I fantasmi di Firenze

di Giovanni Agnoloni
 
L’altro giorno, in un articolo che ho scritto sul mio blog pensando a Firenze di notte, ho ricordato un pezzo che pubblicai tanti anni fa sul “Corriere Nazionale”, grazie a un amico che (fisicamente) non c’è più, il giornalista Ciro Paglia, marito di un’altra grande amica, la scrittrice Stefania Nardini (che saluto con affetto).
Lo riporto qui per intero, insieme alla foto del giornale di allora, perché mi sono reso che mi ci riconosco ancora, per quanto il mio spirito oggi sia più aperto e proteso su un fare altamente operoso. E anche Firenze, con ogni probabilità, è migliorata da diversi punti di vista.

Continua a leggere

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

In questa sua ultima silloge, D’argilla e neve (Giuliano Ladolfi, 2023), Maria Pina Ciancio condivide con il lettore un senso continuo di perdita e uno struggente sentimento di nostalgia. La sua poesia crea questo senza alcun artificio, con un’autenticità che è elemento dello stesso stile. I luoghi sono oggetto di questa inchiesta poetica. Non è un caso che la raccolta si conclude con cinque poesie in dialetto lucano. Stanotte ma scipperu/ e a jtteri i cani/ a rarica du coru. Non c’è, tuttavia, nulla di paesaggistico in questa meraviglia. La natura, la terra, i paesi sono lo scenario nel quale la Ciancio si muove. Il suo sguardo ha una messa a fuoco profondissima. Sono i luoghi, pertanto, che identificano, denotano e danno un nome a chi osserva. Sono, appunto, luoghi dell’anima, “luoghi interiori e dell’appartenenza”. Ritorno alla luce dello sguardo/ per un’ostinazione d’innocenza// per abitudine/ per ritrovare il tutto/ nel riparo atteso della neve.

Continua a leggere

4
0

Tre fisse a… (domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione

TRE FISSE ad Alberto Bertoni

  • Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia? 

Dolore e amore incidono nella mia come nella poesia di tutti, se è poesia che possa venir definita latamente lirica, com’è la gran parte della poesia prodotta oggi nel mondo occidentale, benché non di rado camuffata o negata per ragioni di “moda” culturale: la cancellazione dell’Io ecc. L’epos appartiene infatti alla prosa di romanzo e altre forme di poesia poco o niente versificata sono distribuite tra fiction visive, performance teatrali, jingles pubblicitari, slogan politici, modalità musicali che prevedono la presenza di un testo, autofiction e perfino talune derive pseudo-saggistiche o affioramenti di “prose in prosa” estranee a intenti diegetici. Dolore inteso come elaborazione di un lutto o di una perdita; e amore inteso come pulsione desiderante di un Io sensibile che percepisce e constata l’assenza di un Tu necessario alla vita della propria interiorità e della propria corporalità senziente e pulsante sono i due motori essenziali e perpetuati nei millenni e nelle culture che – attraverso una forma poetica che prevede l’iniezione nel linguaggio di un sostrato o di un effetto o di un apporto di senso “musicali” – hanno al centro i soggetti (non importa se maschili, femminili o trans) che appartengono, sono appartenuti o apparterranno alla specie dell’homo sapiens. Quanto alla bellezza, invece, sono molto più prudente nel definirla come parte essenziale della mia ricerca poetica. Di certo non m’interessa un’idea neoclassica di bellezza: l’armonia “ideale” espressa dal nostro Rinascimento (Raffaello, per fare l’esempio più evidente) mi lascia freddo; quella robustamente realistica espressa dall’Ottocento europeo, ancora di più. Da questo punto di vista, mi sento figlio delle due avanguardie integralmente novecentesche, Futurismo e Surrealismo. Quindi per me la bellezza è anche la manifestazione dell’informe, del negativo, dell’onirico, del metamorfico e di un impulso metonimico/metaforico portato oltre il confine della verosimiglianza e della proporzione.

Continua a leggere

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 18

Ci sono scrittori per i quali un termine vale l’altro e sgravano sulla pagina il primo che vien loro alla penna senza lacerarsi in dilemmi estetici, perché il loro unico interesse, come quello degli editori, è incentrato sulla trama e sulla sua capacità di attrarre il lettore-acquirente (lasciatemi dire che a causa di costoro l’Italia vive da decennî una delle stagioni più asfittiche della sua storia); e ci sono scrittori — il cui novero va, ahinoi!, sempre più assottigliandosi — che reputano ogni minima scelta stilistica, e persino grammaticale, una questione non solo sostanziale ma, per dirla con Contini, gnoseologica.

Voi da che parte state?

Giorgio Stella, L’elmo

L’ elmo sembra una cicala di vento sulla scala a chiocciola del D N A nel firmamento oppure la crociata di una vendemmia dove con l’uva si è fatta una trasfusione di sangue matura – guarda l’elmo non la corazza lo scudo potrebbe tradirti e stringi i denti, stretti, se non puoi calzarlo ora: l’elmo è una corona una briciola di bucato steso nella spada della santa-acqua che // non ha più nemici // nei volti degli // specchi – arrotolati nei medesimi vetri. Batti bacca la grancassa! La Pisside a ciclo di baracca. E poi ripassa. ————————————- 21/10/2024

Gino Scartaghiande su Notte di morte e di splendore, di Luigi Rigoni

 

 

Foto © Luigi Ciminaghi/Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, tratta da: Livia Cavaglieri, «Uno spettacolo esemplare: Splendore e morte di Joaquín Murieta di Chéreau/Neruda al Piccolo Teatro (1970)», Mimesis Journal [Online], 6, 2 | 2017)

 

(Una pentalogia nerudiana: Puccini, Neruda, Chéreau, Troisi, Rigoni)

(Di Luigi Rigoni, Modena 1965-Modena 2017, attore, poeta e scrittore dell’avanguardia teatrale romana, l’editore IBUC ha già pubblicato nel 2022 Il poema di As. Ora lo stesso editore ha appena dato alle stampe Luigi Rigoni, un attore e letterato modenese al centro dell’avanguardia romana, con quattro testi di Rigoni e contributi, oltre al mio, di Pippo Di Marca e Marco Palladino, che verrà presentato il 29 ottobre, h. 18,00, al Teatro degli Scrittori, lungotevere Mellini 33, Roma) Continua a leggere

Minaccia pioggia, di Giorgio Stella

/Minaccia pioggia/- chi minaccia la pioggia? La mano tesa nella questua data in Briciole di //#Conchiglie# che del mare non ne vogliono sapere – minaccia pioggia, lo scudo e l’elmo sul faro adulto dell’ immensa infanzia, un latrato di tronco nella quercia – del rimpianto il rimorso per entrambi a sé medesimi sangui.

6
1

Ottobre, di Enrico Fraccacreta

Ottobre, me lo dici tu perché i ciclamini dormono ancora?
certo la terra non si è liberata dal caldo
dell’estate torrida di quest’anno,
è così che anche tu ti allontani?
forse è stata troppo fredda la mia atmosfera
in questi ultimi tempi.
Soffriamo le stagioni eccessive
i nostri stati d’animo si gonfiano di colpo
alla prima frottola burrascosa,
la pioggia siglerà una specie di armistizio
tra noi, l’aria e i ciclamini.
La pioggia che fa parlare i sordi e i germogli
stuzzica la spinta decisiva al fusto sotterraneo
distende i nostri nervi, cade in terra feconda
dopo aver sgocciolato a lungo sui nostri sorrisi,
decide il colore dei nuovi ciclamini
noi li vedremo tutti bianchi
salendo sempre più in alto
sino al cuore di dicembre,
l’anno scorso, ti ricordi? Scoprimmo i pulcini
fare le moltiplicazioni, io non ci credevo
troppo perso a contare la polvere
non vedevo le onde traslucide nell’aria,
troppo poco so ancora del silenzio
anche se vado tutti i pomeriggi a lezione
dallo sparviero sul filo del telefono alla Motta del lupo,
mi guarda come un arciduca e stiamo lì un paio d’ore
le sue orgogliose piume mosse dal vento
prima del tramonto, quando d’un tratto si alza
va via senza rumore senza neanche salutare
per chissà quali strade della notte
con l’ultimo sguardo che è già un appuntamento. Continua a leggere

10

Lirico terapia. Fabio Pusterla

Al castello

Dentro le cose, al nocciolo dei giorni,
tira un vento impetuoso. Sulle pietre
lise della cucina scorre l’acqua, nella casa
scricchiola il legno, l’ora;
fuori, la notte, un uomo che non vedi
strascina il proprio sacco di fatica:
foglie secche. Ci osservano
le cose, il loro immobile
resistere a quel vento. Alari, mensole.
Una scintilla pazza
imbocca la sua gola di camino
e poi scompare.

da Le cose senza storia

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Fra voi non sia così

«In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore (diàkonos), e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo (doùlos) di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». [Mc 10,35-45] Continua a leggere

14

Postile alla poesia, di Maurizio Soldini 4. La voce dei poeti

In questo nuovo appuntamento, il quarto, con la Rubrica Postille alla poesia, ho ritenuto necessario divagare dalla lettura dei singoli poeti, per affrontare un discorso più generale che riguarda la voce dei poeti che ha sempre avuto una certa risonanza tra la gente nel corso dei secoli e queste voci si sono sempre fatte sentire e comprendere e quindi hanno appassionato e anche scosso i popoli. 
Hanno urlato col canto, i poeti, più che le proprie ragioni, i propri sentimenti, questi sì. E le persone hanno sempre avuto maggior facilità a comprendere i poeti che non i filosofi e gli scienziati; e meno che mai i retori e i politici. Si pensi ad esempio al Cantico dei cantici, che con la sua voce poetica incanta ancora oggi il lettore con il rimando attraverso il canto al tema dell’amore colto nella sua più profonda dimensione antropologica. Continua a leggere

13