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Lo stato dell’arte. Luca Pizzolitto

Essere del deserto, e nel deserto poeta d’amore, scriveva Ungaretti, alcuni decenni fa. Le cose non sono cambiate di tanto, secondo me. Anzi, sono peggiorate, si sono – in qualche misura – radicalizzate: il deserto che sta intorno e dentro (fisico, emotivo, relazionale, climatico) è ancora più deserto, terra di sabbia ed assenza, dove non giunge soffio del vento della speranza.

La poesia è un’oasi. La bellezza, è un’oasi. La preghiera (per chi crede), è un’oasi. Essere nel deserto poeta d’amore. Ecco il compito profondamente etico e civile che ha, secondo me, il poeta. Oggi più che mai. Farsi cercatore di ciò che sopravvive della bellezza, della luce, del canto, farsi portavoce di questi spazi in cui nasce e cresce la vita; luoghi interiori (ed esteriori) che non fanno rumore, che passano del tutto inosservati, travolti dal caos, dalle guerre, dal dolore che trasforma ormai ogni fiore in rovo.

Essere del deserto, ma nel deserto poeta d’amore.

Bisogna tornare / a inebriarci alla fontana: / bisogna tornare alla sete, scriveva in una tanto breve quando stupenda poesia il monaco e poeta argentino Hugo Mujica.

Sono convinto che il senso profondo ed indispensabile che la poesia (e l’arte, più in generale) custodiscono, specie in questi tempi, sia esattamente questo: disvelare, far emergere quella sete che abita ogni uomo, accompagnandolo poi, attraverso il sentiero della bellezza, alla fontana che disseta. Una volta effettuato questo percorso, la sete tornerà, magari più intensa ed esigente di prima. Nel cammino che va dalla sete alla fontana (e viceversa) è racchiuso, secondo me, quel tratto di strada su cui ancora può attecchire la speranza, la non accettazione di una realtà composta esclusivamente dalla violenza, dall’inganno, dal dolore che uccide ogni anelito di domani.

Lungo questo sentiero, ci attende e conduce la poesia. Capace di dire il dolore, l’asfissia che sta intorno ma anche in grado di intravedere i fiori che crescono a strapiombo sul ciglio della strada, la pioggia che concima e conserva la vita; e tutto questo, insieme al dolore, al gelo, al pianto, cantare.

Intervista a Antonio Fiori

di Luca Pizzolitto

1) “La stessa persona” è una raccolta di poesie che viene pubblicata a poco più di un anno di distanza da “Vita di un altro” (Inschibbolet, 2023). Partiamo dai titoli, entrando passo passo nella tua scrittura: c’è continuità con il libro precedente o, come sembri voler suggerire fin dalla copertina, una profonda frattura?

In comune, gli ultimi due libri, hanno la convulsa ricerca di me stesso. In “Vita di un altro” mi cerco negli altri (nella poesia degli amici, nei poeti immaginari e nei ricordi, più o meno autobiografici, di una fraterna amicizia); quest’anno invece, con “La stessa persona”, ritorno ad una raccolta poetica classica, divisa in due sezioni – quella eponima e una seconda più escatologica e religiosa – con testi prevalentemente epigrammatici. Risulta, credo, abbastanza evidente il denudamento tipico indotto dagli esami di coscienza. Continua a leggere→

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Intervista a Franca Alaimo

di Luca Pizzolitto

“100 poesie”, la tua raccolta poetica, di imminente pubblicazione, racchiude poesie intense nella loro brevità, a differenza della tua opera precedente, in cui ti sei confrontata, da un punto di vista formale, con il poemetto. Quale di queste due modalità di scrittura senti più affine?

I “Sette poemetti” (l’opera che precede “100 poesie”) non costituiscono un caso isolato all’interno della mia scrittura poetica. Mi sono cimentata altre due volte nella forma del poemetto (“Samâdhi”, Bastogi 2000; “Giorni d’Aprile”, Fondazione Thule, 2002) e molte altre raccolte, in quanto ruotanti su un solo tema, possono definirsi poematiche, anche se composte da un certo numero di testi più o meno lunghi.
In altre raccolte, invece, sperimento la quartina o la folgorante forma compositiva degli haiku e dei tanka.
Mi piace, insomma, fare esperienza della parola. Però, non saprei dire quale delle due modalità di scrittura mi sia più congeniale. A pensarci bene, direi che è il mio ritmo interiore a dettare, pressoché inconsapevolmente,  il respiro, sintetico o effuso, dei versi che scrivo. Continua a leggere→

Mauro Ferrari, Seracchi e morene

a cura di Luca Pizzolitto

Mauro Ferrari, Seracchi e morene (Passigli, 2024, prefazione di Giancarlo Pontiggia).

L’uomo che in fuga dalle raffiche
copre gli occhi al figlio,
la donna che tocca la sponda
pensando d’essere infine,
dopo la traversata
del deserto e del dolore,

salva; i mutilati dal dolore
nel buio in stanze bianche,
il condannato che non sa;
e qui vicino a te l’amico in giardino,
la madre che scende le scale
e il bimbo col suo canto d’innocenza:

contro lo sbriciolarsi insensato
innalzano preghiere
e implorano misericordia
per colpe e peccati incomprensibili.
Ma nulla ferma il martellare cieco.

Allora – e non è poco, forse è tutto –
dobbiamo resistere
amando la bellezza,
crearla se possiamo,
proteggere la sua fragilità
e il vero e il giusto
– gli altri suoi nomi –
tenendo l’asse in equilibrio
mentre tutto vacilla.

(In questo buio e in questo freddo
ho contemplato e serbo in me il tuo corpo
nudo che entrava in acqua sorridente
sotto sguardi inconsapevoli:
perché il segreto è ben riposto
fra gli occhi, che accolgono la vista,
la mente, che comprende,
e il cuore che gioisce: e mai saprai
se la battaglia è vinta o persa,
se l’attimo di luce è un accendersi o uno spegnersi).

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Intervista a Ilaria Amodio

a cura di Luca Pizzolitto

1)  “Foglia e Radice” è il tuo esordio poetico: cosa spinge, oggi, un’autrice a scegliere la strada della pubblicazione di un libro cartaceo, nonostante la vetrina frequentatissima dei vari social?

Credo che scrivere un libro sia come partorirsi e anche la consegna della propria opera nelle mani del lettore è un atto di fiducia.
C’è una responsabilità dietro a questo perché i libri sono nostra eredità spirituale e si scrive non solo per se stessi, anche per gli altri; per dare voce a un vuoto che in qualche modo appartiene a tutti.
I social possono essere una vetrina utile per promuovere un’immagine, ma credo che l’autenticità risieda altrove: nell’incontro tangibile con l’altro.
Un libro lo puoi toccare, puoi sentire l’odore delle pagine appena stampate, c’è un coinvolgimento sensoriale che uno schermo non può restituire allo stesso modo.
Per questo ritrovo nel libro cartaceo un tentativo di scrittura più incisivo e autentico, un mezzo dove più si svela l’essenza, non l’apparire.
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Danila Di Croce: “Ciò che vedo è la luce”


[foto di Lena Polishko]

a cura di Luca Pizzolitto

La poesia, se davvero è tale (e mi scuso della precisazione, ma oggi e assolutamente necessaria), ha sempre a che fare con le parole dell’amore, così inevitabilmente chi la scrive e chi la legge. Quale poesia può fare a meno di una parola che sia totalmente nata da una profonda cura, da una premura speciale? Quale poesia potrà essere fondata su una parola che non sia stata coltivata nel silenzio fertile di una profonda meditazione? Di un contemplare la bellezza in ogni suo aspetto, e di averne fatto un lavoro! Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando? scrisse Joseph Conrad. La ricerca della bellezza diventa un’ossessione, scovarla anche e soprattutto dove pare proprio non poterci essere, dove tutti dicono: impossibile. (…)
Tutto il libro è permeato da un dialogo segreto. Dico segreto perché, pur potendo apparire anche chiaro talvolta, non e mai del tutto svelato dall’autrice. Tranne forse in una o due occasioni. Ma c’è un tu, a cui i versi sovente si rivolgono, in un dialogo costante e estremamente fertile. Il dono enorme, maestoso che Danila ci fa, è di portarci con lei, di non tagliarci fuori. Questo senza che nulla si perda della sincera e profonda intimità che contraddistingue tutta l’opera. Ma se leggiamo, e soprattutto se lo facciamo ad alta voce, diventiamo la poetessa, o il poeta, che ha scritto queste poesie. Diventiamo noi stessi protagonisti di quel dialogo segreto, mentre il tu resta lo stesso, minuscolo e altissimo, familiare e divino, così lontano così vicino, per citare il titolo di un film bellissimo di Wim Wenders. Come sempre accade nella grande poesia, che diventa sempre di chi la legge (…)

Dalla prefazione di Massimiliano Bardotti

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Pianure d’obbedienza di Marina Minet

a cura di Luca Pizzolitto

La raccolta “Pianure d’obbedienza” abbraccia la vastità poetica del cammino spirituale dell’autrice in tutte le sue forme. Tessuta alacremente fin dagli albori dell’infanzia, la gestazione si estende fino ad oggi, arricchendosi ulteriormente di studi e vissuti, che la poeta ha coltivato negli anni.
(…)
La sua poetica si muove in una terra metaforica che incanta,  per consegnarci un messaggio evangelico puro, totalmente fedele alla sincerità della parola. Leggendo questi versi si ha la sensazione che l’autrice sia riuscita ad accedere alla dimensione più profonda dell’esistenza. L’integrità di ogni concetto, sempre finalizzato al compimento, scorre sicuro, addentrandosi oltre, dove la poesia raggiunge le più alte vette dell’amore.

(Dalla “Nota a margine” di Maria Pina Ciancio)


Poesie da Pianure d’obbedienza (Macabor, 2023) Continua a leggere→

Intervista a Daìta Martinez

di Luca Pizzolitto

La tua scrittura poetica è, dal mio punto di vista, una scrittura particolare, di ricerca, di intersezione tra vari mondi e percorsi (poetici). È stata, fin dall’inizio, questa – la dimensione del tuo scrivere -, o ci sono state fasi diverse che hai attraversato?

Non un punto di intersezione ma un sussurro di parola, luogo e origine di suono, il respiro nel cuore del silenzio. E nel silenzio l’estensione del mio scrivere, gesto che trova spazio in quel prima dello sguardo, ombra e immagine di una ricerca simmetrica all’interezza di una ferita schiusa nel cammino.

“Nell’ora dell’aurora” è una raccolta in cui un’esperienza tua personale di dolore molto forte trova spazio (e redenzione?) nella scrittura. Qual è (o quali sono) i riverberi che lo scrivere poetico ha/hanno su di te?

Nell’ora dell’aurora è l’ora esatta di un infinito farsi luce nel nome del padre. Un padre, il mio papà, nella dimensione altra eppure vita presente che mi racconta figlia nello spazio privilegiato di una promessa sua a me, promessa che ha forma di una carezza che provo a trattenere dove è preghiera il mio chiedere a lui perdono per ogni mio istante distratto alla sua voce. Il riflesso della parola sulla linea delle ciglia è una piccola goccia di rugiada, mia sintassi d’attesa, sintomo di una sempre attesa. 

Progetti per il futuro: stai già lavorando a qualcosa oppure attraverserai una fase di “meritato riposo”?

Impossibile, o almeno lo è per me, il “meritato riposo”, perché è sempre la scrittura a determinare il suo momento, così accade di non scrivere per giorni o mesi, poi l’improvviso sopra a ogni mia ritrosia. Il futuro è già un presente progettuale. È un alito di vento tutto dentro a una narrazione in movimento. 

Tre poetesse/poeti (e relative opere) che sono stati “punti cardine” all’interno del tuo percorso poetico.

Difficilissimo rispondere.
Tre incontri ricorsivi, oggi: Paola Malavasi, A questo servono le lacrime, Interlinea, 2006
Piera Oppezzo, Una lucida disperazione, Interlinea, 2016
Alejandra Pizarnik, Poesia completa, LietoColle, 2018

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Quattro libri in commercio col divino

di Alberto Fraccacreta

Dietrich Bonhoeffer, Poesie (testo tedesco a fronte, introduzione e traduzione a cura di Alberto Melloni, Marietti)

Le liriche di Bonhoeffer, teologo evangelico ucciso nell’aprile 1945 per aver aderito al complotto contro Hitler, «sono accomunate – nota Melloni – dalla “scrittura notturna”, diversificate nel verso (ora libero, ora legato a un metro e alla rima), con echi a volta espliciti, ma spesso impliciti alla tradizione musicale tedesca, al patrimonio innologico luterano, non meno che al linguaggio biblico». Continua a leggere→

Sohrab Sepehri, “Un’oasi nell’attimo”

di Luca Pizzolitto

da Sohrab Sepehri, “Un’oasi nell’attimo” (Jouvence 2022, traduzione a cura di Faezeh Mardani e Francesco Occhetto)

(…) Così che il lettore scopre in lui la potenza circolare del sapere poetico e mitico che affratella i popoli piuttosto che separarli come fanno l’economia, la politica, e spesso anche le religioni quando diventano istituzioni e dogmi. Sepehri sa fondere il livello mistico e spirituale della sua esperienza con quello quotidiano: ed eccolo che si siede “sul bordo della vasca in cortile:/ pesciolini, luce, io, fiore, acqua”. Sembra che parli di un riflesso, forse parla proprio di questo, ma di un riflesso che ai suoi occhi è grappolo puro di vita. (…)
(dalla postfazione di Giuseppe Conte) Continua a leggere→

Poesie tratte da Odisseas Elitis, È presto ancora… (Donzelli 2000)

a cura di Luca Pizzolitto

Un abisso sembra ergersi fra noi e il mondo, mentre “la vita reca l’obolo della foglia d’ulivo”: leggere Odisseas Elitis significa sperimentare e scandagliare i meandri del vuoto, rimanere altrettanto ancorati alla ricerca del “movimento segreto delle cose. Per Elitis questo inesauribile cercare, manifestare, comprendere, si definisce in poesia, unico spazio di infinita vitalità e divenire, avamposto indiscusso di luce e di speranza.

(…)

“Permettetemi di chiedervi di parlare nel nome della luminosità e della trasparenza. Lo spazio in cui ho vissuto e dove sono stato capace di riempire me stesso è definito da queste due frasi. (…) Non sto parlando della comune e naturale capacità di percepire gli oggetti nei loro dettagli, ma della forza della metafora di trattenere la loro essenza, e di portare loro a uno stato di purezza che il loro significato metafisico appare come una rivelazione”.

Tratto da Francisco Soriano, “Il mistero della luce. Sulla poesia di Odisseas Elitis” (Pangea, 4 novembre 2022) Continua a leggere→

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Intervista a Gisella Genna

di Luca Pizzolitto

Il tuo esordio poetico (“Quarta stella”, Interno Poesia 2020) è avvenuto che avevi poco più di 45 anni. È stata una folgorazione in età adulta, il tuo incontro con la poesia, oppure un qualcosa cresciuto nell’ombra a lungo e che poi, ad un certo punto, ha preso forma e sostanza in un libro vero e proprio?

Ho sempre letto e amato la poesia, sin da giovanissima, ma non avevo mai pensato di intraprendere seriamente il percorso della scrittura poetica. Forse è giusto parlare di folgorazione, perché intorno al 2014, inaspettatamente, ho sentito affiorare con potenza qualcosa che si muoveva nella direzione della scrittura. Ho iniziato a lavorare a diversi testi ma è occorso del tempo prima che mi sentissi pronta a far leggere ad altri quello che avevo messo giù in versi. L’idea della raccolta è arrivata negli anni successivi e ha preso forma molto lentamente. Continua a leggere→

Alessandra Giappi, La perfezione del giorno

a cura di Luca Pizzolitto

(…) Questo intreccio di etica ed estetica è un tratto caratterizzante di Giappi, profondamente convinta della funzione anche civile della poesia, pur scevra da ogni schematismo ideologico. Toccando la storia con mano lieve, Giappi sta sempre dalla parte giusta, che è poi quella dell’umanità, della pace, della civiltà: il Tibet oppresso, le Due torri abbattute, la Terrasanta in fiamme.
Se la piazza “piazza coperta di sangue e di fiori” si fa il luogo fisico di una polarità di fondo, “sangue su neve” è l’immagine che fissa lo stato d’animo di un rosso amore che “fiorisce”, nel bianco inverno: un apparente ossimoro, una sintesi rivelatrice.
Non dirò del linguaggio se non della sua trasparenza ed esattezza, frutto (immagino) di uno strenuo lavoro di lima e soprattutto (ne sono certo) di un addestramento interiore, di un’autoeducazione al culto della parola precisa e semplice, direi nuda come la verità.

Pietro Gibellini (dalla quarta di copertina) Continua a leggere→

Intervista ad Anita Piscazzi


di Luca Pizzolitto

Poetessa e musicista, due manifestazioni che caratterizzano il tuo percorso artistico e di vita. Poesia e musica, che spesso si sfiorano, si intersecano; altre volte, invece, percorrono sentieri distanti tra loro.

Che importanza hanno, nella tua vita, queste due anime e in che modo, nella tua esperienza, si sfiorano, si intersecano o si distanziano? Continua a leggere→

Intervista a Emiliano Cribari

di Luca Pizzolitto

1) Emiliano: poeta, fotografo, guida ambientale escursionistica; hai mollato tutto per dedicarti interamente a queste tre cose. In che misura espressioni artistiche così affini tra loro diventano un tutt’uno nell’espressione della tua persona, e quanto invece mantengono dei confini precisi, amplificando invece diverse sfaccettature di te, del tuo percorso di vita?
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Luca PIZZOLITTO, Crocevia dei cammini. Nota di Giovanni Nuscis

In quest’ultimo libro di poesie di Luca Pizzolitto, Crocevia dei cammini si nota subito il ricorrere di alcune parole: lontananza e dolore, in particolare, ma anche esilio, silenzio, cenere, Dio, fede. In poesia, più che negli altri generi letterari, le parole, soprattutto se ripetute, aprono a mondi e a interpretazioni che possono avvicinare all’essenza dell’opera, e che non vanno pertanto trascurate; pur nei confini fluidi che rendono i versi creature delicate, sfaccettate, polisemiche. A differenza della narrativa, con riferimento al concetto di esattezza definito da Calvino nelle sue Lezioni americane Continua a leggere→

Intervista a Ezio Settembri

di Luca Pizzolitto

1) La primissima domanda che ti faccio, prima di entrare, più nello specifico, nella tua raccolta è la cosa che, fin da subito, mi ha incuriosito: questo è il tuo esordio poetico, a 40 anni; ma ti sei, da sempre forse, occupato di poesia. Questa tua attività di studio verso la poesia è sempre stata accompagnata dalla scrittura, o la scrittura poetica è un qualcosa che è venuto dopo, negli ultimi anni? Continua a leggere→

Intervista a Biagio Accardo


di Luca Pizzolitto

1 domanda: Luce del più vasto giorno (la tua ultima silloge) ripercorre un arco di vita di più di dieci anni: poesie scritte due lustri fa, altre composte in un periodo intermedio, altre in questi ultimi mesi. Com’ è stato il lavoro di revisione ed unione di testi così distanti nel tempo? Continua a leggere→

INTERVISTA A MASSIMILIANO BARDOTTI

di Luca Pizzolitto

 

  1. Io ti dico “Poesia” e tu, in cinque righe, scrivi cosa vuoi…

 

In alcune tradizioni orientali il simbolo della poesia sono le foreste di bambù: quando soffia il vento, una musica meravigliosa si leva nell’aria. Ma le canne da sole non possono nulla, e anche il vento per tramutarsi in musica ha bisogno di uno strumento. Il vento è l’ispirazione, la canna il poeta. Da questa segreta relazione nasce il mistero della poesia. Continua a leggere→

Il dramma dell’umana conoscenza in Luca Pizzolitto, di Franca Alaimo

La poesia di Luca Pizzolitto si innesta talentuosamente nella letteratura a tema religioso rielaborandone motivi e formule, ma certamente due sono i maestri convocati in un ideale e fitto dialogo d’anima.

Essi sono Qohèlet e Davide Maria Turoldo, che nomina il misterioso ebreo in uno dei testi di Nel segno del Tau. Del primo Guido Ceronetti ebbe a dire, sintetizzando il contraddittorio del suo pensiero nel termine “qoheleticità”, che comunque la sua costante «è l’impenetrabilità delle cose, che Dio non vuole siano trovate», perché la sua sola finalità è che l’uomo viva nella sua eterna ignoranza, in ogni grado del suo piacere e del suo dolore, di quel che Dio è e fa». Del secondo Luciano Erba scrive che «Nella lotta con l’angelo del Nulla, dalla prima all’ultima prova poetica, accade per altro che l’autore riesca, creda di riuscire a divincolarsi (…), a potere avere il sopravvento: “canta” allora, come dice lui (…), il Tutto, senza che questo Tutto presuma filosofiche o mistiche alternanze, pronte ad annullarlo». È il momento in cui la vita viene lodata in un impeto irrazionale di gioia.  Continua a leggere→