La poesia è un’infermiera, ovvero colei che somministra il farmaco. Ci viene in soccorso per lenire il dolore delle ferite della vita, quelle che non guariscono, quelle che restano sempre oscenamente aperte, che tentiamo di nascondere, di cui cerchiamo di ricordare l’origine. È dunque un’infermiera che non può curarci realmente, né tantomeno salvarci l’anima ma può offrirci, questo sì, un unguento prezioso che ci aiuta a sopravvivere, ad avere il coraggio di guardare e interrogare la ferita. Lei è l’infermiera di chi scrive ma si prende anche cura di chi legge, proponendo lo stesso unguento anche al lettore (quando parlai di questa infermiera a Vivian Lamarque durante la presentazione del suo libro più intimo – Madre d’inverno, Mondadori, 2016 – ne rimase colpita e condivise con entusiasmo). Continua a leggere

















