
Cercare ricompense sulla terra è troppo poco. Mendichiamo un complimento e diventiamo tristi se troviamo indifferenza. Assetati d’amore, non troviamo che cisterne screpolate. Quante stazioni dovremo attraversare, prima di cambiare strada?
Archivio mensile:Novembre 2023
Un cammino sulle tracce dei monaci basiliani nella Calabria spirituale
di Gino Rago
Il Cammino Basiliano in Calabria è l’Itinerario sulle tracce dei monaci greci in Calabria noti come basiliani, poiché seguaci dell’Ordine fondato da San Basilio Magno (330-379), importantissimo per lo sviluppo del monachesimo in Occidente e per una serie di contributi apportati al mondo rurale dell’epoca, dalle tecniche agricole alla coltura del baco e produzione della seta, solo per citarne alcuni.
I monaci basiliani in Calabria, in virtù del loro essere eremiti e anacoreti, hanno dato origine a diverse forme di abitati in grotta, tuttora visitabili e hanno plasmato il paesaggio, i rapporti e le dinamiche uomo/natura, secondo le esigenze del “vivere rupestre”, un vivere già ampiamente diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo.
Accanto a romitori e piccole laure (cavità scavate nella roccia) adibiti a luoghi di ricovero e preghiera, si devono ai monaci basiliani anche i numerosi monumenti e luoghi di culto che sono vere e proprie testimonianze d’arte italo-orientale. Qualche esempio? Non c’è che l’imbarazzo della scelta: dalla Cattolica di Stilo, tra i monumenti-simbolo della Calabria, al Monastero di San Giovanni Thearistis a Bivongi, passando per il Pathirion di Rossano.
Incamminarsi lungo le tappe del Cammino Basiliano in Calabria significa, dunque, percorrere un viaggio alla scoperta delle antiche radici dell’Europa nel Mediterraneo, legando Oriente e Occidente sul filo conduttore della storia, della bellezza, della natura e della spiritualità. Continua a leggere
Che cosa sia
La parola ai poeti. Giuseppe Martella

Senso, direzione, ostinazione, ricerca
Posso iniziare dicendo che no, la poesia non imita, non è velo di alcuna verità ultima, non è sentinella di archetipi lontani e freddi. Almeno in questo Platone è riuscito a fallire come pochi. La poesia non è nemmeno un vantaggio per chi la pratica, può tessere le lodi di dèi ed eroi, ma chi la scrive è tutt’al più visitato da una idea o un ideale, che possono essere puntualmente individuali o apertamente storici.
Quando Apollo, straniero e tra gli ultimi, raggiunge gli Olimpici viene invitato a cantare le disgrazie degli uomini, i loro dolori, i fallimenti e le sofferenze; al riguardo Esiodo non lascia spazio a nessun dubbio. Il canto programmatico, che sia d’amore o sirventese, non incontra maggiore fortuna: Jaufré Rudel è destinato a morire d’un amore vissuto in lontananza e di lontananza. Melisenda lo accoglie tra le sue braccia solo per vederlo morire. E Orlando? Perso d’amore nel bosco, insegue Angelica e non è capace di vedere che lei è solo per Medoro. Scavalcando secoli, e prendendo quasi per caso qualcosa di Pasolini, come gli esordi delle Ceneri di Gramsci, ecco che della terzina di Dante non rimangono che monconi a sostenere campi lunghi di noia e malinconia. E si ha la sensazione che manchi qualcosa. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
[Mt 25,14-30].
?E’ l’assenza che accresce il desiderio.
Così, un uomo, partendo per un viaggio, lascia, in dono, del denaro.
In ebraico biblico, denaro e desiderio hanno la stessa radice (k-s-f). kasaf (desiderio) e kesaf (denaro). (da Simone Venturini)
Come dire: l’assenza viene riempita dal desiderio. Chi parte lascia, in dono, il desiderio di sé.
È solo una suggestione, ma può offrirci una interessante chiave di lettura del passo di Matteo. Continua a leggere
La parola ai poeti. Ugo Mauthe
Sul filo dell’equilibrio
Che la poesia abbia licenza di non farsi capire in nome di una sua misteriosità-intoccabilità mi sembra un alibi bello e buono, che sdogana qualsiasi affastellamento di parole, sonorità e stupefazione. Dopo questa affermazione un po’ tranchant, lo ammetto, che ho scelto per attrarre la tua attenzione, seguimi, ti prego, nel mio ragionamento.
Nel mio piccolo, sia di lettore che di autore di righe che vanno a capo prima del margine, preferisco pensare che la poesia, una volta scritta e condivisa, debba sempre cercare di “arrivare” al suo lettore: è questa una mia deformazione professionale, da ex pubblicitario: per me il ricevente è sempre da privilegiare rispetto al mittente, quanto meno perché quest’ultimo non ha alcuna rilevanza se il ricevente non gliela concede con la propria attenzione.
Nell’ “arrivare” è implicito un accogliere da parte del lettore, che stabilisce una relazione paritaria con il testo, relazione che fa sì che ogni poesia abbia tanti autori quanti sono i suoi lettori perché a ognuno “arriva” in un modo diverso.
Modus in rebus, di Riccardo Ferrazzi
di Fabrizio Centofanti
Riccardo Ferrazzi ha scritto il quarto romanzo. La notizia mi turba: so che dovrò recensirlo, anche se lui non me lo chiede, perché conosce la mia vita. Mia madre sta male, sono un prete badante, dove trovo il tempo per leggerlo sul serio? Comincio tra mille fastidi, mille impegni. Comincio. Il romanzo di Riccardo ha una particolarità: se lo cominci, sei costretto a finirlo. Obietterete: questo vale per tutti i romanzi degni di rispetto. Vero, ma qui la faccenda è diversa: non è il finale che mi intriga, è – come spiegarlo? – l’anima. Questo romanzo ha un’anima. Forse per questo Riccardo ha voluto che lo leggessi a tutti i costi: per svelarmi qualcosa di se stesso. Insinuerete: il solito romanzo autobiografico! Nemmeno per idea: l’autobiografia tende a slabbrarsi per un difetto di distanza, ma qui è diverso: il tono è perfetto, come scrissi in occasione della traduzione ferrazziana di Lorca. Forse comincio a capire perché questo romanzo mi costringe a rincorrere la fine. C’è una poesia del poeta andaluso in cui una cicala canta e muore. Questo romanzo è il canto di una morte. Ma – curiosamente – è pieno di vita, come se solo al cospetto della morte si potesse amare l’esistenza. Questo romanzo è un giallo: ti tiene col fiato sospeso fino all’ultima riga. Ma non arrivi lì per scoprire come va a finire, ma perché, come la cicala, intuisci che in quella morte c’è un cuore tutto azzurro, che canta con la vita che finisce, che esorcizza la fine con il canto. Forse ho capito. Posso fare anche questa recensione se sono certo di non fingere, se con la madre malata, l’ennesimo povero che irrompe nel confessionale per strapparmi un euro, la corsa nel traffico impazzito, ho capito qualcosa di più, di questa vita, grazie al mio amico. Stasera gli scriverò, glielo dirò: mi hai fregato un’altra volta.
Riccardo Ferrazzi, Modus in rebus, Milano, Morellini Editore, 2023.
La parola ai poeti. Giovanni Peli


Non ho un rapporto pacificato con la poesia, non sono nemmeno più sicuro di sapere cosa sia. So che da anni continuo a scriverla ma non ho più voglia di pubblicarla, che quando finisco una poesia non capisco perché l’ho scritta. Posso parlarne in termini tecnici, dire che è un’arte fatta di parole, metro, ritmo, accenti, rimandi musicali di vario tipo, musica che fa il senso, che aggiunge senso, che lo completa. In realtà però sento che la poesia è qualcosa d’altro. Mano a mano che passano gli anni la domanda “che cos’è la poesia?” diventa sempre più incomprensibile e la risposta diventa sempre più oscura.
Un passo
Frammenti di Cinema # 70

di Pasquale Vitagliano
Quello che sta succedendo in questi giorni in Palestina, Israele e la Striscia di Gaza può farcelo capire persino Hollywoood. Basterebbe recuperare Exodus, film di Otto Preminger del 1960 con Paul Newman. Da quel momento abbiamo assistito ad una escalation che ha visto prima l’Occidente, ora complice indiretto del disastro, ora testimone impotente. Una curiosità: la nave che trasporta i profughi ebrei in Palestina, che nella realtà si chiamava President Warfield, era salpata nel 1947 dal porto di La Spezia.
Antonio Bonchino, un ricordo
di Emanuela Sangalli
Il nome
La mente, l’anima, l’io… il mio nome.
Quello che altri conosce è guscio d’uovo.
“Antonio”. E cadrà, in qualche modo. Ma nessuno
vedrà quel giorno un pulcino di cenere
o un pigolìo di chiarore. Quel giorno
mi saprò. Io
sarò interamente quel nome che oggi
sulla porta del sonno o dell’abissata orazione
va di lontano lampeggiando. Raramente.
Né mai ricordo. Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Giacomo Leopardi. 3
Gli occhi
La parola ai poeti. Lara Pagani
Ho cominciato a scrivere in versi con assiduità e a condividere i miei testi relativamente tardi, ossia qualche anno fa.
Ancora oggi il rapporto che sento più congeniale con la poesia è quello da lettrice: mi circondo di libri, ne leggo più di uno alla volta, finisco per sembrare pure un po’ maniacale.
Cerco, nella lettura, non tanto un appagamento quanto un senso di vertigine, di spaesamento; talora basta un verso ad attraversarmi per non lasciarmi più o semplicemente a capovolgermi la giornata.
La mia scrittura è il tentativo di modulare un grido; a volte lo chiudo in una gabbia metrica, altre non mi è possibile farlo. Sento spesso l’esigenza, forse ingenua, di occupare lo spazio bianco con un mio criterio. Raramente sono contenta di ciò che scrivo; raramente, però, ritocco i miei testi.
In questi anni di condivisione ho incontrato, virtualmente e non, tante persone. Grazie ad alcune di loro ho studiato, appreso, approfondito aspetti tecnici del “fare” poesia; da altre ancora ho ricevuto amicizia, stima ricambiata e duraturo scambio. È questo aspetto, forse, che più mi ha reso felice. Mai, mai avrei pensato che un giorno qualcuno quel mio “grido” lo intercettasse — per abbracciarlo.
Da “Come in cielo” di Marco Candida
Estratto del romanzo Come in cielo di Marco Candida (I libri di Mompracem – Betti Editrice)
Nives e Ascanio distolgono lo sguardo dalle rigature nel calcare e nell’argilla a rincorrersi e incrociarsi nei calanchi del Monte Marcellino. I rigaggi nella marna degli Orridi di Sant’Antonino li hanno risucchiati simili al vortice di un mare impetrato. Le forre paiono onde rocciose, così come certe distese di terra in certi tramonti ti fa voglia di tuffarti e nuotarle. I burroni a precipizio sul Rio Fossone paiono marosi d’argilla cristallizzati lì in eterno: o quantomeno, per eoni. Non vi è bello, in quel dispiegarsi di rocce sedimentarie. Masse fibrose alabastrine baluginano come fiumi di pietra carsici. La calcite trapunta la roccia luccicando come brillante. Minuscole doline, avvallamenti carsici, e inghiottitoi si susseguono su calcare e argilla per effetto di erosione di acque meteoriche. Perlopiù, un incresparsi, un rappallottolarsi, un incartocciarsi come se l’effetto di quel processo di indurimento millenario sortisse a sguardo umano impressione opposta di molliccio, gelatinoso, prolassato. La roccia è l’imbolsirsi di una materia originariamente piallata, perfetta: piramidale. Ecco cosa sono le Piramidi Egizie: Montagne Perfette. Montagne Ideali. Non svigorite e languide; bensì, turgide, piane, perfette. Ordine e bellezza: geometria euclidea in un mondo geodetico. Un mondo disassato: privo di corrispondenza tra catene montuose e mari e fiumi e le stelle in cielo. Invece, le Piramidi si allineano alle costellazioni, e sono teorema pitagorico. L’uomo euclideo in un mondo altazimutale diventa prometeico. Persegue la Montagna Ideale della Piramide combattendo le Montagne della Follia. Continua a leggere
Difetti
La parola ai poeti. Claudio Mezzina

Io non mi sento un poeta. E subito il pensiero fugge a Gaber, a quell’ “Io non mi sento italiano”, o alla “Desolazione del povero poeta sentimentale” del Corazzini o, ancora, all’ironia, alla potenza dell’antifrasi de “La signorina Felicita ovvero la felicità” di Gozzano. Ed ecco già svelati tre dei miei maestri. Ma Corazzini è quello che più, in questo frangente, mi rappresenta quando dice: «Io non sono che un piccolo fanciullo che piange». E, credetemi (a chi mi conosce non ho da spiegar nulla), non è posa né, riprendendo un’incantevole asserzione di Pavese, indugio «in malinconie inessenziali». Ma sto divagando, torniamo alla domanda. Posto tutto questo, come posso io dire la poesia? Come posso io accerchiare, contornare, sagomare quello che solo i grandi, in sparute ma meravigliose occasioni, sono riusciti a fare? Non posso. Quindi, proverò a metter per iscritto ciò che io credo significhi fare poesia attraverso le loro parole. Continua a leggere
La cura
La parola ai poeti. Luigi Finucci
Un rifugio necessario
“Forse non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, forse ne abbiamo bisogno per vivere.”
Jon Kalman Stefansson
C’è un mondo intero, montagne altissime e mari gelidi noncuranti delle piccole cose quotidiane che interessano le nostre vite. C’è la morte sempre in agguato, una finitezza incessante che bussa alla porta delle nostre misere esistenze, eppure c’è la poesia, o meglio la parola. In molti devono vivere a lungo prima di trovare un luogo che possa essere chiamato “casa” o “rifugio”. Un luogo dove sentirsi al sicuro.
La poesia mi dà la stessa sensazione delle zone dell’infanzia, dove ogni oggetto sembra essere sacro. Ogni volta che mi interfaccio con Essa, mi ritrovo in questo limbo dove riesco ad attingere ai dolori più profondi, agli amori più grandi e alle paure di cui non riesco a parlare. Allora sento di entrare nel territorio della poesia. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
XXXII domenica
[Mt 25,1-13]
A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo.
Nel cuore della notte, quando il sonno incombe e tutto sembra sospeso, un grido squarcia il buio. È il momento atteso, il termine di ogni desiderio, il compimento della speranza. È per questo incontro che abbiamo speso ogni grammo delle nostre forze e adesso, rischiamo di non essere pronti perché non abbiamo olio a sufficienza per la nostra lampada?
Che cos’è questa lampada che ci ritroviamo fra le mani? E che cos’è l’olio che ci manca?
La lampada serve a fare luce, a illuminare una stanza, una via lungo il cammino. Qual è la lampada che illumina il nostro buio? Continua a leggere












