Un pezzetto di Milano

di Antonio Sparzani

Tempo fa, ancora in tempo di Covid, Fabrizio pubblicò qui uno dei suoi fulmini mattutini dal titolo sorridere. A me piacque molto e commentai, lamentando che la mascherina impedisse di vedere e di far vedere il sorriso, che è una cosa così bella, quand’è un sorriso vero, non di pietà o di scherno o chissà di che altro. Ripresi poi qui l’argomento, parlando di Planck che sorride a Schrödinger.
La storia del sorriso non mi è passata di testa e oggi ve ne parlo così.

Abito a Milano nelle vicinanze della via Canonica – resa celebre da Jannacci, ricordate Veronica, “il primo amor di tutta via Canonica, con te non c’era il rischio del platonico”, ecc. – e la mattina spesso faccio un giro per comprare giornale e altre cose varie, e ho imparato a guardare la gente, Continua a leggere

10

Incontri XIX

The Laughing Heart

di Charles Bukowski (USA, 1920-1994)

la tua vita è la tua vita
non lasciarti mettere sotto.
stai attento.
ci sono delle vie d’uscita.
da qualche parte c’è luce.
forse non tanta, ma
abbastanza per vincere il buio.
stai attento.
gli dei ti offriranno occasioni.
riconoscile.
coglile.
non puoi sconfiggere la morte, ma
a volte la puoi sconfiggere in vita.
e più lo impari a fare,
più luce ci sarà.
la tua vita è la tua vita.
sappilo mentre ce l’hai.
sei meraviglioso
gli dei vogliono gioire
in te.

Camillo Sbarbaro (Italia, 1888-1967)

Non, Vita, perché sei nella notte
la rapida fiammata e non per questi
aspetti della terra e il cielo in cui
m’oblio –

per le sue rose che non sono ancora
schiuse e si sfanno; per il Desiderio
che nella mano ratta lascia cenere;
per l’odio che ciascuno porta a sé
del giorno avanti; per la sordità
di tutto ai sogni che ci metton ali;
per non potere vivere che l’attimo
al modo della pecora che bruca
andando questo o quello ciuffo d’erba
e non vede non sa fuori di esso;
per la tristezza ultima d’Amore;
il rimorso che sta in fondo ad ogni
esistenza; d’averla spesa invano,
come la feccia in fondo del bicchiere;
per la felicità grande di piangere,
il non sapere e l’infinito buio…

– per tutto questo amaro t’amo, Vita. Continua a leggere

Polvere

Tenere in ordine la casa è il segno di un ordine ulteriore: quello dell’anima. Solo il Creatore può assicurare che trovi il posto giusto ciò che appartiene alla creatura. In Paradiso, di certo, non c’è polvere.

12

Repetita iuvant, forse.


Calcinacci e polvere

di Fabrizio Centofanti

Oggi giornata strana: una corsa continua da un malato a un altro, da un moribondo a un altro. Certe volte l’universo mi sembra un edificio fatiscente che sta cadendo a pezzi, e l’incubo è che tocchi a me tappare le falle, arginare la materia franante, puntellare le crepe che avanzano. Oggi ero talmente stanco che ho dato di matto: sulla Via del Mare un’auto mi ha stretto sul lato destro in malo modo. L’ho accettato tante volte, ma in questo giorno strano non potevo. L’ho superata e le ho tagliato la strada. Era nera, e in lei vedevo il buio della giornata, l’oscuro del nemico, l’antagonista, il diavolo. La macchina voleva sorpassarmi, ma la costringevo all’esterno. Ha dovuto rientrare in carreggiata una o due automobili più avanti. A quel punto ha inserito le doppie frecce e si è fermata. Ne è uscito un omone di quelli che non vorresti mai vedere. Veniva verso me, come in un film western dove l’unica certezza è che ci scappa il morto. Si avvicinava con le braccia a mezz’aria per la mole del torace. Ormai era a due metri; sono sceso, guardavo l’energumeno e pensavo: un prete che fa a botte è una cosa che non quadra, potrebbe esserci qualche parrocchiano; mi tornavano alla mente i malati in attesa, il dolore e il buio della vita, l’edificio franante e fatiscente del mondo, l’assurdo dei tumori e degli ictus, le lacrime inutili dei cari, la mia voce lenta e bassa che cercava di portare conforto. L’omone insultava, minacciava, faceva segni come se volesse picchiarmi a due mani, ridurmi in polpette. Io neanche l’ascoltavo, pensavo ad altro, e così se n’è andato, sbattendo la porta della mia Micra 900. Prima, però, ho accennato a un vaffanculo, così, più per dovere che per altro. Allora è tornato: Come, vaffanculo? Ma non ci credeva neanche lui. Il moribondo aspettava, sotto l’ennesimo crollo di calcinacci e polvere che alla fine è la vita.

13
2

20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Vorrei dedicare queste righe ad un’intera collana di poesia. Curata da Luca Pizzolitto per la casa editrice PeQuod, mi ha interessato per la sua forte capacità di far (ri)emergere pezzi della migliore poesia italiana contemporanea. Non solo esordienti, ma anche autori e autrici che pur già affermati, conservano una brillantezza che li contraddistingue in un momento affollato per la produzione attuale, che per questo motivo rischia annebbiamenti. Si coglie l’intuizione di attingere ad un fondale (potenzialmente) inesauribile di valore poetico. A questo punto, va riconosciuto che difficilmente si sarebbe potuto trovare un nome diverso da Porto sepolto per intitolare la collana.

Continua a leggere

Riccardo Bravi, “Train de vie”, con uno scritto di Daniele Piccini

di Alberto Fraccacreta

Riccardo Bravi, Train de vie, con uno scritto di Daniele Piccini, peQuod, 72 pagine, 14 euro 

 

Quando il flusso del tempo scorre inarrestabile e lascia le sue pieghe sul volto come ferite non rimarginate, la poesia può essere una cura, un lenitivo al dolore della perdita. Train de vie, seconda silloge del chiaravallese Riccardo Bravi dopo il virtuosistico Poesie di solitudine e di rivolta (Arcipelago Itaca, 2021), funziona come il Bildungsroman di un io lirico che sommuove e rimesta i momenti dell’esistenza alla ricerca di un accadimento, un incontro risolutore in grado di «risanare anni di strappi». Scrive Daniele Piccini nell’aletta di copertina: «Leggendo i testi di questo libro si ha la percezione di una sfocatura, come se l’autore stesse parlando in souplesse, per una sorta di distratta elencazione di stati d’animo, di cose viste e sentite, attraversate una volta e ritrovate in una specie di stato di semi-veglia. È come se l’autore stesse ripescando con noi fotogrammi perduti, attimi, durate brevi e definite (i mattini, i pomeriggi, le sere…: non giorni, ma frantumi)». Continua a leggere

Poetry Therapy, di Dome Bulfaro

“Sarebbe bello creare una sinergia tra Poetry Therapy Italia e La Poesia e lo Spirito. Pensi che si possa aprire una finestra in cui promuovere nel nostro blog collettivo di letteratura e società questa esperienza a mio parere assolutamente necessaria?” Nasce da questa richiesta di Fabrizio Centofanti questa finestra chiamata semplicemente “Poetry Therapy. Di Dome Bulfaro”, una finestra con affaccio diretto sulla rivista online che ho fondato e dirigo dal 2020 con la cura di Mille Gru, il gruppo di ricerca poetica con cui sviluppo progetti e pratiche di Poesiaterapia dal 2009.

L’idea è quella di rilanciare gli articoli più significativi pubblicati in questi anni ma anche di pubblicarne di specifici scritti appositamente per questo blog. Continua a leggere

10

La parola ai poeti. Piergiorgio Dallan Viti

Scrivere è l’unica forma di interazione con gli altri che pratico con disinvoltura. Parlo poco, odio il telefonino, fatico a stare in mezzo alla gente, forse perché ho sempre saputo, già da piccolo, quando leggevo i grandi poeti, perché mia madre, maestra, me li faceva leggere, che il linguaggio era qualcosa di prezioso e il linguaggio poetico, il più prezioso di tutti. L’unico linguaggio che mi apparteneva, una seconda pelle. Allora, quando componevo i primi versi, più o meno intorno ai sei anni, sapevo che non dire era molto più importante di dire: selezionare con cura non solo le parole, ma anche i silenzi, le pause, gli “a capo” contro il barbaro mondo ruminante che mi circondava, incapace di venire a patti con la mia timidezza, la mia scelta marginalità. In fondo non ero altro che un grazioso soprammobile che “guarda com’è tranquillo” dicevano, e me ne stavo lì con i fogli stropicciati a scrivere. A scrivere sempre, dappertutto, nel mio disparte. Anche dentro la macchina, nei tragitti che mi permettevano di osservare le rondini, le spiagge, le colline delle Marche, l’unico mondo possibile, perché, certo, non si navigava nell’oro: il mare era quello di Porto San Giorgio, a dieci minuti da casa, e le gite fuori porta, poche, e frizzi e lazzi, pochi, anche quelli. Continua a leggere

Trasversalità, di Rosa Pierno. Gio Ferri

Gio Ferri L’appartamento, editrice L’Aquilone, 1975

 

Il poemetto di Gio Ferri, L’appartamento, editrice L’Aquilone, 1975, presenta una versificazione battente, quasi evocante lo spazio claustrofobico dell’appartamento nel quale si muove un autore irretito da tutto ciò che la connotazione negativa dello spazio abitativo borghese trascina con sé. Ferri, però, antepone al suo testo la seguente citazione tratta da Storia della civiltà borghese di Eros Borgesman: “… ne consegue che l’uomo borghese, grande o piccolo che sia, considera la propria casa il tempio del sano individualismo, della tranquilla coscienza e delle rimembranze, il luogo eletto dei sereni affetti, della continuità familiare e umana, insomma, del consorzio civile”. Ciò fa sì che l’attenzione sia diretta non tanto verso la contrapposizione tra stato borghese e stato rivoluzionario, quanto verso la necessità di uno scandaglio dello stato umano in generale, pur se permane in sottofondo la relazione con la condizione occidentale e contemporanea. Intanto, l’estrattore in grado di polarizzare tutte le evenienze negative che il contenitore abitativo può elargire sembra essere l’età avanzata, stato naturale, ma anche stato culturale. Che le stanze siano quelle poetiche, tanto per rafforzare il legame diretto tra esistenza e cultura, o quelle delle meraviglie, quei gabinetti delle curiosità, che potevano esibire qualsiasi cosa, di fatto pare che ciò che queste stanze proprio non contengono sia la giovinezza, la quale si trova citata sempre alla fine di ogni sezione (la camera da letto, il bagno, il salotto, la cucina, il ripostiglio) come un altrove: “ – apri! apri! – nelle strade affollate e vere fanciulle / vive canzoni d’amore e rivolta”. Continua a leggere

Incontri XVIII

Ciò che gli occhi toccano

di Ruxandra Niculescu (Romania, 1949)

Il mondo morirà
quando non lo vedo più.

Ciò che i miei occhi
hanno toccato
lo porto con me.

Questo cielo
che si potrebbe spezzare
sotto il peso delle stelle.

Ci sei

di Hilde Domin (Germania 1909-2006)

Il tuo luogo è
dove occhi ti vedono.
Dove occhi si incontrano
sorgi tu.

Tenuto da un richiamo,
sempre la stessa voce,
sembra una sola
con la quale tutti chiamano.

Sei caduto,
ma non cadi.
Occhi ti tengono.

Tu ci sei
perché occhi ti vogliono,
ti guardano e ti dicono
ci sei. Continua a leggere

Io luna


Le voci dei bambini ci raggiungono
da un altro mondo
dove il sole non ferisce come qui
dove gli uccelli hanno ancora la forza
di cantare
A messa rimangono i cadaveri
intonano salmi d’addio
mentre io benedico utilitarie
pagate a rate
Le nuvole cancellano l’azzurro
e solo allora capisci
che la gioia non ha a che fare
coi deliri del meteo
La pianta grassa ascolta
tutto quello che diciamo
Siamo involucri di plastica
abbandonati per strada
se manca l’altro mondo

l’altra vita

*

È questa la sfida
colorarsi d’azzurro rimandare
il compito di un’ora
ricordare la volta che sorsi all’orizzonte
come una donna ancora un po’ stordita
questo andare e venire
questo immane lavoro da sbrigare
il poeta mi aspetta come un nomade
alla fermata del bus
vorrei le ferie
convincervi che potete fare a meno
della mia faccia tonda io luna vi scongiuro
scordatemi per una notte sola
le poesie sbocceranno
da un albero di pesche
da un bambino che gioca con il cane
dalle bretelle dell’uomo troppo grasso
che spegne il sigaro guardando la partita
da tutto vi prego non da me
io
luna
fatta da Dio
dalle sue dita.

13

La parola ai poeti. Sheila Moscatelli

Cos’è mai la poesia? Più di una risposta incerta è stata già data in proposito. Ma io non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano. Wislawa Szymborska.

Anche io non lo so, e mi affido al corrimano per necessità, perché non posso farne a meno. La poesia fa parte del mio modo di vivere, riempie di senso il mio quotidiano. Mi consente di sentire che ogni cosa è più grande di quello che razionalmente possiamo capire. Di vivere seguendo tutti i sensi, anche il sesto. Di sperimentare quello di cui parla Peter Handke in Canto alla durata: “Mi venne così di descrivere la sensazione della durata come il momento in cui ci si mette in ascolto, il momento in cui ci si raccoglie in se stessi, in cui ci si sente avvolgere, il momento in cui ci si sente raggiungere da un sole in più, da un vento fresco, da un delicato accordo senza suono in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondono assieme. Ci vogliono giorni, passano anni. La durata ha a che fare con gli anni, con i decenni, con il tempo della nostra vita: ecco, la durata è la sensazione di vivere”. Continua a leggere

La via


Salvare anime: è il senso della vita, così chiaro e così dimenticato. Sarebbe bello chiedersi perché, nella nostra esistenza, ciò che conta si trascura. È una forza centrifuga che ci allontana da noi stessi, dagli altri, da Dio. Tornare al centro è la via.

13

La parola ai poeti. Massimiliano Bardotti

La poesia è per me, da sempre, uno dei più grandi misteri della nostra esistenza, che è tutta permeata dal mistero. Una delle cose che più mi affascinano è proprio la relazione fra il poeta, la poetessa, e la poesia. Nelle tradizioni orientali simbolo della poesia sono le foreste di bambù. Quando soffia il vento le canne di bambù emettono suoni meravigliosi, un incanto che forse nessuno strumento musicale e nessun musicista sono in grado di eguagliare. Le canne sono vuote, e di per sé incapaci di emettere alcun suono. Il vento soffia dove vuole e quando vuole, ma sa trasformarsi in meravigliosa musica solo grazie alle canne di bambù.

Il bambù è il poeta. Il vento l’ispirazione.

Questo incontro capace di generare meraviglie non si può forzare, non si può esigere, si può solo provare a favorirlo. Continua a leggere