l’urgenza delle tue domande mi mette davanti la vanità di quanto spesso facciamo con le parole. Per questo ti dico grazie. La difficoltà non è degli interrogativi che giustamente (a mio avviso) sollevi, ma nelle loro conseguenze. Smuovere la terra su cui poggiamo i piedi è rischioso, e allo stesso tempo abbiamo bisogno di essere smossi, di verificare quanto fatto e cosa stiamo facendo. Il piede che rimane attaccato al suolo e fa da perno per l’altro piede che si stacca ed è pronto a compiere il passo è stabile, regge? Così interpreto le tue domande a cui, con molta gratitudine, mi accingo a tentare una risposta. Continua a leggere
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Lo stato dell’arte. Paolo Parrini

Secondo me, e ti parlo sulla base della mia esperienza poetica e di vita, la poesia dovrebbe avere ancora più rilevanza. Intendo questo: al di là del mio personale scrivere, io son ben consapevole della mia piccolezza e credo fermamente che dentro questa vita sia parte davvero fondamentale la lettura, lettura che viene sempre prima della scrittura e la nutre e la rende migliore.
Leggere poesia e farlo se possibile ad alta voce, quotidianamente, aiuta moltissimo.
Il suono , la musicalità nutrono l’anima anche nelle giornate più grigie. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Valentino Fossati

1. La poesia ha ancora qualcosa da dire?
La poesia comincia a modellarsi e manifestarsi nella notte (o nell’alba) dei tempi; e non dovrebbe, ora men che mai, e dopo questo lunghissimo viaggio, cercare cosa ‘dire’ o, peggio ancora, giustificarsi su cosa attraverso di lei si vorrebbe dire. La poesia è accadere di parole viventi, e come tali con un peso specifico notevolmente più grande, rispetto alla parola definita ordinaria. Parole, corpi viventi: il solo luogo della poesia – ascoltata, letta – è dove essa produce un incontro, si incontra, e incontrandola, facendoci attraversare attraverso le sue infinite risonanze, ci fa intravedere, ci rivela in filigrana i contorni di un volto: non (solo) il volto biografico di chi ha scritto, ma un volto oltre, che ci mostra una visione del mondo, una narrazione più o meno segreta; che ci rivela un destino che potrebbe appartenerci, o forse, un giorno ci apparterrà, e lo riconosceremo. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Rossella Tempesta
Qual è lo stato dell’arte?
Ho la sensazione (forse la speranza) che, allo stato contemporaneo, l’arte e gli artisti che la creano si siano più che prima prefissi il compito di risvegliare, o almeno stimolare, la coscienza umana e in quella la consapevolezza rispetto alle eterne filosofiche domande chi siamo, come interagiamo con gli altri, quali i sistemi, come con la Natura, Dio o la creazione, l’Universo… Continua a leggere
Poesia recisa, di Giorgio Stella
Il più profondo dei tuoi pensieri,
il più dimostrato dei tuoi anni,
il soffio più svezzato che dimora nei letti senza croce.
La più bella voce che hai udito nel cuore,
gli schiaffi più veloci,
i patti più disarticolati,
i nasi più arrossati
nel vino e nella cocaina.
La locandina del film più gettonato.
Il verbo più gridato
dal podio del sacrificio.
Il dentifricio più secco
nella mattina più parabolica,
e l’erba più allucinogena
dei più potenti antidepressivi.
E i preservativi più sicuri della morte.
E le più scottanti abbronzature.
Sono solo sottigliezze,
sono solo sfumature.
Sono nere righe d’inchiostro
nel libro dei posteri.
(Nella più dolce delle ipotesi).
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 55
La parola ai poeti. Sonia Ciuffetelli

Scopro il mondo letterario come cadendo nella tana del coniglio di Alice.
La caduta è libera e attraversa un lungo, mirabile tratto. Sono una bambina, ogni evento è una scoperta.
Mi ritrovo nella biblioteca monumentale di uno zio che all’epoca consideravo anziano e che fino a quel momento non avevo ancora conosciuto. Lo zio abitava a Roma, io ero all’Aquila. Entro in casa e scopro che l’appartamento è di fatto una biblioteca. La stanza della poesia, il salone della letteratura antica e del cinema, lo studiolo delle opere varie e della saggistica. Lui è Sabatino Ciuffini (ed io Ciuffetelli), poeta e sceneggiatore, ha già scritto diversi film per il cinema, tra i più noti il Don Giovanni in Sicilia di Alberto Lattuada e Er più, storia d’amore e di coltello.
In quegli anni, quando lo conosco, sta scrivendo per Sergio Corbucci Pari e dispari, film interpretato da Bud Spencer e Terence Hill; lo zio è un letterato, conosce a fondo la poesia classica e legge le opere in latino e greco. La sua casa in ogni dettaglio, lo rappresenta.
È in questo posto che inizio a conoscere i libri, la poesia, il cinema, la musica classica. Vivo le visite e l’accesso alla biblioteca come una trasgressione e come una opportunità. Scelgo i libri che mi incuriosiscono e inizio a leggere poesia in virtù della sua forma breve, che mi consente di non attardarmi troppo. Mi chiamano dalle altre stanze, la vita stessa mi coinvolge.
In famiglia capiscono subito che mi piace la letteratura, è una tara genetica, non sono la prima. Quello che non sanno ancora è che scrivo poesie di nascosto e le chiudo con il lucchetto nel diario segreto verde, la copertina di velluto.
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Lo stato dell’arte. Fernando Della Posta

Forse in controtendenza con il parere di molti, credo che lo stato dell’arte sia buono.
Viviamo in un’epoca fortunata, un’epoca di benessere e di conoscenza diffusi, in cui si vive molto più a lungo, quasi una volta e mezza in più rispetto anche alle nostre generazioni immediatamente precedenti. Un’epoca che ha ereditato tutta una serie di conquiste tecnologiche e sociopolitiche mirate alla pacifica convivenza di tutti sul pianeta e con il pianeta.
Uno stato dell’arte a buon punto ma che, però, non esclude assolutamente il fatto che non sia continuamente in pericolo e nemmeno che tutte le sue potenzialità siano state pienamente sfruttate. Sarebbe alquanto stupido, inoltre, non rendersi conto che tutte queste ricchezze non sono ancora per niente alla portata di tutti nel mondo.
L’allerta e la tensione volta al continuo miglioramento, quindi, non devono mai cessare. Continua a leggere
Intervista a Carlo Giacobbi
Questo libro è l’ideale prosecuzione di “Abitare il transito” (Arcipelago Itaca, 2021). In mezzo, c’è una raccolta poetica molto diversa, sia per stile di scrittura che per argomenti: “Anche quando è malora” (Arcipelago Itaca 2023). Con questa raccolta ritorni ad una fase precedente, ci troviamo di fronte ad un’ulteriore evoluzione, all’interno del tuo percorso?
Direi che dopo l’esperienza di Anche quando è malora – nella quale ho utilizzato temi per così dire più bassi e quotidiani con un linguaggio crudo e diretto – ho avvertito la necessità di recuperare il lirismo di Abitare il transito. Con Erbe d’esilio intendo dar seguito all’indagine, a me cara, sul senso del nostro essere nel mondo, in una tensione dialettica mai esauribile, tra finitudine e assoluto, incompiutezza e compimento, dolore e speranza.
2) Come avviene, per te, il processo di scrittura poetico? In quanto tempo nasce, e si consolida, generalmente, una raccolta?
È sempre difficile rispondere a questa domanda. In via approssimativa posso dire che prima vivo e poi scrivo. Per me è necessario – affinché la poesia sia autentica – che il verso restituisca – certo in termini trasfigurati – la propria esperienza. Un’esperienza che se osservata con attenzione, induce ad una profondità di pensiero che chiede di condensarsi nel verso, di dirsi, insomma. La mia gestazione poetica nasce da questa acutezza sensoriale: un ricordo, una particolare sfumatura del cielo, un oggetto, possono essere rivelatori di “provviste poetiche”, di appunti, mezzi versi, bozze da correggere. Quando sento di dover dare voce a questa attività di raccolta dei dati, allora entro in uno stato febbrile: devo scrivere poesia, esiste solo la poesia. Erbe dell’esilio ha avuto una gestazione di circa quattro mesi, ma quattro mesi in cui pensavo – nei limiti del possibile – solo alla raccolta, alla sua stesura, al suo divenire. E questo, sia che camminassi, sia che viaggiassi in auto, sia che stessi lavorando.
La mia attività professionale – certo – mi toglie molto tempo. Cerco di ovviare a tale inconveniente alzandomi la mattina anche alle 5,30 per scrivere. Per quanto concerne la lettura, il momento privilegiato è prima di andare a dormire, dove nel silenzio posso immergermi nei versi degli altri per trarne nutrimento in termini di ispirazione e di acquisizione di più efficaci tecniche compositive.
4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi
Mario Luzi (ad esempio Per il battesimo dei nostri frammenti); Mark Strand (potrei indicare a titolo esemplificativo la raccolta L’inizio di una sedia); Rilke (Il libro d’ore e le Elegie duinesi).
Donbass, di Alida Airaghi
Babuska aspettava guardava
dai vetri il cortile bagnato
la sua bicicletta
appoggiata alla rete
appena finito l’inverno
avrebbe piantato
cipolle carote
nell’orto
invece così non poteva
Natasha
le aveva spiegato
del treno del viaggio
lontano
un poco aveva studiato
sua nuora
capiva la storia Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Marina Massenz

Nel dialogo tra soggettività e mondo trovo che ci sia già una parziale risposta alla domanda: la poesia ha ancora qualcosa da dire? Sì, perché c’è un soggetto che si apre al mondo, non sta o si sente chiuso tra le inferriate della propria cella personale, ma dialoga appunto, con il fuori da sé. In questo la poesia svolge un ruolo, proprio perché apre la mente e la sensibilità, le accresce secondo me, e questo è un contributo importante anche per avvicinarsi ad un senso che non sia solamente legato al benessere materiale, al presente quotidiano affaccendarsi, ma che connetta ad un “oltre” che riguarda l’umanità intera. Ecco, la poesia serve per l’accrescimento spirituale del soggetto che legge, proprio perché non parla la lingua del “fare” ma quella del sentire. Non è necessario che la poesia guidi verso un certo cammino, deve riuscire con i suoi versi a far sentire chi legge già fuori dalle “cure” , già rivolto ad un pensiero ed un sentimento che lo elevi dal presente e lo proietti verso un futuro. E’ così che si fa speranza, nel lievitare verso orizzonti di senso non contenuti nel qui ed ora, ma rivolti ad un possibile essere diversi, più aperti, sensibili, come dicevo, ma anche più critici, non assimilati alle mode di questa epoca, già capaci di fare breccia con la propria soggettività. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Sergio Pasquandrea

Lo stato dell’arte, oggi? “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”.
Scherzi a parte, non saprei proprio tracciare un quadro della poesia contemporanea. La produzione è esorbitante, ma viaggia perlopiù sottotraccia: piccoli editori che nemmeno raggiungono le librerie, diffusione tramite internet… Un pulviscolo in cui non riesco a individuare aggregazioni significative e in cui il buono viene sommerso dal mediocre e dal pessimo.
Da una parte c’è la possibilità per chiunque di autopubblicarsi, e questa in astratto potrebbe anche essere una cosa positiva; dall’altra parte, il filtro degli editori non funziona più: si pubblica troppo, anche da parte dei grandi, e l’offerta è di molto superiore alla domanda. Solo in Italia ci sono migliaia di editori, che pubblicano decine di migliaia di titoli all’anno; di questi, almeno un migliaio sono di poesia. Quanto ci vorrebbe per leggere mille libri di poesia? Sorbendosene uno al giorno, ogni santo giorno, più o meno tre anni (ammesso che alla fine ne sia valsa la pena). Ma soprattutto, quanti sono i lettori di poesia? Molti meno dei poeti. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Bartolomeo Bellanova

Ringrazio Fabrizio Centofanti per l’opportunità concessami di aggiungere un mio contributo a quelli già presenti sul blog. Sono domande che mi permetto di definire ontologiche per la loro importanza, ancor più nell’attuale momento storico, nel quale lo stato dell’arte non lascia molti spiragli di ragionevoli speranze. Mai come in questi anni l’essere umano oltre a dover misurarsi giornalmente come i suoi predecessori con violenza, guerre, torture e strazianti ingiustizie sempre più insopportabili, si trova a dover fare i conti con l’innesco della “soluzione finale” della crisi ambientale che accresce la gravità delle situazioni di crisi d’ansia, immobilità e depressione. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 54
Lo stato dell’arte. Diego Riccobene

Principio da Le rane, se mi è lecito, perché le sento congeniali: il loro coro gracidato lungo “la strada più rapida per scendere nell’ Ade” (1) mi è da sempre suonato familiare, sebbene mai riuscissi a spiegarmi il perché.
Adesso interessa però un’altra questione su cui si arrovella la commedia di Aristofane, per bocca di due autori altrettanto celebri. Ad un certo punto, l’anima del già defunto Euripide accusa Eschilo di essere “fabbricatore di selvaggi, intemperante nel linguaggio, senza misura, senza ritegno” (2). La condanna è rivolta, qui, al concepire un logos puramente icastico, come Eschilo lo intendeva, che dimentica la funzione precipua della parola in senso aristotelico, quello ossia di conoscere e comunicare, di influenzare il reale. Rifacendomi alle annotazioni al testo greco prodotte da Alessandro Grilli per l’edizione Rizzoli, lo scontro che matura all’interno di un sillogismo tutto poietico-teatrale, si condensa in ultimo con la dicotomia “linguaggio trasparente” (rappresentato proprio da Euripide) – “linguaggio opaco (Eschilo). Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Pasquale Vitagliano
Nella pittura abbiamo sperimentato tutto. Non ci rimane altro che andare oltre la tela. Lucio Fontana ha spiegato così i suoi “tagli”.
Ecco, viviamo un’epoca di transizione lunghissima. Abbiamo esplorato l’oltre. Dietro la tela, però, non c’è che la parete. Che fare?
Tornare indietro oppure sfondare la parete? La scelta non è facile. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Ezio Settembri

Caro Fabrizio, ti ringrazio per le domande così importanti giunte il 30 aprile, a cavallo tra la Festa della Liberazione e la Festa dei Lavoratori. Una bella sorpresa, in quelle che sono le feste per me più gioiose, luminose, le feste primaverili, in cui tentare di riassaporare un senso di comunità di cui abbiamo un estremo bisogno. Continua a leggere
Lo stato dell’arte. Cristiano Poletti

Serve, servirà ancora la poesia? Continua a servire e a cosa l’arte?
Provo a riflettere apertamente, con qualche appunto, così, a ruota libera:
- La poesia serve, nel più vasto senso del verbo “servire”.
- La poesia serve come il pane: il grano buono, una volta passato al setaccio, si separa da quello cattivo, ed è quanto necessario dire.
- Scrivere non aiuta a migliorare il presente, lo forma.
- Scrivere ci fa arretrare dalla morte, come il ricordare.
- Ciò che nasce, nasce dal silenzio. Anche in poesia.
- Se proprio non si può fare a meno del pensiero, poesia è solo pensare a sentire.
- L’arte, tutta l’arte, è il sentiero più impervio ma giusto per ritrovare lo stupore e la meraviglia che abbiamo provato da bambini.
- L’attenzione che l’arte chiede è sempre alta tensione.
- Componimento è compimento; composizione è compostezza.
- Ogni testo che si possa dire degno è il frutto di una deposizione, con valore dunque sia di testimonianza sia di corpo linguistico deposto, morto per rivivere sulla pagina.
In silentio et in spe erit fortitudo vestra (Isaia, 30, 15): in spe, in particolare, è tradotto nei termini di un “abbandono confidente”. Ecco, se la poesia può puntellare la vita è perché chiede alla vita abbandono e confidenza, e in quest’abbandono la sostiene. Tutto questo si racchiude in una sola parola: umiltà.
La parola ai poeti. Manuel Lantignotti

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.
Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Eugenio Montale
Trovo che il mondo sia attualmente sommerso da storie, confuso e con una sovrabbondanza di produzione artistica che rende la verità sempre più difficile da percepire. Per questo motivo credo che la poesia sia il mezzo per risalire alle radici delle cose, per viaggiare attraverso il tempo e ritrovare il vero senso tra le crepe di questa realtà frammentata. Continua a leggere
20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
Malgrado la scelta di tre icone (i chiodi, la flagellazione e il cuore sacro) a scandire tempo e spazio di questa raccolta, La carne (2017 – 2023) di Carlo Ragliani è una cristologia disincarnata. Della via crucis resta il segno e la carne che si fa simbolo del destino di tutti noi poveri cristi. Non moriremo/ abbastanza/ da smettere/ di sperare/ infine. Alfa e omega alla fine si ricongiungono. Non c’è niente da fare. Funziona così. Per forza naturale più che filosofica. La fine è per ciò stesso un inizio. Il dolore finisce per insaporire ogni altro momento della nostra vita che si sia affrancato da esso. È un corpo a corpo permanente che racchiude il senso della dualità della nostra esistenza. Sarà per questo che i chiodi sembrano degli spermatozoi. Non baciamo/ la terra/ perché noi/ siamo la terra.


