GARY, GARy, GAry, Gary, gary,…
Io sono uno dei tre, ma sono anche tutti e tre.
Tre che sento familiari ed estranei, prossimi e lontani quanto lo sono io a me stesso. Questa foto vale una dichiarazione di poetica, l’indicazione di un’estetica possibile. Una mappa esistenziale monca, piena di vuoti e buchi, un terrain vague con poche tracce e pure ambigue: le macchie sulla maglia, la fissità del mimo, la curiosità-bimba.
Dovremo mettere da parte orpelli e protezioni, tirar via la scialbatura sempre: anche se il muro sotto è pieno di crepe, difformità, zone umide e screpolature. Rinunciare al ritocco e al rimbocco, all’abbellimento stolto da photoshop, quello che usiamo quotidianamente ad uso del prossimo: per farci gradire, per essere ben accetti, omaggiati, stimati, riveriti. Persino amati, talvolta. Continua a leggere
















