Sarabanda

Il cardine della Deposizione è nella parte inferiore, dominata dal corpo morto di Gesù e dalla lapide massiccia del sepolcro, unanimemente riferita alla pietra angolare su cui è fondata la Chiesa. Esiste qualcosa che dà senso a tutto il resto, senza il quale gli sguardi smarriti e addolorati, stupefatti e isterici, non avrebbero alcuna consistenza, resterebbero assorti nel sentire spogliato di un centro, lanciato nel vuoto di un’entropia inarrestabile. E invece no, la causa e il fine di ogni gesto si raccolgono intorno a quel corpo, a quella pietra, lo smarrimento della Maddalena, il dolore di Nicodemo e di Maria, lo stupore di Giuseppe, ricco giovane d’Arimatea, l’isteria violenta di Maria di Cleofa sono il corollario di una morte che diventa fondamento, ragione ultima di ogni passione – da quella più matura alla più acerba– di ogni particella di materia che abbraccia finalmente un senso, un filo, la giusta direzione, perché non v’è altra logica se non quella del dare: il resto è caos, babele, sarabanda inutile di meschinità.

Elastico – di Franz Krauspenhaar

Niente di meglio che perdersi:
in frazioni, curve, tornanti, noi
come serpente, come corda
senza l’impiccato, come molle
per il bucato, come cioccolato.
Parlavo di manto autostradale,
dicevo di cose immense, ma tu
in effetti sei l’elastico che tende
questo momento verso l’alto;
e io non so, io non so più niente.

[Immagine: FK – Japan Stijl.]

Festival biblico

E’ una pagina di uno scritto in gestazione. Un modo per invitare alla conferenza che terrò a Schio il 27 maggio alle ore 20.30, nell’ambito del Festival biblico. Sarebbe bello incontrarsi.

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L’amore è così

Don *** ricevette una telefonata dallo staff del Festival che si teneva ogni anno nella provincia di Vicenza. Gli proponevano una conferenza su un tema legato alla luce o alla parola. Lui, fino ad allora, aveva sempre rifiutato offerte simili: l’assistenza a don Mario lo impegnava al punto da rinunciare per principio a ogni occasione, suscitando la disapprovazione del malato. Continua a leggere→

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.40: Dallo sguardo alla parola del poeta. Stefano Ridolfi, “Cacciatore di sguardi”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

 

Dallo sguardo alla parola del poeta. Stefano Ridolfi, Cacciatore di sguardi, con una prefazione di Andrea Ulivi, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008

«Stefano Ridolfi scandaglia il mondo fin dentro le sue particelle costitutive e da queste sue parole e immagini il valore che le rende necessarie è proprio una forma di attenzione che le avvera. Sì, due sono le caratteristiche che più colpiscono dell’opera di Ridolfi: osservazione e attenzione, cioè rapporto diretto con l’universo reale, con il mondo reale. E questo rapporto è tanto attento e affezionato al reale da trasformare il quotidiano in “prodigioso”, come già dal primo verso della prima poesia, già dalla “nascita” dell’opera. E’ interessante l’esordio della voce poetante: “Si rinnova il prodigio”. “Rinnova” e “prodigio”. Rinascita prodigiosa, rinascita sorpresa, stupore» (Andrea Ulivi, Prefazione a Cacciatore di sguardi, p. 5).

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Il bello della compagnia

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da qui

Ho vissuto in questa casa dalla seconda media all’assistentato universitario. Ora si sentono solo le voci dei nipoti e di mia madre, che cerca di intrattenerli come può. Mio padre non c’è più; le generazioni nuove richiedono attenzioni ed energie. Sulla sinistra, un deposito di libri: ogni tanto mi affaccio, per vedere se ne trovo uno da portare via. Molti sono miei, non so più dove lasciarli, perché da me c’è sempre meno posto. Dal salone, si sente la TV: si riferisce di un convento, spaccio di droga e falsi pellegrini. Tutto è cambiato, non sono mai stato più di passaggio di così. Penso sia un bene, vista l’aria che tira. Si avvicina mia madre, per dirmi che il nipotino è buono: così piccolo, non disturba mai. Aggiunge qualcosa sui falsi monaci, con saio e cocaina. Accende la radio, c’è una cronaca da Fatima, per il viaggio del papa. Arriva mia sorella, con l’altra nipote, fa le feste al piccolo, mentre mia madre le assicura che ha mangiato a sufficienza: la pasta, e molto melone. Racconta: lui dice che sono tutti brutti, tranne Gesù. E zio Fabri, com’è? gli chiede mia sorella; e il bambino: è brutto pure lui. Spengo il computer, me ne torno a casa, dall’unico bello della compagnia.

La passione del “noi” tra il XX° e il XIX°

di Antonino Contiliano

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Alain Badiou, Il secolo, Feltrinelli, Milano, 2006.

Giacomo Marramao, La passione del presente, Bollati Boringhieri, Torino, 2008.

I due libri – Il secolo di Alain Badiou e La passione del presente di Giacomo Marramao – sono stati pubblicati in Italia a distanza di due anni l’uno dall’altro. I due lavori tematizzano, si può dire senza ombra di dubbio, il qui e ora, ovvero il reale e il presente del tempo storico di riferimento.

Il secolo di Alain Badiou è il XX° secolo con la sua volontà di potenza (ne fa fede la coscienza filosofica e politica che l’autore tratteggia attraverso vari documenti d’epoca: poesia, manifesti avanguardistici, opere d’arte…) come “passione del reale”, ovvero l’impegno e la lotta per la realizzazione dell’uomo e della società nuovi di cui il XIX° era stato l’anticipazione utopica o la promessa di nuova identità. Indicativo della marcia del libro può essere l’indice dei nomi che Badiou sceglie per le sue lezioni e le sue argomentazioni: questioni di metodo, la bestia, il non-riconciliato, un mondo nuovo: sì, ma quando?, passione del reale e montaggio della finzione, uno si divide in due, crisi di sesso, anabasi, sette variazioni, crudeltà, avanguardie, l’infinito, sparizioni congiunte dell’Uomo e di Dio.

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Licia Cardillo Di Prima, Eufrosina

Giovedì 13 maggio, alle ore 17,30, presso la Sala Torre Arsa della Biblioteca Fardelliana (tel. 0923 21506), Largo san Giacomo, Trapani, verrà presentato il volume di Licia Cardillo Di Prima Eufrosina, Carteggio d’amore tra il vicerè Marco Antonio Colonna e la giovane baronessa del Miserendino nella Palermo del ‘500.

Introdurrà Margherita Giacalone, Direttore della Biblioteca Fardelliana. Interverranno Eugenio D’Angelo, Presidente Lions Club Trapani, Marco Scalabrino, poeta e saggista, Giacomo Pilati, giornalista e scrittore. Sarà presente l’Autrice.

Nell’occasione ripropongo una nota di Marco Scalabrino. Continua a leggere→

LA NOTTE, di Francesca Giulia Marone

Francesca Giulia Marone (nella foto) racconta la notte di Yukiko ed Elena: due donne non più giovanissime, in procinto di incontrare i loro rispettivi amanti.
Yukiko ed Elena. Oriente e Occidente.
Due universi femminili diversi, forse opposti, visti nei momenti di ansiosa attesa che preludono l’incontro amoroso.
Ciò che unisce, talvolta, equivale a ciò da cui non si sfugge: il tempo impietoso che, passando, lascia segni non dissimulabili su corpi e spiriti.
Massimo Maugeri

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LA NOTTE

racconto di Francesca Giulia Marone

http://www.settimanastudidanteschi.it/blog/notte.jpg1. Yukiko aveva terminato di sistemare i capelli. Lungamente si era dedicata alla sua tsubushi-shimada e ora rimirava lo chignon lucido torcendo il collo come un cigno.
La luce rischiarava il perimetro della piccola stanza, la lampada aveva una flebile fiammella che resisteva agli spifferi di vento che fischiavano fra il bambù all’esterno del giardino zen.
Sapeva che lui la stava aspettando impaziente. Doveva solo attraversare il giardino interno alle due case e scivolare nel buio della notte lasciando che quel manto la nascondesse agli occhi degli altri che dormivano.
Aveva quella luminosità sul viso che solo le donne nel suo stato sanno portare con grazia, consapevoli della propria femminilità. Il pallore accentuato dal trucco bianco, però, che quella notte aveva passato più di una volta sulle guance ampie, le dava le sembianze di un fantasma. Continua a leggere→

Quasi carnale Dio

Un’impresa metterle insieme tutte e sette: solo un genio potrebbe riuscirvi in maniera convincente, naturale, con il pezzo di cielo che cala dall’alto quasi con violenza, la Madonna e il bambino – lei premurosa/preoccupata, lui quasi sorridente – e gli angeli intrecciati a indicare la terra – luogo dove ogni storia si decide – e il regno da cui piove la luce delle membra, delle ali; il vicolo di Napoli dove tutto accade, i piedi del cadavere condotto a sepoltura, Cimone allattato in prigione dalla figlia Pero, san Martino che veste il povero e risana il malato, Sansone che beve a garganella dalla mascella d’asino, san Giacomo di Compostela, cui qualcuno offre un ricovero. Tutto in un punto, come se l’amore potesse esistere soltanto intero e non nella finzione del compartimento stagno, nella buona azione quotidiana incorniciata dall’odio distillato in porzioni d’ipocrisia politically correct. No, unicamente nel miscuglio terribile di terra e cielo, tenebra e luce, dramma e riscatto, si può trovare, anzi toccare, o addirittura stringere in un abbraccio quasi carnale Dio.

De delictis gravioribus / 5

di Ezio Tarantino

[ 1. puntata ]  |  [ 2. puntata ]  |  [ 3. puntata ]  |  [ 4. puntata ]

Recentemente il Rev. Thomas Brundage, quello che aveva istruito il processo contro Padre Murphy, in un articolo pubblicato dal Catholic Anchor.org, organo della Arcidiocesi di Anchorage, Alaska, ha contestato il racconto del New York Times, specialmente per quanto riguarderebbe il suo ruolo nella decisione di sospendere il processo a carico di Padre Murphy.
Sostanzialmente Brundage sostiene di non aver saputo di questa decisione perché essa è contenuta nella lettera dell’Arcivescovo Weakland del 19 agosto. Poiché solo due giorni dopo Murphy morì è chiaro che non si poté darvi seguito.

In realtà è dimostrato come lui fosse al corrente della decisione, formalmente assunta nella riunione di Roma del 30 maggio, tanto che, pochi giorni dopo l’uscita di questo articolo, ha dovuto ammettere che: a) fu lui a tradurre il documento italiano (per quanto sommariamente, utilizzando un rudimentale traduttore automatico in internet – siamo nel 1998), e che quindi conosceva bene i contenuti della riunione del 30 maggio; ma che soprattutto, b) fu lui a redigere la bozza che servì come base per la lettera di Weakland del 19 agosto: “However, in the file e-mailed to me by reporter Johnson was a August 15, 1998 draft of a letter that I wrote and Archbishop Weakland slightly edited. This draft letter became the text of the August 19, 1998 letter from Archbishop Weakland to then-secretary of the Vatican’s Congregation for the Doctrine of the Faith Archbishop Tarcisio Bertone in which Archbishop Weakland declared that he had instructed me to formally abate the case“.

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Piccole pratiche della sovversione: elogio del congiuntivo

Del congiuntivo, avant tout chose: del congiuntivo, cioè del modo della possibilità e dell’eventualità, dell’incertezza e dell’esortazione, della concessione e del dubbio, dell’augurio e della speranza, del timore e dell’esclamazione. Bastano piccole, banali pratiche quotidiane per assegnare una nuova forma alle nostre relazioni interpersonali, per modificare, almeno in parte, il nostro rapporto con le cose e con gli altri: Continua a leggere→

Destini

Il coltello non lascia ben sperare. Neanche la tensione fisica, che raggiunge l’acme nel momento in cui la scena è immortalata. Il braccio sinistro del furfante giovane, gli sguardi concentrati – in contrasto con l’atteggiamento rilassato della vittima -, la mano che pesca la carta clandestina, i guanti rotti del truffatore adulto, tutto concorre a creare un campo di forze teso e soffocante, ma in qualche modo comico, per l’ingenuità del pollo di turno da spennare e la sfrontatezza dei ribaldi, eloquente fin nei colori sgargianti dei vestiti, contrapposti all’abito sobrio della preda. Il quadro comunica a cerchi concentrici, progredisce sotto lo sguardo del fruitore, diventa simbolo di una società fondata sull’impostura e sul raggiro, dove le possibilità si riducono a due: ingannare o essere ingannati. C’è sempre chi confonde le carte, mentre l’altro è convinto che sia tutto regolare. E se scoprisse qualcosa, c’è il coltello a ricordargli quali carte siano destinate a vincere comunque.

DUE TEMPI DELLA POESIA DI ANTONIO SPAGNUOLO: “CANDIDA” E “DIETRO IL RESTAURO”. Saggio di Giuseppe Panella

di Giuseppe Panella

 

“Non si può dubitare che la qualità visibile nell’aspetto dei morti che più atterrisce chi guardi, è il pallore marmoreo che vi si posa: come se davvero quel pallore fosse altrettanto il segno della costernazione nell’altro mondo, quanto della trepidazione mortale in questo. E da quel pallore dei morti noi prendiamo il significativo colore del sudario in cui li avvolgiamo. Nemmeno nelle nostre superstizioni manchiamo di gettare lo stesso niveo mantello intorno agli spettri, tutti i fantasmi sorgendo in una nebbia lattiginosa”
(Herman Melville, Moby Dick o La Balena)

[ per ricordare Mario Pomilio, maestro e amico ]

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 1. Bianco è il colore delle ambiguità

“Il bianco è il colore che più si addice agli dei” – affermava Platone ed Euripide lo conferma. “Indossando vesti bianche fuggo la generazione dei mortali” fa dire al sacerdote protagonista di una sua tragedia. E, d’altronde, per Aristotele, l’aria pura e trasparente è léukos, bianca.

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Vivalascuola. Dove abitano le parole

KleeNashua 9 anni marocchina
La mia mamma moriva,
le chiedevo aspetta
sta
arrivando il mio compleanno,
lei sorrideva e diceva:
avrai un
compleanno bellissimo!

Axle, quinta elementare
Quando hai paura
trattieniti
e poi respira
sei innocente
quando hai
un maestro.

L’esercizio della propria libertà, si sa, è cosa assai pericolosa, che del resto si richiede all’adolescente; non tirandosi indietro, poi, nel constatarne l’immaturità o l’inutile e pericolosa rivolta. Esercitare la libertà del testo e della lettura nella scuola, vuol dire, in primo luogo, far sentire ai propri allievi di essere capaci di poter essere liberi nella vita, di vedere con altri occhi. Non si ricorderanno di aver scritto poesie – la scuola ci mette poco a far dimenticare – si ricorderanno di te, dell’esempio di libertà di un maestro. (Sebastiano Aglieco)

Dove abitano le parole? Esperienze di poesia a scuola
di Chandra Livia Candiani

Da qualche anno conduco seminari di poesia nelle scuole elementari.

I bambini sono di otto, nove o dieci anni. Non sono solo italiani, ma anche stranieri che vengono dai paesi più diversi: Cina, Uruguay, Brasile, Panama, Perù, Colombia, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Filippine, Marocco, Tunisia, Russia, Romania, Ucraina. Partiamo da un punto in cui conoscere molte parole non è affatto quello che conta. Continua a leggere→

Questioni sulla pratica della fede

di Adelio Valsecchi

Manara Amilcare, Questioni sulla pratica della fede, Educatt, Milano, 2009, 248 p.
ISBN 9788883117213

In una cultura così frantumata, senza radici e punti di riferimento, che disdegna i valori della vita e si pone sul crinale decadente di un relativismo esasperato, la società si destruttura inducendo l’uomo ad essere straniero a se stesso. Nel contesto di un mondo svilito, senza nerbo e reattività, alligna velata una forzata induzione al pessimismo nichilista, alla dittatura dell’opinione che ottunde e frattura la filosofia del bene comune, al disdoro di un razionalismo di maniera, in cui si evoca l’apparenza e non la solidità della sostanza. Sembra non si riconosca la responsabilità che ogni soggetto di diritto ha di fronte agli archetipi etici che hanno forgiato, nel bene e nel male, le grandi conquiste del progresso umano come aveva presagito e sostenuto il filosofo Norberto Bobbio nel “De senectute”, un’opera della sua maturità. Forse si è ribaltato il segreto del primato delle ragioni del cuore che la volpe svela al “Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupery: «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi» (cap. XXI). D’altro canto se volassimo un po’ più in alto per il desiderio di capire oltre l’orizzonte della cultura egemone, la prospettiva cambia scenario e apre a percorsi più consoni al mistero dell’uomo come creatura. Il tempo dei piacevoli indugi è finito. L’opzione finale è univoca: o la più sconsolata angoscia o la più temeraria fede. Continua a leggere→

Istruzioni per un addio

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NELLA FAME NELLA SETE

Nico disse al telefono che avrebbe vissuto a lungo in quella casa, che non c’era nulla di cui preoccuparsi, che dopotutto non c’era bisogno di lasciarla. Nico capì anche, nello stesso momento, che il sangue gli scorreva troppo denso nelle vene e fuori qualcosa moriva. L’ombra di Nico si fermò a pensare tutto il suo sudore con un gesto noncurante sulla parete di fronte, un movimento che somigliava a tutta la bellezza dell’altro al telefono, al di sopra dell‘afa. Ma poi Betta la gatta, non smetteva di miagolare. Forse la fame. Certamente la sete e fuori qualcosa cadeva. Nico staccò la sua ombra dalla parete, si girò di spalle e portò il pollice destro alla bocca.
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Chiamato in causa

Molti misteri nella figura mitologica di un giovane bello e un poco ambiguo, immerso nei doni di una natura pingue e generosa, eco di lascivia o di benessere, foriero di riti insidiosi per l’ordine sociale, al punto da essere proibiti con una legge ad hoc. Eppure l’autore sembra interessato ad altro, e il critico avveduto se ne accorge: scopre il ritratto inghiottito nell’ombra o addirittura nell’ampolla di vino nell’angolo a sinistra, perché qualunque senso l’opera voglia predicare, fosse anche un simbolo del Cristo che offre il calice di un’esistenza eterna, occorre che l’uomo si senta interpellato, partecipi alla scena, sia chiamato in causa dalla vita trasfusa perfino dal giovane bello e un poco ambiguo, al confine tra il vizio e la virtù, la perdizione e la salvezza.

La necessaria sottrazione

di Marina Torossi Tevini

Forse dovremmo imparare a sottrarre, a non accumulare sempre, – sensazioni immagini parole, – ma a selezionare, a togliere di mezzo quello che ci sta trasformando l’anima in un magazzino, con le informazioni accatastate, e a fare ordine. Forse dovremmo imparare a strutturare, a porci dei centri di gravità, a togliere quello che non è significativo, a scegliere con giudizio. La nostra società ci ha insegnato che non esiste criterio di giudizio, che una cosa vale l’altra, che non esiste neppure un Io che sceglie e definisce. Contro questa indicazione, che ha caratterizzato la cultura di un secolo e mezzo, è forse il tempo di entrare in singolar tenzone. È da ingenui? è da pazzi? Bene. Saremo i Don Chisciotte di una ritrovata centralità, di un Io che non sia solo il collettore percettivo di mille informazioni – di cui buona parte fasulle – ma il giudice della validità o meno di queste informazioni, il suo selezionatore. È tempo forse di  scendere in campo non per chiedere altri beni materiali – in Occidente fino a questo momento la maggioranza di noi è vissuta anche troppo bene, – ma per aiutare i nostri simili a diventare degli esseri capaci di scegliere, di definire la forma della loro anima. Continua a leggere→