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Incontrare Dio
L’arte dello Scrivere, di Gualberto Alvino. 4
Ogni poeta deve fabbricarsi il proprio suono, fondare un mondo e una lingua che non lo veicoli ma lo metta in forma, perché l’unica sostanza della poesia è lo stile: la passione di Cristo o il singhiozzo d’un batterio vi hanno pari diritti di cittadinanza, identica valenza.
La partita della qualità si decide inevitabilmente in sede linguistica.
Il punto. 3 (Manifesto)
In potenza siamo molte cose: un’energia allo stato puro che tende verso una realizzazione. Ma è l’atto che ci definisce. È l’idea di progetto: chi siamo veramente? Conosciamo il nostro destino, ciò per cui siamo al mondo? Ci interessa? Lo spartiacque tra superficialità e profondità sta in questo punto. Dove trovare gli strumenti per conoscersi? Secoli di percorsi spirituali e decenni di studi sulla psiche ci stanno alle spalle: sono sufficienti? L’esperienza e la competenza altrui permettono di riconoscere l’unico e l’irripetibile, la realtà originale e non replicabile che è in noi? È evidente che, non trascurando gli strumenti messi a disposizione dalla cultura e dalla storia, occorre trovare vie che facciano procedere nella ricerca. C’è un Oltre che ci supera. Un Essere che ci contiene, al quale siamo noti. Mancasse questo, non sapremmo mai chi siamo.
La conseguenza immediata di questa consapevolezza è che mi libero dal giudizio degli altri: non sanno nulla di me. Il passo successivo è che mi libero dal mio giudizio: cosa so di me stesso? Posso capirmi solo visto dall’Oltre al quale sono noto. Per questo è necessario un anghelos, un messaggero, qualcuno che mi dia notizie dalla patria di cui sono cittadino. Notizie buone, perché scalzano le false certezze accumulate nel tempo, a causa dei giudizi degli altri e di me stesso. Non possiamo vivere senza questo vangelo, letteralmente buona notizia. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci informi su ciò che veramente siamo, sull’abissale distanza da quello che crediamo di essere.
Il punto. 2
C’è un mainstream che detta le regole. Se sei fuori, non conti. Bisogna sperimentare la fierezza – aggiungerei l’ebbrezza – di tale essere fuori. La filosofia raccomanda di ragionare con la propria testa, ma è il consiglio meno seguito. Il motivo è semplice: chi me lo fa fare di sostenere un contrasto? Perché lasciarmi emarginare? Per cui si tace, e chi tace acconsente. L’importante è essere d’accordo con le linee di fondo di una mentalità prefabbricata, che ti assicura di galleggiare comodamente in società – in quelli che chiamiamo social, per esempio, la fiera dell’adeguamento e della rassicurazione esistenziale, anche quando si trattano temi apparentemente intelligenti. L’identità si è persa: la nuova religione ideologica è la punta dell’iceberg della consegna della propria persona al moloch del potere. L’importante è che non sia più te stesso, perché la verità è fastidiosa, ingombrante, inopportuna. Fuori luogo. Continua a leggere
La parola ai poeti. Valerio Vigliaturo

Era un giorno di fine settembre dello scorso anno, quando il buon Centofanti mi invitò così dal nulla a scrivere qualcosa a proposito della mia visione sulla poesia, l’esperienza di scrittura, le vicende umane legate all’ambiente e via dicendo. Ho attraversato nel frattempo un tunnel lunghissimo, non si intravvedeva uno spiraglio di luce, nonostante fossi riuscito ad uscire con il sostegno della mia sola forza interiore (e un viaggio salvifico in Messico) da un tunnel analogo nello stesso periodo dell’anno precedente (non serve averlo già attraversato a corroborare l’idea che “ce lo fatta in passato, ce la farò anche questa volta”). Quando sei dentro tutto appare tremendamente nero, insensato, vuoto, irreversibile.Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
II domenica di Pasqua in Albis
«La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della resurrezione di Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.» [At 4,32-35]
La chiave di volta di questo racconto degli Atti degli Apostoli, mi sembra sia l’affermazione centrale: davano con forza “testimonianza della resurrezione”. Continua a leggere
La divina umanità di Gesù risorto
Le Messie di Jean Grosjean uscì in Francia nel 1974: oggi lo ripropone la casa editrice Qiqajon di Bose nella limpida traduzione di Emanuele Borsotti, con prefazione del Cardinale José Tolentino Mendonça e un’appendice composta da sette “spigolature” di Christian Bobin.
Poeta, scrittore, teologo e traduttore (Parigi 1912 – Versailles 2006), Jean Grosjean fu ordinato prete nel 1939, tornando allo stato laicale dieci anni dopo. Pubblicò numerose raccolte di versi, principalmente di ispirazione religiosa, e innovative rielaborazioni di episodi biblici. Si cimentò in traduzioni impegnative, dai tragici greci a Shakespeare, dal Nuovo Testamento al Corano, ma il suo nome viene ricordato soprattutto per le originali interpretazioni dei testi sacri, tendenti ad approfondire ed espandere il loro significato letterale, esaltandone allo stesso tempo il valore letterario e l’atmosfera poetica. Continua a leggere
L’ultima parola
Il punto
È un momento di grande confusione, nella storia. Non che in passato ne mancassero, ma in questi anni tutto è accentuato – tra l’altro – dall’efficacia dei mass media, per cui l’azione dei gruppi di potere è più incisiva. Da dove vengo? Chi sono? Dove vado? Domande cancellate dalla coscienza della gente: è semplice inserire, nel progetto personale di ciascuno, risposte artificiali. Continua a leggere
La parola ai poeti. Stefania Giammillaro

«Il poeta è un minatore, è poeta colui che riesce a calarsi più a fondo in quelle che il grande Machado definiva las secretas galerías del alma. E lì attingere quei nodi di luce che sotto gli strati superficiali , diversissimi tra individuo ed individuo, sono comuni a tutti, anche se pochi ne hanno coscienza»
Quando Fabrizio mi ha chiesto di condividere fraternamente la mia idea di poesia, peraltro nell’ambito di un’iniziativa ad ampio raggio che abbraccia un coro di tante belle e luminose voci poetiche, non ho avuto dubbi su dove mutuare la citazione in apertura, quale sublime esordio ad effetto: il breve saggio Sulla poesia di Giorgio Caproni (Italo Svevo ed. 2016, p. 27). Ed esattamente come lui, uno dei miei “maestri spirituali”, ritengo che la poesia non possa definirsi, ma si possa parlare della poesia, della sua forza, della sua potenza, debolezza, della sua universalità. Sì, la poesia è universale, o, comunque, si propone di esserlo, attraverso un metodo induttivo del tutto peculiare e soggettivo che chiede a chi si approccia alla poesia, di trasformare una propria sensazione, in un pozzo, un lago, un mare dal quale tutti possono attingere e sul quale tutti possono specchiarsi: solo così un fenomeno individuale diventa mezzo di fratellanza universale. E credo non sia un caso che Fabrizio, abbia usato l’avverbio “fraternamente” nel parlare di “condivisione sull’idea della poesia”. Continua a leggere
Abitante del cielo
Luigi Maria Corsanico legge Giacomo Leopardi. 4
Il Volto
“L’universo in periferia, S-Oggetti sparsi intorno alla Poesia”, di Francesco Macciò
di Gabriella Galzio
Frutto di un lungo e accurato lavoro, quest’ultimo libro di Francesco Macciò – L’universo in periferia. S-Oggetti sparsi intorno alla Poesia (Moretti & Vitali 2023) – è un contributo pregevole alla critica letteraria e insieme la testimonianza del suo spessore autoriale. Uno spessore non esibito, se nel risvolto di copertina, laddove è riportata la nota biobibliografica, davanti a scrittore e saggista, non è menzionato il poeta. Un omissis, a mio parere, sostanziale, in quanto solo un poeta può così magistralmente padroneggiare téchne e senso della musica da farne un abile critico letterario, artefice di un libro così colto e raffinato. Rimane il fatto che la presenza del poeta è centrale, perché è da questa postazione – in quanto poeta – che Macciò non solo esercita con rara perizia ed eleganza l’arte della critica letteraria, ma si interroga sulle sorti della Poesia (scritta con l’iniziale maiuscola). E sarà perché per lui la poesia è dono d’amore, in me – disamorata dal decadimento della società letteraria – ha risvegliato l’affezione per le qualità nobili della letteratura. E già solo per essere in grado di sortire – in me e presumo in altri – questo piccolo prodigio, il libro meritava di venire alla luce. È infatti una guida mirabile a un viaggio nella nostra poesia, dai grandi del passato, come Dante e Giacomo Leopardi, ai contemporanei del Novecento, come Cesare Pavese, Giorgio Caproni ed Edoardo Sanguineti; questi ultimi due, conosciuti personalmente, su cui l’Autore ha potuto gettare qualche luce conoscitiva in più. Nel libro si incontrano poeti, dai più noti ai meno conosciuti, meritevoli di riscoperta, come Lorenzo Pittaluga e Giovanni Battista Conrieri; e un’unica presenza femminile, l’argentina Alejandra Pizarnik, cui Macciò regala un piccolo gioiello della critica, incastonato nel panorama interamente italiano e maschile antologizzato, in particolare ligure, come anche le Letture conclusive di Giuseppe Conte e Mauro Macario attestano. Questa raccolta di saggi critici (alcuni più recenti, altri, la cui elaborazione si estende anche nell’arco di un quarto di secolo) non ha del resto la pretesa di essere esaustiva dell’intera storia della poesia, ma costituisce la testimonianza del viaggio formativo di un poeta alla ricerca della sua dimensione letteraria e della sua cifra. Qui, infatti, il grande oggetto d’indagine è la Poesia, intorno alla quale sono sparsi – come recita il sottotitolo – i Soggetti-Oggetti di una galassia che la Poesia raduna intorno a sé come magico attrattore. Ed ecco che nel suo viaggio l’Autore si interroga sull’intima essenza, pressoché sovratemporale, della Poesia, così come sulla sua identità e funzione nella contemporaneità; per scoprire che l’universo della poesia, come recita il titolo, è finito ai margini, alla periferia del mondo, e che occorre nuovamente “metterla al centro della propria esistenza unita alle altre arti come cosa viva”. Continua a leggere
Qui
A cavallo tra due secoli: la voce nitida e senza compromessi di Maria Liscio
C’è, nel dettato poetico di Maria Liscio (Orta Nova 1921- Perugia 2021), una vocazione alla chiarezza, alla non fraintendibilità del messaggio; questo nitore, questo dire senza orpelli, rappresenta l’atto di coraggio di una donna che, tramite la poesia, sembra voler riscattare il ruolo arcaizzante a cui la donna stessa è spesso consegnata, emanciparsi, insomma, dalle convenzioni sociali che talora impone la provincia italiana, e non solo, a una donna, per di più scrittrice. Essere donna, vuol dire invece, per Maria Liscio, essere parte integrante, non marginale, di una società; così come essere poeta vuol dire rivolgersi a tutti usando democraticamente la lingua di tutti, evitando quindi fingimenti o astrusi orfismi. Tali notazioni, fornite in apertura, mi sembrano imprescindibili se ci si vuole avvicinare all’opera della Liscio, vieppiù se si guarda al dato biografico: Maria Liscio, proveniente da una famiglia di illuminata borghesia, ha frequentato l’università, si è laureata ai tempi della Seconda guerra mondiale e ha partecipato attivamente, nel 1946, al voto, per poi approdare all’insegnamento; inoltre, è stata parte integrante del movimento femminista e ha contribuito, appunto uscendo dalle convenzioni sociali della donna “angelo del focolare”, alla vita culturale di Perugia, dove era arrivata, partendo dalla Puglia, da ragazza, organizzando letture e conferenze, in particolare con l’associazione “Il merendacolo”, dove spiccava la presenza di un altro ragguardevole poeta, Walter Cremonte. Continua a leggere
Il segreto del tempo
di Giampaolo Centofanti
Poesie nelle quali faccio cantare tante persone, in una persino Gesù. Spesso parla direttamente il protagonista, anche dove non è citato un nome. Sono storie inventate, nate però dalla vita di un prete che vive, cresce, in mezzo alla gente e ne sente il canto. “Maria da parte sua custodiva tutti questi fatti-parole lasciandoli condiscendere nel suo cuore” (Lc 2, 19).
Il segreto del tempo
Sparsi villaggi per i colli
specchiano qua e là raggi
del tramonto. Come fitte
lancinanti di luce o grida
di perché rivolte al cielo.
E velano e rivelano il segreto
del tempo, di ogni sentimento
umano che parla nel silenzio
e attende la risposta di qualcuno
chiedendola all’eterno. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
«È, e nessuno sa cosa. È qui, è là, è lontano, è vicino, è profondo, è alto! Ma no! Ho mentito: no, non è né questo né quello» diceva un mistico tedesco.
«Voce di silenzio sottile» [1Re 19,12] Quando tutti gli schemi saltano, resta solo una “voce di silenzio sottile”. Dio rivela se stesso senza togliere il velo e lasciando che ancora ognuno tenda l’orecchio per percepire la voce di silenzio sottile.
Evento notturno, la Resurrezione. Senza testimoni oculari. Nel nascondimento della non-luce.
L’inutilità di una tomba vuota, l’assenza di un corpo noto e amato da coccolare un’ultima volta con profumi e unguenti. E adesso? Che sarà di noi? Che sarà della nostra memoria, così cara?
In greco, “memoria” e “tomba” hanno la stessa radice. Sarà la nostra memoria svuotata come la tomba vuota?
Che cosa conserveremo? Come ricorderemo? Dov’è, adesso, colui che era noto, il cui volto credevamo di conoscere?
« Non è qui».
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Bellezza 3
Duemila. La tribù delle storie
La Bellezza 3. Fuori e dentro
Un pennarello traccia consecutivamente dal basso in alto piccoli segmenti rettilinei. No, in realtà i segmenti, rossi, separati da uno spazio altrettanto piccolo, procedono dall’alto in basso; e procedono in uno spazio che separa due corpi, due manichini. No, non sono manichini perché una mano si contrae, sembra un fremito nervoso. Appare un volto di donna, scultoreo, ed un pennarello traccia altri piccoli segni, a delimitare due seni ben torniti. Di plastica? Può darsi, a giudicare dai torsi femminili posti in fila, ciascuno nella propria scatola. Altri volti, algidi, immobili, ma ecco che due orbite si spalancano rivelando occhi celesti, egualmente algidi. Ed ora uno sfondo, palazzi, palme, in primo piano sempre un corpo; la lenta carrellata si conclude con un nuovo volto plastificato sul cui collo risalgono, dal basso verso il mento, i piccoli segni rettilinei. Continua a leggere












