Sara FRUNER, La rossa goletta. Recensione di Antonio Fiori

Sara FRUNER

La rossa goletta

Crocetti, 2024

pp 200, E. 17,00

 

La goletta, nell’importazione dal francese, è un pesce – la nostra rondinella di mare, mentre nella più nota accezione è un piccolo veliero, apprezzato per la navigazione veloce.

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Cinema e poesia. La silenziosa poeticità del quotidiano. “Paterson” vs “Perfect Days”


 

 

 

di Raffaela Fazio

La mia premessa è scontata: le riflessioni che seguono non sono né specialistiche, né universali. Sono spunti che argomenterò con gli strumenti di cui dispongo: osservazione e gusto personale. Vorrei parlare brevemente di due film che hanno tentato, a mio parere, di veicolare un messaggio simile: portare alla luce, in contrasto con la frenesia del mondo contemporaneo, la silenziosa poeticità del quotidiano che si ripete, rinnovandosi, nelle piccole cose e nei gesti umili, senza effetti speciali e senza colpi di scena. Ritengo però che gli esiti siano diversi. Mi soffermerò maggiormente sul film che decisamente preferisco, “Paterson” (del 2016, scritto e diretto da Jim Jarmusch, con Adam Driver), entrando meno nel dettaglio di quello che è più ampiamente conosciuto (e apprezzato) dal pubblico italiano, “Perfect Days” (del 2023, diretto da Wim Wenders, con K?ji Yakusho). Il protagonista di “Paterson” è Paterson, autista di autobus a Paterson, cittadina del New Jersey; vive con la moglie Laura e con il loro cane Marvin e ha la passione della poesia. Il protagonista di “Perfect Days” è Hirayama, che vive da solo e lavora come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo; ama la musica, i libri e fotografare gli alberi. Continua a leggere

Disegnando “Il bambino e le isole”

Marco D’Aponte, Roberta Poggio, che ringrazio, e io abbiamo ragionato, lui con i colori e la matita, Roberta e io con le parole, a una brevissima traduzione in immagini, alcune ancora semplici bozze, del mio romanzo Il bambino e le isole (Un sogno di Calvino) edito da 66th&2nd.
Per visualizzare meglio le immagini, cliccateci sopra e le vedrete ingrandite.

Gino Rago su Avraham Ben Yitzhak  

Alla scoperta di un unicum nella Storia della politica e della letteratura occidentali del ‘900, ossia, Avraham Ben Yitzhak, il quale, per la poetessa Lea Goldberg:« Fu il primo poeta ebraico il cui orologio non indicava l’ora soltanto agli ebrei, ma scandiva il tempo della letteratura mondiale».

a cura di Gino Rago

Avraham Ben Yitzhak, Poesie, con un saggio di Lea Goldberg,
Ed. Portatori d’Acqua, Urbino, pp. 224, € 14,00
(Traduzione e cura di Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen

Questo libro è la storia del poeta Avraham Ben Yitzhak che, con appena undici poesie pubblicate in vita, cambiò la storia della letteratura occidentale, ed è anche la vicenda umana e letteraria del “Dottor Sonne”, il quale, con la sua erudizione e con i suoi silenzi epici, al Café Museum di Vienna influenzò fino al 1938, anno dell’annessione dell’Austria da parte dei nazisti e di Hitler, scrittori e artisti come Hermann Broch, Elias Canetti, James Joyce, Arthur Schnitzler, Robert Musil, Hugo von Hofmannsthal,  il musicista Arnold Schönberg e il pittore Georg Merkel.  Continua a leggere

Frammenti di Cinema # 81

di Pasquale Vitagliano

Nel film Mank (sulla vita dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz) del 2020 di David Fincher viene raccontato l’apologo della scimmietta e dell’organetto. Porta un vestitino rosso e legata ad una catena dorata balla. Devo essere proprio brava – pensa – se tutti restano a vedermi danzare. Sono proprio fortunata, solo io porto questa collana e se non ci fossi io questo poveraccio che mi accompagna morirebbe di fame. Chissà se Cita, la scimmia di Tarzan – il primo film della saga è Tarzan l’uomo scimmia del 1932 diretto da W. S. Van Dyke –, fosse consapevole di essere diventata famosa quanto l’uomo della giungla. Sicuramente lo intuisce in qualche modo King Kong –   un anno dopo, nel ’32 inizia la saga del gorilla gigante con il film diretto da Marian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack –, tanto che questa debolezza lo porterà alla distruzione. Può essere considerato il capostipite degli animali mostri nel cinema fino a Godzilla – che appare nel 1954 con il film del giapponese Ishiro Honda – e al T-Rex di Jurassic Park (1993) di Steven Spielberg. Mostruosa ma del tutto reale è un’altra sua creatura, Lo squalo girato nel 1975. Di recente, il film è stato addirittura accusato dalla cultura woke, quella del politicamente corretto, di aver diffamato un animale ignaro. Terrificanti sono anche Gli uccelli (1963) di Alfred Hitchcock. Ma al momento nessun animalista si è sollevato contro questo capolavoro.

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Mauro GERMANI, Reticenze. Nota di Giovanni Nuscis

Mauro GERMANI

RETICENZE

Racconti

Fallone Editore (2024)

 

Le ultime parole

Non voglio più tagliareessere tagliato. Basta. Queste che leggerete sono le mie ultime parole. D’ora in poi mi affiderò al silenzio e non sentirete più la mia voce. Ho compreso, infatti, che è tutto inutile, inutile e pericoloso. Le parole -più che pietre- sono vetri: tagliano e feriscono chi le pronuncia e chi le ascolta. Sono frammenti di specchi acuminati. Continua a leggere

Il corpo a corpo  con la poesia di Vanna Carlucci

di Alida Airaghi

In un intervento pubblicato il 24 gennaio di quest’anno su La Poesia e lo Spirito, Vanna Carlucci così si esprimeva riguardo al suo rapporto con la parola poetica: “Come è possibile allora, per me, spiegare che esiste un animale selvatico che vive al centro del mio petto. È – come direbbe Milowsz – il daimon della poesia ‘come se fosse balzata fuori una tigre’. L’artiglio della parola è tra le sue zampe e dilania, ferisce e svela un linguaggio che è una forma che sanguina, una ferita. La poesia, quindi, è azione, movimento felino, contatto tra corpi”. Continua a leggere

Graziella Tonon, Storia di Margherita

Storia di Margherita di Graziella Tonon
di Giorgio Morale

Con Storia di Margherita, un volume edito da La vita felice (2023) con una bella postfazione di Antonio Prete, Graziella Tonon perfeziona genere, linguaggio e voce che viene maturando da anni e che la rendono una presenza poetica riconoscibile. Definirei le sue raccolte novelle in versi. Volume dopo volume, assistiamo al consolidarsi di questo sottogenere non molto frequentato, se non addirittura inedito. Continua a leggere

Intervista a Pietro Russo

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

È nata vivendo. L’ho sentita, la canzone del titolo, l’ho pedinata, ho visto da dove veniva e mi sono unito al coro. Devo però essere chiaro su due aspetti: a) io sono stonato; b) il mio cantare è tangenziale, nel senso che il canto sarebbe andato avanti comunque, anche senza di me, come del resto accadrà un giorno. C’è sempre un canto da cantare: è privilegio esserne parte e accorgersi di questo. Un’esperienza di grazia, se così posso dire.

2) Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?

La poesia è il canto-vento del mondo, di questi tempi come in passato. Nessun angolo del mondo gli è estraneo. Se la ascolti bene ti porta in un posto di silenzio e verità di incomparabile bellezza, come quando ti sporgi a guardare un paesaggio mozzafiato e lì davanti, invece di prendere il cellulare e scattare una foto, pensi: “Eccomi, ci sono”. Una cosa non deve fare la poesia: compiacere e compiacersi. 

3) Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?

Da qualche tempo a questa parte, non troppo, per fortuna. Alla pratica-esercizio della poesia preferisco “abitare poeticamente il mondo”, il che si traduce in una veglia quotidiana molto impegnativa: essere presente, o cercare di esserlo, in ogni contesto della vita di relazione.


4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni. 

Mahmoud Darwish. I Salmi. E un Ur-Cantore che non esiste realmente ma, quando mi volgo ad esso, mi guarda indulgente con le sembianze incrociate di Leonard Cohen e Nick Cave. 

Cristiano Poletti, Un altro che ti scrive

a cura di Luca Pizzolitto

Se i piani temporali intersecano e sovrappongono nella narrazione diacronia e sincronia, può avvenire che una raccolta di poesie, composte in momenti diversi, si possa anche presentare come (e, di fatto, propriamente sia) un libro, coerente dal prologo all’epilogo, di un unico racconto poetico. E proprio con questa ambivalenza compositiva, si presenta l’ultima prova di Cristiano Poletti, bergamasco di Treviglio, proposta da Marcos y Marcos col titolo Un altro che ti scrive, che è quasi una dichiarazione di poetica. (…)
Quest’«altro che ti scrive» è pure una figura ambivalente, formata dall’intreccio di diverse possibilità: è il padre perduto, è l’interlocutore interiore del poeta, è un autore amato con cui egli si confronta, è un amico di avventura poetico-esistenziale, è il lettore… è, insomma, chiunque, reale o immaginario che sia, concorra a cercare le domande (non le risposte) che Cristiano formula e riformula, nella chiarezza adamantina (cioè luminosa e preziosa) del suo verso e nel nitore delle sue scelte metrico-musicali, per interrogare i tempi della vita e della storia, del viaggio e della sosta, del pensare e del sentire, del capire e dell’amare: per scoprire che «Ciò che è nascosto parla di noi. / Ciò che è sepolto parla con noi» e per «portarlo tutto nel corpo del testo». (…)

(“In un taglio strepitoso di luce”, di Gabrio Vitali, comparso su Ytali.com in data 27 giugno 2024)

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Lògos kritikòs

«La parola [lògos] di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne [kritikòs] i sentimenti e i pensieri del cuore. 

Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto. » [Ebr 4,12-13]

«In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». 

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».[Mc 10,17-27] Continua a leggere

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La giustizia. 5

La Giustizia 5.   Nelle pieghe della pratica
Tanti i significati e i sinonimi di “pratica”. Da quelli legati all’esperienza, ovvero abitudine, consuetudine, uso, procedura corrente, prassi; ai più concreti: documento, incartamento, fascicolo, cartella; fino ai più irridenti: papiello, scartoffia.
Tanti e tutti convergenti, questi significati, in una serie televisiva americana che li riassume e li denuncia fin dal titolo, scritto in minuscolo, the practice. Titolo umile, all’apparenza; in realtà carico di risvolti eroici nonché di venature ciniche. Risvolti e venature inevitabili nella pratica quotidiana di un piccolo studio legale, che nella raffinata ma insidiosa Boston, città di giardini ben curati, di grattacieli guardinghi, cerca di emergere, di farsi largo. E per riuscirci, si colloca nei pressi di una Giustizia che inizia e termina nelle aule del tribunale ma compie il suo percorso, essenzialmente, all’interno della  coscienza dei penalisti chiamati ogni giorno a misurarsi con i casi più diversi, con i più strani clienti. Clienti le cui pretese sono spesso impossibili, nel bene come nel male: l’anziano marito di una fumatrice accanita e defunta, dopo aver fatto causa all’azienda produttrice di sigarette si dichiara indisponibile a qualsiasi accordo, anche sottobanco, ed al mellifluo docente universitario che difende l’azienda e che conta, data l’età del querelante, su una sua prossima dipartita, promette di campare in eterno, o almeno fino a quando non otterrà ragione in giudizio. Un esibizionista recidivo, un omone grasso e patetico, messo alle strette dal suo difensore confessa candidamente di non sapere se riuscirà o meno a contenersi per il futuro. Una diciassettenne sorpresa a nascondere la droga ricevuta dal fratello, droga di cui non ha mai fatto uso, rischia una condanna a quindici anni a fronte di un patteggiamento di dieci mesi ridotto poi ulteriormente a quattro, ma rifiuta di confessare un reato non commesso e chiede al proprio avvocato di procedere, a qualsiasi costo. Inutilmente il difensore le prospetta la generosità dell’offerta, nonché le minime possibilità di assoluzione: la ragazza persiste, ha inteso, dice, unicamente proteggere il fratello, che si è poi dileguato lasciandola nei guai. Ed ora, cocciuta, non intende scontare alcuna pena, per il più semplice dei motivi: perché è innocente.   Continua a leggere

Il romanzo sul fútbol povero della vecchia Argentina (che ci riporta alla magia autentica del calcio)

da Rassegna Stampa Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera

Venerdì 27 settembre 2024

Rassegna antropologica (Minimi Tropici)

Il romanzo sul fútbol povero della vecchia Argentina (che ci riporta alla magia autentica del calcio)

di Mauro Francesco Minervino editorialista 

«Forse l’Occidente sta anticipando una religione e ancora non lo sa».

Lo scriveva alcuni decenni or sono Marc Augé in un breve, folgorante e ironico saggio — Football. Il calcio come fenomeno religioso — scritto in prima battuta per la rivista francese Le Débat nel 1982, e poi a lungo rivisto e aggiornato sin quasi ai giorni nostri. Nel calcio attuale, spiegava poi lo studioso francese, di fronte alle enormi trasformazioni recenti registratesi nello sport, si sono venuti via confermando i condizionamenti esterni ai fattori di specialità e all’etica del gioco. Fenomeni di grande scala sui quali, col suo acuminato sguardo da antropologo della contemporaneità applicato al football, Augé ci invitava infine a riflettere da par suo. Aspetti come la dimensione pervasiva dei giganteschi rapporti di forza economici e i crescenti interessi politici che sempre più sovrastano e deformano lo sport più popolare al mondo. Gli stadi, trasformati da campi sportivi in templi catodici ove si mette in scena e si celebra il più grande spettacolo di consumo delle società globali uniformate dalla contemporaneità. Continua a leggere