33. Fumo nero

http://www.youtube.com/watch?v=mWYBL6vEqvo

da qui

Ora che hai scavato più in profondo, non ti senti più tanto sicuro. Ogni dettaglio può essere osservato da un’altra angolazione e dovresti, per coerenza, ripartire dall’inizio: dal famoso balcone sopra viale Beethoven, setacciando ogni piega del passato con un’ottica diversa, una pietà allora sconosciuta, un’attenzione all’altro che nemmeno ti sognavi. Ti sembrava di averne pure troppa, a dire il vero: quando si è piccoli e sensibili, come hai sempre immaginato, si affronta il mondo con l’idea che dall’altro possa venire solo il bene. Te lo insegnano i nonni, che vengono da Napoli con il borsone imbottito di regali: soldatini, giochi del calcio coi pupazzetti a molla, scatole colme di marron glacés. Te lo insegnano il papà e la mamma, che stupiscono di fronte a un gesto o una parola fuori luogo, come se il marchio della perfezione fosse un dato scontato e indiscutibile. Te lo insegna la maestra Battistoni, scolpendo un quattro in fondo al compito di matematica come firmasse la bolla d’accompagnamento della fine del mondo. Tu sei sempre il bambino che s’incanta, ma forse, sotto sotto, cominci a realizzare che qualcosa non gira nel modo in cui vorrebbero far credere, che la realtà contrasta col canovaccio che hai imparato a recitare. Ti accorgi che comunque devi scegliere: fra te e l’altro, per la precisione. Quando D’Autilia ti chiede per l’ennesima volta se vuoi uscire, tocca a te deciderti in favore della tua tranquillità o di quelle narici dilatate che, chissà perché, ti hanno sempre impensierito. Capisci che Antonio Guida, forse, non è così entusiasta di giocare ai soldatini, perché è capace di mollarti lì, nel salotto di casa, con lo squadrone di nordisti predisposto a una battaglia che non avrà mai luogo. Devi accettare che il padre di Domenico Buccero vi scruti coi suoi occhi a palla e che tu e tuo fratello non possiate esplodere in una risata liberante. Ti accorgi che la poesia, di cui già allora ti nutrivi, non era che una scusa per avvolgerti in una nebbia fitta, in cui l’altro non riusciva più a raggiungerti, né avevano accesso il pianto e il lamento del compagno triste, lo sguardo vitreo del mendicante infreddolito, la gelosia di tuo fratello che cominciava a tormentarti perchè vedeva in te un insopportabile rivale. T’investe all’improvviso l’ondata di dolore che hai rimosso, l’ingombro della sua terribile evidenza, la minaccia ai tuoi sogni, sempre pronti a edificare una città invisibile sulle macerie di quella originale, che agonizza sotto gli occhi elusivi del bambino. Capisci solo adesso che il mondo palpita dall’altra parte del balcone ed è inutile affannarsi a proteggere l’elefante di peluche, a pensare che tanto, prima o poi, dovrai pure tuffarti nel fiume di persone che ti scorre sotto. La balena azzurra del 708 sbuffa ancora il fumo nero dei ricordi, che adesso si deposita sulla tenda gialla del bar, sulla scritta bianca e blu del Minimax, sul muretto imbrattato da graffiti  incomprensibili di fronte al supermarket.

LA “CASA DELL’AUTORE” DI MANUELA LA FERLA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

La Casa dell’autore di Manuela La Ferla, nota editor e curatrice di testi letterari, è una nuova esperienza in campo editoriale, che si prepara a dare un contributo vitale alla crescita di scrittori che affinano il proprio talento. Manuela ci ha gentilmente concesso quest’intervista, che illustra tutti i più importanti aspetti della sua iniziativa professionale e letteraria, con sede a Firenze.

– Com’è nata l’idea di questo progetto innovativo in campo editoriale?

Manuela La Ferla

La Casa dell’autore nasce da un’esigenza: il bisogno reale degli autori di avere a fianco un Editor dedicato. A volte si pensa che gli scrittori che hanno già una loro – anche autorevole – casa editrice di riferimento, non abbiano questo problema. Ma così non è, gli autori sono sempre più soli, tranne eccezioni. Non è solo un problema di competenza o bravura o altro, spesso è (anche) un problema di tempi oggettivi.
Un editor interno lavora su più tavoli in contemporanea, come è giusto che sia, ma spesso proprio il lavoro sul testo, che dovrebbe stare al centro dell’attenzione, finisce per diventare un dato marginale, che viene delegato alla redazione o a consulenti esterni. La mia idea allora è quella di lavorare con l’autore prima di arrivare in casa editrice, oppure per conto della stessa su testi già in programmazione.
Attenzione, perché esistono decine di service editoriali e ottimi editor free-lance.
La Casa dell’Autore offre invece un lavoro diverso, che parte dalla maieutica ma ha come conditio sine qua non lo spessore e valore del progetto (se ci riferiamo alla saggistica), e la voce dell’autore (se parliamo di narrativa). Non escludo di motivare io stessa degli autori, nel caso della saggistica, a scrivere su un argomento che mi sembra possa poi essere spendibile editorialmente. Continua a leggere→

Axis Mundi. Racconti della Brianza

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di  Gianni Fumagalli

 

FIORENZO

 

Ci sono cose che di una persona colpiscono e restano indelebilmente impresse, quasi a ricordarti che, ogni volta che la incontri o che la richiami alla mente, quelle peculiarità, quegli elementi singolari sono la persona stessa, più di ogni altro aspetto, più della stessa persona nella sua interezza. Per me la voce è Fiorenzo, più dei suoi baffi asburgici, del suo sguardo orientale sempre un po’ in tralice, della sua calma olimpica, della sua figura alta e piacevole. Una voce un po’ nasale, niente di particolarmente suadente o musicale ma amichevole nel timbro e coerente nella sostanza. Una voce sorridente, solare, ammiccante, una voce che sa raccontare, che cattura e diverte: “io sono nato nel secolo sbagliato, trecento anni fa sarei stato un perfetto cicisbeo”, lo sentii dire una volta, potenza dell’autoironia. Continua a leggere→

Ancora per Vincenzo Consolo (a un anno dalla scomparsa)

Esercizi di cronacadi Massimo Maugeri

Un anno fa, il 21 gennaio 2012, è scomparso Vincenzo Consolo. Nato in Sicilia, a Sant’Agata di Militello, il 18 febbraio 1933, Consolo è stato uno dei maggiori scrittori italiani contemporanei. Uno degli ultimi “testimoni”, appunto, del nostro Novecento letterario. Il suo approccio narrativo era senz’altro originale. I suoi, non sono veri e propri romanzi (intesi in senso tradizionale). “Non si possono scrivere romanzi”, sosteneva, “perché ingannano il lettore”. Il suo linguaggio fluiva, ricco, verso forme di scrittura intense e avvolgenti. Impossibili da “imbrigliare”.
Ha esordito per Mondadori nei primi anni Sessanta con “La ferita dell’aprile”; il grande libro – giunto nel 1976 – è “Il sorriso dell’ignoto marinaio”. E poi le altre opere, tra cui: “Retablo” (1987), “Nottetempo, casa per casa” (1992, con cui vinse il Premio Strega), “L’olivo e l’olivastro” (1994), “Lo spasimo di Palermo” (1998), “Di qua dal faro” (2001).
Mi piace riportare questo stralcio di intervista (datata 2 agosto 2010), dove Consolo mi raccontò “i suoi inizi” e del suo primo incontro con Vittorini.
«Dopo la laurea sono rientrato in Sicilia. Il mio secondo arrivo a Milano è del ’62. Trovai la città ricostruita, rispetto a quella vista negli anni Cinquanta. Ero tornato perché mi accingevo a pubblicare con Mondadori il mio primo romanzo, “La ferita dell’aprile”. Mi avevano convocato, con un telegramma, alla sede della Mondadori di via Bianca di Savoia per rivedere il testo insieme a Raffaele Crovi, che all’epoca svolgeva la funzione di redattore (dopo esser stato collaboratore di Vittorini ne “I Gettoni” e nella rivista “Il Menabò”). Ricordo che leggemmo il testo insieme. Voleva che modificassi il linguaggio, ma mi opposi. Mi rifiutati anche di inserire un glossario alla fine del libro. Il romanzo fu poi pubblicato in una collana diretta da Vittorio Sereni e Niccolò Gallo, chiamata “Tornasole”. In quell’occasione – proprio lì alla sede della Mondadori – una ragazza mi accompagnò nell’ufficio di Vittorini, che voleva conoscermi. Ci presentammo, ma scambiammo poche parole, più che altro di circostanza. Ricordo in particolare una sera, mentre uscivo dalla casa editrice. Pioveva a dirotto, e mi fermai nell’atrio. Continua a leggere→

“La ricerca del legname” di Marino Magliani

di Federica Imbriani

da Flaneri.com

La ricerca del legnameQuello della “letteratura animale” è un genere che nella storia della nostra cultura ha avuto rappresentanti davvero illustri, tra tutti ricordiamo il George Orwell de La fattoria degli animali e Natsume S?seki con Io sono un gatto. Della collana ZOO ||| Scritture animali, forse creata immaginando di inserirsi in questo ricco filone, vi abbiamo parlato qui.

L’undicesimo titolo della collana è La ricerca del legname di Marino Magliani, che dedica il proprio talento ai topi proponendo un racconto che è tutt’altro che una fiaba, e che si inserisce come un piccolo e particolarmente ben riuscito esercizio di stile, da un lato, nel novero delle opere che hanno come protagonisti i negletti roditori, si ricordino Maus: A Survivor’s Tale, graphic novel di Art Spiegelman, e Firmino di Sam Savage, e, dall’altro, nel genere hard boiled più classico di Raymond Chandler e Dashiel Hammet.

Fernando è un investigatore privato, ex poliziotto e, per inciso, topo di fogna. L’universo nel quale si svolge la sua vita è marcio e buio, ma Fernando ha gli strumenti per sopravvivere, per sentirsi a suo agio tra strade e quartieri che hanno tutto di umano, e, soprattutto per indagare, seguire le tracce, per inseguire Rudy, un trafficante di pregiatissimo legname, la cui ricerca gli viene affidata da una mater dolorosa che risalta vividamente nonostante le siano dedicati solo pochi tratti di penna. Cercando inutilmente conforto dall’ombra di Pepe El Tira, già collega e maestro in polizia e ora mito assente, il protagonista intraprende una ricerca che lo porterà dapprima al Tombino, soglia tra il noto mondo di sotto, e lo sconosciuto e luminoso mondo di sopra, e poi fino ai limiti anche di quest’ultimo, dove i riferimenti sono tutti invertiti. Continua a leggere→

Passage, di Roberto Saporito

Tour Montparnasse

“Ci sono malattie dalle quali non bisogna cercare di guarire,

perché esse sole ci preservano da malattie più gravi.”. (Marcel Proust)

Al quarto piano del parcheggio trovi finalmente un posto libero. Lasci la macchina, e con solo la tua borsa in pelle nera consunta da postino in spalla, ti avvii verso l’aeroporto di Torino.

Trovi un posto su un volo che parte tra due ore per Parigi: perché è lì che stai andando.

Sull’aereo quando ti portano uno spuntino chiedi solo una piccola bottiglia di vino bianco. E quando la hostess ripassa per ritirare i vuoti chiedi se puoi averne un’altra, di bottiglietta di vino, lei dice di no, ma sorridendo complice te ne passa una mentre si porta via la tua vuota. Continua a leggere→

32. L’eco

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da qui

Concéntrati: prova a prestare al tuo passato la profondità che allora ti mancava. Entra in contatto con la faccia opposta del mondo: tuo padre che affronta l’ambiente ostico dell’azienda petrolifera, coi furbi che cercano ogni giorno di fregarlo e gli operai che lo adorano e gli consegnano commossi una grande targa d’argento; tua madre accasciata sulla sedia, in attesa di notizie sull’aereo del marito, lei che immaginava, a ogni partenza, catastrofi e avarie  (e ti stupisci ancora del tuo rifiuto ostinato di volare?). Due personaggi eroici: lui che prima studia e lavora, poi si sobbarca a qualsiasi sacrificio pur di garantirvi la laurea e la vacanza fuori casa; lei che porta avanti una gravidanza assurda, nonostante le sia stato assicurato che il feto è deceduto – sarà vero? mi sembra che si muova – rischiando di morire, al punto che il fratellino di tre anni, vedendola tornare, piange a dirotto e le chiede che cosa sia successo. Dovresti scrollarti di dosso l’armatura che impediva di sentire fino in fondo un dolore, un’allegria, intento com’eri a evitare ogni esperienza di abbandono, l’orrore della solitudine che, da sempre, era stato il tuo problema. Sarebbe così semplice accettare i propri limiti, vedersi con la gente senza l’ansia di venire rifiutato. Dovresti ripercorrere tutta la tua vita, riaffacciarti al balcone sopra Viale Beethoven, accorgerti che nessuno si è portato via l’elefantino di peluche, entrare nella classe sbagliata senza esserne marchiato per il resto dei tuoi anni, guardare dritto negli occhi verdi della Persighetti e dirle che non sei condizionato dal suo sorriso di compatimento, perché in fondo sei migliore di quanto lei sostenga. Scopriresti qualcosa a cui allora non badavi: Michelino era più solo di te, molto più triste, nei giorni in cui la casa del padre era più grande e desertica del solito; Otello cercava l’ebrezza ingenua di una testa coperta di capelli; i salesiani vincevano tre a uno perché ogni giorno arrancavano sul campo scortica-ginocchi del collegio. Hai scelto: toglierai la maschera della paura e guarderai in faccia le persone che la sorte ha associato al tuo passato; sarai come Elia davanti alla caverna: capirai che il rumore insopportabile del mondo, a volte, è solo l’eco del tuo panico insensato.

I LIBRI DEGLI ALTRI n.28: Il senso di Davide per la neve. Davide Sapienza, “La musica della neve. Piccole variazioni sulla materia bianca”

scheda ediciclo piccola filosofia copiaIl senso di Davide per la neve. Davide Sapienza, La musica della neve. Piccole variazioni sulla materia bianca, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, 2011

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di Giuseppe Panella

La neve esercita il proprio fascino in maniera insistente, segreta, musicale, attonita. Viaggiare attraverso distese di neve che coprono chilometri e chilometri di territorio apparentemente vergine e inesplorato è più che un’esperienza di viaggio una dimensione nuova e sempre aperta dell’esistenza.

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Provocazione in forma d’apologo 237

Giovanni aveva un fratello, molto povero, col quale non andava d’accordo e che pertanto non frequentava. Idolatrava invece Alberto, cugino d’entrambi, noto personaggio pubblico. Giovanni aveva una moglie gran donna di casa, esperta sopraffina di ogni arte domestica, e sovente le faceva confezionare manicaretti squisiti o indumenti di gran pregio che poi faceva avere ad Alberto con un biglietto ossequioso. Alberto ringraziava sempre di suo pugno, e non mancava mai, rimanendo nel lecito, di fare a Giovanni i piccoli favori che costui di tanto in tanto gli chiedeva.
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da “I giardini del mare”, di Maria Grazia Maiorino

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In fondo a un cannocchiale rovesciato

un fardello di ore che non so più

pensare senza sentirne la ferita

 

Dio ti prego dello scioglimento

fa che la pioggia bagni quest’assenza

e in qualsiasi cosa la tramuti

purché vicina purché teneramente

raccolta nel cavo lasciato dal suo corpo

un lembo di vestito un odore semplicemente

un argine-sorriso

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31. Quando finisce la canzone

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da qui

Va bene, il tempo è relativo. Ti rassegni a fare avanti e indietro, coi ricordi che sono acqua di mare, quando a riva ti seduce l’onda che si spalma sulla sabbia e ritorna verso il largo, in uno scambio in cui nessuno saprà mai chi ci guadagna. Continua a leggere→

Vivalascuola. Come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?

«“Come si fa a scrivere una poesia dopo Auschwitz?” chiese Adorno […] “e come si fa a fare pranzo dopo Auschwitz?” obiettò una volta Mark Strand. Comunque sia, la generazione a cui appartengo ha dimostrato di riuscire a scrivere quella poesia» (Iosif Brodskij, Discorso per il Nobel, 1987)

Verba manent
meditazione sulle parole dei testimoni in Shoah di Claude Lanzmann, 1985
di Maria Grazia Calandrone

Non era il mondo. Non era l’umanità. Non sembravano esseri umani. Invece, siamo capaci anche di questo. È una scelta.

Quando abbiamo aperto le fosse piangevamo tutti per quella legna marcia fatta di uomini – figuren. Avevamo davanti uno strato secco, una pianura di corpi che si sbriciolavano. Continua a leggere→

“BISCOTTI SELVAGGI”, DI FRANZ KRAUSPENHAAR

Recensione di Giovanni Agnoloni

Biscotti selvaggiBiscotti selvaggi, di Franz Krauspenhaar

Marco Saya Edizioni

Le poesie di questa raccolta di Franz Krauspenhaar, Biscotti selvaggi, sono un condensato potente di impressioni di vita, di grumi di ricordo e sprazzi di eterno calati nella densità materica del presente.
La poesia è onesta profonda. Dove c’è odio, dice odio, dove c’è noia, dice noia, e dove c’è amore – amore assoluto, viscerale –, accenna appena e lascia in sospeso, come una musica che ognuno deve continuare a modo suo. Perché la poesia è un’approssimazione a questo punto, che non chiede più parole, ma silenzio.

Si va dalla fiammata acida dello stomaco che reclama la sua dose di Maalox al metallico rinculare degli articoli da spesa sul carrello del supermercato; dalle solitudini di novembre, che ritornano ogni anno, alla solitudine di una vita, fattasi abitudine, consuetudine non gradita ma in fondo consolante, perché sa pur sempre di quella libertà che è meglio di cose peggiori. Continua a leggere→

INTERVISTA A BRUCE STERLING: IL CYBERPUNK, IL CONNETTIVISMO, L’ITALIA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Ho avuto il piacere di intervistare Bruce Sterling in occasione della NeXT-Fest, il primo festival interamente dedicato al Connettivismo, tenutosi a Roma dal 26 al 28 ottobre 2012. È stato molto interessante conversare con il gentilissimo scrittore americano, tra i padri fondatori della letteratura cyberpunk (fu il curatore della raccolta di racconti Mirrorshades, che raccoglieva contributi degli autori protagonisti di questa grande esperienza di letteratura fantascientifica). Ne sono emersi aspetti inerenti non solo alla sua opera di narratore, ma anche alla sua attività di blogger, al Connettivismo (che segue da sempre con grande attenzione) e all’Italia, dove, sia pur viaggiando molto per il mondo, trascorre parte del suo tempo.

Bruce Sterling (da Wikipedia)

– Che cosa la affascina, nel mondo di oggi? Che cosa la fa pensare e immaginare?

Mi piace lavorare al mio blog e dedicarmi agli argomenti che normalmente seguo sulle sue pagine. Tendono a cambiare, nel tempo, perché sono un “dilettante”, e dopo un po’ perdo interesse per le cose. A volte però le riprendo in seguito. Ma di solito ho un insieme di interessi mutevoli, che nella mia mente sono vagamente interconnessi. Così, al momento sul blog ho diverse categorie, una delle quali si chiama “Design Fiction”, e riguarda soluzioni speculative di design e design industriale, e servizi che ancora non esistono. È una cosa che attualmente trovo esaltante, e credo che sia un settore molto “caldo”. È un ambito in cui conosco un sacco di persone, e ho una certa familiarità con il loro modo di pensare. Ho la sensazione che sia una realtà destinata a crescere. Non si tratta di un “genere”, e in definitiva nemmeno di design, ma è come una nuova forma di attivismo. Poi mi occupo pure di “Architecture Fiction”, che riguarda forme di costruzioni particolarmente immaginative, città del futuro e così via… E quindi c’è una categoria che si chiama Tech Art, che riguarda persone che praticano l’arte elettronica e l’arte in rete o realizzata mediante dispositivi elettronici. Continua a leggere→

Axis Mundi. Racconti della Brianza

totò

di  Gianni Fumagalli

 

MARIETTO  elegia di una vita sorridente

 

Marietto, Marietto, Marietto, pronuncio il tuo nome e mi si spalanca un mondo. Tutte queste t mi evocano la tua magra figura, un po’ Totò un po’ Charlot. Avevi il talento loquace del primo e la movenze geniali del secondo. Ho incrociato la tua vita che ero appena un adolescente e per molti anni ho vissuto della gratitudine che esistevi. Continua a leggere→

29. Ripartire

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da qui

Vorresti fermarti. Perché il passato ha un effetto devastante sul presente, lo riempie, sì, ma nello stesso tempo lo insidia e lo trasforma: ogni episodio, estratto dal sacco impolverato dei ricordi, è un tassello da aggiungere al mosaico accidentato della vita. Continua a leggere→

I LIBRI DEGLI ALTRI n.27: Guida sentimentale di Firenze. Vanni Santoni, “Se fossi fuoco, arderei Firenze”

Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei FirenzeGuida sentimentale di Firenze. Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze, Roma-Bari, Laterza, 2011

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di Giuseppe Panella

 

“S’io fossi foco, arderei Firenze”, canta De Andrè parodiando un celeberrimo sonetto del poeta maledetto ante litteram Cecco Angiolieri. E’ proprio nel cuore della narrazione della città che si situa questo episodio. E’ il personaggio di Annabel, un’annoiata, scostante e un po’ tanto disperata figlia della Firenze benestante e massonica, che si incanta a guardare le lucciole nel boschetto di Villa Strozzi mentre in lontananza, dalla Limonaia, si sente la voce di De André che canta assorto e un po’ appannato il testo di Cecco Angiolieri. Ma Firenze non va a fuoco nonostante le scintille della prima parte (forse la più intensa) del libro.

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La conservazione metodica del dolore, di Ivano Porpora

di Ezio Tarantino

“Angela era una donna che cercava un uomo che non avesse passato; un uomo che le tenesse tra le mani la matassa dei pensieri mentre lei faceva l’uncinetto” 

Che libro è La conservazione metodica del dolore di Ivano Porpora (Einaudi Stile libero Big, 2012)? Non è il libro di un esordiente; anche se in realtà è il libro di un esordiente. Non è un libro sulla fotografia, anche se le fotografie vi hanno una parte fondamentale. E’ un memoriale? No, non è un memoriale, anche se parla di memoria, ma soprattutto di perdita della memoria.  E’ un libro generazionale? No, non è nemmeno un libro generazionale, anche se la generazione dell’Io narrante, Benito Allegri, fotografo quarantacinquenne, è il correlativo oggettivo del suo mondo interiore, almeno quanto lo sono i ricordi d’infanzia. E’ un libro d’amore? No, non è un libro d’amore sebbene sia pieno di donne, di sesso (alluso o ricordato più che descritto). Sarà un libro di genere (il genere bassapadana: Fellini, Guerra, Bassani, Bertolucci…). No, non è un libro di genere. Anche se la bassa padana (o alta, o media, non saprei dire con esattezza) è lì con le sue nebbie, il suo Po, il suo dialetto, le sue biciclette, le sue figurine mitiche (il prete, il comunista, il fascista, le donne, la sgarrupatissima bluesband).

Partiamo da qui (un po’ ingenerosamente). E’ un libro che ha un limite: quello di essere tutto questo. Un amarcord dolceamaro che abbraccia un arco di tempo molto ampio (dal dopoguerra ai giorni nostri), i cui rimandi (le atmosfere, i personaggi, le storie, la magia e la durezza, qualche volta la disperazione, di vivere) costituiscono un pedaggio inevitabile che induce chi legge a metterlo in rapporto con una memoria letteraria (o cinematografica), più che con la possibilità di un’esperienza (ciò che dovrebbe fare il romanzo: mettere il lettore di fronte ad un’altra vita possibile).
Ma è un libro che gioca con tutti quegli elementi in un modo che non lascia freddi o avvinti solo da un punto di vista intellettuale. Ciò che è detto, e come viene detto, ha valore di per sé perché c’è vita in dosi da cavallo dentro ogni pagina. C’è vita, c’è dolore e partecipazione (per questo ho detto che non è il libro di un esordiente: non vi troverete vizi e birignao tipici del “giovane scrittore”: lo stile è maturo, la voce è nitida e sicura, asciutta, controllata). Continua a leggere→