
L’umanità ed il mondo, come ogni cosa del creato, conoscono un’esistenza sostanziata di movimenti oscillatori, un esempio visibile ne sono le maree. Così, la vita degli uomini attraverso i decenni ed i secoli conosce le fioriture, come gli autunni, come gli inverni gelidi, e gli inverni gelidi dell’umanità possono significare dolore, smarrimento, ignoranza, guerra interiore ed esteriore, assenza dell’uomo dal suo cuore, che dovrebbe essere la sua principale sede.
In questo oscillare, andare e venire, l’arte canta il proprio tempo, se saranno tempi di luce l’arte vera canterà la luce, assieme al buio che in ogni caso essa contiene; se saranno tempi bui l’arte vera ascolterà e canterà con attenzione e precisione il buio, assieme alla luce che, in ogni caso, esso contiene.
Certamente la poesia ha da dire, se ad incarnarla sono cuori pronti a «farsi poco» affinché sia la poesia, o, ancora meglio, ciò che attraverso di lei si manifesta, a potersi «fare molto»;
certamente essa può orientare, se nasce da un luogo dove vi è una sorgente, «sorgere» «oriri» in latino, di autentico e di vero.
Tutto ciò che non muove da questi intenti è produzione di minore interesse.
Non spaventarti» scrive Giosué, procedi ogni giorno di un piccolo, anche minuscolo, passo,
e se non puoi procedere curati di non cadere,
e se, per caso, sei già nella caduta curati di ricordare a te stesso che resta viva la possibilità del risalire.
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Lo stato dell’arte. Marco Ercolani

La poesia non guarisce chi si ammala, non trasforma il mondo, non lo guida a magnifiche sorti progressive. È disarmata, nuda, vinta, ma ha sempre qualcosa da dire perché il suo regno è quello dell’indicibile. La poesia esiste quando il discorso logico sparisce e ci consegna allo stupore di parole che tratteniamo per un istante e per un istante trascriviamo, nostre e mai solo nostre, imprudenti, infelici, rivoltose, amorose, ricche di infinito, di pericolo, di bellezza. La poesia è l’esperienza di sentirsi dentro le cose con il rigore di un linguaggio sospeso fra sonno e sogno. Ma questa sospensione non è un arabesco del linguaggio o un’estasi mistica, è attenzione morale a una lingua che ci permetta di guardare dentro e attorno a noi senza impressionismi consolatori, senza vezzi linguistici, senza paesaggi rassicuranti. Guardare. Poi dormire. Poi svegliarsi, in stato di allarme, e combattere la dittatura dell’ovvio. Non solo con la poesia in versi ma con il pensiero poetico.
Lo stato dell’arte. Luca Pizzolitto

Essere del deserto, e nel deserto poeta d’amore, scriveva Ungaretti, alcuni decenni fa. Le cose non sono cambiate di tanto, secondo me. Anzi, sono peggiorate, si sono – in qualche misura – radicalizzate: il deserto che sta intorno e dentro (fisico, emotivo, relazionale, climatico) è ancora più deserto, terra di sabbia ed assenza, dove non giunge soffio del vento della speranza.
La poesia è un’oasi. La bellezza, è un’oasi. La preghiera (per chi crede), è un’oasi. Essere nel deserto poeta d’amore. Ecco il compito profondamente etico e civile che ha, secondo me, il poeta. Oggi più che mai. Farsi cercatore di ciò che sopravvive della bellezza, della luce, del canto, farsi portavoce di questi spazi in cui nasce e cresce la vita; luoghi interiori (ed esteriori) che non fanno rumore, che passano del tutto inosservati, travolti dal caos, dalle guerre, dal dolore che trasforma ormai ogni fiore in rovo.
Essere del deserto, ma nel deserto poeta d’amore.
Bisogna tornare / a inebriarci alla fontana: / bisogna tornare alla sete, scriveva in una tanto breve quando stupenda poesia il monaco e poeta argentino Hugo Mujica.
Sono convinto che il senso profondo ed indispensabile che la poesia (e l’arte, più in generale) custodiscono, specie in questi tempi, sia esattamente questo: disvelare, far emergere quella sete che abita ogni uomo, accompagnandolo poi, attraverso il sentiero della bellezza, alla fontana che disseta. Una volta effettuato questo percorso, la sete tornerà, magari più intensa ed esigente di prima. Nel cammino che va dalla sete alla fontana (e viceversa) è racchiuso, secondo me, quel tratto di strada su cui ancora può attecchire la speranza, la non accettazione di una realtà composta esclusivamente dalla violenza, dall’inganno, dal dolore che uccide ogni anelito di domani.
Lungo questo sentiero, ci attende e conduce la poesia. Capace di dire il dolore, l’asfissia che sta intorno ma anche in grado di intravedere i fiori che crescono a strapiombo sul ciglio della strada, la pioggia che concima e conserva la vita; e tutto questo, insieme al dolore, al gelo, al pianto, cantare.
Rileggendo Kostas Vàrnalis di Antonio FIORI.

Rileggendo Kostas Vàrnalis
di Antonio FIORI
Del greco Kostas Vàrnalis (Burgas, Bulgaria 1884 – Atene 1974) avevamo finora in Italia solo tre pubblicazioni, tutte in anni abbastanza recenti: La vera apologia di Socrate (Argo, Lecce, 1994), Il diario di Penelope (La Zisa, Palermo, 2014) e una scelta antologica nel Meridiano Mondadori dedicato ai Poeti greci del Novecento (Milano, 2010). Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Sebastiano Aglieco
Da qualche anno ho intrapreso un percorso esistenziale di autonomia e di distacco. Si tratta di una scelta necessaria, maturata negli anni a contatto – e sottopelle – con le esperienze “sociali” che i poeti si ritrovano a fare per evitare che la loro voce naufraghi o sia dimenticata del tutto. Per terrore della scomparsa e ricatto, mai dichiarato, della cancellazione del proprio nome.
Viviamo tempi in cui il tradizionale narcisismo indicato da Freud come malattia del secolo ha raggiunto preoccupanti livelli di bulimia, di autocelebrazione e di rischio di morte.
I social hanno contribuito all’ingrossarsi di questo male, sbandierando un’idea di comunità fatta di presenze che in realtà sono fantasmi, nomi cancellabili, memorie diroccate e fragili senza neanche la possibilità di un’archeologia, di una musealizzazione. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini. 11
Antonio Spagnuolo, poesie inedite
“Assenza”
Il tempo non si allenta per l’assenza
che ha un suono suo nel buio,
come punto distorto dal respiro,
o quando gli occhi vorrebbero rincorrere
accenti ed aliti di antiche presenze.
Batte la bianca meridiana al galoppo
per una stagione che grugnisce,
oltre spensieratezze giovanili,
oltre i monotoni affanni
rivolti a rimembrare le scosse
di ogni ora che passa.
Inutile conchiglia la sfida delle attese
nel passo felpato della nostalgia,
nella provvisoria prudenza
delle ceneri, quando il fuoco
di una lunga agonia ha sfigurato
l’incerto sembiante.
* Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Sarah Talita Sivestri

La caduta di Adamo è l’unico evento storico dell’Eden, dice Cioran, e se ce ne fosse ancora un altro? E se accettassimo l’atto demiurgico congiunto a Dio come fatto incipiente per spiegare l’arte, la poesia?
A tal proposito Giovanni Ibello in una recente intensa intervista per Pangea ha detto: «la poesia esiste perché esistere è nel suo destino».
Adamo partecipa alla creazione quando Dio si appropria di una sua costola, un suo osso, e dunque presenzia assieme a Lui, per volere divino.
Pur contribuendo all’atto creativo l’uomo non è il solo artefice, è coadiuvato da una mano più potente che lo elegge, e il fatto stesso che l’Assoluto si serva di un essere che in seguito alla caduta diverrà mortale, ne segna per l’eternità la sua natura in grado di creare, di poiesis. Continua a leggere
Giorgio Stella, L’arco del cerchio
Nel moto Dell’orfico modo
Il segno reale
Dell’alveare suo –
E dell’asse orfico 1 –
Ad ogni tuo era nostro
Siamo vivi quanto basta
Per morire all’altro suo 2 –
Verena del Rom
Hanno appena il circo
Stendato ma il filo
Rompe l’asse del tiro 3 –
L’alveare nucleare
Nn ha cellula
Di membrana
Se è spenta la
Dose periferica 4-
Un dosso a sonagli
Nn muore sulla sfinge
Dei tarocchi
Ma vive nei tarocchi
Del sughero, il fondo dei
Bicchieri spaccati 5 –
Siamo vivi quanto basta
Per morire ancora da vivi e
Un alveare aspetta
Il felix di lux (nel Rom) 6 –
(A Riccardo Mannerini, “Le labbra di Ester”)
Da qualche parte siamo
Stati vivi, ora è una parabola
La scacchiera che ha
Infranto l’arco del cerchio 7 –
Un nucleo nel mare
Della cellula resta
La cellula nel nucleo
Del deserto alveare (creolo) 8 –
La felce nn deriva dal
Battere della bacca,
Io nn son quel che tu puoi
Di me quando è alveare la Messa a catena, nell’alveare 9 –
Era appena creola la sfinge
Dei tarocchi
Ma il fondo del
Bicchiere ha reso ombra
Allo sfondo (alveare) 10 –
[da Giorgio Stella, Rom, Seneca Edizioni, 2012]
Lo stato dell’arte. Rita Pacilio

Mentre viviamo un tempo scandito da disagi sociali, economici e culturali, siamo costretti a spostare le nostre energie su inventari e universi sempre più distanti dall’interiorità perché la crisi della nostra epoca sacrifica e baratta continuamente la bellezza, le emozioni e l’arte in genere. Ma è anche vero che i momenti storici peggiori hanno dato vita a entusiasmanti e straordinari talenti e cambiamenti. Anzi, proprio nei periodi più bui, il mondo ha sempre più avvertito la necessità di affrontare rivoluzioni culturali, munendosi del potere evocativo, per riflettere e riconciliarsi con il creato in cui tutto è armonia e perfezione. Credo che dovremmo nutrirci di poesia al fine di cercare di cambiare e migliorare qualcosa nel mondo facendo spazio al valore dell’anima, cioè dando importanza all’urgenza del germoglio dei pensieri poetici e di bellezza legati alla speranza di ricostruire e rinascere. Se è vero che l’Arte nobilita l’animo umano rinvigorendo le coscienze e se è vero che nutre e accresce la sensibilità del pensiero, allora sarà sempre la poesia e tutta l’Arte a dare ricchezza e speranza al mondo e senza la quale non potrebbe esserci società evoluta. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Massimiliano Bardotti

Vorrei cominciare a risponderti, Fabrizio caro, esprimendoti la mia gratitudine. Ritengo estremamente necessario porre delle domande di questo genere, credo sarebbe fondamentale ce le ponessimo continuamente, ma nel caso a volte la pigrizia, a volte la paura di non saper rispondere ci impedissero di farlo, credo sia vitale la presenza di qualcuno che pungoli, incalzando con le domande che contano. Un po’ come accadeva nel Medioevo quando il “ricordati che devi morire” era quotidiano. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Giacomo Cerrai

Caro Fabrizio, domande capitali le tue, che mi pare nascondano anche una certa angoscia. Se c’è, la condivido. Come dice un filosofo, non è la bellezza che salverà il mondo (come certo sai il principe Myshkin non lo ha mai detto davvero, sono relata refero di Ippolit) e neanche lo rovescerà, come dice il motto di LPELS, bensì è il mondo (noi) che deve salvare la bellezza. Credo che per la poesia sia lo stesso, che ha qualcosa da dire nella misura in cui noi abbiamo qualcosa da dire, magari allargando lo sguardo. Se c’è una speranza è proprio nella bellezza che sta a noi salvaguardare, e non parlo mica solo di estetica, ma soprattutto di etica, giustizia, indagine sulla e nella complessità, perché lì si nasconde il senso. Servirebbe una poesia analitica, sostenuta (ecco un’altra bellezza da salvare) da una lingua restituita non dico alla sua purezza ma alla sua proprietà, cioè non espropriata della sua capacità non solo di descrivere, ma di criticare, accusare, colpire se necessario, coltivare il dubbio, chiamare in giudizio il potere. E non parlo di una poesia cosiddetta civile, ma di una poesia che anche quando parla di un singolo disperso in una periferia o rovescia la lingua come un calzino lo faccia proprio per riappropriarsi di qualcosa di inalienabile. Compreso, almeno nello spazio di qualche verso, il senso di cui parli. Perciò la poesia (la buona poesia) deve essere salvaguardata, non solo come attività dello spirito (per quanto sommamente “inutile”, vedi Montale ed altri) ma anche come unico strumento (molto più della narrativa) che possa operare per lo sviluppo, l’articolazione, l’ampliamento di significato della lingua, e di conseguenza della capacità di dire le cose, che è libertà. Soprattutto perché il linguaggio dell’informazione, dei media, del commercio, dei social, della pubblicità, della cattiva politica (ma anche della cattiva poesia) va nella direzione opposta, che è quella dello slogan (ben descritto dal Canetti di “Massa e potere”), della semplificazione, della mozione elementare, della manipolazione.
La speranza, poi, è un’altra cosa. E’ il terreno della politica, che non andrebbe lasciato coltivare ai politicanti.
Un abbraccio.
Intervista a Antonio Fiori
1) “La stessa persona” è una raccolta di poesie che viene pubblicata a poco più di un anno di distanza da “Vita di un altro” (Inschibbolet, 2023). Partiamo dai titoli, entrando passo passo nella tua scrittura: c’è continuità con il libro precedente o, come sembri voler suggerire fin dalla copertina, una profonda frattura?
In comune, gli ultimi due libri, hanno la convulsa ricerca di me stesso. In “Vita di un altro” mi cerco negli altri (nella poesia degli amici, nei poeti immaginari e nei ricordi, più o meno autobiografici, di una fraterna amicizia); quest’anno invece, con “La stessa persona”, ritorno ad una raccolta poetica classica, divisa in due sezioni – quella eponima e una seconda più escatologica e religiosa – con testi prevalentemente epigrammatici. Risulta, credo, abbastanza evidente il denudamento tipico indotto dagli esami di coscienza. Continua a leggere
Decalogo: 2. Non nominare il nome di Dio invano
L’inquilina dell’ultimo piano
cosa sa del dolore di chi abita al quarto?
L’anziano murato in un tempo remoto
parla con i perduti, chiede scusa
di non esserci stato. La donna
pressata da dubbi teme il futuro
(esultanza o capestro), che di lei
non si cura. Entrambi pedine
si sfiorano appena, esitanti
all’ingresso, muti nell’ascensore,
evitando persino il saluto.
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Luigi Maria Corsanico legge Nazim Hikmet. 5
L’albero di Jammes, dalla deposizione alla raccolta.
“questo nido sulla vostra fronte”
Quello che ho detto ho detto, eppure nel momento della deposizione, laddove il movimento di gravitazione è segnato per sempre in quelle carni, in quel sangue, chi è davvero per noi quell’uomo nel cui sudario è tutta la risposta ad una contrastata e disordinata oscurità d’amore? Sciolti i lacci, strappati i chiodi chi ha volto nell’abbandono tra quelle donne, tra quelle mani nel riflesso di uno sguardo cui va ad affidarsi?
In realtà, forse, solo la madre sembra saperlo davvero (in una raffigurazione che ha per me la sua immagine nell’affresco della cappella di Santa Giuliana Falconieri in via dei quattro venti a Roma, nel quartiere dove abito).
Nell’umiltà di quella forza in cui il mondo continua a reggersi prima della domenica, prima di tutte le albe e le domeniche delle nostre resurrezioni, è la coscienza di un carico portato non nell’immagine di un credo nel recinto delle proprie attese ma raccolto nello spazio di una incarnazione nel compimento definitivo della sua Parola. Continua a leggere
Marina Petrillo, Indice di immortalità
Marina Petrillo, Indice di immortalità, Prometheus Editrice, Milano, 2023
Non è possibile accostarsi a questo nuovo, recentissimo libro di Marina Petrillo senza ricorrere a quell’armamentario barthesiano incentrato sulla conoscenza dei tre piani del linguaggio scritto. Più precisamente, sulla tripartizione lingua-stile-scrittura che governa la produzione di ogni autrice/autore, nell’atto stesso dello scrivere, così come si presenta ne Il grado zero della scrittura, volume che si apre proprio con la domanda: «Che cos’è la scrittura?»., su cui lo stesso Barthes scrive: Continua a leggere
Quando tutto era intero: le 100 poesie di Franca Alaimo
a cura di Biagio Accardo
C’è un tempo nel quale noi e il mondo siamo una sola cosa? C’è uno stadio della vita in cui il disegno dell’Essere e dell’esserci coincidono? Forse sì. La ricerca di questa immagine originaria
( l’arché dei presocratici, la meta luminosa e, nello stesso tempo, oscura, cui tendevano i grandi mistici, l’e-stasi di cui ebbe a parlare Plotino), ovvero la ricerca di questo intero, costituisce la materia soggiacente a tutte le 100 poesie di Franca Alaimo, nel libro edito di recente da peQuod, per la Collana Portosepolto. All’altezza ormai del suo vastissimo e profondo magistero poetico, l’autrice indaga l’inafferrabile natura del nostro esserci, quell’ “ininterrotta notizia che dal silenzio si forma”, (1) per dirla con Rilke; quello spirare di un dio di cui non riusciamo mai a figurarci il volto, mossa da un’unica e forse ultima ambizione, quella della totalità. Non è forse questa la vocazione che il grande poeta austriaco, Rilke, vero maestro della nostra autrice, affida al suo Orfeo, quando nel nono sonetto canta? : “ Solo colui che anche tra ombre/levò la lira,/può con cuore presago cantare/ la lode infinita… Solo nel duplice regno/le voci si fanno/ miti ed eterne”.
Poesia dunque come parola della totalità, parola che vuole ricomporre l’originaria ferita dell’ esserci, perché, per il solo fatto d’essere stati vissuti, e di viverli, “ i dolori sono tali per darci infine più frutto” (2); poesia come itinerario poetico di ricomposizione, come vedremo dopo, che si snoda attraverso una geografia spirituale nella quale trovano posto creature semplici e umili, colme di una bellezza indicibile; mediante un linguaggio meditativo, quasi sapienziale che, lontano da ogni impellenza del dire, ha acquisito una sua più rarefatta essenzialità che consente a chi legge di entrare subito in sintonia con l’anima della scrittrice.
Si tratta di un viaggiare, poesia dopo poesia, per territori in cui non servono più indicazioni, si tratta di un andare per terre che solo i poeti “sciocchi e beati” sanno percorrere. Chiaro è lo scopo: ricongiungersi con “quell’acqua di Sorgente” da cui tutto ha preso inizio. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Enrico Fraccacreta

Immagino paesi nei deserti
sino a scoprire le coperte
di ogni landa.
Avvitandomi nella scala elicoidale
di ogni discendenza.
Cercare nei secoli di ogni abitante
le virtù scomparse
i giorni tormentati.
Fare un giro nelle strade metafisiche
e bere un thè insieme
a un impenetrabile califfo,
nella città delle terre vergini
o nel silenzio calato sugli spazi.
Trovare l’avviso dei propri peccati
sulla faglia di Ninive,
e la forza di superare la montagna
il vento del deserto,
per la città immortale.
Lo stato dell’arte. Alberto Fraccacreta

La poesia ha oggi un singolare destino: è diventata a tutti gli effetti una merce di consumo, peraltro prodotta da centinaia di milioni di persone nel mondo (solo in Italia si contano due milioni di poeti), ma la sua reale incidenza nella società è minima, marginalissima, direi nulla. In alcuni paesi essa ha ancora una forza politica (comunque in senso lato), ma in Italia e in alcune parti dell’Occidente rischia di essere un momento di puro otium letterario, sganciato dalla realtà, non esente da tentazioni narcisistiche. In generale, la letteratura non gode più del prestigio e della considerazione di cui godeva nel Novecento e nei secoli passati. Il titolo di un libro di Todorov del 2007 è, non a caso, La letteratura in pericolo. Sarebbe sbagliato, tuttavia, cadere nell’insignificanza. Per massimizzare il potenziale della poesia bisogna lavorare umilmente dal basso, nella quotidianità: valorizzarla nei corsi universitari, costituire movimenti letterari, leggere libri ad alta voce in gruppo (come fanno a New York, notizia di pochi giorni fa), favorire il contatto con la musica. Ma soprattutto è necessario cambiare prospettiva: considerare la poesia e la letteratura come un patrimonio comune che si radica nel nostro partecipare al genere umano, che è di tutti, gratuitamente, e deve essere ‘vissuta’ nell’autenticità. In un’epoca in cui è in crisi la figura dell’autore, è certamente un’opportunità ricordare e riaffermare la centralità della poesia come postura esistenziale e non come possibilità di affermazione personale né come estetizzante solitudine del testo. Questa è la speranza, questa forse è la vera vita, secondo Adam Zagajewski.







