Archivi categoria: Poesia

Lirico terapia. Antonio Maria Pinto

da Le carabattole dei carabi

Le assemblee degli insetti

Nel conclave delle mosche
gli armadilli ammogliati
divorziano dalle zanzare,
lo scarafaggio rompicollo
aggredisce le fragole ercoline.
Nell’assise delle farfalle
lo scarabeo ammosciato
dagli scartafacci dei poeti
rosicchia paroline metricate
e rigurgita acrostici aromatici.

A noi basti la gioia di cantare

di Fabrizio Centofanti

Questo libro va letto. Non tutti i libri vanno letti. Ce ne sono di quelli che ti attraggono, e arrivi fino alla fine; altri che lasci a metà, o dopo poche pagine. Un libro promette qualcosa. C’è gente che ne ha la casa piena. Io ho creato, dal nulla, una biblioteca nella mansarda del Santuario, e la mia stanza è ingombra di volumi. Ma non tutti sono da leggere. Alcuni restano in attesa come ristoranti vuoti, e magari il locale vicino è stipato fino all’ultimo centimetro. Questo libro è una mensa imbandita, un pranzo con i piatti che hai sempre preferito, con il vino che ti piace. Ci sono libri che leggi e vedi il mondo con occhi diversi, come se avessero lenti che permettono di vedere l’invisibile. All’improvviso, ti senti come se per anni avessi perso tempo, ma non c’è da aver paura. Il tempo comincia nel momento in cui s’incrocia con l’eterno. Personalmente, ho fatto la stessa esperienza di Massimiliano: un Amore con l’iniziale maiuscola, che mandava al macero ogni malizia e violenza. Quando capita questo, il mondo assume un altro aspetto, e la tua voce si trasforma in canto. Non ti serve più nulla. Per noi è così. Ed è così che si può essere felici. A noi basti la gioia di cantare.

*

Se nella fioritura del mandorlo, del ciliegio, non intuiamo la presenza di un amore antico, di una forza segreta che matura negli occhi di chi osserva…
Se non sentiamo il cuore fiorire insieme ad ogni fiore, se non sbocciamo, anche noi, ogni primavera, allora guerre, pandemie, catastrofi, sono gli ultimi dei nostri problemi, perché nessuna morte mai potrà davvero toccarci: non può morire chi non è mai nato.

E non può fiorire chi non viene sotterrato (p. 17).

*

Massimiliano Bardotti, A noi basti la gioia di cantare, peQuod 2025.

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Carlo Di Legge

“Mansuetudine, solitudine, limite”

VI
Nel tempo cosmico, una e molte vite
bruciano nell’attimo,
ogni vita è già compiuta.

VII
Secondo paradosso, i mistici
cercano Dio nel nulla, oppure
trovano eccelsa la miseria urbana.
Uccidono in nome di presunte
verità, come se i morti,
liberati da errore, potessero vederle.
Gli assassini sono pronti, agnelli
e lupi si scambiano i ruoli.
Vivi e morti testimoniano certezze.
Compi te stesso. Offri
albergo al pellegrino
dove discutere senza fanatismi.

VIII
Pensare non guadagna seguaci.
È fede urgente in sé esigente.
Luce di paradossi, evidenza dell’oscuro, pratica
d’ignoto, linguaggio potente, sete d’introvabili.
Non sapere: volontà di sapere, cammino
a nuovo non sapere. Esperienza
di singola esistenza,
si comunica,
non si può condividere.

(da Di febbraio in “Buenos Aires, Benares”, Delta3 edizioni, Grottaminarda (AV) 2024).

Lirico Terapia. Nicola Gardini

Rosa

nvento una rosa.
Per questo basta la sera.
Dov’è sennò il colore?
Dirai: “La scala, oppure

il giardino al buio”.
E io ci metto la rete,
il marmo, il freddo.
Ed era, comunque, il rosa

là dove si ferma
solamente un altro
al mio posto, come
un altro stasera.

La verità è che il vero
si distingue dal senso,
in quel chiarore, per
esempio, vedevo che

non penso tutto
con la mente, che
forse tornavo. Infatti,
quel rosa, che non era,

oh, come splendeva,
non era in cielo né in me,
non era proprio niente,
vedevo il pensiero.

Giorgio Stella, Lento e difficile

Lento & Difficile – 1 lento e difficile il faro armato di rose in fiore – la faccia ce la mette la maschera. – 2 la faccia ce mette la maschera, butterata un fiele l’ arco dello scudo, la palafitta del nulla. – 3 la palafitta del nulla approfitta degli intellettuali nel medioevo un fiasco piangente di Norberto Bobbio. – 4 (una pausa.) – 5 io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo. – 6 la betoniera è il carro di nozze della betulla che sparge l’ ignoto verso le apparizioni Mariane.(***.) – 7 la betoniera nel fusto del circo, la creta in sala da ballo, il macello rovinoso nel culto occidentale base-fulcro. – 8 È ricorrente la coccarda come giada nella bottiglia mascherata… È ricorrente in un sede bipolare allo schema binario. – 8 (una pausa.) – 9 “Quanti erano nudi al passaggio?” ” Nessuno Signore, il pezzo di pane era un fico delle Indie” “Al macello lo avete portato già mutilato?”IL POZZO era colmo di girovaghi, nasi-fiori-annusi!!!!” – 10 l’ iperbole cosmetica sarebbe l’alchimia cibernetica: scudo elmo nel centro del cerchio come se l’ arrotino affermasse di essere l’ ombrellaio.////////////////////////////////////////////////////////// Roma Giorgio Stella ‘0ra’.

Frontiera e viaggi verso l’altrove nel Libro dell’ansia

di Rosanna Frattaruolo

Frontiera e viaggi verso l’altrove nel Libro dell’ansia

Nel Libro dell’ansia (Book Editore, 2024) Alberto Bertoni coniuga la sua scrittura poetica – Ricordi di Alzheimer (quarta e ultima edizione) – a un’opera di traduzione del poema di Auden – L’epoca dell’ansia in una Libera versione e adattamento dell’«ecloga barocca» The Age of Anxiety. A Baroque Eclogue di Wystan H. Auden.
Nel volume, l’ansia è la forza propulsiva e impulsiva che spinge l’uomo a sperimentare il viaggio verso l’altrove. In Ricordi di Alzheimer, l’autore attua tale transizione attraverso la poesia, recuperando una dimensione spirituale, metafisica e di contatto col padre deceduto: «La poesia ha per me una funzione di percezione molto alta e molto altra […] mi porta nella dimensione metafisica. Io credo che ogni vera poesia sia anche un piccolo trasferimento, una piccola trasformazione da ciò che è molto fisico, concreto, quasi cronistico, ad una dimensione metafisica che sta al di là di ciò che si vede, come diceva Montale». (1) Continua a leggere→

Da Molti giorni da ieri di Elena Mearini (Marco Saya Edizioni, 2024)

 

La poesia di Elena Mearini ha un’armonia scultorea e una sibrietà metafisica. Si sente che la parola poetica esiste e vive di una vita propria, prima di essere scritta e detta. La forma finale, in realtà è “pre-formata” nel flusso dei versi. Talvolta il poeta crea mondi, altre volte, come in questo casto, la poeta scopre pre-esistenze, fa emergere poesia che già era contenuta dentro la lingua. 

(Pasquale Vitagliano)

 

Cosa ci manca
non sappiamo
mentre diamo nome
alla strada al paese
all’uomo al cane
che vivono attorno
quale parola rifiuta
di fiorire in voce
e cade mai nata
al piede-padre perduto.

*

Continua a leggere→

Tre fisse (domande semplici e concrete)

di Patizia Baglione

TRE FISSE a David La Mantia

Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?

La mia poesia comincia dopo l’happy end. Dopo i festeggiamenti per il matrimonio di Cenerentola. Dopo che Robin Hood e Marian si baciano. Comincia quando gli altri chiudono il libro soddisfatti. La bellezza non è solo un fatto estetico per me. La penso come Pasolini: la bellezza è vitalità, slancio, rottura, frammentazione. La bellezza abbraccia il mondo se lo modifica, se ne altera la percezione. Non può essere solo spettacolo, visione. Ma deve essere boccone di fatica. E dolore. Quando scrivo, non sento, come tanti dicono, catarsi o liberazione. Solo l’affollarsi del rimpianto e del rancore. E l’amore? La mia raccolta Gesti lievi ha come sottotitolo L’amore se te ne accorgi. Ecco, è questo il problema. È che siamo immersi nell’amore e non ce ne rendiano conto.

Continua a leggere→

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Giovanni Nuscis

Chi cura e preserva sé stesso salva un pezzo di mondo

C’è un momento nelle nostre vite in cui la coscienza di chi siamo s’illumina anche un solo istante, e la nostra piccola storia si misura in modo fulmineo con le nostre aspirazioni e ci fa dire: ecco, questo sono io, questo vorrei fare di me, nel tempo che mi è dato. 

Non dando peso a questa folgorazione, il primo mondo a morire sarà proprio il mondo che noi siamo, porzione del più ampio mondo. Preservare la nostra identità, riconoscerla, affermarla, accrescerla e difenderla è un esercizio di salvezza dall’indubbia valenza sociale. 

Un uomo, solo, può fare molte cose. Con altri, ben di più, e di rilievo, come l’esperienza ci insegna. Continua a leggere→

Edoardo Sanguineti

di Giorgio Stella

questo cane incantato e incatenato, incimurrito e incancrenito incretinito, che sogna
di sognarti e di leccarti, e che ti morde, in sogno, e che ti zompa, con le sue zampe
e che ti impiomba e ti inchioda, con la sua coda, e che ti incastra e ti impiastra, idrofobo domestico, anfanante lunatico e frenetico, e ansimante pesante, ahimè, 
che sono me, tanto tremante:
               tirami tutti i sassi, o tu che pazza passi, sopra il fieno
del tuo carro che corre, mia luna e mio ramarro, mia torre e mia fortuna, mio vitale
veleno: ma succhiami, tu almeno, questi versi perversi, queste fiale di inchiostro bestiale, di fiele e di miele, che dall'aia ti latra e ti abbaia il tuo mostro 
                                                                             [fedele:

Intervista a Sheila Moscatelli

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

Una spiga è arrivata di notte, tra i sogni. È nata dalla necessità di accogliere la vita, di trovare risposte alla domanda “perché non a me?”. È una raccolta sull’accettare quello che accade, sul lasciar andare, rinunciando a pretendere il controllo su quello che non si può controllare. Sull’imparare la fiducia dagli alberi, che ogni inverno perdono le foglie, certi di una nuova primavera, nel costante ciclo di morte e rinascita di cui la natura è maestra. Continua a leggere→

Una breve riflessione sulla poesia di Loris Maria Marchetti

di Mauro Ferrari

Valutando l’opera di un poeta nel complesso, come oggi alla presenza di una antologia del suo lavoro e della raccolta ad essa successiva, si rischia di confondere l’originalità della cifra personale con quella quota di idiosincrasia spesso esibita dai poeti, e che solo a volte è decisiva in senso positivo. Dico questo perché la poesia di Loris Maria Marchetti è un caso emblematico di poesia fortemente personale, originale, riconoscibile quindi, ma scevra di scelte estreme. Anzi, la forza di questa poesia è proprio nell’avere trovato una aurea via di mezzo, un sermo humilis nutrito di sabaudo rigore e di un suo equilibrio classico che ha più a che fare con il tono che con scelte ad esempio metrico-prosodiche. Continua a leggere→

Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 8. Umberto Piersanti

Umberto Piersanti, L’isola tra le selve. Poesie scelte 1967-2024, Marcos y Marcos, 2025

L’isola tra le selve. Poesie scelte 1967-2024 è il libro antologico di Umberto Piersanti andato in stampa alla fine di gennaio 2025 per Marcos y Marcos e uscito da un paio di settimane. Composto da 11 sezioni che corrispondono ai seguenti libri di poesia antologizzati: La breve stagione, Il tempo differente, L’urlo della mente, Nascere nel 40, Passaggio di sequenza, I luoghi persi, Nel tempo che precede, L’albero delle nebbie, Nel folto dei sentieri, Campi d’ostinato amore e Poesie nuove. Nell’ultima sezione ci sono otto poesie inedite scritte dal 2021 al 2024 e tra queste c’è quella che dà il titolo all’intera raccolta. La poesia L’isola tra le selve è incentrata sulla casa del poeta vista come la sua Itaca. L’isola tra le selve, dunque, è la metafora della casa immersa nei boschi, ovvero in quel paesaggio particolare che ha sempre circo-scritto i luoghi della poesia piersantiana. L’isola tra le Selve è dunque quella dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza e del età adulta del poeta: “Itaca è là/ così vera/ e presente,/ fatta di terra/ e acqua e foglie,/ l’hai intravista/ e persa mille volte,/ un’isola nel mezzo/ di fitte selve,/ forse impossibili/ da solcare”. Continua a leggere→

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Carla Malerba

Nella meraviglia del silenzio

Nella meraviglia del silenzio
aggirarsi al buio
sfiorare muri ed angoli
solitamente familiari
mentre i riverberi
del modem investono
le pupille le accecano quasi.
La solitudine dell’anima si allarga
eppure è solitudine compagna.
Saremo soli nella nebbia e nel sole
in questo percorso vano e breve
che è il nostro vagare
sulla terra
anch’essa come noi
metà ombra e metà luce.
Andremo
dove i fiumi si saranno essiccati
e di essi i rigagnoli soltanto
scorreranno lenti
o altrove dove le acque ritirate
si innalzeranno improvvise
con moti violenti.
E sempre il plenilunio
ci guarderà irridente.
Noi saremo bacche e polvere di tigli
corteccia resina fiore
che dal nostro cuore spento
bucherà la pietra sepolcrale
fino a trovare la gloria della luce.

Forse è proprio la notte ad ispirare versi e pensieri sulla attuale condizione di un’umanità sconvolta da istanze egoistiche in cui quelle spirituali faticano a trovare posto. La riflessione indotta dalla poesia diviene necessaria per attuare un processo ricostitutivo di quei valori essenziali che devono tornare ad essere un vademecum per le generazioni future.
“Sarà proprio il flusso poetico a riscattare la negatività e a considerare le situazioni nella loro impegnativa e a volte dolorosa complessità “si legge nella postfazione della raccolta da cui è tratta la poesia che ho scelto.
Nell’ultima parte del componimento l’immagine predittiva di un mondo ormai sconvolto dall’avvicendarsi di eventi non più controllabili segna l’anelito delle coscienze che, nonostante tutto, coltivano speranze salvifiche di una vita altra, da consegnare al divenire delle cose.

Milo De Angelis

di Giorgio Stella

Stansa

L’istà a l’era ancur nen finija. Na vidua l’andava al simiteri. Al crus criavu cme ‘n gat
“Fradé dal gulfin da giuvu, vöj nen andà da sula
‘n tal post ch’aj’ ò pagüra: t’at capì… staseira
t’aspècc a cà… staseira”.
La ment girulava ‘nt al trenu. Altri doni
ai purtavu la corda par muntà ansümma o calà giü.
“A man viz ben ‘d la so facia, sniura: j’öcc celest
ad cul fazàn in agunija
an Chilla j’arsuscitu ciarissimi.”

Camera

L’estate non era finita. Una vedova / andava al cimitero. Le croci gridavano come gatti. / “Fratello dal golf da ragazzo, non voglio andare sola / nel luogo dove ho paura: tu hai capito… stasera / ti aspetto a casa mia… stasera.” / La mente vagava nel treno. Altre donne / portavano la corda per salire o scendere. / “Ricordo bene il suo viso, signora: gli occhi azzurri / di quel fagiano agonizzante / in lei risuscitano chiarissimi.”