La parola ai poeti. Rosanna Frattaruolo

Avevo lasciato la poesia sui banchi di scuola alle superiori; laureata in Economia, mi sono  trasferita in Romagna nel 2002. Sul treno da Conselice a Lugo di Romagna, che toccava tante  piccole stazioni, ho scritto la mia prima poesia. Quel giorno, come ogni giorno, le immagini  al finestrino si rincorrevano annientandosi una per una davanti ai miei occhi: addosso una  fragilità, un senso di precarietà della vita che non poteva perdersi come quelle immagini che svanivano alle mie spalle. Rendere indelebile il disagio provato, dopo aver maturato una  sorta di consapevolezza del presente che passa e non torna, è stata un’urgenza. E nella mia  testa, prima che sul foglio, ho cominciato a comporre una poesia. Ancora oggi mi chiedo  come la poesia sia accaduta, non avendo in quel periodo alcuna frequentazione poetica o  suggestioni poetiche a cui attingere. 

Avrei potuto adottare come modalità espressiva il racconto, la prosa, il diario; invece ho  sentito l’urgenza di scrivere in versi quel senso di precarietà della vita, quella fragilità che  sentivo entrarmi dentro. Ed ecco, la poesia accade e interviene a farmi dire quel che in altro  modo non potrei dire. O in poesia, dunque, o niente

La stessa urgenza che, credo, abbia sentito Peter Handke nell’utilizzare un codice poetico  per esprimere un concetto di durata che in altro modo non poteva essere espresso. Il suo  “Canto alla durata” nella traduzione di Hans Kitzmüller così comincia: “È da tanto che voglio  scrivere qualcosa sulla durata / non un saggio, non un testo teatrale, non una storia – la durata  induce alla poesia […]”.  Continua a leggere

Il faro


Ricordo un santuario vicinissimo a un faro, che non sono più riuscito a ritrovare. Eravamo andati con don Mario, in uno dei viaggi interminabili in cui sembrava di approdare nel Regno dei cieli. La preghiera è come il faro: arriva a illuminare lontano, vale a dire nel profondo. Bisogna solo aspettare che giri dalla parte giusta, e tutto diventa più chiaro, per miracolo.

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Incontri XXX

Reiner Kunze (Germania, 1933)

sotto gli alberi che stanno morendo

Abbiamo offeso la terra, si prende
indietro i suoi miracoli

Noi, di questi miracoli
uno

Stefanie Golisch (Germania, 1961)

Sotto un cielo cadente

Io non sono fatta per te e tu non sei fatto
per me, siamo fatto per renderci liberi
l’uno dell’altro

r.m.drake

essere umani è
essere rotti e
rotti è un modo
proprio di essere belli Continua a leggere

Sigillo nel nome, di Antonio Spagnuolo

Saresti figura del mio delirio,
della mia solitudine, del mio singhiozzo,
per l’illusione dell’eterno raggio
che confonde il pensiero nel terribile
gesto del dubbio.
Esalti improvvisa il mio grido d’amore
ove trovare il cenno della beatitudine,
come radice di una pianta antica
che impaziente sorride nel perdono,
come le vele dai fianchi arrugginiti
che giocano al tramonto nel miraggio
di labbra fatte petali.
Ti inseguirò tra la memoria di una dissolvenza
e l’impronta delle braccia in croce,
contro le affollate speranze dell’ignoto
che affollano parole dal profondo.
Sulle mie mani anche oggi la tua lampada
resta sicura a disperdere le tenebre
che fra terra e cielo posano macigni.

Giselda Pontesilli, “Appunti su Mario Perniola”

Cercando le idee chiave che reggono l’opera di Mario Perniola (1941-2018), si può partire da quanto, nelle sue Storiette autobiografiche (pubblicate nel 2016), egli dice di sé. Dandosi, con discrezione, del voi, egli si dichiara:  

“[…] erede della tradizione dei samurai senza padrone, i ronin, cioè di quei guerrieri solitari non organici rispetto a chicchessia in cui nel corso del tempo [voi, cioè lui stesso] avete finito per riconoscervi” (1); 

così scrive, definendosi dunque, più che filosofo, guerriero, poiché, come ben spiega nella sua penultima opera, L’estetica italiana contemporanea (del 2017):

 “In questo periodo storico l’autorevolezza della filosofia è gravemente compromessa dalla comunicazione massmediatica, che ha riportato intere popolazioni allo stadio infantile, nonché dall’arroganza della tecnica e del dogmatismo scientistico che, occultando il proprio rapporto con gli interessi economici, si è posto come unico portavoce della verità”. Continua a leggere

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Il giogo

Il giogo di Gesù è soave: la leggerezza dello Spirito è un tratto distintivo della divinità. Stando così le cose, non possiamo trascurare l’impegno di alleggerire i pesi della gente, di far balenare la gioia anche in mezzo alle tragedie.

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La parola ai poeti. Paolo Polvani

Dimestichezza con la scrittura e le sue cose

Alcuni dicono che l’impulso a scrivere trovi il suo fondamento dentro una ferita.
Non mi sono mai posto la domanda: perché scrivo? Ho sempre vissuto la scrittura come una pioggia, come un evento ciclico inevitabile, una maniera in cui il destino chiama e mostra la sua vera faccia.
Guardando indietro, trovo un forte attaccamento alle parole, una vera fascinazione.
Ho trascorso i primi cinque anni della mia vita a Livorno, e nelle mie orecchie per prime hanno risuonato parole scintillanti, un accento che del Tirreno riportava profondità e luce. Continua a leggere

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

I di Avvento

Tempo di Avvento. Tempo di attesa. Tempo di desiderio.

Di fronte a qualcosa che accade, non si resta ad occhi chiusi, pacificamente dormienti. Chi attende non dorme, ma scruta.

La realtà va scrutata, perché ci si accorga che qualcosa sta accadendo. Non è una evidenza che si impone, di fronte alla quale non è possibile non vedere. Ciò che sta accadendo necessita di occhi capaci di scrutare, di mente allenata ad intuire, di cuore capace di contenere.

Di fronte all’accadimento che attendiamo  siamo chiamati ad operare un discernimento, che aprirà o chiuderà vie percorribili. Continua a leggere

La parola ai poeti. Adriana Libretti


Sento che vivere è viaggiare, e viaggiare è crescere. Sento che occorre un mutamento nel paesaggio. Sento che è fondamentale un mutamento nel cuore.

(Anna Maria Ortese, Corpo celeste)

Mi sono ritrovata in compagnia della poesia dopo averne perso il contatto per anni; averla di nuovo accanto mi dona una speciale felicità. Continua a leggere

“La lacrima della giovane comunista”, di Giorgio Bona

Recensione di Marco Candida

Giorgio Bona, La lacrima della giovane comunista, (Arkadia Editore, 2022)

Trama semplice e lineare e tono di narrazione pacato ed euristico, che ricorda i migliori narratori, ma la magia di questa perla di Giorgio Bona risiede davvero nel saper evocare in ogni capitolo scenari e cartografie di altri universi narrativi. La lacrima della giovane comunista contiene molteplicità di autori e romanzi e un tal gioco di prestigio a Bona riesce, in fondo, col descriverci in modo pacato, senza voli pindarici, ma puntuale, assai evocativo la città-dio Mosca. Forse questo, sopra ogni altra cosa, ci fa notare La lacrima della giovane comunista: tutti quegli intrecci di spie, quelle oscure faccende politiche, quell’incrociarsi di destini in opere narrative di matrice russo-britannico-americano ci hanno raffigurato nient’altro se non il volto immenso e plurimo di una città come Mosca. Continua a leggere

Incontri XXIX

E.E.Cummings (1894-1962)

Ma questa sera vengo con un sogno negli occhi.
Con una rosa busso alla porta del tuo cuore senza speranza –
Aprimi!
Perché ti voglio mostrare posti nessuno conosce.
E se vuoi,
posti perfetti per dormire.

Bert Brecht (1898-1956)

Dove state andando? Da nessuna parte. Da chi state scappando? – Da tutti.
Vi chiedete, da quando sono insieme?
Da poco. – E quando si lasceranno? – Presto. Continua a leggere

La Signora Adele

di Kika Bohr
Questa mattina, camminando al parco tra le foglie secche, guardando le meravigliose chiome gialle dei tigli e rosse degli aceri e i rami spogli che spuntano sopra il fogliame, mi sono sentita propensa ad evocare ricordi belli. E improvvisamente mi è venuta in mente la Signora Adele: “Adeladle” come la chiamava la bambina del primo piano. La nostra vicina di pianerottolo Salvagni Adele come stava scritto sulla casella delle lettere. Sulla sua porta in fondo al ballatoio invece non c’era scritto nulla, non c’era il campanello, le persiane sempre chiuse erano foderate con carta di giornale. Per salutarla quand’era in casa si doveva bussare forte perché era un po’ sorda. Ma non era spesso in casa perché andava al parco con la sua borsetta nera, un po’ di rossetto rosa e un cappello di lana a turbante grigio, e si sedeva a guardare la gente che passava. Continua a leggere

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Disinnescare da dentro. La testimonianza di Etty Hillesum

di Raffaela Fazio

Etty Hillesum, giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel novembre del 1943, risponde alla guerra, o meglio all’odio che la guerra comporta, con un duplice movimento di disinnesco, interiore ed esteriore: 1) un profondo scavo introspettivo per estirpare dentro di sé le radici delle pulsioni negative (le stesse che si riconoscono negli altri), superando quei sentimenti “a buon mercato” e non risolutivi come il rancore e il desiderio di vendetta, e mantenendo vivo il senso di gratitudine, di fiducia e di accettazione, accettazione che non è rassegnazione o fatalismo, ma capacità di trasformare la prova in forza, in energia costruttiva e benevola; 2) un’appassionata, quotidiana dedizione agli altri, nella consapevolezza di ciò che ogni scelta implica e nell’incrollabile amore per l’umanità, nonostante le aberrazioni e le atrocità del suo tempo. 

Etty guarda in faccia il dolore e non si tira indietro. Vuole esserci. Vuole essere là, per condividere il destino della sua gente, alleviandone come può la sofferenza e testimoniando fino in fondo che “la vita è bella e ricca di significato” e che “ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende ancora più inospitale”.

A mio parere, il messaggio di Etty non solo è sempre attuale, ma è anche sempre attuabile se si coglie il suo fulcro: non preoccupiamoci di cambiare il mondo, ma pensiamo a cambiare noi stessi. Cambiare noi stessi è sempre possibile (per quanto richieda un lavoro costante): questa è la nostra vera libertà. Una libertà che nessuno, in nessuna circostanza, potrà mai sottrarci. Il resto poi verrà.

 *

(per Etty Hillesum)

Dentro
mi porto tutto
anche a fatica, col fiato corto.
La vita, una cesta piena
sino alla fine.
E se interrotta
farò il mio meglio
sulla soglia di un’altra stagione
passerò – staffetta –
il testimone.

Raffaela Fazio
da Gli spostamenti del desiderio (Moretti&Vitali, 2023)

Qui, il link a: “Versipelle. Poesie di guerra e di pace. Raffaela Fazio e Etty Hillesum” (15/11/2023)

https://www.youtube.com/live/chvFyl__ZQs?si=lURcPwnnZ25vmJMp

La Spagna in lettere, di Annelisa Addolorato. Clara Janés (terza parte)

di Annelisa Addolorato

Il post di novembre lo dedico, facendole anche gli auguri di buon compleanno (la scrittrice spagnola compia gli anni in novembre), di nuovo a Clara Janés (quest’anno per la terza volta). E do spazio anche alle parole di Youssef Bissani, che recentemente ha discusso a Barcellona la sua tesi di dottorato, intitolata Presencia del sufismo en la poesía española contemporánea (presso la Universitat de Barcelona), in cui ha dedicato un’ampia parte del testo all’opera della scrittrice, poetessa, traduttrice e intellettuale spagnola, da sempre versata riguardo a misticismi occidentali e orientali, sia come traduttrice che come scrittrice. Traduco dallo spagnolo le sue parole: “L’opera di Janés è un invito al dialogo tra le diverse tradizioni e culture. Attraverso le sue poesie, saggi o traduzioni, esiste la volontà di avvicinarsi all’altro e svelare i segreti delle altre culture. In  fondo, si tratta di uno modo di cercare questa unità nella molteplicità che caratterizza le esperienze mistiche, poetiche e amorose. Continua a leggere