Archivi autore: fabrizio centofanti

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Lo stato dell’arte. Paolo Parrini

Secondo me, e ti parlo sulla base della mia esperienza poetica e di vita, la poesia dovrebbe avere ancora più rilevanza. Intendo questo: al di là del mio personale scrivere, io son ben consapevole della mia piccolezza e credo   fermamente che dentro questa vita sia parte davvero fondamentale la lettura, lettura che viene sempre prima della scrittura e la nutre e la rende migliore.

Leggere poesia e farlo se possibile ad alta voce, quotidianamente, aiuta moltissimo.

Il suono , la musicalità nutrono l’anima anche nelle giornate più grigie. Continua a leggere→

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Lo stato dell’arte. Valentino Fossati

1. La poesia ha ancora qualcosa da dire?

La poesia comincia a modellarsi e manifestarsi nella notte (o nell’alba) dei tempi; e non dovrebbe, ora men che mai, e dopo questo lunghissimo viaggio, cercare cosa ‘dire’ o, peggio ancora, giustificarsi su cosa attraverso di lei si vorrebbe dire. La poesia è accadere di parole viventi, e come tali con un peso specifico notevolmente più grande, rispetto alla parola definita ordinaria. Parole, corpi viventi: il solo luogo della poesia – ascoltata, letta – è dove essa produce un incontro, si incontra, e incontrandola, facendoci attraversare attraverso le sue infinite risonanze, ci fa intravedere, ci rivela in filigrana i contorni di un volto: non (solo) il volto biografico di chi ha scritto, ma un volto oltre, che ci mostra una visione del mondo, una narrazione più o meno segreta; che ci rivela un destino che potrebbe appartenerci, o forse, un giorno ci apparterrà, e lo riconosceremo. Continua a leggere→

Lo stato dell’arte. Rossella Tempesta

Qual è lo stato dell’arte?

Ho la sensazione (forse la speranza) che, allo stato contemporaneo, l’arte e gli artisti che la creano si siano più che prima prefissi il compito di risvegliare, o almeno stimolare,  la coscienza umana e in quella la consapevolezza rispetto alle eterne filosofiche domande chi siamo, come interagiamo con gli altri, quali i sistemi, come con la Natura, Dio o la creazione, l’Universo… Continua a leggere→

Poesia recisa, di Giorgio Stella

Il più profondo dei tuoi pensieri,
il più dimostrato dei tuoi anni,
il soffio più svezzato che dimora nei letti senza croce.
La più bella voce che hai udito nel cuore,
gli schiaffi più veloci,
i patti più disarticolati,
i nasi più arrossati
nel vino e nella cocaina.
La locandina del film più gettonato.
Il verbo più gridato
dal podio del sacrificio.
Il dentifricio più secco
nella mattina più parabolica,
e l’erba più allucinogena
dei più potenti antidepressivi.
E i preservativi più sicuri della morte.
E le più scottanti abbronzature.
Sono solo sottigliezze,
sono solo sfumature.
Sono nere righe d’inchiostro
nel libro dei posteri.
(Nella più dolce delle ipotesi).

 

Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 2

Duemila. La tribù delle storie

Il Silenzio 2.   Traduco, dunque sono

Ipotizzare, e poi magari individuare un territorio dove il Silenzio regni sovrano, indisturbato, autosufficiente, è indubbiamente un’ipotesi ardita. Non però se l’ipotesi è annidata nel cuore stesso della parola, nel divenire dell’esistenza, nella memoria di chi narra: “Vivere, esistere, forse raccontare. Tradurre vuol dire trascrivere i silenzi del vissuto e i suoi rumori, traslare le sue voci e forme in un piano che sfugge; perché vita e biografia sono un libro con testo a fronte, ma a separarle c’è un candido vuoto”.  Continua a leggere→

La parola ai poeti. Sonia Ciuffetelli

Scopro il mondo letterario come cadendo nella tana del coniglio di Alice.
La caduta è libera e attraversa un lungo, mirabile tratto. Sono una bambina, ogni evento è una scoperta.
Mi ritrovo nella biblioteca monumentale di uno zio che all’epoca consideravo anziano e che fino a quel momento non avevo ancora conosciuto. Lo zio abitava a Roma, io ero all’Aquila. Entro in casa e scopro che l’appartamento è di fatto una biblioteca. La stanza della poesia, il salone della letteratura antica e del cinema, lo studiolo delle opere varie e della saggistica. Lui è Sabatino Ciuffini (ed io Ciuffetelli), poeta e sceneggiatore, ha già scritto diversi film per il cinema, tra i più noti il Don Giovanni in Sicilia di Alberto Lattuada e Er più, storia d’amore e di coltello.
In quegli anni, quando lo conosco, sta scrivendo per Sergio Corbucci Pari e dispari, film interpretato da Bud Spencer e Terence Hill; lo zio è un letterato, conosce a fondo la poesia classica e legge le opere in latino e greco. La sua casa in ogni dettaglio, lo rappresenta. 
È in questo posto che inizio a conoscere i libri, la poesia, il cinema, la musica classica. Vivo le visite e l’accesso alla biblioteca come una trasgressione e come una opportunità. Scelgo i libri che mi incuriosiscono e inizio a leggere poesia in virtù della sua forma breve, che mi consente di non attardarmi troppo. Mi chiamano dalle altre stanze, la vita stessa mi coinvolge.
In famiglia capiscono subito che mi piace la letteratura, è una tara genetica, non sono la prima. Quello che non sanno ancora è che scrivo poesie di nascosto e le chiudo con il lucchetto nel diario segreto verde, la copertina di velluto.

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L’umano che qui accade. Giovanni Testori e la dismisura della figliolanza

di Gian Piero Stefanoni

“a quattro passi dalla latrina-cesso,/nel nero bosco/delle fiere”

Se spesso allora il bosco è solo nuda Croce, come appunto da Jammes, l’agone è quello di un deserto nella cui disputa si decide, nella sua misura e nella sua struttura, il senso stesso di una modernità separata dal suo sapersi.  

L’agone è in un principio di realtà il cui permanere non è in se stesso, nella continuità e nell’azione di un pensiero concretamente nella domanda del suo presente, ma in una coatta e manipolata mancanza nella cui compressione, di identità e nomi, di aspirazioni e legami, è possibile scorgere l’espressione e lo svuotamento di un male che una volta in atto è difficile frenare. Continua a leggere→

Lo stato dell’arte. Fernando Della Posta

Forse in controtendenza con il parere di molti, credo che lo stato dell’arte sia buono. 
Viviamo in un’epoca fortunata, un’epoca di benessere e di conoscenza diffusi, in cui si vive molto più a lungo, quasi una volta e mezza in più rispetto anche alle nostre generazioni immediatamente precedenti. Un’epoca che ha ereditato tutta una serie di conquiste tecnologiche e sociopolitiche mirate alla pacifica convivenza di tutti sul pianeta e con il pianeta.
Uno stato dell’arte a buon punto ma che, però, non esclude assolutamente il fatto che non sia continuamente in pericolo e nemmeno che tutte le sue potenzialità siano state pienamente sfruttate. Sarebbe alquanto stupido, inoltre, non rendersi conto che tutte queste ricchezze non sono ancora per niente alla portata di tutti nel mondo.
L’allerta e la tensione volta al continuo miglioramento, quindi, non devono mai cessare.  Continua a leggere→

Intervista a Carlo Giacobbi

di Luca Pizzolitto

Questo libro è l’ideale prosecuzione di “Abitare il transito” (Arcipelago Itaca, 2021). In mezzo, c’è una raccolta poetica molto diversa, sia per stile di scrittura che per argomenti: “Anche quando è malora” (Arcipelago Itaca 2023). Con questa raccolta ritorni ad una fase precedente, ci troviamo di fronte ad un’ulteriore evoluzione, all’interno del tuo percorso?


Direi che
dopo l’esperienza di Anche quando è malora – nella quale ho utilizzato temi per così dire più bassi e quotidiani con un linguaggio crudo e diretto – ho avvertito la necessità di recuperare il lirismo di
Abitare il transito. Con Erbe d’esilio intendo dar seguito all’indagine, a me cara, sul senso del nostro essere nel mondo, in una tensione dialettica mai esauribile, tra finitudine e assoluto, incompiutezza e compimento, dolore e speranza.

2) Come avviene, per te, il processo di scrittura poetico? In quanto tempo nasce, e si consolida, generalmente, una raccolta?


È sempre difficile rispondere a questa domanda. In via approssimativa posso dire che prima vivo e poi scrivo. Per me è necessario – affinché la poesia sia autentica – che il verso restituisca – certo in termini trasfigurati – la propria esperienza. Un’esperienza che se osservata con attenzione, induce ad una profondità di pensiero che c
hiede di condensarsi nel verso, di dirsi, insomma. La mia gestazione poetica nasce da questa acutezza sensoriale: un ricordo, una particolare sfumatura del cielo, un oggetto, possono essere rivelatori di “provviste poetiche”, di appunti, mezzi versi, bozze da correggere. Quando sento di dover dare voce a questa attività di raccolta dei dati, allora entro in uno stato febbrile: devo scrivere poesia, esiste solo la poesia. Erbe dell’esilio ha avuto una gestazione di circa quattro mesi, ma quattro mesi in cui pensavo – nei limiti del possibile – solo alla raccolta, alla sua stesura, al suo divenire. E questo, sia che camminassi, sia che viaggiassi in auto, sia che stessi lavorando.

3) Nella vita, fai una professione che immagino occupi una parte considerevole della tua giornata: l’avvocato. Quanto tempo rimane, e in quali momenti, per la lettura e scrittura poetica?


La mia attività professionale – certo – mi toglie molto tempo. Cerco di ovviare a tale inconveniente alzandomi la mattina anche alle 5,30 per scrivere. Per quanto concerne la lettura, il momento privilegiato è prima di andare a dormire, dove nel silenzio posso immergermi nei versi degli alt
ri per trarne nutrimento in termini di ispirazione e di acquisizione di più efficaci tecniche compositive.

4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi

Mario Luzi (ad esempio Per il battesimo dei nostri frammenti); Mark Strand (potrei indicare a titolo esemplificativo la raccolta L’inizio di una sedia); Rilke (Il libro d’ore e le Elegie duinesi).

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Fate questo in memoria di me»

[Mc 14, 12-26]

 

?La festa del Corpus Domini è l’occasione per ripensare l’Eucaristia.

Poche feste, come questa, hanno inciso nella cultura popolare e devozionale.

Da quando è stata istituita in epoca medievale, ha segnato ritualità e comportamenti devozionali tali da restare ancora vivi. Specialmente in Italia, non c’è regione che non abbia una sua festa del Corpus Domini segnata da figure e infiorate, che, come spesso accade, hanno finito per prendere il sopravvento sul senso ultimo della  festa stessa.

L’intimo legame di questa festa con il Giovedì Santo deve restare il filo conduttore che possa guidarci, oltre i sopravvenuti appesantimenti misticheggianti e devozionali, alla ricerca del senso intimo della festa.

La lettura del vangelo proposto oggi ci porta subito nell’ambito di origine di quanto stiamo cercando: l’ultima cena di Gesù con i suoi. Qualunque altro discorso che non parta da qui corre Continua a leggere→

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Lo stato dell’arte. Marina Massenz

Nel dialogo tra soggettività e mondo trovo che ci sia già una parziale risposta alla domanda: la poesia ha ancora qualcosa da dire? Sì, perché c’è un soggetto che si apre al mondo, non sta o si sente chiuso tra le inferriate della propria cella personale, ma dialoga appunto, con il fuori da sé. In questo la poesia svolge un ruolo, proprio perché apre la mente e la sensibilità, le accresce secondo me, e questo è un contributo importante anche per avvicinarsi ad un senso che non sia solamente legato al benessere materiale, al presente quotidiano affaccendarsi, ma che connetta ad un “oltre” che riguarda l’umanità intera. Ecco, la poesia serve per l’accrescimento spirituale del soggetto che legge, proprio perché non parla la lingua del “fare” ma quella del sentire. Non è necessario che la poesia guidi verso un certo cammino, deve riuscire con i suoi versi a far sentire chi legge già fuori dalle “cure” , già rivolto ad un pensiero ed un sentimento che lo elevi dal presente e lo proietti verso un futuro. E’ così che si fa speranza, nel lievitare verso orizzonti di senso non contenuti nel qui ed ora, ma rivolti ad un possibile essere diversi, più aperti, sensibili, come dicevo, ma anche più critici, non assimilati alle mode di questa epoca, già capaci di fare breccia con la propria soggettività. Continua a leggere→