Archivi categoria: Scritture

Provocazione in forma d’apologo 284

Nella mia trafelata routine oggi c’è un motivo d’affanno in più: devo correre a casa perché aspetto Marco, mio amico e vecchio compagno di scuola, bricoleur esperto e attrezzatissimo, che deve farmi una riparazione delicata. Ricorro sempre a lui quando non si tratta di ordinaria amministrazione, anche se il suo intervento mi costerà una cena in un ristorante di grido ben più cara della parcella dell’artigiano o del tecnico più esosi; ma in certi casi non lesino, perché solo con lui ho la certezza di lavori fatti a regola d’arte.
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Seminterrato, di Fabio Ciriachi

Tunnel
1.
Niente di bello intorno (è normale), niente, a ben vedere, di veramente importante; a voler proseguire sul poco roseo, niente per cui valga la pena (tanta vita, quanta, per tanto poco, e troppo limitato, gioco). Certo, è solo l’impressione, il casuale disegno di cose e persone lungo un asse capitato fra i possibili: scorcio, tralice, vista d’occhio, anche un mostrare e nascondere della prospettiva che è tale solo perché si è acceso un punto di vista (le batterie che alimentano “l’essere visti” prima o poi finiranno, e niente più apparirà ad apertura d’occhi). Quindi, per cominciare, che il punto di vista non sia molesto, non sia nutrito del grigio che giudica e danna con troppo facile propensione, che toglie e guasta più di quanto non sia già di per sé tolto e guasto. Continua a leggere

Provocazione in forma di apologo 283

Da quanti anni non passavo in questa via! Ma le chiavi del portone e dell’appartamento, chissà perché, non le lo ho mai gettate, sono rimaste nell’anello di ferro insieme alle altre, a quelle nuove.
Molto è cambiato nella via, si stenta quasi a riconoscerla. La vecchia casa invece no, è sempre lei, o almeno al primo sguardo così sembra.
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Provocazione in forma d’apologo 281

C’è stato un tempo in cui ci si metteva di fronte allo specchio, si valutavano disarmonie e imperfezioni e si decideva magari di ricorrete al sarto per mitigarle almeno alla vista, in un gesto di civiltà verso gli altri e di carità verso se stessi (la vanità, per favore, è un’altra cosa). E ciò comportava una sequela infinita di atti faticosi e dispendiosi in termini di denaro e di tempo: prima le molteplici prove, poi le continue attenzioni, la costanza nella manutenzione ordinaria e in quella straordinaria.
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Sulla poesia di Nadia Campana

Nadia Campana
di Maria Pia Quintavalla

Nadia Campana ci ha lasciato trent’anni fa, trentenne e pressoché inedita, salvo in rare riviste e nelle bellissime traduzioni dickinsoniane, Le stanze di alabastro, Feltrinelli 1983, ristampate SE, 2003. L’urgenza di essere *contemporanee*, e non attuali, l’accomuna ad altre sorelle di pensiero, ma è una strada solitaria, in salita. Continua a leggere

“LA CASA DEGLI ANONIMI” DI GIOVANNI AGNOLONI

Articolo e intervista di Alfredo Citro

La casa degli anonimi (copertina)Citare la parola “Connettivismo” mi reindirizza senza esitazione i pensieri a Giovanni Agnoloni, laureato in Legge, traduttore di lingua inglese, francese, spagnola e portoghese, blogger e, soprattutto, scrittore. A voler citare tutto il suo lunghissimo “curriculum letterario”, si corre davvero il rischio di finire per smarrirsi nello stesso e non trovare più la via d’uscita. Ma è un piacevole smarrirsi, quello negli anfratti nascosti del suo mondo per scoprire nuove vie, scrutare nuove svolte, raggiungerle, oltrepassarle e ritrovarsi in altre stradicciole fatte di ghiaia rozza, di asfalto liscio o di sabbia morbida, che conducono dove non sappiamo e che, eppure, desideriamo raggiungere lo stesso. Perché ascoltarlo, leggerlo, conoscerlo, è un po’ come passeggiare placidamente lungo il viale costeggiato dagli alberi quando la brezza fresca ti smuove i capelli, narrandoti storie sconosciute. Quelle storie Giovanni le ha realizzate grazie al Tragitto vissuto in questo mondo: ha attinto dallo stesso e le ha trasformate in libri, facendo del suo amore per la cultura letteraria e per la scrittura una professione schietta e decisa.

Il suo ultimo romanzo, La casa degli anonimi (data di uscita: 15 dicembre 2014), edito da Galaad Edizioni, rappresenta il terzo della serie “della fine di internet”, costituita, sino ad ora, dai due precedenti Sentieri di notte  e Partita di anime, pubblicati con lo stesso editore rispettivamente nell’ottobre 2012 e nel marzo 2014. Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 280

Da ragazzo Umberto abitava in una cittadina dove proprio dietro la sua casa c’era una montagnola. Tutti i ragazzi del luogo, come prova di valore, dovevano salire fino in cima di corsa, senza fermarsi neppure per un attimo. Chi non ci riusciva veniva poi per sempre dileggiato, o peggio ancora ignorato come una perfetta nullità.
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Double-face

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da qui

Lontano ma non troppo, dove il nome
si perde tra le spine del recinto,
dove il passo felpato del timore
ha il rapido declino delle cose
che piangi, solamente, se le trovi
squarciate, come il petto del soldato
passato per le armi, sì, lontano
dalla mente e dal cuore c’è un sinistro
sogghigno del demonio, che ti porta
dove il nome si perde, dietro il filo
spinato del dolore, non sai come.

Annamaria Ferramosca, Ciclica

ciclica copertina
Annamaria Ferramosca
Ciclica, collana le voci Italiane, La Vita Felice, 2014 pag.96
Introduzione di Manuel Cohen

Ad un nodo e ad uno snodo dell’epoca, nella ‘notte artica’ delle ere tutte e delle lingue, le individualità più avvertite si mettono in gioco affrontando un ‘viaggio del disorientamento’ fisico e sensoriale, cognitivo e metafisico, toccando mondi e orizzonti, mappando bussole e atlanti, registrando gli ‘urti gentili’ per il ‘rompersi dei meridiani’, nello sfaldarsi dei sistemi planetari come pure dei rapporti umani sulla nave alla deriva: ‘l’isola disperata che siamo’. Continua a leggere

 NOTE A PIE’ DI PAGINA DI GIORNATE ARRUFFATE

di Valentina Albi

Deve piovere.
Devono tornare a camminare scalzi.
Rendere candidi quei piedi e toglierci di mezzo.

Siamo gli ulmi eroi di un’era di solitudine.

Aspettare il silenzio, come attendere Godot.
Non ti sbagli se ti giri e guardi il passato.
Sicuramente ti arrabbierai con la tua ombra ritardataria.

Un’anima povera come un ospedale abbandonato.

Il tuo animo è troppo autistico per rompere il silenzio di quest’infame colloquio tra me e
il mio demone.
Chi si sveglia dalla realtà è perduto nel sogno.

L’universo condensato in un teatro di abbondanza in cui ogni cosa correva con l’oscurità.
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“CAMMINANDO”, DI DAVIDE SAPIENZA

Recensione di Giovanni Agnoloni

Davide Sapienza, Camminando, Lubrina Editore

In questo libro di Davide Sapienza viene riassunto e approfondito tutto il suo percorso di scrittore e di viaggiatore, per come si è articolato attraverso opere come I diari di Rubha Hunish, La Valle di Ognidove, La strada era l’acqua e La musica della neve.

Camminando (cover)In Camminando è come se rientrassero dei “pezzi”, ovvero delle componenti di ognuno di questi libri. Siamo davanti a una serie di scorci paesaggistici e di itinerari attinti a viaggi a piedi prevalentemente nel Nord (e in particolare in Scozia), ma non solo. I concetti-chiave che ricorrono, come accennavo, sono quelli eterni, di sempre: Rubha Hunish, un luogo fisico-ideale, che sa di meta e, insieme, di oltre, e sembra, sia pur in modo sfuggente, profilarsi come una promessa dietro ogni crinale od orizzonte; l’acqua, l’elemento liquido che scorre e ritorna senza posa, in una coincidenza di essere e divenire che ricorda la carica enigmatica del filosofo Eraclito, l’Oscuro, ma è anche intrisa dell’energia intima della Natura, che a sua volta è una musica fortemente intuitiva. Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 278

Un potente aveva dei nemici personali e alcuni di essi, venuti a conoscenza dell’antica usanza di darsi la morte sulla soglia di colui dal quale si ritenesse di aver ricevuto gravi torti, presero a superare nottetempo le sbarre della sua cancellata ed a suicidarsi nel suo ameno giardino, sotto il suo bel portico. Il potente, sbuffando, aveva dato ordine di portar via quei corpi prima di giorno, di modo che quasi nessuno si accorgeva della cosa, o si poteva fare le viste che fosse così.
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La fune

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da qui

E’ tempo di non scendere più a patti con il proprio destino,
accavallare i giorni che ti sanno riarso, uno scompenso
inaspettato, in affanno, sull’angelo apparso fuori tempo,
ma ancora in grado di scoprirci attratti dall’unico consenso.
A lungo t’ho chiamato da quest’ombra protesa sul futuro:
e non ricordo neanche quanto manchi all’inverno né quanto
dell’autunno sia andato senza traccia, o tenga duro
nella notte che passa, senza battere ciglio. Sapessi
come prego perché si soddisfaccia il mondo di pianti
e suppliche rivolte a voce bassa, alla Donna del sì:
che ti convince sempre, come fosse l’appiglio che ci tiene
tutti quanti, la fune che ti cinge, proprio qui.

Provocazione in forma d’apologo 277

Nella saletta della lungodegenza dove sto dando da mangiare a mia madre ci sono altri malati in carrozzella e altri parenti; un unico malato mangia da solo, nel tavolino accanto. Ha le mani che tremano e sembra che le muova a casaccio, versandosi più pappa in viso e sul bavagliolone che in bocca; ma ha un’espressione che senza affatto essere idiota si può tranquillamente dire beata.
Però a un tratto s’adombra, posa il cucchiaio, si avvicina biro e taccuino che stavano in un angolo del vassoio e comincia a scrivere, certo a fatica, ma con gesto che in lui pare più naturale di quello di cibarsi.
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Provocazione in forma d’apologo 276

Che il piccolo condominio dove sono venuto ad abitare avesse qualcosa di strano l’ho capito un paio di giorni dopo il trasloco, quando, nell’- e dall’appartamento che sul campanello recava scritto “Don Franco R…”, ho visto entrare e uscire più volte una bella giovane dall’abbigliamento disinvolto che ogni volta scambiava con un uomo la cui voce proveniva dall’interno battute dal contenuto decisamente intimo.
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All’ultimo metro

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da qui

Sai quelle gare incerte fino all’ultimo
metro, le maratone in cui soltanto
il taglio del nastro acclama il vincente?
Così è la nostra storia. Come tutte
le storie in cui la posta in gioco spinge
a credere e a sperare, oppure a scegliere
di lasciarsi cadere nella fossa
comune, dove in molti preferiscono
liberarsi del peso insopportabile
della sua irriverente verità.