennaio 2003 quando gli amici internati di Montelupo Fiorentino mi fecero sapere che stavano costruendo un drago e che avrebbero voluto incontrare Marco Cavallo per sapere delle porte aperte, della chiusura dei manicomi e della libertà. Avevano chiamato Giuliano Scabia per costruire insieme il drago. Di Gorilla Quadrumàni e cavalli azzurri Giuliano se ne interdeva eccome.
Così decidemmo, Marco Cavallo ed io, di scrivere subito ai nostri sfortunati amici e di andare a fargli visita.

Trieste, febbraio 2003

Cari amici di Montelupo,
siamo venuti a sapere che qualcosa sta accadendo dalle vostre parti.
Sarà un drago? O forse tornerà il Gorilla Quadrumàno?
Ci hanno detto che fate riunioni animate ed affettuose.
Che in tanti aspettano la primavera, quando le nuvole sono più leggere ed il cielo è più azzurro.
Aspettano di uscire, abbiamo saputo, e di spingere fuori un drago.
Ma è vero? Un drago che mangia il cuore?
E che brucia l’anima? Continua a leggere→