Archivio mensile:Ottobre 2008

A Roberto Saviano

Caro Roberto,
ho l’impressione che il tuo appello, pubblicato su Repubblica del 22 settembre, non abbia prodotto le reazioni che aspettavi. Hai toccato tasti delicati, come l’istinto di sopravvivenza, la sicurezza per sé e per i propri famigliari; tasti che danno note stonate, quando si tratta di accordarli con i rischi di una vita libera. Sono prete di periferia in una parrocchia il cui parroco fu bruciato nel 1996. Si è salvato per miracolo, e vive su una sedia a rotelle. Lui non ha ascoltato la paura: sarebbe un buon testimone per la tua Lettera a Gomorra.
Nel mio piccolo, vorrei offrirti la solidarietà di chi ha a che fare ogni giorno con la miseria umana, l’alcol e la follia, e prova uno strano sollievo quando si sente in compagnia di gente che non mette la sopravvivenza al primo posto. Credo che le tue parole siano più temibili delle pallottole dei camorristi perché, senza calcoli balistici, vanno dritte al cuore. E’ qui il problema: chi fa marciare quest’organo coi ritmi per cui è stato programmato? E’ più semplice viaggiare su economy, si consuma meno. Ma si ristagna.  Marciare o marcire: questo è il dilemma. Nel taschino della camicia ho un cartoncino con su scritto: che senso ha dirsi cristiani, se non si è disposti a morire per questa causa?  Di fronte a te, mi sento indegno di portarlo. Vorrei spedirtelo idealmente, e restare senza quello che chiamo il mio giubbotto antiproiettile. Ne farei a meno, per ricordarmi che c’è qualcuno che è in una fila più avanti della mia, in questo curioso esercito della salvezza. Eppure no, il cartoncino me lo tengo stretto, perché ognuno di noi dovrebbe scrivere la sua Lettera a Gomorra: anche l’impiegato del ministero più inerte e inoffensivo di questo mondo civile. Ciascuno di noi dovrebbe scegliere di identificarsi con l’antico mascherone del pronao di Santa Maria in Cosmedin, nella nostra Roma: la Bocca della verità, che secondo la leggenda mordeva la mano delle adultere. Per ricordare che chi tradisce il cuore dell’uomo, prima o poi finisce stritolato.
Ti abbraccio forte
Fabrizio

GARY, GARy, GAry, Gary, gary,…

GARY, GARy, GAry, Gary, gary,…

Io sono uno dei tre, ma sono anche tutti e tre.

Tre che sento familiari ed estranei, prossimi e lontani quanto lo sono io a me stesso. Questa foto vale una dichiarazione di poetica, l’indicazione di un’estetica possibile. Una mappa esistenziale monca, piena di vuoti e buchi, un terrain vague con poche tracce e pure ambigue: le macchie sulla maglia, la fissità del mimo, la curiosità-bimba.

Dovremo mettere da parte orpelli e protezioni, tirar via la scialbatura sempre: anche se il muro sotto è pieno di crepe, difformità, zone umide e screpolature. Rinunciare al ritocco e al rimbocco, all’abbellimento stolto da photoshop, quello che usiamo quotidianamente ad uso del prossimo: per farci gradire, per essere ben accetti, omaggiati, stimati, riveriti. Persino amati, talvolta. Continua a leggere

In Itinere – Agostino CORNALI

     Poesie inedite di Agostino Cornali

Agostino

              per Agostino Cornali (1957-1978)

Saltano gli schemi, stanze chiuse
(insopportabile il freddo delle maniglie)
e subito tre fischi dal corridoio.

Ci vuole coraggio a tornare qui
anni dopo la fine della partita
e trovare ante sfondate, vetri rotti
dalle pallonate, odore di cavolfiore
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PROVOCAZIONE IN FORMA D’APOLOGO 82

Quando andavo a scuola c’era un compagno di classe che in greco e filosofia se la cavava come chiunque altro, ma in più aveva un grandissimo occhio e due mani d’oro; cosicché, quando prendemmo la maturità, invece d’iscriversi all’università andò a bottega. Gli anni passarono e ci perdemmo di vista.
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Lettere a nessuno, di Antonio Moresco

di Ade Zeno

Sono trascorsi dodici anni da quando uscì la prima edizione di Lettere a nessuno“, libro unico e paradossale che già ai tempi provocò reazioni contrastanti. In alcuni casi perfino violente, confermando per la terza volta consecutiva (dopo i racconti di “Clandestinità” e lo splendido romanzo breve “La cipolla”) la natura anomala e combattiva di uno scrittore che ancora oggi fa discutere.

Accende dibattiti, si presenta al cospetto del mondo letterario come una forza governata dall’inarrestabile desiderio di creare lacerazioni, diluvi, soprattutto di porre e porsi interrogativi scomodi. Confuse fra riflessioni, appunti disordinati, schemi per ipotetiche narrazioni, le lettere mai inviate (o meglio: inviate a interlocutori spettrali, ciechi e muti) si fermavano allora al 1991 – dunque a due anni dall’esordio di Clandestinità – chiudendosi con l’immagine rubata a un sogno in cui Moresco immaginava una futuribile pagina di diario, datata 31 dicembre 1999, su cui profeticamente scrivere: «Sono stanco, ora vado a dormire. Mi sveglierò in un altro millennio». Continua a leggere

Viva la scuola. Lettera a una non professoressa

Lettere al ministro, due scioperi (17 e 30 ottobre), appelli, nuovo decreto, nuovi tagli, email al Presidente della Repubblica

Una lettera di Marilena Salvarezza

Si torna a parlare di scuola

Nel tanto vituperato ’68, l’anno del male, fonte di tutti i nostri guai passati presenti e futuri (perbacco, è bello sapere da storici che tutti i nostri guai hanno un inizio e un responsabile certo, basterebbe forse eliminare per decreto l’anno incriminato), usciva un libretto, Lettera a una professoressa, che allora colpì molto, scritto dai ragazzi di uno sperduto paesino toscano, figli di contadini, arrivati alla dignità della scuola grazie ad un prete scomodo, don Milani. Una scuola dove non c’era il maestro unico, ma i ragazzi più grandi insegnavano agli altri, il che è anche il modo migliore per imparare. La lettera partiva da un’istanza di giustizia e uguaglianza, quella che ora è considerata archeologia da non disseppellire. Continua a leggere

Poe.mi, Festival della poesia di ricerca, Milano. 21/10 23/11 2008

poe.mi (Milano, 21 ottobre – 23 novembre 2008) è un festival espositivo-performativo che unisce scritture, media e arti visive e cerca di costruire alcune mappe nei territori correnti della produzione artistica e letteraria italiana. In questa prima edizione, dal titolo “Tiriamo le reti”, poe.mi intende fare il punto sul web, e soprattutto sui blog, come canale privilegiato di molta nuova poesia italiana, in alcuni casi in dialogo con realtà straniere o legate alle altre arti, e spesso con esiti ed esperienze qualitative Continua a leggere

IL SUBLIME RIVENDICATO: ADORNO E LA VERITA’ DELLA BELLEZZA di Giuseppe Panella

di Giuseppe Panella

[Le annotazioni e le riflessioni sull’estetica di Theodor Wiesegrund-Adorno che seguono sono il frutto di un lavoro condotto insieme a Tomaso Cavallo e a Giovanni Spena nel corso di una serie di incontri su Filosofia e Letteratura tenuti nell’ambito del programma dell’Associazione fiorentina “Quinto Alto” per il 2000-2001. Questa doverosa precisazione dovrebbe bastare a render conto del carattere non sistematico (anzi, sovente episodico se non rapsodico) e parziale della mia riflessione sul pensiero di Adorno. Ma si trattava in quel contesto di scambi, sondaggi e progetti di interpretazione: un dialogo sul pensiero del filosofo di Francoforte per il quale sono grato di aver interagito teoricamente con Cavallo e Spena e di aver potuto confrontarmi con ascoltatori “eccellenti” quale Gaspare Polizzi. G.P.]

1. La posta in gioco: la possibile natura della bellezza

“Tutto ciò che è essenzialmente bello è sempre ed essenzialmente, ma in gradi infinitamente diversi, connesso all’apparenza. Questo rapporto tocca la sua massima intensità in ciò che è propriamente vivente, e proprio qui nella chiara polarità di apparenza trionfale e apparenza che si spegne. Vale a dire che ogni essere vivente, e tanto più, quanto più alta è la sua vita, è sottratto all’ambito della bellezza essenziale, e in ciò che vive questo bello essenziale si rivela quindi più che mai come apparenza.Vita bella, bellezza essenziale e bellezza apparente sono termini identici. In questo senso proprio la teoria platonica del bello si ricollega al problema ancora più antico dell’apparenza in quanto si rivolge – secondo il Simposio – anzitutto alla bellezza vivente dei corpi. Che se questo problema rimane latente nella speculazione platonica, ciò dipende dal fatto che per Platone, come greco, la bellezza si espone almeno altrettanto essenzialmente nel giovane come nella fanciulla, mentre la pienezza della vita è maggiore nella donna che nel maschio. Ma un elemento di apparenza rimane anche in ciò che è meno vivo, quando sia bello essenzialmente. E questo è il caso di tutte le opere d’arte – della musica meno che di ogni altra. Rimane quindi, in ogni bellezza artistica, quell’apparenza, quella contiguità e vicinanza alla vita, senza la quale nessun’arte è possibile. Ma questa apparenza non esaurisce la sua essenza”. (Walter Benjamin, “Le affinità elettive“, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, trad. it. e cura di R.Solmi, Torino, Einaudi, 1976, pp.224-225).

Teoria estetica è una delle opere meno studiate di Theodor Wiesengrund Adorno. Continua a leggere

(ut pictura, ut pictata terra) #2

8.

Con una treccia materna taglia

l’impasto familiare di seme e sangue,

campane per l’allarme dai ladri

che dalla palma attentano alla casa.

La cassapanca nell’ombra

è sovrastata dal quieto ritratto della sabbia

sul volto del figlio, dalla rabbia dei torti

inaugurati, dalle attese di una luce intera.

 

9.

Gelo di verità ai vetri stende

una tela di schiuma per le dita.

Il selciato di mastri scalpellini,

forse provenienti da altre valli,

e poi svaniti come un popolo

di voci, di vesti zingaresche,

conserva la nota del clarino

del soldato appiedato, da un oltralpe

di fame di un paesaggio.

Augusto Benemeglio, Ultimo tramonto in Sudafrica

Augusto Benemeglio, Ultimo tramonto in Sudafrica, Lecce, Terra d’Ulivi, 2008, euro 8.

Un poemetto in cui ravviso l’acqua impetuosa che discende da un impervio e scosceso torrente, in piena. Scorre nell’alveo, tracima, trascina; mette paura, angoscia, ma nello stesso tempo affascina, ammalia, ti coinvolge, ti trascina nella sua rovinosa corsa. Dovrebbe alla fine sfociare nelle acque placide e sicure del mare, ma la foce, lo sbocco non si intravedono , pur sapendo che esistono, che sono necessari. Forse sono solo un po’ più in là. Sono versi tristi, tormentati. Incisi con il fuoco nelle carni e nell’anima. Scolpiti nella mente con parole pregnanti, forti, indelebili. Una sorta di stemma dell’inquietudine , dell’ansia di una ricerca della pace, di un deciso sussulto d’orgoglio nei confronti del suo io e della sua storia familiare, accomunati in una mal celata e sofferta nostalgia. Un registro originalissimo che fonde lirica e meditazione, elevazione mistica e sensualità: una miscela perfettamente dosata che non smette di affascinare e far riflettere. Letteratura come terapia? O come esorcismo? Parziale o provvisoria consolazione di un doloroso evento altrimenti insopportabile? Un pathos assolutamente genuino che si sprigiona da queste pagine privatissime e, insieme, universali; un pathos che coinvolge e commuove. Si coglie il senso di sottile sconfitta che si annida in un evento liberatorio ( la morte del papà) che lascerò traccia indelebile di una ferita dell’anima in fondo alla quale trovi con smarrimento ma con coraggio la consapevolezza della condizione umana. Una sofferta elegia in un miracolo di stile che riesce a far coincidere un vasto corredo di evocazioni liriche, di intimistiche nostalgie, di scavi abissali fino alla radice dell’esistere Continua a leggere

Ti bacio

Ti bacio
a occhi chiusi
bacio gli occhi e le ossa
che stanno negli universi più nascosti
e quello che di te c’è qui
in questo mondo
che si scuce
la carne appena calda accarezzata
in controluce

Io odio, di Ivano Porpora

 

Io ti odio.

La misura del mio odio è proporzionale al dolore con cui sono stato messo al mondo, che è incommensurabile; e proporzionale al dolore che ho dato al mondo, che è altrettanto grande. Non è importante sapere della data in cui sono nato, né le sue circostanze. Questi mi appaiono come dettagli di infinitesimale importanza, benché li ricordi – benché abbia la facoltà di ricordare il mio primo vagito accompagnato dall’urlo di morte di colei che mi ha partorito. Ci sono poche cose importanti della mia biografia: a tratti mi pare di essere come quei personaggi che nei film fanno le comparse non parlanti. Posso essere stato la persona che ha chiesto qualcosa da bere prima che entrasse qualcuno, o quello che ha abbandonato la camera poco prima che ci entrasse qualcun altro. Ma tutto questo non importa. Continua a leggere

Pro e contro (Le Clézio)

Finalmente un Nobel coraggioso: premiato Le Clézio, lo sperimentatore

di Ade Zeno

 

Tanto prolifico e poliedrico quanto schivo e poco affezionato alle ribalte mediatiche in cui spesso e volentieri amano confondersi i grandi nomi della cultura, Jean-Marie Gustave Le Clézio, dopo un lunghissimo e complesso percorso artistico in cui è riuscito a produrre una quantità impressionante di opere indimenticabili, ha finalmente vinto il Nobel. Nato a Nizza il 13 aprile 1940 da una famiglia bretone, e trasferitosi, dopo la laurea, negli Stati Uniti, Le Clézio inizia a scrivere giovanissimo, e a soliventitré anni pubblica presso Gallimard la sua prima opera: Le procès verbal (riproposto recentemente in Italia, con il titolo Il verbale dalla coraggiosa e minuscola casa editrice: due punti), romanzo impegnativo e schizofrenico germinato in pieno periodo nouveau roman,che, oltre che a vincere il prestigioso Prix Renaudot e a comparire nella rosa del Gouncourt, gli valse subito l’ammirazione di Michel Foucault e Gilles Deleuze, affiliandolo idealmente ad altri illustri, irregolari ribelli come George Perec e Michel Butor, con i quali condivise, almeno nella prima fase della sua ricerca, la spinta verso l’esplorazione di nuove possibilità per affondare nelle ragnatele del linguaggio, della scrittura, cercando di descrivere la realtà con gli occhi di un osservatore affezionato al dettaglio, alla scarnificazione degli oggetti, un osservatore di cui Adam Pollo – protagonista appunto del Verbale – rappresentava la simbolica personificazione, colto in tutta la sua ossessiva empatia verso un mondo estraneo, inquinato, irrimediabilmente ucciso dalle convenzioni sociali. Continua a leggere

In cosa credo

Credo nella rivelazione dell’amore, che sconvolge la vita.

Senza questo non c’è niente.

Poi viene il lavoro, duro e tenace, ma col soffio che spira, il flusso che trascina.

Credo nel cuore.

Senza questo non c’è niente.

Non venite a raccontarmi di volontà e costanza.

Non c’è volontà o costanza senza cuore.

Credo nella folgorazione che si chiama incontro, per cui vale la pena patire il dolore.

Senza questo non c’è niente.

Quando ti presenti, oltre la nebbia del mio io, ringrazio d’esserci, nonostante tutto.

Credo nella coincidenza che mi fa posare lo sguardo al posto giusto e nel momento giusto.

Senza questo non c’è niente.

Quante volte ho desiderato quel verso, quella pagina, quel volto, e proprio ora, quando meno me lo aspetto, leggo e vedo.

Non venite a raccontarmi che è soltanto un caso.

E se anche fosse, gli sarei grato come a un Dio che mi aspetta alla finestra, con gli occhi sulla strada deserta, oltre la nebbia del mio io.

Ecco, in cosa credo.

Ora che la notte è scesa.

E il mio cuore finalmente vede.

(L’immagine è tratta da qui)

Angelo Moscariello: di cinema e generi.

di Arturo Fabra

Avevo già letto di Angelo Moscariello, anni fa, “Come si Guarda un Film” e “Come si gira un Film”, sapete, quando da giovani vogliamo diventare tutti registi? Tempo dopo mi ero procurato anche i suoi saggi su Godard e Chabrol, perché cercavo di rappacificarmi col cinema francese. Dopo un periodo di letture diverse mi sono ritrovato tra le mani il suo Dizionario del Cinema di Fantascienza (uscito per Electa) a scopo recensione, ed è stato un colpo di fulmine, proseguito con il Dizionario del Cinema Fantasy e (appena uscito) quello del Cinema Horror. Sono monotono, quando scrivo e/o parlo del lavoro di Angelo Moscariello, perché ciò che mi colpisce maggiormente è l’amore che gli permette di trattare il “cinema di genere” con il rispetto che altri gli negano dedicandolo solo ai film “seri” (e quale sarebbe il paradigma di questa serietà?). Altra indubbia dote di Moscariello è la precisione del suo lavoro, direi quasi scientifica, che lo porta ad aggiornare i libri in fase di stesura fino all’ultimo, e il gusto assolutamente stimolante nel proporre registi, film, tematiche. Come si può intuire anche dall’intervista che segue.

A.F.: Ma il cinema è “narrazione di genere” oppure no? Ovvero quanto poi il “realismo” diviene a sua volta un genere trasfigurato dall’occhio della cinepresa?
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La democrazia devastata

di Gianni Ferrara

Colpiremo tutti gli episodi di razzismo, qualcuno c’è stato senza dubbio, ma attaccheremo anche chi cerca di strumentalizzarli per dare addosso alla polizia o ai carabinieri e far passare per vittima chi vittima non è (Roberto Maroni, ministro dell’interno)

Alberto Asor Rosa ha individuato esattamente (su questo giornale, il 1° ottobre) le differenze tra fascismo e «berlusconismo». Non credo però che se ne possa trarre una graduazione tra i due regimi politici. Il tasso d’inciviltà politica e giuridica dell’uno e dell’altro, con le conseguenti ricadute, catastrofiche e irrimediabili sul piano sociale, su quello economico, sulla cultura (inteso, quest’ultimo termine, in senso sociologico) è tale da rendere impossibile, e forse anche inutile, una graduazione. Continua a leggere

Il miracolo yankee di Spike Lee

di Mauro Baldrati

Il punto è: possiamo parlare di Miracolo a Sant’Anna come opera in sé oppure dobbiamo valutarla riferita al periodo storico in cui è inserita, agli eventi, ai personaggi?
Nel primo caso si tratta, semplicemente, di un film mediocre. E’ una storia di guerra, un contenitore di molti – troppi – registri narrativi, sentimentalismo, comicità, armi, violenza, in una progressione a tratti scalena, disuguale, incerta. Quattro soldati di colore, appartenenti alla brigata “Buffalo”, dispersi nel ’44 in seguito a uno scontro coi tedeschi che si è risolto in un disastro a causa dell’ottusità di un ufficiale (bianco) tutto fucking (tradotto nel doppiaggio con un numero imprecisato di cazzo), trovano rifugio in un paesino della Toscana. Qui, adottano un bambino, Angelo, disperso come loro, che non parla, o parla con un fantasma, e custodisce un orribile segreto. Entrano in contatto coi partigiani, e parlano in continuazione delle condizioni dei soldati neri nelle forze armate, dove regna sovrano il razzismo. Seguono carrellate di buffe macchiette di italiani toscani, con personaggi irreali, sorta di maschere che si muovono su un palcoscenico che sembra quello di un teatro, scenette comiche con contorno di musiche stucchevoli. Echeggia il chiacchiericcio nevrotico dei primi film all-black di Spike Lee, ma i dialoghi sono improbabili, schematici, persino fastidiosi, dovuti forse a un doppiaggio disastroso. E’ tutto un alternarsi di flash-back su episodi di razzismo nell’esercito americano, e scene di guerra crude e violente, ma dove la mano del maestro Spielberg di Salvate il soldato Ryan emerge prepotente, e dove i soldati tedeschi sembrano i cloni dell’Impero di Guerre Stellari, oppure guerrieri in crisi di coscienza per gli orrori che sono costretti a commettere. Non manca una tormentosa storia d’amore con una ragazza che sembra una gran dama della rive-gauche trasportata in una casa popolare toscana. L’unico elemento di vera qualità dell’opera è la fotografia, davvero splendida. Il tutto è concluso da un finale bamboccesco all’insegna del più trito sentimentalismo. Probabilmente è il peggior film dell’intera produzione di Spike Lee.
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L’ultimo giorno felice, di Tullio Avoledo

“Facendosi la barba, quel mattino, Francesco Salvador si era tagliato due volte. Non gli capitava spesso. Quel giorno era più nervoso del solito. Anche se ancora non lo sapeva, quello sarebbe stato l’ultimo giorno felice della sua vita”. Al sesto romanzo in 5 anni, Tullio Avoledo è arrivato a un grado altissimo di concentrazione di senso e significato nelle parole. Capace di storie le più fantasiose e fantastiche, fin dall’esordio dell’Elenco telefonico di Atlantide (Sironi, 2003), il giurista Avoledo è in realtà il narratore fornito della logica più acuminata e sarcastica che si legga oggi in Italia. Niente, nei suoi romanzi e neppure in questo L’ultimo giorno felice (Ambiente, pagg. 234, 10 euro) sfugge a un rigore che con troppa facilità si attribuirebbe al mestiere di giurista – e difatti il risvolto di copertina fa cenno ai suoi due mestieri precedenti: copywriter e giornalista. Continua a leggere

Il cacciatore splendido splendente

di Mauro Baldrati

Giampaolo Pansa mi ricorda i cacciatori romagnoli degli anni Settanta, appassionati fino al limite del fanatismo, aggressivi e furiosi con chiunque si azzardava a mettere in dubbio che sparare ai pennuti e alle lepri fosse uno sport.
Il cacciatore Pansa ha scelto come terreno di attività l’editoria, i giornali, i libri. La sua riserva privata è una rubrica che esce ogni settimana sull’Espresso, il Bestiario. Da questa postazione bracca soprattutto gli esponenti dell’opposizione, che sono le sue prede preferite. I cacciatori romagnoli si dilettavano in varie specialità, il fagiano, la lepre, la starna; lui va a oppositori. Ha cacciato per anni nella riserva protetta della Resistenza, scrivendo libri che hanno suscitato le reazioni dell’Anpi, che ha scritto, in un documento: “L’aspetto più anacronistico di La grande bugia è che il suo autore sembra avere come riferimento una produzione storiografica ormai decisamente superata e forse da lui poco o per nulla conosciuta”. E lui, forse per una sorta di ritorno alle vecchie passioni, o per vendetta, ha definito l’Anpi “una piccola setta di fanatici che non conta niente.”

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