da qui
Occasione
Parsifal, il mea culpa di Wagner
Parsifal, il mea culpa di Wagner
di Riccardo Ferrazzi
In passato, quando le opere straniere venivano rappresentate in lingua italiana, si rendevano necessarie le cosiddette “versioni ritmiche”, nelle quali le battute del testo straniero erano tradotte in un improbabile italiano ottocentesco e, per così dire, “operistico”. Non era il massimo. Ma era difficile fare di meglio, perché non bastava tradurre: il testo andava cantato, quindi doveva avere la stessa metrica, le stesse pause e un suono il più possibile vicino all’originale.
Oggi (finalmente!) le opere liriche vengono rappresentate in lingua originale e i teatri si sono variamente attrezzati per aiutare lo spettatore a seguire i recitativi e tutto ciò che accade sul palcoscenico. Le versioni ritmiche non sono più necessarie. Del resto, le opere di repertorio sono famose, le vicende rappresentate sono note (almeno a grandi linee) e non è difficile farsi un’idea generale di ciò che succede sulla scena. Continua a leggere
Roberto Carifi
a cura di Giorgio Stella
Tra questi anni
Alcuni si amano, con una manciata
di secoli davanti alla fronte
e questa cosa distrutta dalle luci
è tutto il mondo, tutto. Sentite,
scavano sempre nel medesimo punto
con una furia lenta, qualcosa
che li divora e non avranno un resto
tra questi anni che non corrono,
non ora che la dèa delle domeniche
ha già baciato ogni panchina,
e non può fare altro
La Vita
Versi inediti di Saverio Bafaro
di Saverio Bafaro
Rosa bianca
Educheremo la tua piccola orchidea
a diventare nel mistero pertugio
feritoia di rispetto e gentilezza:
nostalgia floreale mai davvero arresa.
E un giorno scoprirai la sensazione
di restare d’un tratto gravida e innescata
come scintilla tra pietre ha fatto nascere
il Grande Fuoco da domare e tenere vivo.
È uno spettacolo…
Sano come un pesce, figlio di una dinastia
tornata in vita per amor di completezza e
desiderio di disegno del suo arco variopinto
nei nostri plurimi destini, innesto, sarò per te
come di nuovo del tutto illibato, rosa bianca
—
La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Giuliano Ladolfi
FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Giuliano Ladolfi
Per quanto la scienza e la tecnica abbiano fatto progressi enormi nell’indagare la natura, queste saranno sempre inadeguate nel rappresentare l’essere umano con le sue contraddizioni, i misteri, le luci e le ombre. Per Giuliano Ladolfi la poesia può farsi carico di questo compito ed essere parola-luce nel dialogo con l’altro e con il mistero. Il poeta tiene in mano la lucerna dello Spirito che guida nelle tenebre. Continua a leggere
Roberto Carifi
a cura di Giorgio Stella
15.
Quando svanivi, Giovanni quella casa dava sul bosco
quante domeniche correndo alla paura
stringeva l’orso, il soldatino, veniva il pianto
che gennaio conduce, debole luce che s’inginocchia
il giorno sul suo pallore… vedessi le anime dei santi
piccole fiamme costeggiavano il ponte, come svanivi
l’ombra dei tuoi capelli sul nostro viso
non c’è sorriso per l’infanzia muta, Giovanni
padre che morto ti veleggia il tempo
Fascino
Restituzione, di Ilaria Palomba
Recensione per Restituzione di Ilaria Palomba
(Interno Libri Edizioni, 2025)
di Francesco De Girolamo
La raccolta poetica Restituzione di Ilaria Palomba, pubblicata alla fine del 2025 da “Interno Libri Edizioni”, rappresenta il capitolo conclusivo e più luminoso di una densa quadrilogia sul dolore e l’esplorazione dell’“Io”. Il libro, impreziosito dalla prefazione di Gianpaolo G. Mastropasqua e dalla postfazione di Silvio Raffo, si propone come un diario catartico di una rinascita, capace di rielaborare un’originaria fase di crisi, dalla quale una personalità ferita e riemersa completa la sua parabola di un superamento, di una crescita e del suo percorso verso una consapevolezza più salda e profonda della propria volontà e potenzialità vitale. Continua a leggere
Konstantinos Kavafis
Qui non sono Cleone di cui tanto si è parlato
in Alessandria (che è così poco impressionabile),
famoso per le mie splendide dimore e i giardini,
per i cavalli e le carrozze,
per i gioielli e le sete che indossavo.
Lungi da me: qui non sono quel Cleone;
si cancelli la memoria dei suoi ventotto anni.
Qui sono Ignazio, il diacono, molto tardi
sono tornato in me; ma pur se tardi ho vissuto dieci mesi felici
nella pace e nella certezza di Cristo.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
Il dolce giogo
(Llevelyn Lloyd)
«In quel tempo, Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”» [Mt 11,25-30]
Paola Nasti per Nino Iacovella, La parte arida della pianura
Paola Nasti per Nino Iacovella, La parte arida della pianura
Pietre Vive Editore, 2026
Un padre, un figlio, nella pianura immensa e senza ombra della fine della storia. Il figlio, a cui cor-rispondere – perché la responsabilità di ogni genitore è, anzitutto, quella di articolare risposte, a partire dal cuore. Quale il dovere? Accompagnarlo, forse guidarlo, tra i detriti di uno scenario post-apocalittico? o fare poesia, anche a partire da questo scenario di morte? In uno dei primi testi del nuovo libro di Nino Iacovella, La parte arida della pianura (Pietre Vive Editore 2026), viene chiaramente configurato il dilemma: “…devo scegliere da quale parte stare. Se essere la tua guida nello stare in questo mondo, o rimanere all’interno di una torre d’avorio, più che di guardia, e abbandonarmi per sempre a questa corruzione dell’animo e dello sguardo che è la poesia.” (8). Continua a leggere
Gottfried Benn
a cura di Giorgio Stella
Ritocca sulle lastre gli io
con l’abito della luce,
le immagini, i contorni
del suo giudizio della lente:
là il sopracciglio, la guancia
qui non lo scorgete, sfuggente,
costretto dietro la maschera
il solo volto?
Sono occhi che conoscono il sonno,
la fronte dagli alti pensieri,
sono labbra che hanno chiamato –
ma che cosa è compiuto?
Le immagini, i contorni
immersi nell’inchiostro della luce,
sulla lastra gli io-
tratti del nulla.
Il modo migliore
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino
Georg Trakl
a cura di Giorgio Stella
Il sonno
Maledetti voi, veleni oscuri,
bianco sonno!
Questo stranissimo giardino
d’alberi crepuscolari
popolato di serpi e di falene,
di ragni, pipistrelli.
L’ombra, straniero, che hai perduta
nel rosso del tramonto:
un truce corsaro
nel salso mar della tristezza.
Sul ciglio della notte
s’alzano a volo uccelli bianchi
sopra crollanti città d’acciaio.
(trad. E. Pocar)
Pazienza
Nella terra del mito di Marina Torossi Tevini
di Chiara Mattioni
Finora della scrittrice triestina Marina Torossi Tevini, con all’attivo tre libri di poesie – quello di esordio Donne senza volto del 1991 (ed. Svevo) – e nove libri di prosa, vincitrice di vari premi letterari – si poteva senz’altro affermare che si tratta di una scrittrice molto generosa, e poliedrica. Ma con la pubblicazione dell’ultimo romanzo Nella terra del mito (Campanotto, 2026), possiamo aggiungere gli aggettivi di coraggiosa, moderna, innovativa, letterariamente agile. Perché in questo libro l’autrice, con una maestria non comune, riesce a infrangere tutte le regole del romanzo classico, a legare generi letterari e registri narrativi diversi amalgamandoli nel racconto del destino tragico di una famiglia. Nel contempo tiene a bada le vicissitudini di un secolo, con salti tra gli inizi del Novecento e gli anni Duemila, arco temporale in cui colloca le vicende dei suoi personaggi, all’inizio apparentemente slegate ma che alla fine si intersecano. Un romanzo non semplice all’approccio, a partire dalla ripartizione non in capitoli ma in parti, ma che, una volta trovato il bandolo, si snoda senza intoppi come un meccanismo oliato fino all’epilogo. Continua a leggere
Konstantinos Kavafis
Nella via
Il simpatico viso, un po’ pallido;
i suoi occhi castani, come pesti;
venticinque anni, ma ne dimostra venti;
un che di artistico nel vestire,
– il colore della cravatta, il taglio del colletto –
cammina senza meta nella via,
ancora come ipnotizzato dall’illecito piacere,
da quel piacere tanto illecito goduto.

















