L’attimo dopo – di Massimo Gezzi(Luca Sossella 2009)

Massimo Gezzi (1976) è saggista e traduttore, docente di Italianistica all’Università di Berna e, per Edizioni Atelier, ha già pubblicato nel 2004 “Il mare a destra”.
Questa nuova silloge comprende un lasso temporale di 5 anni ( 2004-2009) ed è divisa in 5 sezioni. La prima eponima, mentre l’ultima è intitolata “Poco prima”. Così si snoda, nel flusso circolare di questi 5 tempi, un paradosso temporale che sfocia nelle forme di un congedo che non termina, di un nuovo inizio in exitu, insomma di un finale che non chiude, ma piuttosto spalanca la porta a nuove ipotesi e soluzioni che sembrano già preannunciate, con una specie di inchiostro simpatico, nelle liriche che compongono questa raccolta. Continua a leggere→

Sorrisi di carta

di Alfonso Nannariello

Nella foto di Giovanna con la matrigna c’era anche mamma, che aveva solo un paio d’anni in più.

Erano vicino al mare, durante una vacanza, tutte e due curate nell’aspetto e ben vestite. Giovanna con una veste a fiori, sbracciata e con una collana, mamma con un vestito a maniche lunghe e un bel colletto bianco, come la cravatta.

Mamma sembra un agnello mansueto. Ispira dolcezza e affetto con quel corpo esile e fragile e quella spontanea e naturale inclinazione a reagire all’avvallamento dell’umore e alla debolezza.

Nel breve viaggio tra le sue foto, quella reazione la si nota spesso, a cominciare da quelle che più inclinano alla tenerezza, quella del ‘39 e quella del ‘40, di quando era con la maestra Carola in quarta e quinta elementare, e finire alle altre di quando era molto più grande fatte sotto il cielo di Roma col sole o quello piovoso di Cagliari, o da qualche altra parte in gita con i suoi fratelli.

Ha sempre solo un principio di sorriso. Nonostante si togliesse di torno le cose di ogni giorno e si permettesse qualche svago, mamma sembra sorreggere involucri, scatole e fardelli che non lasciava con il resto, a casa. Sembra portarsi dentro, quasi da sempre, più di qualche peso, qualcosa di doloroso.

La pioggia

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da qui

Sono partito con la pioggia, non si può avere tutto dalla vita. Mi faccio scivolare lo stress dalla pelle, dai neuroni, ascolto musica, cento canzoni italiane dei bei tempi. Mi sembra impossibile non rispondere a telefono, non aprire la porta, non essere chiamato, cercato, interpellato, non essere, non essere: forse è di questo che ho bisogno, fermare tutto, lasciare che il tempo si depositi nel fondo della micra, esausta per i duecentomila e passa chilometri digeriti a forza. Esco dall’autostrada, è il tratto che unisce Teramo con la Bologna-Bari. Piove a dirotto, le note di Emozioni rimbalzano sul vetro e fanno graffi sul cuore, mentre il tergicristallo fatica a sbrigare il suo dovere. Continua a leggere→

Maria De Filippi (13)

di Emanuele Kraushaar

Allora: io sono uno che piace. Anche se ho le labbra molto sottili, le donne dicono che ho fascino. Così un giorno decido di partecipare al programma Uomini e donne di Maria De Filippi.
Quando vado alla prima puntata, è un appuntamento al buio: significa che corteggerò delle ragazze che non avevo ancora visto.
Ce ne sono due.
Una mi piace e non mi guarda.
L’altra non mi piace e pure questa non mi guarda.
Non mi fanno parlare mai e vengo eliminato.
Quando torno a casa chiamo mia madre.
È la prima a sapere che mi rifarò le labbra.

Corporea

Da Corporea,
il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese,

a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster e Anna Maria Robustelli,

Copertina e illustrazioni da opere di Francesca Romana Pinzari

Prefazione Liana Borghi

Le Voci della Luna, Sasso Marconi, 2009.


The Cruellest Season

di Brenda Porster

“April is the cruellest month…”

Only slightly joking,
I said you were
my cruellest season Continua a leggere→

STORIA CONTEMPORANEA n.46: La scrittrice dimenticata e il posto delle rose. Dolores Prato, “Campane a San Giocondo”; Noemi Paolini Giachery, Le “mani tese” di Dolores.

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella


La scrittrice dimenticata e il posto delle rose. Dolores Prato, Campane a San Giocondo, a cura di Noemi Paolini Giachery, Roma, Avagliano, 2009; Noemi Paolini Giachery, Le “mani tese” di Dolores, Roma, Edizioni Graphisoft, 2008

Il nome di Dolores Prato non è mai stato molto famoso in Italia. Quando nel 1980 Natalia Ginzburg fece stampare da Einaudi, nella collana dei Nuovi Coralli, il testo, da lei curato e abbondantemente sforbiciato di Giù la piazza non c’è nessuno, il libro ebbe certamente un po’ di successo ma non poi così tanto dato che non venne poi più ristampato.

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Maria Pia Quintavalla. China

Di Nadia Agustoni

Parlando della propria opera Elsa Morante più volte accennò all’importanza di Menzogna e sortilegio, libro della costruzione del mito famigliare e non mancano nella nostra letteratura narrazioni ispirate a genealogie parentali, basti ricordare Natalia Ginzburg e a noi più vicina nel tempo Clara Sereni. China, Edizioni Effigie 2010, romanzo in versi di Maria Pia Quintavalla e ritorno alle madre e al suo mondo, si colloca in questo solco. La narrazione in versi nulla toglie in chiarezza al racconto (sei parti con un prologo), ma evidenzia ancora di più quel bordo di incertezza e assoluto dolore su cui certe vite si muovono. (1)
La morte e la vita, quest’ultima con le parole della tenerezza e con la dimensione della speranza, aprono Ospedale: “ Era questa una zona del tempo/ dove ruspe per l’aria, e macerie/ cadevano per terra come stelle fitte,/ pezzi di realtà volavano cedevano/ senza dolore: mia madre era morta […]”; Continua a leggere→

Dialogo tra Cézanne, Morandi e Mondrian

di Raffaella Terribile

Le nature morte, più di qualsiasi altra opera, rivelano l’evoluzione nella concezione cézanniana dello spazio, la negazione dei valori prospettici tradizionali e l’importanza riconosciuta alla forma geometrica, elementi che saranno alla base della successiva rivoluzione operata dal cubismo con la “quarta dimensione”. L’artista desidera ricreare drasticamente una nuova immagine del mondo. Continua a leggere→

“Semprevivi”( Pequod 2009) di Adelelmo Ruggieri

 

“Porta Marina Viaggio a due nelle Marche dei poeti” (Pequod 2008) è un testo scritto a quattro mani da Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri, dove i due poeti della Marca fermana indossavano vesti per loro non usuali: Gezzi quelli del saggista, dell’agrimensore oculato che, a dispetto della sua giovane età, mostrava di saper fornire un bilancio attendibile e composito di quella galassia densa ed aggrovigliata che è la poesia marchigiana, Ruggieri quelli del paesologo sui generis, che in prose fitte di tagli, squarci, ambienti, luoghi, rifletteva da par suo sulla relazione che s’innesta tra paesaggio e composizione formale e materiale di un testo. In fondo, quelle prose sembravano una risposta, anche se tardiva, alla domanda che era stata alla base del progetto di “Residenza”(1980-81), la trasmissione radiofonica ideata e diretta dal poeta anconetano Franco Scataglini, insieme ad intellettuali del calibro di Gianni D’Elia, Massimo Raffaeli, Francesco Scarabicchi:“ Che cosa significa essere qui e non altrove? In che modo tale esser-ci segna una scrittura o, più semplicemente, un modo di rapportarsi al mondo?”. Questa interrogazione rimane del resto aperta e viva anche nelle raccolte poetiche di Adelelmo Ruggieri: una vocazione poetica la sua che si muove all’interno di quel particolare settore della poesia marchigiana che, come sosteneva Paolo Volponi, sta nel gusto del paesaggio, nella ostentazione piana di un undertastement soffuso di un elegante pudore , “di una riserva verso le cose nominate come se la loro nominazione coincidesse con la paura di guastarle”. Continua a leggere→

Joyce Carol Oates: la spietatezza della narrazione come unico risarcimento alla crudeltà.

Non si è smentita J. C. Oates: al Festival Letterature di Roma 2010 ha letto un pezzo (il primo capitolo del suo nuovo romanzo in corso di scrittura) che celebra il filo rosso della sua durissima, splendida narrazione. Settantadue anni ben portati e ben vissuti, con decine di romanzi pubblicati negli Stati Uniti e tradotti in quasi ogni lingua, centinaia di racconti, e poi ancora saggi (molti sulla boxe), poesie, pièce teatrali, sceneggiature. Prolifica e grande artigiana della scrittura, la sua visione del mondo è sempre dalla parte dei deboli, a cominciare dalle donne. Non si fa incantare dalle supposte conquiste della donna occidentale e continua a procedere spedita nel denunciare abusi e soprusi vissuti ogni giorno, con un occhio femminile e femminista sul mondo, implacabile nel fotografare la società statunitense per quella che è.
Uno dei suoi romanzi più famosi, “Blonde”, biografia romanzata di Marylin Monroe che sta per diventare un film interpretato da Naomi Watts, è abbastanza paradigmatico del suo lavoro: la bellezza manipolata, lo sfruttamento della debolezza, il senso di falso potere della donna bella che non si sa amare e per questo diventa schiava dell’uomo, disposta anche a fingersi stupida pur di piacere. Continua a leggere→

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.44: Un requiem per tutti. Francesca Ruth Brandes, “Trasporto”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Un requiem per tutti. Francesca Ruth Brandes, Trasporto, Faloppio (Como), LietoColle Edizioni, 2009

Al termine di questo breve ma intensissimo “libriccino da collezione” di poesie (così definisce le proprie pubblicazioni il suo meritevole editore), si trova una LEGENDA che merita di essere riportata per intero:

«Trasportare, trasportarsi, migrare. Con il corpo, alla ricerca della terra, o comunque di un luogo in cui mettere radici. Con la testa, in quell’impercettibile sfasatura che chiamiamo indagine sul senso delle cose.

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Colazione con Mick Jagger

Colazione con Mick Jagger, Nathalie Kuperman, Del Vecchio Editore 2010 pp. 96, euro 12 – www.delvecchioeditore.it

Segue il comunicato stampa.

Nathalie vive da sola in un appartamento a Parigi. Aspetta Mick Jagger per la colazione.

Lo aspetta dal giorno in cui a otto anni ha subito una violenza sessuale.

Abbandonata dal padre, rimasta sola con la madre, è lei la voce narrante di Colazione con Mick Jagger: breve romanzo confessione di Nathalie Kupermann, scrittrice francese, molto nota in patria, che viene presentata per la prima volta in Italia da Del Vecchio Editore.

Il corpo sensuale di Mick Jagger, icona del rock degli anni sessanta, diventa l’oggetto dell’amore di Nathalie, il sostitutivo a tutte le sue mancanze. Mick a volte appare, altre volte invece non si fa vedere e lascia Natahalie da sola nella cucina. Lui è il motore dell’evasione. Il primo mattone di una realtà che Nathalie costruisce attorno a vuoti della sua giornata. Nella tenerezza di quel rito mattutino – Nathalie si sveglia prima di tutti per preparare la colazione – si scopre il suo reale bisogno di affetto.

La musica dei Rolling Stones accompagna il racconto. É il tentativo di evadere il ricordo di una violenza. Ma tutto è ormai compromesso. Per Natahalie di tredici anni, come per la donna che adesso vive sola in un appartamento a Parigi e sente che qualcosa l’ha separata da tutto.

Una romanzo intenso e poetico di una scrittrice che indaga fino in fondo le ferite dell’anima.

Volti santi

Sono tornato dal pellegrinaggio a Manoppello, dove si venera il volto santo di Gesù. Esiste una congerie di studi sull’immagine, una ridda di ipotesi addotte a suon di analisi e radiografie. Per quanto mi riguarda, mi limito a guardare negli occhi l’uomo dalla faccia mite, segnata dal dolore. Si fatica a reggere lo sguardo. E’ inquietante, come chiedesse conto di qualcosa, di una presenza che si cerca di ignorare, ma sta lì, quasi petulante, a imbarazzarti. E’ un’espressione che non vuole arrendersi, continua a fissarti all’infinito, quasi giungesse da una zona oscura, al di là del tempo e dello spazio. Non so se sia il volto di Gesù, ma lo ritengo il dato più insignificante. E’ la fissità che conta, l’intenzione di raggiungerti nonostante la fuga, il turbamento insopprimibile. Mi pare di aver compreso che non è il volto di un uomo, ma dell‘uomo relegato nella zona d’ombra, l’oscurità di un oblio infinito e irrimediabile, del povero Cristo di ogni tempo, di ogni punto del mondo. Nell’omelia, ho detto che il santo volto non può essere circoscritto in una chiesa: si trova nello spazio maledetto di una dimenticanza, nell’omissione caparbia di ogni nostro giorno.

Il “golden boy” del calcio italiano.

Franz Krauspenhaar

Nel 68 Sivori viene ceduto, e il Milan torna a vincere dappertutto. Gianni Rivera, “golden boy” del calcio italiano ma anche “abatino” per il. sarcastico  giudizio del geniale Gianni Brera, scrittore finissimo, un Gadda che fa vedere le trippe più che di se stesso della selvaggina di cui, animale padano voracissimo di vita sport scrittura e cibo e vino, si ciba in lunghe scampagnate, sia fatte per sue conto che nella tivu dell’era Bernabei.  Famosa e godibilissima, una puntata del 57 delle scorribande per l’Italia dello scrittore-regista torinese Mario Soldati, che alla trattoria Ferrari di Pavia assistono e commentano la mondatura delle rane. Brera è di San Zenone Po, verso Stradella, è di quelle genti venute e situate negli acquitrini, dove si coltiva il riso, spesso amaro, e dove le province di Piacenza e Vercelli quasi si uniscono. Brera è figlio di un’atavica fame – d’altronde  le rane sono animali della fame come i gatti, animali dei campi acquitrinosi come i gatti lo sono delle colline venete e toscane. Brera è tifoso delle due milanesi, equidistante, critico impietoso ma anche avvolgente, come se la sua stazza che pare da ex lottatore di greco-romana (ha il fisico simile a quello dell’attore italo-francese Lino Ventura) potesse avviluppare le due grandi milanesi in un abbraccio che è affettuoso ma talvolta anche stritolante. Dunque Brera, il re dei giornalisti sportivi, questo straordinario prosatore e inventore di neologismi – tra cui “libero” e “centrocampista”- vede Rivera come una specie di figlio intelligente ma anche degenere. Lui ama il calcio nordico, fisico, si sente uomo del nord, antesignano colto e intelligente dei leghisti della penna. Continua a leggere→

DOPO SARAMAGO. Scrittura e laicità in un narratore del Novecento

«Tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change, / Le Poète suscite avec un glaive nu /
Son siècle épouvanté de n’avoir pas connu / Que la mort triomphait dans cette voix étrange !»

(Stephane Mallarmè, Le Tombeau de Edgar Poe)

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di Giuseppe Panella

Se c’è qualcosa che colpisce immediatamente chi legge i romanzi, le poesie o i testi saggistici e diaristici di José Saramago è il senso di assoluta laicità che essi promanano. Laicità, non laicismo o i vecchi stilemi dell’anticlericalismo d’antan che ancora si trovano (e pullulano) nelle res gestae pubbliche e private degli esecratori dell’Infame (per ripetere il motto di Voltaire nel momento in cui esortava i popoli a écraser la Chiesa Cattolica e i Gesuiti). Saramago non ha esitato a criticare il cattolicesimo bacchettone della società cattolica del Portogallo prima e dopo Salazar, non si è fatto scrupolo di entrare in contrasto con la cultura di sinistra cui pure apparteneva e di distaccarsene quando essa ha raggiunto le vette del potere e non si peritava certo di dire la verità apertamente a chi si trovava di fronte anche se era un ministro o un ambasciatore (ne sono testimonianza non solo gli attacchi espliciti e verticali a Berlusconi e i suoi epigoni italiani ma anche diversi episodi piuttosto vibranti riferitimi da una persona fededegna). Saramago ha scritto quello che pensava e quello che riteneva opportuno riesplorando le pagine più o meno note della storia portoghese che lo interessavano.La sua produzione è amplissima e non ancora esplorata (almeno in Italia): i volumi di diario e appunti vari, sorta di zibaldoni di grande interesse non solo umano che lo scrittore portoghese ha lasciato con il titolo di Cuadernos de Lanzarote non sono ancora stati tradotti in italiano e così pure una parte dei contributi usciti nel suo blog, uno strumento di comunicazione diretta che egli privilegiava nell’ultimo periodo (l’ultimo di essi reca la data del 20 febbraio 2010).

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Il Capitano Mario (IV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III)
La bicicletta

Altro sport – ma questo era piuttosto una necessità – era la bicicletta, sua inseparabile compagna.

Dalla quarta ginnasio fino alla fine della terza liceo, vale a dire per cinque anni, aveva viaggiato ogni giorno, col sole e con la pioggia, andata e ritorno, lungo i cinque chilometri e mezzo della grande strada provinciale per Brescia, che separavano la casa dalla scuola, in bicicletta. Non c’era affatto traffico allora: qualche raro carro agricolo, qualche rara carrozza. Ed era così abituato alla guida, che spesso ripassava le lezioni pedalando.

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“Meglio andare lontano”, di Antonio Steffenoni

Recensione di Giovanni Agnoloni

Antonio Steffenoni, Meglio andare lontano (ed. Carte Scoperte, 2010), € 18,50

A volte si pensa che il tempo sia qualcosa che s’incrosta, una melassa semifluida che progressivamente si solidifica e diventa immutabile.
È vero ed è falso. Dipende.
Meglio andare lontano, di Antonio Steffenoni, scrittore italiano di origini ispano-cubane già pubblicato da Rizzoli, Einaudi e Tropea, con questo romanzo edito da Carte Scoperte (oggi Excelsior 1881) scende nel cuore del concetto di contemporaneità. Tutto è contemporaneo a tutto, infatti, nella vita del suo protagonista, il commissario Ernesto Campos, ricercato dopo trent’anni dal suo amico Fabrizio, che era fuggito a Cuba dopo una “notte di tregenda” inabissata nei baratri della memoria, con sei parole (Me ne devo andare. In fretta), che avevano reciso bruscamente un’amicizia rimasta viva e forte dentro l’animo di Ernesto. Continua a leggere→