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da qui
di Antonio Sparzani
Ulrich (in una precedente stesura Anders) e Agathe sono fratelli, in qualche versione del romanzo anche gemelli, e sono sempre più i protagonisti di quel romanzo dove nulla sembra accadere che è L’uomo senza qualità, di Robert Musil (1880 – 1942). Come si sa, fu l’opera della sua vita, rimasta incompiuta alla sua morte e del cui proseguimento possediamo vari abbozzi non ancora rivisti dall’autore con quella cura minuziosa che metteva nel portare alla stesura definitiva qualsiasi suo scritto.
Nell’edizione italiana (Einaudi, gli Struzzi 1979) il secondo volume è quello nel quale appare per la prima volta la figura della “sorella dimenticata”, che così è presentata (inizio del capitolo 2): «Non si erano abbracciati per salutarsi, ma avevano sostato cordialmente l’uno di fronte all’altra, poi cambiarono posizione e Ulrich poté esaminare la sorella; di statura stavano bene insieme, i capelli di Agathe erano più chiari dei suoi, ma anch’ella aveva la stessa profumata secchezza di pelle che era l’unica cosa che Ulrich amava del proprio corpo. Il suo petto non si perdeva in sinuosità, era invece sottile e vigoroso, e le membra parevano avere l’affusolata snellezza in cui si fondono beltà e agilità naturale.» Continua a leggere

L’attore americano ha intervistato il presidente del Venezuela. «Se Ombama mi chiama? Corro a Washingon»
Chavez: «Mi piaceva John Kennedy, ho imparato da Fidel, non sono comunista…»
(Sean Penn decide di partire per un viaggio in Venezuela e Cuba per incontrare i due presidenti. Insieme a lui partono Douglas Brinkley, storico conduttore della rete televisiva Cbs, e Chirstopher Hitchens giornalista di Vanitiy Fair )
Quando arriviamo all’aeroporto di Caracas Fernando è lì ad aspettarci. Ci accompagna in un terminal privato dove aspettiamo l’arrivo di Chavez che ci porterà con lui nel tour elettorale per le elezioni regionali sull’isola Margherita. Continua a leggere
L’Israele DI AVRAHAM BURG – SE LA MEMORIA DIVENTA ROUTINE
Incontro con l’autore del libro «Sconfiggere Hitler», appena pubblicato da Neri Pozza. Ha aderito al «partito degli scrittori» che nascerà a il 6 dicembre. «Ho notato – dice – una somiglianza fra quanto sta accadendo in Israele e ciò che avvenne in Germania fra Bismark e la fine della Repubblica di Weimar: allora come oggi si oscilla fra trauma e speranza»
di Massimo Raffaeli
Non è così semplice definire il libro di Avraham Burg Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, che esce da Neri Pozza (pp. 407, euro 19.00) nella puntuale traduzione di Elena Loewenthal. Due sequenze differenti vi si sommano o, meglio, vi entrano in intersezione: da un lato, un lungo memoriale autobiografico, dettato dall’ammirazione e dalla pietas rerum, su suo padre Yossef, ebreo tedesco e pioniere di Israele, notabile e ministro della generazione di David Ben Gurion, la cui parabola politica culmina tra la Guerra dei Sei Giorni e quella successiva del Kippur, dunque nel frangente che precede l’ascesa delle destre e il primo gabinetto di Menahem Begin; dall’altro, un’accanita riflessione sul presente di Israele, non solo e non tanto sulle scelte politiche dell’ultimo trentennio, quanto sulla ideologia che le avvalora e, anzi, le iscrive come fatti ineluttabili nel senso comune. Continua a leggere
Primo cd. Primo lavoro. Dunque Esordio. Mi verrebbe da dire Esordio, ergo sum … Eh già, perché sono piuttosto scettico sugli esordi, quelli che hanno a che fare con la letteratura, e quelli che hanno a che fare con la musica. Anzi forse soprattutto con la musica, perché quello è un discorso che ha che fare in maniera più diretta con l’anima e con i sensi … se un brano, una melodia non te la ritrovi in testa a “canticchiarla” la cosa non funziona. Non è il caso di Domenico Protino, questo giovane cantautore originario di Torre Santa Susanna nel brindisino, che oggi vive e lavora tra Lecce e Reggio Emilia. Il lavoro (l’album prende il nome del cantautore) nel suo complesso è interessante, e non perché cavalca solo le scie del pop rock melodico italiano, che in un modo o nell’altro attecchisce su una fascia più o meno larga di aficionados del genere, in parole povere piace.
Stasera glielo dice. Non gli ha preparato nessuna cenetta speciale e niente potrebbe far pensare a un’occasione importante. Non ci sono candele sul tavolo, non ha indossato un vestito particolare, non ha scelto nessun profumo ricercato, non si è truccata più di quanto non faccia normalmente, non ha inserito nel lettore il cd con la loro canzone, non ha fatto, insomma, niente che possa stupirlo o ingannarlo od obbligarlo a dire e fare qualcosa che non voglia davvero. Non deve dirle di sì solo per via di qualche trucchetto da quattro soldi.
Dalla finestra si vedono gli scavi per la metropolitana, sembra che i lavori non finiscano mai. Quando si sono inventati lo slogan “Torino non sta mai ferma” non pensavano certo ai cantieri. Continua a leggere
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di Loris Pattuelli
Disgraziatamente (o fortunatamente?) siamo in dicembre e il quarantennale del Sessantotto ha ancora qualche settimana di vita. Colgo l’occasione per ricordare una canzone uscita proprio in quell’anno. Sto parlando di All along the watchtower, certamente una delle cose meglio riuscite del secolo appena trascorso. A scriverla è stato Bob Dylan, a renderla immortale ci ha pensato invece Jimi Hendrix.
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Fu dda ghiotta
di pisci
carrica d’agghia e spezzi
ddu mari di vinu e minchiati
chi ni sacciu…
Strata strata
truppicava nna fantasimi
nsivati di tossicu
e fumeri
sintìa ieni scaccaniari
squartariannu
caddozzi di ragiuni ancora viva…
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Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni
Mirella Tenderini è una scrittrice-viaggiatrice che viaggia attraverso i viaggi.
Sembra un gioco di parole, ma è solo un modo per rendere la ricchezza e la complessità dei suoi interessi e delle sue opere. È infatti autrice di numerose biografie sulla vita di famosi esploratori del passato, oltre che curatrice della collana di narrativa di viaggio “Le Tracce” della Casa Editrice CDA&Vivalda (ora diventata Vivalda) e traduttrice di numerose opere. Continua a leggere
Il mare di Ostia per me era il Belsito, i panini preparati dalla mamma e la cabina per cambiarsi, mentre mio padre, allo stabilimento, ci arrivava in giacca e cravatta, direttamente dal lavoro. Il mio rapporto con la vita dipendeva da queste apparizioni: noi bambini rotolavamo nella sabbia come le biglie dei ciclisti; la figura scura di mio padre ci trascinava nel mondo degli adulti, la sua durezza, il giudizio, quella che allora chiamavamo la spina dorsale. Della spina dorsale a me importava poco. Mi occupavo più della biglia con la faccia di Gimondi, delle sue lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sua sicurezza affascinante per me che ne sentivo la mancanza. Il Belsito era un luogo, uno dei tanti, dell’inadeguatezza di fronte all’ombra di mio padre, che aleggiava per poi materializzarsi all’improvviso come un deus ex machina a strapparmi dai sogni di bambino. Di spiagge, poi, ne ho viste tante, fino a Isolabella, nella baia di Taormina, dove i ricchi discorrono con l’erre moscia e le signore ti squadrano dall’alto in basso; ma il mare è così bello che cancellavo il resto e guardavo i panfili e le ragazze in bikini come si guarda la luna-occhio di pantera e tutto, tutto sembrava dire: c’è un mondo che non sarà mai il tuo, perché sei sempre quello del Belsito, anche se ormai, nella cabina, ci porti la ragazza che hai rubato a Ciro; lui ti aspetta davanti al Venezia con la banda di bulli al gran completo e tu vorresti essere la biglia con la faccia di Gimondi, imitarne le lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sicurezza struggente, per correre correre e attaccarti alla cravatta di papà che torna direttamente dal lavoro col giudizio e il mondo degli adulti, con la spina dorsale che a te interessava così poco, ma che vorresti avere adesso, per una volta sola, nella vita.
La foto è tratta da qui
(versione audio)
«Regolamentare internet», bastano due parole e la rete si scatena” (L’Unità)
di Francesco Costa
Sono bastati pochi minuti perché nel mondo della rete si scatenasse la discussione sulle parole di Berlusconi e sulla sua promessa di farsi promotore di una «regolamentazione mondiale di internet» durante il prossimo G8. Continua a leggere
L’etichetta intesa come “cartellino apposto su bottiglie, vasetti ecc. per indicarne il contenuto” oppure la “marca di fabbricazione” ecc. e l’etichetta nell’accezione di “cerimoniale” hanno la medesima “matrice” iberica pur avendo, per l’appunto, due significati distinti? La risposta è: sí e no. Ma vediamo di spiegarci. La maggior parte degli iberismi sono entrati nel nostro idioma attorno al Seicento. Proprio in quel periodo uno squisito scrittore – anche se non molto conosciuto – si recò in Spagna per studio e per diporto. Essendo un “uomo di mondo” ebbe modo di frequentare i salotti piú raffinati e alla moda di quel Paese apprendendo, cosí, usi e costumi che “spedí” in Italia attraverso lettere indirizzate a parenti e amici. Continua a leggere
di Girolamo De Michele
«Non sono affatto un eroe. Non basta esser minacciati per esserlo. Chi vive qui, a sud, nella provincia d’Italia fa semplicemente una scelta. Io ho fatto la mia (23 marzo 2004)» . Quando scrive queste parole sul lit-blog Nazione Indiana, Roberto Saviano non è ancora l’autore di Gomorra, ma ha già ricevuto avvertimenti, minacce: due pagine pubblicate su Diario hanno suscitato l’attenzione della camorra. Non per la risonanza che l’articolo può avere, ma per aver nominato Casal di Principe. Come accadde per Pippo Fava, colpevole di aver nominato Nitto Santapaola. A Saviano si dice già che non vale «cinquemila», il vecchio prezzo in lire di tre cartucce di fucile: un modo per far sapere che invece le tre cartucce prima o poi arriveranno. Il tenente dei carabinieri che lo convoca in caserma, nel marzo 2005, non ha «mai visto un intellettuale conoscere tante “schifezze”». «Lei sa più dei miei ufficiali», dice con fare rabbioso. In una lettera agli amici di Nazione Indiana lo scrittore rivendica il senso della propria scrittura: descrivere «l’intero meccanismo e non la singola questione non la singola questione. Continua a leggere
Racconto a quattro mani di Marino Magliani e Mario Bianco
Era il Piemonte uno dei primi nomi di posti che un bambino ligure imparava.
Forse ora no, il Piemonte per un bambino ligure non esiste, ma negli anni sessanta il piemonte era il luogo di provenienza delle raccoglitrici che scendevano per olive in Liguria . Non si sarebbe mai parlato di Piemonte in Liguria, se non fossero scese le raccoglitrici. Una decina di donne per azienda, restavano in Liguria l’intera stagione della raccolta, parlavano quei dialetti molli, ma erano donne dure, dai ginocchi potenti e le mani svelte.
Le guardavo raccogliere perché seguivo mia madre, che era a sua volta raccoglitrice. Continua a leggere
Raggiunto il suo culmine di colpo la tempesta cessò. Onde compiacenti sospinsero Erre su di un’isola dotata di tutte le comodità e fecero incagliare la sua piccola imbarcazione da navigatore solitario, carica di ogni ben di Dio, a poche bracciate dalla spiaggia.
Erre pertanto non se la passava affatto male, peccato solo che l’urto avesse messo tutti gli apparati di comunicazione della sua barca fuori uso; di modo che ben presto l’isolamento incominciò a pesargli.
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Matteo Codignola, Un tentativo di balena
con disegni di Roberto Abbiati
pp. 156, Adelphi, euro 13
Alla stregua di una malattia virale e degenerativa, l’ossessione per l’epica teratomorfa balena melvilliana ha saputo contagiare, lungo gli ormai centocinquantasette anni che ci separano dalla pubblicazione di Moby Dick, un tanto ricco quanto bizzarro catalogo di menti creative tutte frizionate dalla stessa magnetica spinta verso visite personali, riletture, reinterpretazioni più o meno celebri di un mostro letterario senza tempo. Dal grande illustratore Rockwell Kent, che intorno agli anni Trenta lo “tradusse” sotto forma di quasi trecento lunari disegni, allo sfortunato regista John Huston, che lo trasformò in una pellicola colossal pseudo-fallimentare, all’eterno giocoliere Orson Wells, che lo inserì senza esitare nella perennemente gravida famiglia dei suoi progetti dispersi, il “tarlo” del capodoglio albino è riuscito, con impressionante costanza, a generare altri mostri dando vita a tanti nuovi Achab votati, proprio come il torbido capitano del Pequod, a consumare considerevoli pezzi della propria esistenza nella conduzione di una chimerica abissalissima battaglia. Continua a leggere
intorno alla tua bocca
a un certo punto
arrivano le mie mani
la mia lingua i tuoi capelli
e vedo gli occhi
che si aprono in grandi sorrisi
luminosi
e l’anima che danza intorno
alle narici,
tutto quello che c’è sulla tua faccia
andrebbe regalato
ai poveri di spirito,
le tue labbra da dare
a chi esce dai cinema
o dalle chiese
e anche a chi sta a casa
mezzo addormentato sui divani,
la tua faccia in cui compare
qualcosa che solleva la terra verso il cielo
qualcosa che abbassa il cielo
verso la terra.