Avevo lasciato la poesia sui banchi di scuola alle superiori; laureata in Economia, mi sono trasferita in Romagna nel 2002. Sul treno da Conselice a Lugo di Romagna, che toccava tante piccole stazioni, ho scritto la mia prima poesia. Quel giorno, come ogni giorno, le immagini al finestrino si rincorrevano annientandosi una per una davanti ai miei occhi: addosso una fragilità, un senso di precarietà della vita che non poteva perdersi come quelle immagini che svanivano alle mie spalle. Rendere indelebile il disagio provato, dopo aver maturato una sorta di consapevolezza del presente che passa e non torna, è stata un’urgenza. E nella mia testa, prima che sul foglio, ho cominciato a comporre una poesia. Ancora oggi mi chiedo come la poesia sia accaduta, non avendo in quel periodo alcuna frequentazione poetica o suggestioni poetiche a cui attingere.
Avrei potuto adottare come modalità espressiva il racconto, la prosa, il diario; invece ho sentito l’urgenza di scrivere in versi quel senso di precarietà della vita, quella fragilità che sentivo entrarmi dentro. Ed ecco, la poesia accade e interviene a farmi dire quel che in altro modo non potrei dire. O in poesia, dunque, o niente.
La stessa urgenza che, credo, abbia sentito Peter Handke nell’utilizzare un codice poetico per esprimere un concetto di durata che in altro modo non poteva essere espresso. Il suo “Canto alla durata” nella traduzione di Hans Kitzmüller così comincia: “È da tanto che voglio scrivere qualcosa sulla durata / non un saggio, non un testo teatrale, non una storia – la durata induce alla poesia […]”. Continua a leggere



















