Lirico terapia. Luciano Erba


Gli anni quaranta

Sembrava tutto possibile

lasciarsi dietro le curve

con un supremo colpo di freno

galoppare in piedi sulla sella

altre superbe cose

più nobili prospere cose

apparivano all’altezza degli occhi.

Ora gli anni volgono veloci

per cieli senza presagi

ti svegli da azzurre trapunte

in una stanza di mobili a specchiera

studi le coincidenze dei treni

passi una soglia fiorita di salvia rossa

leggi “Salve” sullo zerbino

poi esci in maniche di camicia

ad agitare l’insalata nel tovagliolo.

La linea della vita

deriva tace s’impunta

scavalca sfila

tra i pallidi monti degli dei.

Lo scarto tra speranze e realtà può essere minimo o massimo. Luciano Erba riesce a renderne, più che la quantità, la qualità, come sempre la poesia.

Stare

L’amore è stare, sempre, anche lontani, anche impegnati in lavori faticosi. La preghiera del cuore è un esserci eterno, una strada che congiunge, anche quando la partenza e l’arrivo, l’io e il tu, sembrano luoghi irraggiungibili.

Lirico terapia. Umberto Bellintani


Fratelli

I poveri morti sono i miei fratelli,

passeggio con loro per il cimitero,

non vi è nessuno che abbia il cuore felice.

Chi ha ucciso, rubato, o disprezzato

in questa vita così fatta per gli uomini;

chi è penetrato nottetempo nel campo del vicino

e ha distrutto le colture, e chi la donna

dell’amico ha condotta a perdizione.

Ma non per questo nessuno v’è che peni;

ognuno soffre la montagna della morte

che gl’impedisce di vedere il proprio figlio

e la sua donna, la casa, il campo amato,

un volto amico, un arnese, umili cose.

I poveri morti sono i miei fratelli,

passeggio con loro per il cimitero,

non vi è nessuno che abbia il cuore felice.

La compassione è uno dei sentimenti più nobili. In questa lirica di Bellintani si tocca con mano il suo spessore.

Dentro

 

Cosa diamo agli altri? Quello che abbiamo. Per questo è importante ciò che si accoglie e si coltiva dentro. Se questo è grazia, saremo grazia per gli altri, non torneremo a casa senza aver fatto qualcuno un po’ più ricco.

Lirico terapia. Alfonso Gatto


Torneranno le sere

Torneranno le sere a intepidire

nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri

la luna in alto s’alzerà dal mare

e nella piena dei giardini il vento

fitto di case, d’alberi, di stelle

passerà per la grande aria serena.

Torneranno nel sogno anche le voci

delle famiglie illuminate a cena,

la rapida ebrietà del loro riso.

 

O finestrelle, pozzi, logge, vetri

attaccati alla vita, allo spiraglio

delle fresche delizie e dei rimpianti,

o luna nuova sulla mia memoria,

tornate ad albeggiare con quel canto

di parole perdute, con quei suoni

struggenti, con quei baci morsi al buio.

Siate la polpa rossa dell’anguria

spaccata in mezzo alla tovaglia bianca.

Tra nostalgia e realtà, certezza e invocazione, “la polpa rossa dell’anguria” è lo scatto di reni della speranza, che già gusta il desiderio appagato.

L’uomo che conosco


(creazione di Daniela Smiroldo)

L’uomo che conosco guarda il mare
Da una piazza spezzata, pensilina, ferro,
Lo intravede tra i platani del primo tratto
Del viale, il mare è dentro il porto, chiuso,
Da un remoto settembre azzarda conoscenza
Dell’anima del luogo, da un vento costante
Da oltre il Faro di Raineri, vento ora spento
Come le voci, nella prossimità di una lontananza.

Immaginazione

Ci sono spesso scrupoli per l’immaginazione: le confessioni abbondano di sensi di colpa per ciò che ci passa per la testa. I Padri del deserto consigliavano di vedere questo come il vento che soffia e se ne va. Bisogna fare come se non fosse mai passato.

Poesia italiana del XXI secolo

Rossella Tempesta è nata a Napoli nel 1968 e vissuta a Terlizzi, Milano, Cattolica, Rimini, Napoli. Attualmente risiede a Formia. Si occupa di poesia e cultura anche promuovendone la divulgazione con eventi e iniziative corali. Suoi testi e interventi appaiono sulle riviste Poeti e poesia, La mosca di Milano, Graphie, ClanDestino, Attra-Verso, Poesia, Il filo rosso, Farepoesia. Ha ricevuto i premi Dario Bellezza, Salvatore Quasimodo, Miramare Poesia, Hostaria dal Terzo, Sandro Penna. Autrice di nove libri di poesia e di un romanzo è presente nell’antologia Nuovi poeti italiani n.6 a cura di Giovanna Rosadini, Einaudi, 2012.

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Frammenti di Cinema # 43

Vi ricordate i colossal? Il termine è passato di moda, ma nel cinema si realizzano ancora film maestosi per cast di attori e scene, oggi grazie alla tecnologia, e per il budget impiegato. A parte i colossal, tuttavia, sin dagli inizi c’è stato chi ha cercato di realizzare con il cinema avventure pionieristiche, oppure vere e proprie imprese epiche. In Come vinsi la guerra (1926) Buster Keaton gira la scena del crollo del ponte al passaggio di un treno senza modellini. La prima volta nella storia del cinema. Ci vorranno giorni per recuperare i vagoni precipitati nel fiume. Il film resta ancora tra i più costosi di sempre ma al botteghino fu mezzo fiasco. Questo diabolico legame tra costo e flop di pubblico è spesso una costante nel cinema. Michael Cimino girò nel 1980 I cancelli del cielo. Il film costò alla United Artists 44 milioni di dollari, con un guadagno di solo 1 e mezzo. Fu addirittura costretta a fallire. Il film, invece, oggi è stato rivalutato, malgrado l’insuccesso di allora. Più fortunato con il pubblico fu Fitzcarraldo (1982)di Werner Herzog, premiato a Cannes per la migliore regia. Come Keaton, anche Herzog fece trasportare una nave lungo la cima di una montagna andina, senza utilizzare alcun effetto speciale. Le riprese durarono due anni, dopo molte interruzioni dovute a vari incidenti e, persino, all’attacco da parte di una tribù di indios che non tolleravano la presenza della troupe.

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Manica

Manica larga e manica stretta: la prima è per noi, la seconda è per gli altri. Gesù ci invita a capovolgere il criterio: solo così il tu comincia a emergere, portandosi appresso il paradiso.

Dante: il pane nel Convivio e “lo naturale amore alla propria loquela”

di Antonio Sparzani

una spiga d’orzo


Dante morì stanotte, settecento anni fa, della malaria contratta sulla strada che percorse andando a Venezia. Con la testarda idea di ricordarlo sempre e comunque, voglio oggi ricordare che dopo le molteplici e multiformi rime di cui ci siamo occupati (l’ultima qui) egli si dedica, secondo quanto egli stesso afferma, a cose leggermente più serie. Il Convivio è un vero convito, nel quale l’autore dibatte un tema che gli sta sommamente a cuore: quello della lingua. Come vedrete se avrete la pazienza di leggere i brani che ho scelto dal trattato primo dell’opera, si parla molto di pane, ovvero del cibo di quel convito, che non è il pane raffinato bianco di puro frumento (noi diremmo di farina doppio zero), perché quello rimane il latino, la lingua dei dotti, di quelli che se lo possono permettere, non della gente comune, della maggioranza delle persone che non se lo possono invece permettere, ma è “quello pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me ne soperchieranno le sporte piene” (guardate la fine del capitolo XIII). Continua a leggere

Come si è

Entrare in confidenza con Gesù, lasciar cadere le barriere mentali che lo rendono distante, straniero: è un esercizio quotidiano che diventa ogni giorno più spontaneo, naturale. In paradiso non ci sono formalismi: si è come si è.

Lirico terapia. Franco Fortini


 


L’animale

Stanotte un qualche animale

ha ucciso una bestiola sottocasa. Sulle piastrelle

che illumina un bel sole

ha lasciato uno sgorbio sanguinoso

un mucchietto di visceri viola

e del fiele la vescica tutta d’oro.

Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna

di mordere e fulmineo eliminare

dal ventre della vittima le parti

fetide, amare.

Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.

E non è vero.

Il piccolo animale sanguinario

ha morso nel veleno

e ora cieco di luce

stride e combatte e implora dagli spini pietà.

La morale è chiara, ma la poesia dice di più. Siamo lì, anche noi alle prese col dolore e la violenza, con gli opposti di una vita che ci provoca a ogni istante.

AMBRA STANCAMPIANO – da “Storie sussurrate dagli spiriti” (Prologo) – inedito

Ogni notte viene a trovarmi un esercito di morti. Sfilano
alle mie spalle mentre, seduta su quella seggiola da
bambini con la seduta di vimini intrecciato, inseguo a
occhi chiusi i contorni della mia attesa. Li sento
ricoprirmi d’attenzioni e di carezze viscose, che
rimangono appiccicate addosso in una melassa di
tristezza. Serro gli occhi con più forza e m’aggrappo a
un filo di concentrazione sottile, troppo sottile, una
ragnatela. Cerco di ricordare qualcosa – che cosa? –
qualcosa che sto aspettando.
Aria. Quattro lettere s’incendiano sulla patina scura delle
mie palpebre chiuse.
Aria, leggo. La mia voce solo pensata echeggia in quella
stanza, buia della mia paziente attesa. Dove mi trovo?
ARIA. Supplicano i polmoni, un fiotto incandescente
risale fino in gola, si blocca a metà tra petto e naso, ho
come un tappo.
Non mi ricordo più come si respira. Sto sognando?
Sono troppo impegnata, in questo momento, per
ricomporre la strada che dai polmoni corre alle narici e
torna indietro.
Sto sognando. Cosa potrà mai accadermi, se anche non
respiro?
ARIA! Pretende la mia gola e sbatacchia una tosse
raschiata; sbatto la fronte sulla tavacca e la tempia
s’accende di dolore, il sogno si sminuzza in bollicine. Le
palpebre scattano.
L’ennesima alba grigiastra d’autunno Continua a leggere