
La poesia fa parte della vita: è una sua manifestazione, una sua possibilità che si configura soprattutto come una tensione inesausta, una domanda incessante, un’attesa, un desiderio d’annuncio, un’oltranza. Ciò che nella poesia si compie, però, non è in realtà mai compiuto, mai definitivo. La parola poetica nasce dall’esistenza e di questa in fondo parla, ma sempre ai margini dell’indicibile: essa dice quello che può. C’è un’attesa infinita nella poesia, così come c’è nell’uomo, nel suo destino, nel suo esserci. Ed è proprio questa la ferita che la poesia porta con sé, questa lacerazione, questa mancanza che la fa vibrare, la fa essere, e ci interroga. Perché lo stato della poesia (e lo stato dell’arte in genere) è in fondo lo stato dell’uomo, delle sue contraddizioni, del suo male, dei suoi progetti, o dei suoi sogni. L’arte non può che rispecchiare la nostra esistenza, altrimenti risulta solo un arido esercizio, un’esibizione acrobatica fine a sé stessa. Quando questo avviene, cioè quando l’arte perde la sua anima e diventa semplice gioco, intrattenimento, o sperimentazione gratuita, o, all’opposto, concettosità intricata e ostentazione culturale e aristocratica, si opera una frattura con la nostra vita, con ciò che pulsa e grida dentro di noi. Non può essere innocua l’arte, nel senso che ci deve scalfire, ci deve scuotere, deve essere una provocazione dell’anima e del linguaggio, una parola-carne dilaniata o trepidante che chiede di noi: essa vuole essere catturata e ci vuole a sua volta catturare, non allontanare. Dalla poesia dobbiamo sentirci chiamati, non esclusi. In fondo c’è un’esigenza di preghiera, un’apertura, una richiesta di ascolto, un’offerta che ci interpella. E questo dipende dai poeti. Continua a leggere
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Lo stato dell’arte. Michela Zanarella

È davvero difficile rispondere a queste domande, oggi. Ma provare è ciò che forse può stimolare una riflessione. La poesia è insita nell’animo dell’uomo ed è un elemento della sua spiritualità. Utilizzo questi quesiti come strumento di approfondimento per capire in che direzione stia andando anche la mia poesia, oltre a quella di molti altri. Sicuramente le tematiche che vengono affrontate non sono diverse dal passato. L’uomo non ha mai smesso di interrogarsi sul senso dell’esistenza e utilizza la poesia, l’arte in genere, come strumento di osservazione, ricerca e conoscenza. Anche se gli argomenti coincidono, la scrittura, l’arte, hanno subito nei secoli molteplici cambiamenti, evoluzioni e stravolgimenti. In poesia molte parole sono diventate desuete, alcune sono state abbandonate, il linguaggio è diventato più immediato, si ricorre spesso a termini che appartengono ad altre lingue. Il poeta appartiene al suo tempo, ne assorbe i mutamenti, le regressioni, i limiti, le mancanze. Anche se stiamo attraversando un periodo storico complesso, segnato dai residui di una pandemia, da più conflitti in atto, con il conseguente smarrimento individuale, credo che la poesia possa ancora essere una risorsa per l’umanità. Solo il semplice fatto di poter scrivere è una ricchezza. Ricordiamoci che c’è ancora chi non ha la possibilità di farlo, non può studiare, leggere, conoscere. Ho avuto l’opportunità di realizzare un progetto che ha visto coinvolte le scuole, le istituzioni, la società civile. I ragazzi hanno lavorato a dei laboratori di poesia su temi delicati e attuali come la violenza di genere, l’esclusione sociale, la lotta alle mafie, la disabilità. La loro curiosità verso la poesia mi ha permesso di constatare che se già da piccoli vengono introdotti in un percorso di scrittura, ci sono buone speranze per il futuro. Hanno realizzato dei testi interessanti, a volte inaspettati, con la voglia di mettersi in gioco, e credo che già questo sia un enorme traguardo. Per carattere non sono quasi mai ottimista, tendo a manifestare insicurezza, ma la poesia mi consente di avere uno sguardo fiducioso verso il domani. Sarebbe più facile arrendersi, lasciare che le cose accadano, accettare le considerazioni distruttive di chi afferma che la poesia è morta da tempo, non vende ed è di nicchia, ma no. Finché mi sarà possibile, fossi sola contro tutti, continuerò a credere che la poesia abbia ancora qualcosa da dire secondo l’attualità e l’andamento della società. Ritengo che la strada da percorrere sia ancora lunga. Bisogna soltanto non smettere di impegnarsi, mantenendo saldi i propri valori, le proprie convinzioni.
Fabio Pusterla, Sinsigalli
Fabio Pusterla, Sinsigalli, Collana Ancilia, Nota di Giancarlo Pontiggia, pp. 60, puntoacapo Editrice 2024.
Una vena favolistica, che è il modo più libero e immaginativo di guardare al reale, è da sempre presente nella poesia di Fabio Pusterla, o meglio nel suo sguardo sul mondo: uno sguardo disincantato, non di rado civilmente engagé, conscio di una tragedia sempre aleggiante ma anche risoluto a resistere e a mostrare exempla liminosi con le armi dell’intelligenza, dell’equilibrio e della pietà; sempre alla ricerca dell’anello che non tiene, dello squarcio di bellezza, giustizia e verità in un mondo (in una cronaca, in una Storia) che ontologicamente tende ad annullarle, ma senza poterle del tutto sopprimere.
Doti, in fondo, che da sempre caratterizzano la poesia. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Pier Paolo Pasolini. 12
Lo stato dell’arte. Lucia Triolo
Ringrazio F. Centofanti per avermi chiesto di rispondere a questi interrogativi, fornendomi così l’occasione di chiarire, anzitutto a me stessa, cosa penso dello stato dell’arte poetica:
IL GIALLO DEL “ROVETO ARDENTE”
“L’angelo del Signore gli apparve [a Mosè] in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”” (1)
Mi piace trarre dalle suggestioni di cui è carico questo brano lo spunto per proporre la mia riflessione sulle questioni che concernono lo stato dell’arte poetica. Apparentare quest’ultima al roveto ardente e il poeta a Mosè e alla sua domanda (“perché il roveto non brucia?”), pur se azzardato, può servire, a mio avviso, a disegnare in qualche modo i contorni di una risposta non scontata.
Muovo, a torto o a ragione, da questa provocazione: come il roveto, può la poesia rappresentare il “grande spettacolo” di qualcosa che arde senza incenerirsi per colui che gli sta dinnanzi e, ne viene assorbito? Il qualcosa di sconcertante che già Celan denunciava nelle liriche di Osip Mandel’štam (2) può dirsi proprio della natura stessa della poesia? Continua a leggere
Sergio Daniele Donati, Amèn
IL VUOTO TRA LE PAROLE, NEL SILENZIO DELLA CREAZIONE
Per una lettura ermeneutica di AMÉN, di Sergio Daniele Donati, Il leggio libreria Editrice 2023 – Collana Radici.
Recensione di Daniela Stasi
Vorrei definire Sergio Daniele Donati come “L’Abitante dello spazio vuoto tra le lettere”: mutuandolo anche dal titolo di una preziosa rubrica mensile, curata dall’Autore, sul blog de le Parole di Fedro: tutto intessuto con i fili d’oro dei dialoghi poetici coi suoi Maestri. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Giancarlo Stoccoro
Uno psichiatra che da bambino sognava di diventare poeta
Sogno, poesia e follia sono accadimenti a cui abbiamo dato un nome, ma di cui sappiamo poco.
La follia, per alcuni, è ancora la sorella sfortunata della poesia, si perde nel bosco e vi rimane intrappolata, preda dei suoi fantasmi e di voci inesistenti.
Il sogno è un enigma spodestato del suo regno, senza inconscio è diventato il prodotto dell’attivazione irregolare di infaticabili neuroni, che anche di notte non smettono di lavorare.
Alla poesia resta l’abbaglio di pochi versi che nell’abisso scoprono la luce.
Sognatori, poeti e folli sono inadatti a vivere nel mondo, scomodi ospiti in casa propria, parlano una lingua che neppure loro riescono a decifrare. Continua a leggere
“Carte nel buio”, Michele Nigro
Perché questo titolo? Non si tratta di una raccolta sul Buio e sulla Luce, sulla lotta tra il Male e il Bene; non è una raccolta manichea. Carte nel buio perché ho tentato, seguendo un certo istinto di sopravvivenza, di portare luce innanzitutto nella mia oscurità che è poi l’oscurità nel mondo (del mondo), in questo nostro vagare che è “vita”. È un poetare contemporaneo che non fornisce sicurezze – seguendo il dettame fortiniano del “nulla è sicuro, ma scrivi!” -, non vuole e non può consolare, non è un facile balsamo confortante da distribuire durante le pubbliche letture come spesso accade in questi tristi tempi dominati dai guitti più che dai poeti. Si brancola nel buio accompagnati dalla sola certezza che grazie a qualche verso forse ci ricorderemo di noi stessi (o ci ricorderanno), di alcuni attimi senza cronaca lasciati indietro nel passato e destinati all’oblio; tutt’intorno a quelle carte, il nulla, la dimenticanza, l’irrilevanza. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Daniela Pericone

Si sa che la poesia è una forma espressiva priva di un fine o di un utile economico, e pertanto non stupisce che nel sistema sociale e culturale occupi uno spazio del tutto marginale. Tuttavia la marginalità può rivelarsi un vantaggio, se consente di percorrere strade di libertà. «Poesia significa in primo luogo libertà. Libertà e disobbedienza di fronte a ogni forma di sopraffazione o di annullamento della persona; di fronte a ogni forma di irreggimentazione o, peggio, di massificazione»: è il pensiero di Giorgio Caproni.
La parola poetica oltrepassa il senso della comunicazione quotidiana. In tale prospettiva può essere rivoluzionaria, perché è affrancata dai luoghi comuni del pensiero di massa. Eppure oggi assistiamo al progressivo adeguamento di una parte crescente della comunità poetica a uno standard di linguaggio piatto e incolore. Bisognerebbe ricordare che la poesia è il luogo elettivo dell’invenzione: chi scrive dovrebbe muoversi in direzione contraria a quelle forze che spingono ad abbassare e uniformare il linguaggio al livello minimo della comunicazione di servizio. «La resistenza ai cliché è ciò che distingue l’arte dalla vita», scrive Iosif Brodskij.
La funzione del poeta è strettamente connessa al lavoro sul linguaggio, che è alla base di ogni relazione umana. La poesia è la più alta espressione della creatività in campo linguistico, tanto da rispecchiare il livello evolutivo di una determinata cultura. L’etica del poeta perciò consiste nell’operare con rigore e accuratezza sullo strumento linguistico. Il suo lavoro contribuisce a modificare la realtà nella misura in cui stimola la riflessione, amplia le conoscenze, moltiplica le prospettive e i punti di vista. Sono questi sommovimenti che agiscono sulle coscienze, e che nel lungo periodo possono influire sul sentire collettivo.
Occorrono disciplina, pazienza, dedizione. Ma occorre soprattutto andare oltre il contingente quotidiano, sollevare lo sguardo verso l’alto e al contempo spingerlo in profondità, per restituire valore al sentimento di appartenenza alla comunità umana.
Augusto Pivanti, Confluenze
Versi, amicizie, labirinti
La poesia è per Augusto Pivanti un’estensione dell’empatia umana e della possibilità di relazionarsi agli altri, agli eventi e alle forme del mondo. Per questo sono importanti gli incontri. Per questo è importante il “fare”, per Pivanti, che è dialogare con altre opere e altri poeti mentre scrivono i loro libri, mentre stanno ancora vangando o compattando l’aiuola del loro raccolto di parole. E per questo è importante il tempo. E sono decisivi i mutamenti nel tempo che portano da un esordio di quasi ingenua scoperta della poesia e del suo elementare incanto (incantevolmente ingenuo quell’apostrofo in Nostalgia d’alberi, 2005) fino alla necessità più complessa e ossessa del disincanto. Un disincanto che – va detto – mantiene saldi i confini di un’etica del bene, a tutti i costi contro il male, anche quando il male annichila con la sua potenza. Ma pur sempre matura una distanza, formatasi con la vita e l’esperienza, da quelle prime poesie, dove l’espressione è aperta, segue una cadenza quasi naturale nella grammatica del verso, cerca di dare forma a un sentimento: “Oltre la soglia / ti vedrò ancora. / Nulla sarà perduto / nell’appartenerci, ora / senza nome”. Si noti come la sequenza di vocali equilibrante “oltre… ancora… ora… nome” quasi nasconda la rima in “ora” e la renda meno ovvia, segnando un andamento quasi atteso delle sonorità del testo. Cinque anni dopo in Orchestra, poeti all’opera 3, 2010), in antologia, leggiamo: “Vive nel gioco liberato alle sintassi l’essere / stratificato dei vocabolari aperti insieme, / la coclea indirizzante d’un linguaggio / masticato nell’omaso di virgole a rovescio”. Continua a leggere
C’è una poesia più adatta a questo tempo?
Lo stato dell’arte. Giovanni Nuscis

Ritengo che la poesia possa dire ancora molto, perché molte sono le voci, le sensibilità, i temi e i registri che essa può esprimere; per ragioni diverse, motivando così a leggerla. Poesie acute e ironiche come quelle di Patrizia Cavalli, o lievi, giocose, di pura grazia come quelle di Vivian Lamarque, o quelle calate nel mistero della vita (Emily Dickinson), o nell’immane tragedia della Shoah e nell’oscurità del dolore (Paul Celan); oppure quelle etiche, che alludono a una società disumana e ingiusta (David Maria Turoldo, Pier Paolo Pasolini). Per fare qualche esempio. Poesie, le anzidette e molte altre, classiche o recenti, che continuano ad attirare lettori anche se con numeri non paragonabili a quelli della narrativa, e, ancor meno, a quelli dei fruitori di altre arti. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Jorge Luis Borges. 15
Una nota su Marco Munaro
da qui
di Giorgio Stella
Il poeta di Rovigo al secolo Marco Munaro è un giocatore di azzardo di versi. Una cronologia sarebbe impossibile in questo senso: ci sembra una scommessa tentata, tentata bene, la sua poetica che non garantisce il poema ma lo arricchisce nello schema che appunto lo diminuisce. Veramente una Las Vegas senza luci al neon che riproduce al buio del nero. In effetti il Nostro come già detto ma vale ripeterlo non ha comparti stagni, rievoca i fasti di un’antica leggenda che rappresenta un’epoca e i suoi protagonisti. Un’epoca provvida nella medesima propria. Suo malgrado, ma non per caso, per caso suo, risolleva la traballante economia ermeneutica. Il mittente e il destinatario si equivalgono. Erede di una proprietà privata pignorata, da un novecento post-mortem, come un veggente riepiloga un’assenza già presente. Ma non fa niente, niente di male, come una madre purtroppo precocemente assente.
Lo stato dell’arte. Antonella Sica

Caro Fabrizio,
quanto è difficile la tua domanda!
Non so se letteratura, poesia e arte aspirino a risvegliare la speranza di un presente migliore; personalmente, credo nella loro potenza come energie creative che permettono di vivere una vita piena e consapevole. Questo, per me, non si lega necessariamente alla speranza. Come sosteneva il regista Mario Monicelli, la speranza è una trappola inventata dai padroni: ti fa chinare il capo e ti abbandona in una sala d’attesa ad aspettare. Per cambiare le cose, anche solo nella nostra vita personale, è necessario agire, impegnarsi, esprimersi, esporsi. Scrivere, dipingere, fotografare, girare un film possono essere modi per farlo, ma solo a condizione di esporsi senza tradire il nostro sentire per cercare l’approvazione degli altri
Non so se il nostro tempo sia più privo di senso di quelli che ci hanno preceduto, ma è certo che il progresso, che per sua natura non è etico ma tecnico-scientifico, sta sempre più allontanandoci dalla Natura e dal suo ritmo lento, che continua a esistere per gli altri esseri viventi. Noi esseri umani non sappiamo più farne parte.
La poesia in questo nuovo scenario diventa una sorta di barricata, ancora immersa nei cicli naturali del tempo. Per scriverla, è necessario concedersi tempo, osservare, ascoltare, scegliere con cura e infine cesellare. Anche la lettura della poesia richiede tempo, è un momento di svuotamento, incontro e relazione. Credo che gli uomini non smetteranno mai di scrivere poesia, poiché essa è parte essenziale dell’essere umano… Chissà, forse proprio questa mia ultima affermazione è una speranza.
Antonio Mazzali, una poesia
Lo stato dell’arte. Marco Furia
poesia e arte, a mio avviso, costituiscono una sorta di non statica costellazione di episodi creativi privi di prescritti orientamenti il cui divenire, com’è ovvio, può essere oggetto di analisi e critica.
Faccio presente, a questo proposito, che ritengo l’ottimismo e il pessimismo atteggiamenti aprioristici scarsamente condivisibili, mentre considero il senso di fiducia ciò che davvero consente di continuare: se certi percorsi intrapresi possono rivelarsi poco opportuni ciò non significa che altri itinerari non siano individuabili. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Gianluca Garrapa
Lo stato dell’arte, credo, sia variegato e confuso: l’arte spesso non segue sempre una necessità o un’urgenza ma, almeno per me, è sempre una spinta del desiderio a farci compiere delle azioni poetiche; ecco, noto poco desiderio e un’omologazione di comodo che non permette di mettersi in gioco. Spesso c’è molto studio e poco corpo, poca immaginazione. Vedo anche un crearsi di continue divergenze, un limitante politicamente corretto. Ogni innovazione o viene ignorata o sistematizzata. Il riflettere su cosa sia una nuova cosa porta via tempo, si preferisce andare oltre. Mi spiace dire che le nuove generazioni, tranne pochissime eccezioni, hanno talmente tanto materiale tecnologico ma poi non molte capacità plastiche atte a trasformarlo in una nuova dimensione, per quanto postumana. Questo riguarda, in effetti, anche le vecchie generazioni che a un certo punto hanno ‘scoperto’ il mezzo digitale. Tanto è facilissimo produrre poesia e pubblicizzarsi, tanto è difficilissimo operare scelte etiche e desideranti, umane, rischiose magari.
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Luigi Maria Corsanico legge Giuseppe Ungaretti. 12
Lo stato dell’arte. Raffaela Fazio

La domanda che qui viene posta sull’arte è duplice, perché riguarda due aspetti: lo stato e l’aspirazione.
Premetto che, parlando dell’arte in generale, lo faccio in maniera più “intuitiva” che scientifica, perché non ho una competenza ad ampio raggio, né una visione capillare. Queste riflessioni sono dunque parziali e non pienamente soddisfacenti. Continua a leggere




