
Darmi all’ippica
Quasi in contemporanea a quella per l’Inter, a cavallo fra i ’50 e i ’60, è nata l’altra passione centrale della mia vita, quella che non è soltanto un hobby o un gusto del proibito, ma una vera e propria visione del mondo (e della poesia), senza la quale, tuttora, nel mondo (e nella poesia) non saprei proprio come orientarmi: quella per le corse al trotto (nel tempo ho imparato ad apprezzare anche il galoppo, ma quella è un’altra questione). La mia “piccola città bastardo posto” è da sempre una città trottofila, col suo vecchio ippodromo di piazza d’Armi, collocato lì, a due passi dalla Ghirlandina. In mezzo al tumulto di questo processo formativo, a fare da collante e da denominatore comune domina per me l’esperienza dell’ippica, che è la mia prima, profonda pulsione assieme estetica, esistenziale e conoscitiva, nonché uno dei miei principali strumenti di comprensione e di interpretazione del mondo. E, c’è poco da fare, il mio romanzetto di formazione si è consolidato a partire dal 1970, nella sala corse modenese di via Belle Arti, invece che nell’oratorio della mia parrocchia. Lì ho imparato umanità e nichilismo, generosità ed empietà, oltre ad un’applicazione sistematica della cosiddetta Legge di Murphy: se qualcosa può andare male, nella sfera degli atti e degli eventi umani, certamente ci va. Tuttavia, quando arriva nell’ordine una scommessa trio che tu hai studiato e che, dopo il tuo studio, la corsa ha soddisfatto, beh, quella è una gioia ermeneutica (per introdurre un parolone che ha molto che fare col mio lavoro di critico e docente di letteratura) molto spiccata. Comprendo che non è semplice dichiarare un’osmosi formativa fra ippica e poesia: ad un primo, frettoloso sguardo sono due mondi antropologicamente, culturalmente e direi politicamente incommensurabili. Eppure, questa osmosi finisce da sempre per compiersi, nella mia psiche e nella mia quotidiana esperienza di vita, sotto il segno di una tanto inesausta quanto necessaria interazione. Continua a leggere→