Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 4

Duemila. La tribù delle storie

La Bellezza 4.   Nello sguardo degli altri 

 

   “Baccalà! Baccalà! Baccalà!”. I bambini la inseguono per le strade e le offrono del pesce, glielo mettono sotto il naso: “Abbiamo trovato il fidanzato per te! Bacialo!”. Sono crudeli i bambini e lo sono anche gli adulti, perché “A forza di squamare pesci, Baccalà era talmente pervasa da quell’odore che nessun bagno o sapone potevano fare nulla per toglierglielo di dosso”. Ed è anche brutta, così la vedono e così si sente. Ma ha un animo gentile e quando in riva al fiume si intenerisce per la sorte di un rospo, “Povero rospetto…tu si che mi capisci, brutto e deforme come sei”, e compatendosi versa una lacrima per lui, ecco che dalla pelle del rospo emerge una minuscola fata, Mab, liberata proprio da quella lacrima; una fata riconoscente, pronta ad esaudire il desiderio più grande di chi l’ha restituita alla libertà: è quel desiderio è la Bellezza. “Brutta sei nata e brutta resterai”, la avverte Mab, ma le promette che “Agli occhi delle altre persone sarai l’ideale della bellezza fatta donna”.  Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Non è facile recensire un libro come Tra papaveri e lattine (diddo, 2022) di Annarita Zacchi. Apprendo dalla breve nota biografica che è morta in questo stesso anno. Anzi, no. È facile scrivere di questa poesia che ci fa scoprire una voce viva e autentica. È riuscita a trasfigurare il dolore della malattia in arte pura. Non ho esagerato. La malattia non è affatto un caos calmo. Lo può raccontare suo marito. Leonardo Gandi, il quale ha pubblicato postumo il libro. Eppure, nei versi di Annarita si viene accompagnati nella prima notta di quiete. Questa è la potenza della poesia. È viva sempre. Fa vivere ancora l’esperienza esistenziale della poeta. Non leggiamo versi che invocano pietismo, non sono un’inchiesta sul dolore, non vogliono portare una testimonianza estrema del corpo. La sua poesia vive, semplicemente, nel luogo e nel tempo che le è stato concesso. Non sono queste solo parole. Provate a leggere. Nei suoi versi vibra la sua voce, risuona poeticamente esatta e laconica. E condurremo una lotta/ con gli uomini lupo/ in camice bianco/ sapendo già l’esito/ (…) se questo sia lo spazio/ di luce in cui abiteremo. D’altro canto, la poeta è già altrove. E ci ha lasciato in mano la sua poesia. Di cos’altro parliamo, quando parliamo di poesia?

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La parola ai poeti. Rossella Pretto

Nell’ultimo capolavoro di Cormac McCarthy, Stella Maris, durante il lungo, affascinante, astruso dialogo in più sedute con il dottor Cohen, suo psichiatra curante, Alicia Western afferma che nell’essere umano è connaturato il senso della giustizia, e che l’idea di giustizia e l’idea di animo sono forme diverse dello stesso pensiero.
Nascendo, il bambino piange e protesta (al contrario dell’animale che soggiace al pericolo e dunque non si espone all’artiglio segnalando la propria posizione). Il bambino protesta per la rottura del patto, di ciò che doveva essere e non è, cerca di articolare dissenso, rabbia, il supplizio, e così facendo sancisce l’opposizione al mondo.
C’è, però, una tenue fiammella di speranza in lui, perché chi protesta e si arrabbia per la cacciata dall’Eden ancora crede che le cose possano essere modificabili altrimenti la rabbia si trasformerebbe in dolore, immobilità, disperazione.
E mutismo.
Tutto ciò che la poesia non è. O non è nello scontro tra spazi, pieni e vuoti. Tentando cade, ma nel cadere lascia traccia: parole sfarinate che testimoniano – ci provano – il passaggio e il farsi anima di chi le scandisce e in quel suo dire crolla. Sonoramente. Continua a leggere

Ancora attorno alla via Canonica

di Antonio Sparzani

In via Canonica (continuando questo passeggiare) c’è naturalmente la farmacia Canonica, che ha la bella abitudine di essere aperta quasi sempre, chiude nelle più buie ore della notte, ma domenica e vacanze non ne conosce, anche oggi, che è il Lunedì dell’Angelo è bellamente aperta, mentre per trovare un bar aperto, per bere il mio gin-seng, devo girare un po’. Il difetto di questa farmacia è che non vogliono i cani, neanche quelli belli come Jim. Un giorno che l’ho portato con me ben legato al guinzaglio, il farmacista grande capo mi ha redarguito e mi ha mostrato sul suo smart il filmino di Jim che faceva pipì su un basso scaffale. Ma, dico io, invece di perder tempo a fare il filmino, non poteva gridarmi allora di stare attento? Mah, non si sa mai con i farmacisti.
E poi c’è l’altro mistero del gin-seng: ormai quasi tutti i bar lo fanno, tranne pochissimi, e tutti hanno ormai l’apposita macchinetta, tipo espresso, ma dedicata solo al gin-seng; la cosa che non capisco io è come mai c’è tutta una varietà di sapori e densità diverse. Ma non è sempre la stessa macchinetta? Naturalmente ora ho una chiara classifica dei bar della zona e ce n’è uno che è il mio preferito, fa il mio gin-seng preferito, e fa anche la relativa tesserina con dieci quadratini così che quando ne hai bevuti dieci, l’undicesimo è gratis. Continua a leggere

Poesie di Francesca Pellegrino

L’ebanista

Come un pezzo di legno sto

un pezzo di legno di albero

impassibile e lento e

un milione di foglie per ingannare i secoli

giocando a tre carte con le stagioni.

*

Rivelazioni

Ormai è inevitabile come il

respiro, qualcosa che faccio

ed esisto: ingoio e

trabocco, ingoio e trabocco.

All’infinito. Sempre e soltanto

ascoltando l’eco delle lancette

sbattere fortissimo

contro il muro.

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Matrice


La sofferenza non ci piace, la evitiamo. Gesù ha sofferto, e ha sofferto come Dio. Passione, morte e risurrezione erano il Vangelo originario, come se il dolore di Cristo fosse la chiave di ogni cosa. La gioia non può nascere che da questa matrice rifiutata.

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Narratori del Nuovo Millennio – Elisabetta Mastrocola

Il quarto appuntamento di questa rubrica è dedicato a Elisabetta Mastrocola, una grande affabulatrice.

Le mie motivazioni

Raccontare le motivazioni che mi hanno spinta a scrivere è un po’ come scavare per arrivare alla fonte sotterranea di un passato remoto difficile da raggiungere. Aiuta, più della memoria, la scoperta ogni volta rinnovata di una verità che si rivela solo con gli strumenti propri della scrittura: una penna, dei fogli, una tastiera. Quel che succede, a me come credo anche tutti gli altri scrittori, è di trovarsi sopraffatti da una valanga di emozioni, sensazioni e pensieri che hanno l’impellente bisogno di essere raccontati dapprima alla rinfusa e con passione, poi con ordine e precisione.
Ne deriva un appagamento totalizzante. È come se in quel preciso momento tutta la vita fosse lì, come se non ci fosse nient’altro che stare in quello spazio circoscritto eppure infinito.
Vivere di scrittura ti fa inventare la vita giorno per giorno, ti fa essere nel mondo ma in un modo inusuale, ti fa essere sognatrice e concreta, libera ma legata ai tuoi personaggi che se ne infischiano di essere invadenti. Personaggi che diventano presenze con cui avrai a che fare a lungo e che vedi solo tu, creature immateriali ed eterne, che rimangono giovani mentre tu invecchi. Continua a leggere

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Roberto ADDEO, Fuori è un bel giorno di sole. Nota di Antonio Fiori

Roberto Addeo

Fuori è un bel giorno di sole

La Valle del Tempo, Napoli, 2023

Prefazione di Antonio Spagnuolo

Postfazione di Maurizio Vitiello

*

Dopo Bile (Transeuropa, 2020), poema versicolare che indagava gli organi del corpo e contorceva verbi e pensiero, Roberto Addeo distende ora il suo verso, esce dal corpo, e ci dice che Fuori è un bel giorno di sole. Il titolo del suo lavoro ha certo una componente ironica, ma dimostra anche, come nota Maurizio Vitiello, la resilienza del poeta e la sorpresa delle gioie che a volte la vita ci concede. La raccolta è ancora in forma poematica e si nutre di un lessico eterogeneo, sorprendente, con esiti spesso grotteschi (come – quando si sente amato da una persona/ vorrebbe ucciderla; oppure – liberò un padrone dal suo schiavo; o ancora – mi invitò a cena per mangiarmi). Roberto Addeo resta dunque fedele alla poesia sperimentale ma altrettanta fedeltà dimostra verso il mondo reale, raccontando dolore psichico e impegno sociale, speranze e sentimenti: porterò in pugno una fiaccola e un piede di porco/ una causa comune/ e sottobraccio, la mia coda di lacrime. Continua a leggere

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L’arte dello Scrivere, di Gualberto Alvino. 4

Ogni poeta deve fabbricarsi il proprio suono, fondare un mondo e una lingua che non lo veicoli ma lo metta in forma, perché l’unica sostanza della poesia è lo stile: la passione di Cristo o il singhiozzo d’un batterio vi hanno pari diritti di cittadinanza, identica valenza.
La partita della qualità si decide inevitabilmente in sede linguistica.

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Il punto. 3 (Manifesto)

di Fabrizio Centofanti

In potenza siamo molte cose: un’energia allo stato puro che tende verso una realizzazione. Ma è l’atto che ci definisce. È l’idea di progetto: chi siamo veramente? Conosciamo il nostro destino, ciò per cui siamo al mondo? Ci interessa? Lo spartiacque tra superficialità e profondità sta in questo punto. Dove trovare gli strumenti per conoscersi? Secoli di percorsi spirituali e decenni di studi sulla psiche ci stanno alle spalle: sono sufficienti? L’esperienza e la competenza altrui permettono di riconoscere l’unico e l’irripetibile, la realtà originale e non replicabile che è in noi? È evidente che, non trascurando gli strumenti messi a disposizione dalla cultura e dalla storia, occorre trovare vie che facciano procedere nella ricerca. C’è un Oltre che ci supera. Un Essere che ci contiene, al quale siamo noti. Mancasse questo, non sapremmo mai chi siamo.

La conseguenza immediata di questa consapevolezza è che mi libero dal giudizio degli altri: non sanno nulla di me. Il passo successivo è che mi libero dal mio giudizio: cosa so di me stesso? Posso capirmi solo visto dall’Oltre al quale sono noto. Per questo è necessario un anghelos, un messaggero, qualcuno che mi dia notizie dalla patria di cui sono cittadino. Notizie buone, perché scalzano le false certezze accumulate nel tempo, a causa dei giudizi degli altri e di me stesso. Non possiamo vivere senza questo vangelo, letteralmente buona notizia. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci informi su ciò che veramente siamo, sull’abissale distanza da quello che crediamo di essere.

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Saverio Bafaro, “Osicran o dell’Antinarciso”

Recensione introduttiva di Antonio Fiori

Saverio Bafaro, Osicran o dell’Antinarciso (Il Convivio Editore, 2024)

Saverio Bafaro, in questa ‘eroica’ raccolta poetica, si dimostra psicoterapeuta di sé. La parola, all’inizio, fatica a restituire le memorie più lontane, a raccontare l’enigma dell’identità e le lusinghe indecifrabili del mondo. L’archetipo fondamentale è lo Specchio, davanti al quale la nostra identità prende forma per essere ogni volta riscoperta, smentita e ritrovata. Poi, seguendo i tracciati lungo i quali conduce il testo, la parola si fa più consapevole e il discorso più filosofico: «Di questa epoca divisa / tra massa e persona / migrazioni e scomparse / possediamo il disumano / limite dello sguardo / l’impossibilità del volto» (dalla poesia Cuori svuotati, a pagina 42).

La poesia tenta interpretazioni del volto e interpretazioni dei sentimenti, indaga le trasformazioni secondo l’età e secondo il cuore, tenta di esorcizzare lo sguardo auto-seduttivo di Narciso, il peso enorme del Nome proprio, ma alla fine si arrende al mistero, nonostante gli strumenti della mitologia e della psicoanalisi.  D’altra parte, anche tre grandi scrittori del Novecento – Fernando Pessoa, Luigi Pirandello e Jorge Luis Borges – hanno affrontato il tema dell’identità, e anche per loro, nonostante i lasciti monumentali, è rimasta indecifrabile.

Antonio Fiori

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Il punto. 2


di Fabrizio Centofanti

C’è un mainstream che detta le regole. Se sei fuori, non conti. Bisogna sperimentare la fierezza – aggiungerei l’ebbrezza – di tale essere fuori. La filosofia raccomanda di ragionare con la propria testa, ma è il consiglio meno seguito. Il motivo è semplice: chi me lo fa fare di sostenere un contrasto? Perché lasciarmi emarginare? Per cui si tace, e chi tace acconsente. L’importante è essere d’accordo con le linee di fondo di una mentalità prefabbricata, che ti assicura di galleggiare comodamente in società –  in quelli che chiamiamo social, per esempio, la fiera dell’adeguamento e della rassicurazione esistenziale, anche quando si trattano temi apparentemente intelligenti. L’identità si è persa: la nuova religione ideologica è la punta dell’iceberg della consegna della propria persona al moloch del potere. L’importante è che non sia più te stesso, perché la verità è fastidiosa, ingombrante, inopportuna. Fuori luogo. Continua a leggere

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La parola ai poeti. Valerio Vigliaturo


Era un giorno di fine settembre dello scorso anno, quando il buon Centofanti mi invitò così dal nulla a scrivere qualcosa a proposito della mia visione sulla poesia, l’esperienza di scrittura, le vicende umane legate all’ambiente e via dicendo. Ho attraversato nel frattempo un tunnel lunghissimo, non si intravvedeva uno spiraglio di luce, nonostante fossi riuscito ad uscire con il sostegno della mia sola forza interiore (e un viaggio salvifico in Messico) da un tunnel analogo nello stesso periodo dell’anno precedente (non serve averlo già attraversato a corroborare l’idea che “ce lo fatta in passato, ce la farò anche questa volta”). Quando sei dentro tutto appare tremendamente nero, insensato, vuoto, irreversibile.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

II domenica di Pasqua in Albis

«La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli  apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della resurrezione di Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.» [At 4,32-35]

La  chiave di volta di questo racconto degli Atti degli Apostoli, mi sembra sia l’affermazione centrale: davano con forza “testimonianza della resurrezione”. Continua a leggere

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Narratori del Nuovo Millennio – Tommaso Giartosio

Ieri è stata annunciata la dozzina del Premio Strega e ho deciso di mettere un post extra oggi per ospitare una poetica, fertile e profonda riflessione di Tommaso Giartosio – nella dozzina con il suo “Autobiogrammatica” [Minimum Fax] – a proposito della ragione ultima dello scrivere, che è così centrale per questa rubrica. 

Trovarsi a concorrere a un premio blasonato può avere un senso a una sola condizione: di poter contare sul sostegno di una moltitudine di atti di lettura e di gesti di condivisione e solidarietà, un rumore buono che si fa sentire da una lettrice all’altra e fa dell’augusto premio ciò che deve essere: un luogo di ricerca del senso attraverso la scrittura.

Scrittura di un tipo particolare, chiamata letteratura; scrittura che per rispondere pone domande, per svelare la realtà la trasforma, e per spalancare porte carraie dispone solo di una chiave di violino e della spinta di un soffio.

La divina umanità di Gesù risorto

di Alida Airaghi

Le Messie di Jean Grosjean uscì in Francia nel 1974: oggi lo ripropone la casa editrice Qiqajon di Bose nella limpida traduzione di Emanuele Borsotti, con prefazione del Cardinale José Tolentino Mendonça e un’appendice composta da sette “spigolature” di Christian Bobin.
Poeta, scrittore, teologo e traduttore (Parigi 1912 – Versailles 2006), Jean Grosjean fu ordinato prete nel 1939, tornando allo stato laicale dieci anni dopo. Pubblicò numerose raccolte di versi, principalmente di ispirazione religiosa, e innovative rielaborazioni di episodi biblici. Si cimentò in traduzioni impegnative, dai tragici greci a Shakespeare, dal Nuovo Testamento al Corano, ma il suo nome viene ricordato soprattutto per le originali interpretazioni dei testi sacri, tendenti ad approfondire ed espandere il loro significato letterale, esaltandone allo stesso tempo il valore letterario e l’atmosfera poetica. Continua a leggere

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