La poesia è un atto gnoseologico

di Monia Gaita

Se ci chiediamo che cos’è la poesia, una delle risposte potrebbe essere: la poesia è un atto gnoseologico, cioè un modo per conoscere il mondo. Che cosa conosciamo con la poesia? Non solo il mondo visibile, quello in cui siamo immersi e che vediamo con gli occhi, ma anche quello non visibile, il mondo immateriale o spirituale che esploriamo e scrutiamo con gli occhi interiori, gli occhi della coscienza e del cuore. Dunque, la poesia si insedia in due territori: quello che investiga e celebra i gesti concreti, e quello affidato alla capienza e all’arbìtrio dell’immaginazione. Nei versi i due ambiti si intersecano in una sorprendente gamma di sfumature in cui l’autore non solo relega sé stesso e la propria visione soggettiva, ma deve anche uscire da sé stesso e spogliarsi dell’involucro limitante e limitato dell’individualità.

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Il punto

È un momento di grande confusione, nella storia. Non che in passato ne mancassero, ma in questi anni tutto è accentuato – tra l’altro – dall’efficacia dei mass media, per cui l’azione dei gruppi di potere è più incisiva. Da dove vengo? Chi sono? Dove vado? Domande cancellate dalla coscienza della gente: è semplice inserire, nel progetto personale di ciascuno, risposte artificiali. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Stefania Giammillaro

«Il poeta è un minatore, è poeta colui che riesce a calarsi  più a fondo in quelle che il grande Machado definiva las secretas galerías del alma. E lì attingere quei nodi di luce che sotto gli strati superficiali , diversissimi  tra individuo ed individuo, sono comuni a tutti, anche se pochi ne hanno coscienza»

Quando Fabrizio mi ha chiesto di condividere fraternamente la mia idea di poesia, peraltro nell’ambito di un’iniziativa ad ampio raggio che abbraccia un coro di tante belle e luminose voci poetiche, non ho avuto dubbi su dove mutuare la citazione in apertura, quale sublime esordio ad effetto: il breve saggio Sulla poesia di Giorgio Caproni (Italo Svevo ed. 2016, p. 27). Ed esattamente come lui, uno dei miei “maestri spirituali”, ritengo che la poesia non possa definirsi, ma si possa parlare della poesia, della sua forza, della sua potenza, debolezza, della sua universalità. Sì, la poesia è universale, o, comunque, si propone di esserlo, attraverso un metodo induttivo del tutto peculiare e soggettivo che chiede a chi si approccia alla poesia, di trasformare una propria sensazione, in un pozzo, un lago, un mare dal quale tutti possono attingere e sul quale tutti possono specchiarsi: solo così un fenomeno individuale diventa mezzo di fratellanza universale. E credo non sia un caso che Fabrizio, abbia usato l’avverbio “fraternamente” nel parlare di “condivisione sull’idea della poesia”. Continua a leggere

“L’universo in periferia, S-Oggetti sparsi intorno alla Poesia”, di Francesco Macciò

di Gabriella Galzio

Frutto di un lungo e accurato lavoro, quest’ultimo libro di Francesco Macciò – L’universo in periferia. S-Oggetti sparsi intorno alla Poesia (Moretti & Vitali 2023) – è un contributo pregevole alla critica letteraria e insieme la testimonianza del suo spessore autoriale. Uno spessore non esibito, se nel risvolto di copertina, laddove è riportata la nota biobibliografica, davanti a scrittore e saggista, non è menzionato il poeta. Un omissis, a mio parere, sostanziale, in quanto solo un poeta può così magistralmente padroneggiare téchne e senso della musica da farne un abile critico letterario, artefice di un libro così colto e raffinato. Rimane il fatto che la presenza del poeta è centrale, perché è da questa postazione – in quanto poeta – che Macciò non solo esercita con rara perizia ed eleganza l’arte della critica letteraria, ma si interroga sulle sorti della Poesia (scritta con l’iniziale maiuscola). E sarà perché per lui la poesia è dono d’amore, in me – disamorata dal decadimento della società letteraria – ha risvegliato l’affezione per le qualità nobili della letteratura. E già solo per essere in grado di sortire – in me e presumo in altri – questo piccolo prodigio, il libro meritava di venire alla luce. È infatti una guida mirabile a un viaggio nella nostra poesia, dai grandi del passato, come Dante e Giacomo Leopardi, ai contemporanei del Novecento, come Cesare Pavese, Giorgio Caproni ed Edoardo Sanguineti; questi ultimi due, conosciuti personalmente, su cui l’Autore ha potuto gettare qualche luce conoscitiva in più. Nel libro si incontrano poeti, dai più noti ai meno conosciuti, meritevoli di riscoperta, come Lorenzo Pittaluga e Giovanni Battista Conrieri; e un’unica presenza femminile, l’argentina Alejandra Pizarnik, cui Macciò regala un piccolo gioiello della critica, incastonato nel panorama interamente italiano e maschile antologizzato, in particolare ligure, come anche le Letture conclusive di Giuseppe Conte e Mauro Macario attestano. Questa raccolta di saggi critici (alcuni più recenti, altri, la cui elaborazione si estende anche nell’arco di un quarto di secolo) non ha del resto la pretesa di essere esaustiva dell’intera storia della poesia, ma costituisce la testimonianza del viaggio formativo di un poeta alla ricerca della sua dimensione letteraria e della sua cifra. Qui, infatti, il grande oggetto d’indagine è la Poesia, intorno alla quale sono sparsi – come recita il sottotitolo – i Soggetti-Oggetti di una galassia che la Poesia raduna intorno a sé come magico attrattore. Ed ecco che nel suo viaggio l’Autore si interroga sull’intima essenza, pressoché sovratemporale, della Poesia, così come sulla sua identità e funzione nella contemporaneità; per scoprire che l’universo della poesia, come recita il titolo, è finito ai margini, alla periferia del mondo, e che occorre nuovamente “metterla al centro della propria esistenza unita alle altre arti come cosa viva”.  Continua a leggere

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A cavallo tra due secoli: la voce nitida e senza compromessi di Maria Liscio

di Piergiorgio Viti

C’è, nel dettato poetico di Maria Liscio (Orta Nova 1921- Perugia 2021), una vocazione alla chiarezza, alla non fraintendibilità del messaggio; questo nitore, questo dire senza orpelli, rappresenta l’atto di coraggio di una donna che, tramite la poesia, sembra voler riscattare il ruolo arcaizzante a cui la donna stessa è spesso consegnata, emanciparsi, insomma, dalle convenzioni sociali che talora impone la provincia italiana, e non solo, a una donna, per di più scrittrice. Essere donna, vuol dire invece, per Maria Liscio, essere parte integrante, non marginale, di una società; così come essere poeta vuol dire rivolgersi a tutti usando democraticamente la lingua di tutti, evitando quindi fingimenti o astrusi orfismi. Tali notazioni, fornite in apertura, mi sembrano imprescindibili se ci si vuole avvicinare all’opera della Liscio, vieppiù se si guarda al dato biografico: Maria Liscio, proveniente da una famiglia di illuminata borghesia, ha frequentato l’università, si è laureata ai tempi della Seconda guerra mondiale e ha partecipato attivamente, nel 1946, al voto, per poi approdare all’insegnamento; inoltre, è stata parte integrante del movimento femminista e ha contribuito, appunto uscendo dalle convenzioni sociali della donna “angelo del focolare”, alla vita culturale di Perugia, dove era arrivata, partendo dalla Puglia, da ragazza, organizzando letture e conferenze, in particolare con l’associazione “Il merendacolo”, dove spiccava la presenza di un altro ragguardevole poeta, Walter Cremonte. Continua a leggere

Il segreto del tempo

di Giampaolo Centofanti

Poesie nelle quali faccio cantare tante persone, in una persino Gesù. Spesso parla direttamente il protagonista, anche dove non è citato un nome. Sono storie inventate, nate però dalla vita di un prete che vive, cresce, in mezzo alla gente e ne sente il canto. “Maria da parte sua custodiva tutti questi fatti-parole lasciandoli condiscendere nel suo cuore” (Lc 2, 19).

Il segreto del tempo

Sparsi villaggi per i colli
specchiano qua e là raggi
del tramonto. Come fitte
lancinanti di luce o grida
di perché rivolte al cielo.
E velano e rivelano il segreto
del tempo, di ogni sentimento
umano che parla nel silenzio
e attende la risposta di qualcuno
chiedendola all’eterno. Continua a leggere

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Pasqua 2024

«È, e nessuno sa cosa. È qui, è là, è lontano, è vicino, è profondo, è alto! Ma no! Ho mentito: no, non è né questo né quello» diceva un mistico tedesco.

«Voce di silenzio sottile» [1Re 19,12] Quando tutti gli schemi saltano, resta solo una “voce di silenzio sottile”. Dio rivela se stesso senza togliere il velo e lasciando che ancora ognuno tenda l’orecchio per percepire la voce di silenzio sottile. 

Evento notturno, la Resurrezione. Senza testimoni oculari. Nel nascondimento della non-luce.

L’inutilità di una tomba vuota, l’assenza di un corpo noto e amato da coccolare un’ultima volta con profumi e unguenti. E adesso? Che sarà di noi? Che sarà della nostra memoria, così cara?

In greco, “memoria” e “tomba” hanno la stessa radice. Sarà la nostra memoria svuotata come la tomba vuota?

Che cosa conserveremo? Come ricorderemo? Dov’è, adesso, colui che era noto, il cui volto credevamo di conoscere?

« Non è qui».

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 3

Duemila. La tribù delle storie

La Bellezza 3.   Fuori e dentro

  Un pennarello traccia consecutivamente dal basso in alto piccoli segmenti rettilinei. No, in realtà i segmenti, rossi, separati da uno spazio altrettanto piccolo, procedono dall’alto in basso; e procedono in uno spazio che separa due corpi, due manichini. No, non sono manichini perché una mano si contrae, sembra un fremito nervoso. Appare un volto di donna, scultoreo, ed un pennarello traccia altri piccoli segni, a delimitare due seni ben torniti. Di plastica? Può darsi, a giudicare dai torsi femminili posti in fila, ciascuno nella propria scatola. Altri volti, algidi, immobili, ma ecco che due orbite si spalancano rivelando occhi celesti, egualmente algidi. Ed ora uno sfondo, palazzi, palme, in primo piano sempre un corpo; la lenta carrellata si conclude con un nuovo volto plastificato sul cui collo risalgono, dal basso verso il mento, i piccoli segni rettilinei.  Continua a leggere

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20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Con chi dialoga Vito Davoli in Carne e Sangue, raccolta pubblicata nella collana Poeti della Vallisa, Tabula Fati, 2022? Dio, un amore, un doppio, la poesia stessa? “È vero che quel tu può anche non essere sempre riferito all’oggetto amato, ma anche a sé stesso, come in una conversazione intima”, scrive Daniele Giancane nella prefazione. In effetti, lo specchio è molto presente nel testo. Anche se la riflessione quasi mai è fissa e fedele. Invece, è mobile e deformante. Davoli ci rende testimoni dei movimenti di una persona che, alla maniera di Ingmar Bergman, deve ricomporre i frammenti che essa stessa ha materializzato. Cocci di specchi barbagliano di luce/ petali rossi e magenta con me/ come su tomba etrusca. La scrittura di Davoli trasmette una sensazione di formazione permanente. Ci trattiene sulla soglia di un evento che ci cambierà la vita. Anzi, è in bilico su questa linea.

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La distanza

Parlare di santità, oggi, fa ridere. Cos’è rimasto di una realtà che sembra ridotta a fantasia, a delirio di menti arretrate? È qui che si tocca con mano la lontananza da noi stessi, la distanza da Dio. Lui è ancora lì, a scrutare una strada deserta, in attesa del ritorno possibile, testardamente sognato.

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 3

Poesia non è sfogo, confessione o specchio di “lacerazione esistenziale”, ma grafico d’un’esistenza seconda: trasfigurazione, non verbale; distacco dal sé, non autocontemplazione (ma beninteso: l’io non è necessariamente vitando se flatus vocis, personaggio, correlativo oggettivo); impostura, nascondimento, non già trionfo e squadernamento dei contenuti-significati. Solo così può farsi macchina di moltiplicazione del senso.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Giovedì Santo 2024

Facile abbandonarsi alla nostalgia, al dolore di un ritorno impossibile, verso patrie esistenti solo nel ricordo mistificatore. Troppo facile. E altrettanto inutile e alienante.
Altra cosa è la memoria.
Non rinnega il passato, la memoria, ma lo interroga e lo abita rendendolo abitabile anche da un presente che pretende il protagonismo, ma che si sa inabile, da solo, a dire parole che siano significative.
Stasera è il tempo della memoria.
« Questo giorno sarà per voi un memoriale» [Es. 12,14] « Come ho fatto io, fate anche voi» [Gv 13,1-15] e « Fate questo in memoria di me»[1Cor. 11, 23-26]
Memoria è ri-presentazione del fatto originante. È un rendere presente e vivo ciò che il passato ha inghiottito, ma che non riesce a trattenere per sé. Così, questa riabitazione del passato ci abita e si fa e ci fa in un presente, il nostro, oggi e qui, che spalanca orizzonti di senso. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Evaristo Seghetta Andreoli

La poesia, questa sensazione strana che si veste di parole, me la porto dietro come una malattia, o forse è per me la cura stessa per vivere. Mi risuonano sempre in mente molti dei versi imparati a memoria da bambino, scandivano i miei giorni e le mie stagioni, mi facevano compagnia soprattutto di notte, prima di dormire, dopo le preghiere, quando quel risuonare delle rime mi apriva spazi di musicalità e di fantasia. Già la musica, le litanie, i canti gregoriani, i salmi non potevano che incidere sulla corteccia della sensibilità. Mi piaceva la poesia che mi veniva felicemente imposta a scuola. Continua a leggere

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