Credo nella poesia, ma non so spiegare cosa sia, già definire la poesia è un atto di poesia. Non si può parlare di poesia senza fare poesia e questa tautologia è la stessa di tutto il creato. Credo che la poesia sia la manifestazione della musica divina e che tutto ciò che esiste e non esiste è il silenzio da cui origina e a cui fa ritorno. La poesia è silenzio e dialogo coi morti, è creazione delle forme e di ciò che dà forma alla creazione, tutto è poesia, nulla è poesia, nel senso che tutto esiste in grazia della follia dei versi e il nulla da cui siamo e in cui termineremo e che ogni istante dobbiamo amare è sempre poesia. La poesia è poesia e recita mantra per l’onnipotenza dell’invisibile, per amore delle stelle. Noi abbiamo una vita e un potere limitato, ma con la poesia sappiamo farci eterni e far rinascere gli universi dalla distruzione degli universi. La poesia è il divino. Ciò che precede il pensiero e che lo segue. Continua a leggere
Il presente
Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini. 48
Incontri XXXIII
Paolo Leminski
Scontrarii
Ho detto alla parola di rimare
ma lei non m’ha ubbidito.
Parlava di mare, di cielo, di rosa,
in greco, in silenzio, in prosa.
Sembrava fuori di sé,
la sillaba silenziosa.
Ho detto alla frase di sognare
e s’è persa in un labirinto.
Fare poesia, mi sa, questo e basta.
Dare ordini a un esercito
per conquistare un impero estinto.
William Carlos Williams
Solo per dirti
Ho mangiato
le prugne
che erano
nel frigorifero
e che
probabilmente
hai conservate
per colazione
Scusami
erano deliziose
così dolci
e così fredde
Desencontrários
Mandei a palavra rimar,
ela não me obedeceu.
Falou em mar, em céu, em rosa,
em grego, em silêncio, em prosa.
Parecia fora de si,
a sílaba silenciosa.
Mandei a frase sonhar,
e ela se foi num labirinto.
Fazer poesia, eu sinto, apenas isso.
Dar ordens a um exército,
para conquistar um império extinto
This is just to say
I have eaten
the plums
that were in
the icebox
and which
you were probably
saving
for breakfast
Forgive me
they were delicious
so sweet
and so cold.
Traduzioni di Massimiliano Damaggio e Stefanie Golisch.
Paolo Leminski: Distraídos venceremos/ Distratti vinceremo, a cura di Massimiliano Damaggio, L’arcolaio editore, 2021.
Compimento
La parola ai poeti. Michele Nigro
“… Italiani impauriti e inerti come sonnambuli…”
(dal Rapporto Censis 2023)
Che cos’è la “nostalgia del futuro”? Più facile è descrivere la nostalgia per un passato che non tornerà; più fattibile è il provare nostalgia per ciò che è irreversibile ma che abbiamo comunque toccato, conosciuto, vissuto… Che razza di nostalgia si può mai provare, allora, per qualcosa che ancora deve accadere e che forse non accadrà mai? Sarebbe più corretto parlare di desiderio dell’irrealizzato; tirando in ballo, invece, la nostalgia si presume una quasi certezza per quel che andremo a realizzare a breve e a vivere in prima persona, al punto che possiamo permetterci di trattare il non realizzato come qualcosa che non c’è ancora ma che sicuramente ci sarà e di cui cominciare addirittura ad avere nostalgia. Proiettarsi in una vita che ancora non esiste, ci rende nostalgici di ciò che è potenziale, ovvero ci rende nostalgici di noi stessi perché le potenzialità sono contenute in noi, non giungono dall’esterno, non sono instillate miracolosamente da un’entità metafisica… In quel caso sarebbe più corretto parlare, appunto, di desiderio perché il termine desiderio, etimologicamente, descrive la condizione di chi “vive in assenza di stelle” (“de”, particella privativa, e “sidus, sideris” = stella; plurale “sidera”) ed è in attesa di ricevere qualcosa “dall’alto”, di rivedere comparire nuovamente le stelle che sono assenti, la loro luce che dona speranza. Chi ha nostalgia del futuro, invece, ha solo nostalgia di se stesso (di un altro se stesso), di quel se stesso che è già lì, presente, che non deve discendere dal cielo sotto forma di stella, ma che ancora non brilla in qualità di essere umano pienamente realizzato. Si ha nostalgia del futuro perché avendo pregustato le premesse, sappiamo già o possiamo concretamente prevedere come sarà il seguito della storia. Non si tratta di una storia di fantasia ma di un racconto realizzabile, realistico, di cui già conosciamo l’incipit. Praticando la nostalgia del futuro “amiamo” un noi che sta per arrivare, che è dietro l’angolo e quindi ancora non visibile, ma sappiamo che esiste, c’è. Potrebbe trattarsi di un atto di fede, ma la concretezza della possibilità ci allontana dal mistero, dall’ignoto. Continua a leggere
Stracci
Un presepe africano
di Kika Bohr

Anche a luglio, come durante tutto l’anno, il lunedì e giovedì, sotto casa nostra abbiamo uno storico mercatino di frutta e verdura. Negli anni si sono aggiunte alcune bancarelle di vestiti nuovi ed usati, prodotti per la casa, libri e due bancarelle di bric-à-brac, che mi incuriosiscono sempre. Ma l’ultima bancarella arrivata in ordine cronologico, proprio sotto la nostra finestra, è quella di un venditore africano che vende soprattutto ceste, bellissime ceste di ogni grandezza, con coperchio o senza, di paglia di colori meravigliosi. A volte espone anche stoffe del Mali e statuette in legno di animali. Mi è stato impossibile resistere al fascino di alcune di queste e così ho cominciato col comprare prima una pantera con un orecchio difettoso ma dalla forma molto sinuosa assieme a un lepre seduto, dall’aspetto serio, poi una giraffa con lo sguardo dolce rivolto all’indietro. Qualche mese dopo non ho resistito a un rinoceronte rugoso e scuro. Infine un bufalo africano rossiccio e panciuto, anche lui con le orecchie poco ortodosse. Avevo già in casa due “ombre”, magrissime figure in legno di donne africane stilizzate con un bambino sulla schiena, acquistate davanti alla Statale quando ero ancora studentessa, una testa scura di ragazza con le treccine, comprata dieci anni fa per due euro da Emmaus (mi sono vergognata di averla pagata così poco) e un “albero della vita” con cinque figure umane che si arrampicano, piccolo prodigio di scultura artigianale – meraviglia di stilizzazione e di equilibrio tra pieni e vuoti – comprata da un robivecchi egiziano (anche lì, cinque euro!). Continua a leggere
La parola ai poeti. Danila Di Croce

Provo a fuggire la tentazione di aggrapparmi (nascondendomi?) alle parole di chi m’incanta quando dice della poesia, del suo fuoco e del suo segreto. Dal momento che mi viene offerta questa opportunità, devo parlare arresa, anche e soprattutto alla mia inadeguatezza. Prendo solo come torcia quella che oggi mi si accende tra le mani (ché l’istante è fatto per dimenticare il caso): “Di un appello trattenere soltanto la purezza dell’intenzione” (E. Jabès). Per lavorare di rinuncia, dunque, di sottrazione. Non è cosa di questo mondo la purezza; l’intenzione vacilla. Ma c’è un appello che risuona forte e insistente, precede la consapevolezza o l’ignora, si volge a un’amata solitudine gelosa del suo bene affinché possa svicolare dai confini stretti della soddisfazione. Per quanto mi riguarda, è principalmente un appello a contemplare e ad affinare lo sguardo, prima ancora che la voce. Ci viene data la parola. Di chi è la parola? La parola ai poeti. Non la parola dei poeti. Bello che ci sia il termine e non la specificazione. Perché la poesia chiede in primis attenzione, ospitalità, cura in chi la legge e in chi la scrive; e rifugge dai dettami di un’appartenenza: è un affido da custodire e vegliare. In genere, ci si accorge solo del suo arrivo, mai interamente e definitivamente del suo mandato: non obbedisce a mappe, canoni e disegni preordinati. Però conduce. Lo fa nei modi e nei tempi più disparati: ogni accento cerca un solco su cui impiantarsi, impara il suo continuo ritorno in quell’a capo che rivolta la fatica e la bellezza del dire. E poco importa della faccia che abbiano i poeti, del loro modo di camminare, dei loro amori: che diventi nome ogni sguardo, ogni passo sia teso a coniugare il timbro delle ore. Vada avanti unicamente questa lenta spirale di accensioni e cadute. Indietro ogni altra presunzione, l’inconsistenza di ogni vanto. Continua a leggere
Tempo, soltanto tempo, di Fabio Ciriachi
Fabio Ciriachi
Tempo, soltanto tempo
(Il Labirinto, 2023)
Pag. 127 € 14,00
Già il titolo della raccolta in versi, Tempo, soltanto tempo, è suggestivo. E si presta a una certa varietà di interpretazioni che affidano all’autore dell’opera, lo scrittore e poeta Fabio Ciriachi, e al suo lettore una reciprocità mai scontata, suscettibile di interrogativi, inquietudine, dubbi, affrancamento da convenzioni e convenienze che sono la materia pulsante e il sale della vera poesia, e non solo della poesia. A lettura finita, si ha l’impressione ? che matura in convinzione ?, di trovarsi davanti a un testo importante (definirlo genericamente interessante o bello è come sminuirne il rilievo che acquista nell’ambito dell’odierna poesia italiana che si configura come decisamente asfittico, in un tempo oltretutto povero di stimoli culturali e, nel complesso turbolento e paludoso). Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Il linguaggio di Dio, spesso, è linguaggio di sottrazione. La gloria è svuotamento. Il potere è servizio. La presenza è mistero.
Così, Natale è celebrazione del mistero che si rivela, ma si rivela come mistero.
Il fatto del Natale non impone la sua evidenza, quasi fosse inoppugnabile che un Dio si facesse uomo. Piuttosto, resta nel nascondimento di un sorriso, quello di un bambino alla sua mamma, come di nuova promessa. E come il sorriso non è una risata fragorosa, così il Bambino di Betlemme non è la gloria di un Dio che sbaraglia. Quella che è gloria nei cieli è pace in terra. Quello che è visione nella realtà di Dio è nascondimento nella realtà umana.
Quello che per noi è concretezza carnale è svuotamento, in Dio.
Ottavo piano, Ematologia
di Alida Airaghi
Parcheggio la Polo cercando di intuire alla meglio dove si trovino le strisce bianche per terra.
È scuro, ormai, da più di un’ora, e l’aria brumosa della bassa confonde le poche luci dei lampioni coi fanali delle auto. Scendo dalla macchina per controllare se le ruote siano entro i limiti prescritti.
«Ciao» mi fa la voce del tunisino che ogni volta sbuca dal niente a offrirmi i suoi accendini.
«Buon Natale» sorride con tutti i suoi candidissimi denti, scuote il berretto di lana rosso.
«Anche a te» rispondo, e mi cerco nella tasca del cappotto le solite mille lire.
«Non torni a casa per Natale?» gli chiedo, e mi sento subito cretina; chissà se festeggia il Natale in Tunisia e lui, cosa mai dovrebbe festeggiare, poi…
«Dove casa? Dove casa?» ripete sorridendo.
Gli faccio un cenno, che vorrebbe essere di scusa, non solo per la mia stupidità, ma per tutto.
Capisce, sembra voglia suggerirmi che anch’io, forse, non sto tanto meglio di lui.
Passo davanti alla cabina telefonica dove di notte va a dormire: a fianco, per terra, c’è la sua borsa e una coperta.
Attraverso il piazzale deserto, poche sono le automobili in sosta; è una sera particolare, molti malati, quelli meno gravi, sono stati dimessi.
L’atrio dell’ospedale è un po’ più animato: una zingara s’è seduta proprio davanti al presepe e alla cassetta delle offerte, quasi a raddoppiare l’imbarazzo di chi volesse rendere omaggio alla Natività.
Ha anche lei il suo Gesù Bambino in braccio, biondo come nei quadri delle chiese, sporco e addormentato. Continua a leggere
Pianure d’obbedienza di Marina Minet
La raccolta “Pianure d’obbedienza” abbraccia la vastità poetica del cammino spirituale dell’autrice in tutte le sue forme. Tessuta alacremente fin dagli albori dell’infanzia, la gestazione si estende fino ad oggi, arricchendosi ulteriormente di studi e vissuti, che la poeta ha coltivato negli anni.
(…)
La sua poetica si muove in una terra metaforica che incanta, per consegnarci un messaggio evangelico puro, totalmente fedele alla sincerità della parola. Leggendo questi versi si ha la sensazione che l’autrice sia riuscita ad accedere alla dimensione più profonda dell’esistenza. L’integrità di ogni concetto, sempre finalizzato al compimento, scorre sicuro, addentrandosi oltre, dove la poesia raggiunge le più alte vette dell’amore.
(Dalla “Nota a margine” di Maria Pina Ciancio)
Poesie da Pianure d’obbedienza (Macabor, 2023) Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
(2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16; Rm 16,25-27; Lc1,26-38)
Dal deserto, una parola trova compimento. Dalla voce soffiata, urlata, al Logos, parola che si va compiendo, al “rema”, parola accaduta. “Accada di me secondo la tua parola accaduta”.
Quello Spirito che ha sovvertito l’architettura del deserto scompigliandone la sabbia e le rocce, che ci costituisce annunciatori di deserti fioriti, ora compie, e si compie compiendo, la sua parola.
Luca, nel passo del vangelo di oggi, usa sia il termine “logos” sia il termine “rema”. All’inizio del dialogo fra l’angelo e Maria, usa “logos”, poi, alla fine, usa “rema”.
La promessa si va compiendo. Continua a leggere
La parola ai poeti. Marco Mittica

Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(Eugenio Montale)
Quella che sarebbe potuta essere la migliore delle mie poesie, e che in nessun caso avrei potuto trascrivere, mi è venuta in sogno.
(Lorenzo Calogero)
Finché ho scritto poesie di sfuggita le cose sono andate tranquille.
(Leonardo Sinisgalli)
Negli anni ’90, mio nonno e Vincenzo Sinisgalli (fratello del più noto Leonardo) decidono, dopo anni di peregrinazioni, di tornarsene a Montemurro e lì trascorrere, da pensionati, l’ultima stagione della vita: l’unica cosa che avevano in comune e che li affratellava in una breve (morirono entrambi nel 1999) ma intensa amicizia. Leonardo non ebbe questa fortuna e, anzi, fingeva di non volerla nemmeno, ma in cuor suo ha sperato fino all’ultimo di poter ritrovare una propria dimensione nel paese che era stato costretto a lasciare a soli nove anni: non gli fu concesso e ripiegò sull’alimentare il lato mondano del proprio personaggio, in una Roma che quel personaggio aveva contribuito a creare, forse ancor più che Milano. Ecco: chiamato a dire cosa sia per me la poesia, mi vengono in mente due anziani che si incontrano in piazza e che, invece di andare al bar da Mario o al circolo (due storiche attività di piazza Giacinto Albini a Montemurro, che ormai non ci sono più), prendono la via per Armento e se ne vanno a passeggiare fuori paese. Continua a leggere
Riconoscerlo
La parola ai poeti. Cristiano Poletti

Alcune parole
La mano e l’attesa: la mano tocca, sente, indica, stringe. Attendiamo con la mano ogni volta, infatti, di verificare vita e morte. San Tommaso insegna che la mano pretenderebbe addirittura di verificare la resurrezione della carne. Sarei orientato a considerarla, la mano, un’estensione dello sguardo essenzialmente, vero tramite percettivo del mondo: vorrei dire quasi uno strumento di religione, intesa nella sua accezione più terrena possibile, strumento cioè di verifica di quanto a lungo si è guardato con grande, acutissima attenzione, con lo scopo infine di unificarlo per sempre a sé.
Mano, attesa, sguardo: lo sguardo cerca sempre un punto, un punto di fuga, un punto di attenzione, un punto in un luogo. Cerca d’inquadrarlo e per farlo ha bisogno di darsi dei confini, di avere una cornice. Come dire, un quadro. Così come di confini e limitazioni molto chiare vive l’io. L’io è un episodio, un episodio che ha preso nome nell’arco della storia, ed è un luogo preciso, forse una casa; sì, una casa, o meglio un punto della casa, lì dove abbiamo una e una sola finestra per guardare. Riprendo volentieri un passaggio, mirabile, di una lettera che Hölderlin invia a Böhlendorff nel novembre del 1802: «Il temporale, non puramente nella sua massima manifestazione, quanto proprio in questo sguardo, come potenza e come figura (…) formante un modo del destino, il fatto che per noi è qualcosa di sacro, il suo impeto nel venire e andare, l’elemento caratteristico delle selve e il trovarsi insieme in una regione di differenti caratteri della natura, il fatto che ogni luogo sacro e la luce filosofica alla mia finestra è ora la mia gioia; che io possa serbare, come sono arrivato fin qui!». Continua a leggere
La necessità e il limite della connessione
La presentazione dell’antologia “Connessioni” (Vita Activa Nuova, 2022), avvenuta a Roma a fine novembre 2023, mi ha spinta a proseguire la riflessione iniziata nel passato. Ho pensato che il tema potesse essere affrontato sia dal punto di vista della necessità della connessione (biologica ed esistenziale), sia dal punto di vista del suo limite (legittimo e naturale).
La necessità. Nasciamo dal e nel contatto. Nasciamo dal contatto tra due esseri umani. E cresciamo iscrivendoci all’interno di dinamiche relazionali. Attraverso il contatto e il confronto scopriamo parti di noi sempre nuove, e nuovi luoghi di appartenenza e di passaggio. Il contatto ci permette sia di conoscere i nostri confini, prendendo atto dell’alterità irriducibile dell’altro, sia di spingere più in là i nostri limiti, grazie all’apprendimento e all’arricchimento che proviene dall’esterno. Continua a leggere
L’obiettivo
La parola ai poeti. Gianluca Furnari
In questi mesi il mio lavoro consiste principalmente nel leggere le poesie di un autore latino del tardo Quattrocento, che qui chiamerò semplicemente X.
Il mio rapporto con X è una metafora del rapporto che mi lega alla poesia in genere: ogni giorno un testo nuovo, da esaminare verso per verso, ritrovando fili di pensiero, tracce emotive, memorie culturali sepolte da cinquecento anni.
Per X ho sviluppato un’attenzione più simile alla tenerezza fisica che alla venerazione, e la sua voce è diventata una funzione del mio sguardo. La rivivo mentre guardo gli alberi del parco, i corpi delle persone; la sento intrufolarsi nei miei sogni, nelle mie riflessioni, nelle parole che rivolgo ad amiche e amici. Sento che pian piano X mi sta plasmando.
Credo nella poesia come in un valore quando essa si compromette con la materia grafica, fonica, fisica e biologica: ai miei occhi di lettore/autore del terzo millennio, la poesia è una pratica artigianale che unisce gli esseri viventi in diverse stazioni del continuum, abolendo i confini fra il tardigrado e lo pterosauro. Continua a leggere













