Ada Negri

di Giorgio Stella

Fine

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Siederanno a tavola

(Mimmo Paladino: Porta di Lampedusa)

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». [Lc 13, 22-30] Continua a leggere

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Raffaele Santoro (+23 agosto 2025)

Ballata

se adesso che sono morto
vedrete nella strada
una ragazza vestita di rosa
come certi bambini.

se distogliendo gli occhi
lei vi chiede di me
chiamatela confidenzialmente Linetta
ditele “purtroppo
quel tuo ragazzo bruno
già da due giorni è trapassato”.

poi prima di contare dieci
delle sue lacrime
mostratele
la mia vecchia strada
la casa della chiromante
il palazzetto giallo del marchese
che ha due quadri di Filippo Lippi
e un Cosmè Tura
ditele della storia
che ci vennero i Turchi.

invitatela a un ballo di commiato
e qualcuno senza parere
le dica che i suoi occhi sono verdi
e dolci.

così non avrò altro peso sul cuore
che la pietra e le date.

Mar ’56

Il vegetariano, film di Roberto San Pietro

di Giselda Pontesilli

I) Nella poesia e ancor più nel romanzo dell’800 c’è una figura ricorrente: il giovane, né nobile né ricco, ma nobile e ricco di intenti, studi, sentimenti («io ho la nobiltà dell’animo» – dice di sé Julien Sorel), che la società, prima o poi, avvilisce, elimina.
Egli (in certo modo oppresso dalla povertà, ma con la fortuna d’aver avuto una buona educazione – dice ancora di sé Julien Sorel) potrebbe essere mediatore, educatore, chierico nella società (così come potrebbero esserlo i poeti che lo cantano, la “classe pensante”) ma, alla rivoluzione borghese consegue un nuovo impersonale despota, il denaro (antireligioso e anticomunitario) e con esso la macchina, a cui quel singolo, dopo varia lotta, soccombe, ovvero, col suo sacrificio, realizza la più alta vittoria e azione mediatrice in questo mondo possibile. Continua a leggere

Giorgio Stella. Petto di croce

PETTO DI CROCE – almeno il cardellino muore in un nitrito come un cane da lecco – chi fece del mulino l’anfiteatro? Chi rotolò nel cesso chiuso? – la carogna spacca la bava della ghigliottina come nel mentre accadeva il resto se ne andava – la polizia di mercurio bloccò la febbre delle/qualsiasi fosse comune – suo stato il grembo del favore di essere niente l’oblio della forestiera lumaca di ombra – eppure la ricetta dell’aglio non chiude al sedano il taglio suo (una pausa) – il grembo tace mentre il feto muore in pace (raccoglimento) – una veloce notte lo accolse nella maternità delle piogge – dice che verrà di notte, che viene da solo.

Canti della liberazione

di Giampaolo Centofanti

Il vuoto pneumatico

Le sirene lontane chiamano al lavoro
ma il lavoro non c’è sono solo ricordi
che esalano dalle nubi d’amianto
di questa alba rossa e già grigia
che rimane dentro come una ferita.
Ma io che vedo ogni cosa straniata
in questo tempo da un pensiero malato,
io sento anche un invincibile canto,
come il fiore germogliato nella crepa del muro,
come il verso imperterrito del gallo…

La natura della luce

L’amore nasce come un tramonto – diceva –
un raggio di sole infiamma un breve tempo
e tutto trasluce, quieto, nel vespro,
nella naturale mancanza di senso.

Ma la favilla avvampò nel riposo
quando il cuore sentiva nel silenzio
e Ti pensa ogni momento e si stupisce
e perdutamente si perde in questo vento.

Alla fine il mio cuore immacolato trionferà

…ah, luce, ah, pace,
dell’Amore fatto umano,
che scioglie ogni tormento,
ogni oscuro cammino!

Confessione

Specchiano raggi del tramonto
dai casolari la grazia del tempo
e sento: più non contano beghe
che nella luce mi perdo sereno.
Trafitto dall’eterno nel profondo
con tutto il mondo insieme sono
e nel rosso di sera spero il giorno.

Il muro di cinta

Davanti a me, al sole, la pietra
di questo muro alto che vieta
un oltre alla terra e al cielo
e il glicine e la rosa lo sale sì
ma non di là di questo duro velo.
E non basta il canto
che canta canzoni nuove,
che dice: ora vedo, ora sento,
è la vita, è la vita che canta
il dolore, la gioia, la vita,
è il cardo, è la rosa, la margherita.
Preferisco pochi poveri versi
rasenti questa povera cinta
di campo, rasenti noi poveri cristi
che senza cielo ci siamo persi.

Un barbone

Che cielo verrà
che voi non avete conosciuto?
Noi morivamo sulla via
nel tepore di un mattino d’inverno
e tutto era così dolce
che ci pareva di sognare.

La grazia dell’estate

Ma cadono stelle nel petto
la notte al primo assopire
– e non se ne vede una –
e cosa canta allora la luna?

Il segreto dell’estate

Stanco di farci aspettare viene d’estate
un cielo di stelle come lampare nel mare
ed un mare che brilla come un cielo vicino…

Secondi vespri

Giungevano quei campi
alla filanda,
poi al villaggio,
portati dagli olmi,
dai cornioli,
fino al bosco
che si faceva colle
quasi monte ed oltre
da un ribasso
si vedeva all’orizzonte
il mare
ed al tramonto
un sole enorme rosso…

HUMANIORA, DOMINAE

“Se esiste un dio, allora è un suonatore…“

 Christian Bobin

 

 

      Dominae, l’ultimo album musicale degli HumaniorALaboratorio di Ricerca e Creazione Letteraria e Musicale di Sassari, è dedicato ad alcune donne sarde protagoniste della storia della Sardegna, per il loro valore o perché coinvolte in vicende di cronaca.

Alcune di esse sono assai note -regine, artiste, studiose-  altre meno; le loro vite rivivono ora qui prodigiosamente, nella loro esemplarietà che ogni canzone illumina e racchiude in splendida sintesi: Grazia Deledda, Eleonora d’Arborea, Maria Carta, Eva Mameli, Adelasia di Torres, Julia Carta, Francesca Sanna Sulis, Paska Devaddis, Antonia Mesina, Maria Lai; alle quali va aggiunta Amelie Posse Brazdova, scrittrice svedese che soggiornò in Sardegna negli anni della prima guerra mondiale, descrivendo questa sua esperienza nel suo romanzo Interludio di Sardegna. Continua a leggere

Cambiare il Padre nostro?

https://fb.watch/BCBvkLA4Mm/?mibextid=wwXIfr

di Fabrizio Centofanti

Vogliono cambiare ancora il Padre nostro. Della nuova versione sembra accettabile la lezione “non farci entrare nella prova”, in quanto corrispondente all’originale greco. È difficile giustificare la scelta “il pane “necessario” , perché nessuno sa cosa significhi davvero il termine “epiousion” (forse, come testimonia san Girolamo, vuol dire “del domani”). “Perdona… come noi abbiamo perdonato” è fuorviante rispetto al testo latino (liturgico, dunque ancora attuale, grazie a Dio), perché sceglie il passato al posto del presente (“dimittimus”).
Nell’originale greco troviamo “aphekamen”, “li abbiamo rimessi”. Se si opta in toto per il testo greco, tuttavia, bisognerebbe tradurre, per coerenza, anche “liberaci dal Maligno”, come lascia intuire la versione greca.
Cambiare di nuovo il messale e il lezionario per questa ulteriore traduzione, a mio parere insufficiente, sarebbe per lo meno discutibile, senza contare il disorientamento provocato nei fedeli dalle continue variazioni. Spero vivamente che si torni al testo del Pater che i cristiani hanno adottato per duemila anni, e che ormai fa parte integrante non solo della preghiera personale e liturgica, ma anche della vita.

Frammenti di Cinema # 91

Dopo aver dedicato un frammento alla pittura nel cinema, la visione de Il quadro rubato (2024) mi ha suggerito l’idea di scriverne uno sui film che abbiano al centro uno o più dipinti. Il film di Pascal Bonitzer al centro della vicenda ha I girasoli di Egon Schiele, bandito nel 1939 come esempio di arte degenerata dai nazisti. Un esperto d’arte lo ritrova per caso nella casa di un giovane operaio francese. La donna in oro (2014) di Simon Curtis racconta una storia vera simile, ma dentro una narrazione drammatica, quella di Maria Altman che vuole recuperare il ritratto della zia,  Adele Bloch-Bauer, realizzato da Gustav Klimt e sottratto alla sua famiglia durante le deportazioni degli ebrei. Un anno prima era uscito Monuments Men diretto e interpretato da George Clooney. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli americani arruolarono un gruppo di esperti d’arte per supportare il recupero di opere d’arte saccheggiate dai tedeschi.

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Cambiare il Padre nostro?

https://fb.watch/BCBvkLA4Mm/?mibextid=wwXIfr

Vogliono cambiare ancora il Padre nostro. Della nuova versione sembra accettabile la lezione “non farci entrare nella prova”, in quanto corrispondente all’originale greco. Il pane “necessario” non pare giustificato, perché il termine “epiousion” nessuno sa cosa significhi (forse, come testimonia san Girolamo, vuol dire “del domani”). “Perdona… come noi abbiamo perdonato” è sviante rispetto al testo latino (liturgico, dunque ancora attuale, grazie a Dio), perché sceglie il passato al posto del presente (“dimittimus”).
Nell’originale greco troviamo “aphekamen”, “li abbiamo rimessi”. Se si opta in toto per il testo greco, tuttavia, bisognerebbe tradurre, per coerenza, anche “liberaci dal Maligno”, come lascia intuire la versione greca.
Cambiare ancora i lezionari e i messali per questa ulteriore traduzione, a mio parere insoddisfacente, sarebbe per lo meno discutibile, senza contare il disorientamento prodotto nei fedeli dalle continue variazioni. Spero vivamente che si torni al testo del Padre nostro che i cristiani hanno adottato per duemila anni, e che ormai fa parte integrante non solo della preghiera personale e liturgica, ma anche della vita.

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Maria Consiglia Alvino

La consistenza del sempre (da Campi di luce, Controluna, 2025)

Dita di rosa scendono sugli occhi,
cielo-mare argento, fine agosto.
Così ti appare il mondo,
un bacio senza fine.
Tu non temi l’orizzonte, il confine.
Distese di venti e dormienti spazi
notte e stelle verranno ancora,
ancora udremo parole nello stream.
Seguiamo la spezzata linea d’acqua,
sentiamo galassie e pietre e grani oro
il volo bianco del gabbiano,
gli atomi del tutto che tutto sanno
e noi che nulla, nulla abbiamo.
C’è la sabbia, il fondale, poi un raggio.
Siamo noi e l’onda calma e la vela
campi di luce chiara, in trasparenza.

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La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 13

Tra carne e luce: l’inquieta danza dell’umano

Come possiamo abitare questa strana condizione di essere contemporaneamente materia che pensa e pensiero che si incarna? Perché avvertiamo sempre quella sottile scissione tra ciò che il corpo desidera e ciò che l’anima anela? E se la nostra grandezza consistesse proprio nell’essere creature di confine, eternamente sospese tra terra e cielo?
La doppia natura dell’essere umano si manifesta nella tensione irriducibile tra la dimensione materiale – corporea, biologica, legata ai bisogni e agli istinti – and quella spirituale, che emerge nella capacità di trascendere l’immediato attraverso il pensiero, l’arte, la morale. Non si tratta di due realtà separate, ma di un’unica esistenza che si esperisce in modalità differenti e spesso conflittuali.
Hegel aveva colto con straordinaria lucidità questa dialettica quando descriveva l’anima come spirito ancora immerso nella natura. Per lui, la coscienza umana non nasce già formata, ma si sviluppa attraverso un processo graduale di emancipazione dalla pura naturalità. Inizialmente siamo completamente identificati con le nostre funzioni biologiche, con i ritmi del corpo, con l’immediatezza delle sensazioni. Ma progressivamente emerge qualcosa di diverso: la capacità di distanziarsi da sé, di osservarsi, di giudicare i propri impulsi. Questo movimento non è mai definitivo – rimaniamo sempre ancorati alla corporeità, eppure ne siamo anche irrimediabilmente separati. La soggettività che si forma è precisamente questa capacità di essere dentro e fuori simultaneamente, di vivere la propria natura e al tempo stesso di interrogarla. Il vissuto di coscienza diventa allora l’esperienza di una libertà che si conquista faticosamente, step by step, senza mai poter dimenticare le sue radici terrene. Ogni volta che pensiamo, amiamo, creiamo, stiamo compiendo questo gesto straordinario: elevare la materia a spirito senza tradirne l’origine.
Forse dovremmo smettere di vedere questo dualismo come un problema da risolvere e iniziare a viverlo come la nostra più autentica possibilità.
Ma se siamo davvero creature di soglia, quale saggezza possiamo trarre dall’accettare di non appartenere mai completamente né al regno della materia né a quello dello spirito?

Evghenij Evtushenko

di Giorgio Stella

Vicolo Ultimo

Vicolo Ultimo, effettivamente.
Qui, in una casa scaduta a bettola,
con una stupida faccio il sapiente
e mi rimbecillisco sempre di più.

A che pro essere poeta per sbattersi
con una borghesuccia su un solido baule?
E io sono ridicolo come un bifolco
capitato a Mosca in scarpe di vernice.

In questa stanza tutta gingilli e fronzoli,
la poesia non la salvi a letto.
Vicolo Ultimo, numero tredici.
Più avanti non c’è ormai più strada.

1955-1975