“Josh in fuga” di Olivia Crosio

Recensione di Giovanni Agnoloni

Olivia Crosio, Josh in fuga, Arkadia Editore, 2024

A volte ti capita tra le mani (e non per caso) un’autentica sorpresa letteraria, che inizi a leggere alle dieci di sera e ti tiene incollato fino all’ultima pagina, alle tre del mattino. Josh in fuga di Olivia Crosio è un romanzo non solo scritto bene, anzi benissimo da un punto di vista linguistico – cosa che non mi ha minimamente stupito, dopo aver letto e recensito l’altra uscita per Arkadia Editore dell’autrice, La mentalità della sardina – e conoscendola come un’eccellente collega traduttrice. È soprattutto una bellissima storia, che contiene un segreto circonfuso d’ironia e sapiente critica sociale, ma anche di affetti e intensa umanità, capaci di immergerci nell’abisso luminoso di una personalità affascinante: quella di un misterioso visitatore di Milano, che una sera invernale piomba nella metropoli con fare naif e movenze “imbranate”, ma anche con grande simpatia e fascino mediorientale, e inizia a combinare guai a cui trova sempre, rocambolescamente, una soluzione. Soprattutto da quando incontra e fa amicizia con una polemica ma adorabile barista, Miranda, che diventa la sua accompagnatrice in un “pellegrinaggio” notturno per il capoluogo lombardo, durante il quale incroceranno strambi ma credibilissimi personaggi come la fashion influencer Susi Fashion – che inevitabilmente evoca un noto personaggio del mondo internettiano e televisivo – il suo compagno (uno strampalato parrucchiere VIP), e un avventuroso tassista e la sua petulante compagna. Continua a leggere

Luca Vaglio, Cosmologie

di Diego Bertelli

«Gare Gand-Dampoort, / transito di suoni, di voci, / lettere diventano memoria, / fanno segni, tracce nella mente». Luca Vaglio sceglie un attacco sensoriale e nostalgico per aprire il suo ultimo libro di poesia, Cosmologie (Marco Saya, 2022). L’io poetico è proiettato in un luogo e in un’atmosfera che rimandano all’immaginario primonovecentesco delle stazioni ferroviarie, allora concentrato vitale della modernità, di un’idea di spostamento che fa attrito con la concezione contemporanea del viaggio, tutta a favore della centralità degli aeroporti (Calvino ha scritto che «volare è il contrario del viaggio») e, più ancora, proiettata a sancire il primato odeporico della virtualità.  Continua a leggere

Jirí Orten

di Giorgio Stella

C’è calore da te, ah qui poter dormire, nella terra profonda mi immergerei volentieri,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe il mio corpo
tutto spoglio, questo nudo immiserito.

Farsi ciechi di luce con un canto che si spegne!
Già al mio palato sento sete di solitudine
che m’inebria e mi chiama a un restare
che non sia timoroso ed entri nella musica.

Essere morto, padre, appartenere a nessuno,
non udir passi, non pensare, non sentire,
essere morto, indicibile con se stesso giacere,
esser pronto per sempre, finito essere – e avere.

Avere, avere almeno, almeno quel che è più fedele,
il mio libero niente, sognare che si frantuma
in bei cubetti, esser solo, esser più taciturno,
esser nel centro esatto, essere tempo e giardino.

Esser morto alle donne, esser morto agli amici,
esser morto all’angoscia, essere morto ai morti,
essere sì, così proprio, così pienamente e totale,
e non vedere più niente che abbia nome di foglia.

Ah quanto è il tuo calore, da te poter dormire.
mi immergerei volentieri nella terra profonda,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe la gioia
che già soffriva per una meta mai vista.

Raffaela Fazio, quattro poesie

da qui

Le poesie:
dalla sezione Materia oscura de Gli spostamenti del desiderio (Moretti&Vitali, 2023)

 

Latenza

La mano
resta uguale.
Contiene
lo stesso potenziale
di amore e di violenza.
Tutto è in latenza
dal giorno in cui nasciamo.

La mano
resta uguale
anche adesso che ha rotto
quello che ha scosso
ancora capace
di protezione, capienza.
Ma ciò che si è rotto
ora vuole
che ogni pezzo riceva
almeno una volta
il suo vero nome.
Che non venga di nuovo
in fretta
sepolto.

* Continua a leggere

Da Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa

di Luca Pizzolitto

Da Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa (Crocetti, 2024)

Preghiera e poesia costituiscono un binomio che ha accompagnato costantemente la storia dell’esperienza religiosa. Spesso la poesia raggiunge un tempo già reso “poetico”, per così dire, dalle devozioni e dai rituali che in esso si celebrano. La sua funzione è quella dell’accompagnamento, dell’evocazione e dell’approfondimento orante e meditativo. Le risorse del linguaggio poetico sono più ampie rispetto a quelle del linguaggio discorsivo e possono dar vita a una cassa di risonanza per gli interrogativi e le attese fondamentali che l’uomo si pone riguardo al mondo e a sé stesso. La poesia può creare una vera e propria comunità degli animi che non si identifica con la comunità rituale, collocandosi su un piano diverso, ma che a quest’ultima può convergere.

(dall’introduzione di Antonio Spadaro) Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

I.N.R.I (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum)

 

«In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

[Gv 18,33b-37] Continua a leggere

14

Quel pianto

È il giorno: stessa data, stessa festa.
La tua voce risuona, come allora.
La corsa in ospedale, la paura,
il dubbio sulla fede, in quel momento
in cui tutto crollava. Il sentimento
è lo stesso: sei Tu, Signore mio,
che vuoi parlarmi? Donami l’amico,
come un tempo. Abbraccia la memoria
di quel pianto.

Lo stato dell’arte. Rosanna Frattaruolo

Qual è lo stato dell’arte?
L’arte è un’ameba in continuo mutamento, anche quando abbiamo la percezione di un’involuzione.
Oggi pare che qualunque cosa possa essere tradotta in arte (anche una provocazione, vedi Cattelan).
Si sperimenta utilizzando tecniche nuove e nuovi materiali e concetti.
La sensazione però è che la creatività sia soggiogata dagli interessi finanziari e dunque la domanda legittima da porsi è se sia l’opera d’arte a creare il mercato oppure sia il mercato a definirla.
Mi piace pensare che oltre alle opere battute all’asta per milioni di dollari, vi sia un luogo più sobrio fatto di artigianato, di cura del dettaglio, di ricerca e innovazione a cui andrebbe dato più spazio e nel quale forse si conserva intatta la vocazione degli artisti. Continua a leggere

Vivalascuola. Parliamo di libertà di insegnamento

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”

Costituzione Italiana, art. 33

Libertà di insegnamento, una conquista da difendere: il corso che approfondisce il tema il 27 novembre a Torino

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. La libertà di insegnamento è garantita a chiare lettere dalla nostra Costituzione, come recita l’incipit dell’articolo 33. Si svolgerà il 27 novembre a Torino presso il Liceo Cavour, dalle 9,00 alle 14,00 il primo incontro di un corso di formazione organizzato dal Coordinamento antifascista torinese e dall’Associazione culturale e professionale Scuola e società e rivolto a tutto il personale della scuola. Corso presente sulla piattaforma SOFIA e seguibile online. Continua a leggere

Tre fisse. Domande semplici e concrete.

 

di Patrizia Baglione

TRE FISSE A MAURO FERRARI 

•  C’è un testo a cui sei più legato. Se sì, quale e perché?

Vorrei partire dal secondo quesito. Io credo che il rito di passaggio per chiunque voglia fare poesia seriamente e non in modo occasionale, sia l’incontro con una o più voci che incidano su di lui profondamente, sia a livello tematico che stilistico.

La mia formazione è da anglista, appassionato di quella fase di grande fermento che è stato il Modernismo. Lì trovo non soltanto una profondissima consapevolezza del proprio tempo “entre deux guerres”, ma anche stimoli continui per capire ciò che è successo da allora e, da lì, il nostro presente, che – non posso non dirlo – sta gioiosamente correndo incontro alla propria apocalisse, come le esperienze poetiche più avvertite stanno evidenziando (specie in questo 2024). La scrittura dei grandi modernisti nasceva da una tragedia non solo storica, la Prima Guerra Mondiale, e presentiva una catastrofe che si è puntualmente verificata venti anni dopo. E ormai, nella nostra tardissima modernità, l’incombere di crisi e tragedie fa parte della norma ed è anzi sentito come “normalità”. Viviamo e dunque scriviamo sul ciglio di un abisso, e noto che questo affiora sempre più nelle scritture poetiche più recenti.

Certo, se penso alle “soluzioni” che almeno i tre grandi (Yeats, Pound, Eliot) misero in campo non posso che prendere le distanze: la lode dell’aristocrazia terriera, il fascismo e l’enfasi sul dogma religioso e sul misticismo non mi appartengono per nulla. Ma il confronto continuo con il proprio tragico tempo, l’attenzione verso la costruzione del verso e la strutturazione del testo per dare adeguata rappresentazione ai temi sono punti che da sempre pongo al centro della mia poesia e delle mie valutazioni critiche.

Passando ai testi a cui sono più legato, mi piace portare l’attenzione sul poemetto Briggflatts di Basil Bunting, “poeta minore, non troppo disonesto” come lui stesso ebbe a definirsi. Il poemetto, in puro stile modernista e definito il più importante dopo i Four Quartets, apparve a metà anni Sessanta e gli permise poco dopo l’accesso al catalogo della prestigiosa Oxford University Press. So bene che lo status di Bunting non è comparabile con i tre poeti che ho citato sopra, però questo dimostra che l’apprezzamento della poesia ingloba anche elementi molto personali, il modo in cui certe note ti risuonano dentro, e infine l’effetto che hanno sulla tua poesia.

La mia traduzione di Briggflatts uscirà per puntoacapo a fine anno, con un apparato critico (tra cui la prefazione di Edoardo Zuccato) che ricostruisce un fermento letterario forse irripetibile, ma che penso possa fornire molti spunti per la poesia italiana di oggi: convergenza di storia personale e una sorta di “trascendenza laica” che trovo molto stimolante; estremo rigore e tensione nell’economia del verso, cioè una vera ecologia della parola; distanza dall’Io diaristico ma anche sua adozione quale punto di vista sulla vita, senza cedimenti al minimalismo; costruzione ”musicale”, attenta alle variazioni tematiche e tonali, il che fornisce già in sé una forte strutturazione all’opera: sono tutti elementi che potrebbero essere proficuamente assimilati o comunque metabolizzati da molte voci  di oggi.

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L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 20

Chi sconsiglia di usare nella stessa frase i due punti più di una volta veda quanti ne schiera Leopardi in questo brano (e non solo):
«Noi siamo veramente oggidì passeggeri e pellegrini sulla terra: veramente caduchi: esseri di un giorno: la mattina in fiore, la sera appassiti, o secchi: soggetti anche a sopravvivere alla propria fama».
Qui si sfiora l’eccesso. Ma si veda come tratta la questione Bice Mortara Garavelli in Prontuario di punteggiatura, Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 103-4:
«È generalmente sconsigliata la replica dei due punti tra frasi precedute o seguite dallo stesso segno. Ma quest’uso, fiorente nella prosa letteraria, non è affatto sconosciuto in tipi di testo di tutt’altro genere: ad esempio, nella saggistica scientifica. Né si vede come censurarlo quando si tratti di un susseguirsi di enunciati consequenziali».

Frammenti di Cinema # 82

di Pasquale Vitagliano

Ci sono le città del cinema e le città nel cinema. Dipende se la città è la protagonista del film oppure si limita a prestarsi come scenario della storia, seppure caratterizzante. È inutile dire che la linea di confine tra queste due ipotesi è sottilissima. Per esempio, come si fa a fare questa distinzione dopo aver visto Manhattan (1979) di Woody Allen? La medesima storia potrebbe svolgersi in una qualsiasi altra città? Direi proprio di no. Anche il regista ha finito per identificarsi con essa. Siamo di fronte ad un vero e proprio “luogo dell’anima”, tanto fisico, visitabile, quanto immaginario. Diversamente, in New York, New York (1977) di Martine Scorsese la metropoli è lo sfondo per uno splendido musical sul jazz come paradigma della libertà e della pace conquistata alla fine della Seconda guerra mondiale.

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